Un romanzo in perfetto equilibrio tra documentata realtà e avvincente finzione, un’indagine che si snoda attorno all’unico, vero amore di Adolf Hitler: Angela Raubal, sua nipote.

“Solo dopo aver letto il nome della piazza si accorse del piccolo drappello di uomini in marrone che sostava davanti a un palazzo d’angolo. Allora con un brivido alla schiena capì dove li stava mandando Tenner, a chi apparteneva la casa in cui era morta la ragazza e per quale motivo ci si aspettava che indagassero in fretta e con discrezione. Tutti, a Monaco, conoscevano quell’indirizzo.”

Angelika Raubal detta Geli, nata nel 1908, era la nipote di Adolf Hitler, figlia della sorellastra di questi, Angela. Nel settembre 1931 fu ritrovata senza vita nell’appartamento di Hitler a Monaco, ufficialmente suicida dopo un litigio con lo zio. Geli provava grande ammirazione per lo zio, che in qualità di suo tutore tentò di proteggerla e guidarla, purtroppo con scarsi risultati. La bellezza della ragazza, unita a una spigliatezza e a un carisma conclamati, le portò schiere di spasimanti, tutti in qualche modo respinti o ridimensionati dallo zio. Hitler si faceva accompagnare ovunque da Geli, riunioni politiche comprese, tanto che presto nella società monacense e tra le fila del Partito presero a circolare voci su un loro rapporto scandaloso. Diversi testimoni di prima mano avrebbero poi raccontato, dopo la morte di Geli, di intenzioni matrimoniali da parte di entrambi.

La trama del romanzo

 

Monaco, settembre 1931. Il commissario Sigfried Sauer è chiamato con urgenza in un appartamento signorile di Prinzregentenplatz, dove la ventiduenne Angela Raubal, detta Geli, è stata ritrovata senza vita nella sua stanza chiusa a chiave. Accanto al suo corpo esanime c’è una rivoltella: tutto fa pensare che si tratti di un suicidio. Geli, però, non è una ragazza qualunque, e l’appartamento in cui viveva ed è morta, così come la rivoltella che ha sparato il colpo fatale, non appartengono a un uomo qualunque: il suo tutore legale è «zio Alf», noto al resto della Germania come Adolf Hitler, il politico più chiacchierato del momento, in parte anche proprio per quello strano rapporto con la nipote, fonte di indignazione e scandalo sia tra le file dei suoi nemici, sia tra i collaboratori più stretti. Sempre insieme, sempre beati e sorridenti in un’intimità a tratti adolescenziale, le dicerie sul loro conto erano persino aumentate dopo che la bella nipote si era trasferita nell’appartamento del tutore. Sauer si trova da subito a indagare, stretto tra chi gli ordina di chiudere l’istruttoria entro poche ore e chi invece gli intima di andare a fondo del caso e scoprire la verità, qualsiasi essa sia. Hitler, accorso da Norimberga appena saputa la notizia, conferma di avere un alibi inattaccabile. Anche le deposizioni dei membri della servitù sono tutte perfettamente concordi. Eppure è proprio questa apparente incontrovertibilità dei fatti a far dubitare Sauer, il quale decide di approfondire. Le verità che scoprirà, così oscure da far vacillare ogni sua certezza professionale e personale, lo spingeranno a decisioni dal cui esito potrebbe dipendere il futuro stesso della democrazia in Germania…

Sullo sfondo di una Repubblica di Weimar moribonda, in cui si avvertono tutti i presagi della tragedia nazista, L’angelo di Monaco è un thriller in miracoloso equilibrio tra inoppugnabile realtà storica e avvincente finzione, un viaggio all’inseguimento di uno scampolo di verità in grado, forse, di restituire dignità alla prima, vera vittima della propaganda nazista: la giovane e innocente Geli Raubal.

 

Come inizia 

  

Sta morendo.

   Nella stanza chiusa a chiave, la ragazza giace a terra di fronte al divano, gli occhi sgranati, le labbra schiuse, la pelle fredda, sempre più fredda, mentre il sangue si allarga lento sul vestito.

   Poco più in là, sopra il tappeto azzurro, la pistola ormai inerte è rivolta verso la finestra. Per la ragazza era solo un oggetto, fino a poco fa, un oggetto qualunque. Adesso è la cosa più importante della sua vita, la meta cui senza saperlo era diretta dal principio.

   Un tonfo, rumore di passi. Oltre la porta bloccata, la vita dell’appartamento continua regolare, ignara della sua presenza, che presto si trasformerà in assenza. La ragazza vorrebbe muoversi, chiamare, ma lo sparo le ha tolto ogni energia. Solo la coscienza rimane, a intervalli di cui non sa tenere conto.

   Quanto tempo si impiega a morire così? Un’ora, cinque, dieci? La mente della ragazza tenta di unire orari e volti, calcolare se qualcuno, e chi, e quando, si accorgerà di quello che è successo – di quello che sta ancora succedendo, e potrebbe essere fermato.

   Ma sono ragionamenti troppo astratti, e la luce continua a calare. Il mondo all’esterno non ha tempo per una sciocca avventata che muore sola nella sua stanza. Le poche persone che le vogliono bene sono lontane.

   Così la ragazza resta a terra, senza voce, senza fiato, gli occhi fissi su un cielo di stucchi, e mentre il freddo diventa pian piano accettabile, aspetta che qualcuno, chiunque, arrivi a salvarla, o quantomeno a confortarla.

SABATO 19 SETTEMBRE 1931

1

Nella notte era caduta una pioggia leggera portata dalle prime nubi dell’autunno ormai alle porte, ma all’alba nelle piazze e per le strade della vecchia Monaco si era infilato con prepotenza il Föhn, il vento caldo che a intervalli imprevedibili spirava dalle Alpi a sud della città trasformando anche i giorni più rigidi in ritagli di primavera.

   Seduto a un tavolino all’aperto in mezzo ai chioschi del Viktualienmarkt, Siegfried Sauer, commissario criminale della polizia cittadina, guardava gli alberi centenari intorno a lui. Il Föhn li stava spogliando con allegria delle prime foglie ingiallite, che dopo un breve volo finivano a galleggiare come barchette nelle pozzanghere del mercato o ad arricchire le colazioni di operai e vetturini, alle prese con würst e leberkäse già alle dieci di mattina. Era uno spettacolo, quello, che non cessava mai di affascinarlo, disegnandogli sul volto un sorriso malinconico: Sauer era cresciuto al Markt, sua madre aveva gestito per decenni una piccola pescheria, e anche lui si era seduto agli stessi tavoli di legno ogni giorno della sua infanzia, per osservare e ascoltare le storie del popolo, imparando forse più a quel modo che dai libri di scuola. Nonostante tutto quanto era accaduto negli ultimi trent’anni – il declino dell’Impero, la Grande guerra, la Repubblica, il crollo di Wall Street – il mercato era ancora lì, e lo stesso i suoi avventori, con chiacchiere sempre diverse e sempre uguali, stagione dopo stagione.

   «Buongiorno, tenente!» trillò una voce di donna avvicinandosi al suo tavolino. «Svegliato tardi, stamattina?»

   «Non sono più tenente, Frau Keller, lo sa» rispose all’anziana proprietaria dell’Obersalzberg, la birreria più popolare del mercato.

   «Ma certo, ma certo. Mi ricordo bene» ribatté lei con il solito tono gioviale. «Non sono ancora una vecchia rimbambita!»

   Sauer sorrise. Rimbambita no di certo, ma quanto all’età, non c’era modo di appurarla. Nessuno fra gli altri gestori ricordava un’epoca precedente a Meni Keller, che del Viktualienmarkt era più che un’istituzione: era l’incarnazione. Si diceva che una volta avesse servito Bismarck in persona, circostanza sulla quale nel tempo erano fiorite decine di versioni più o meno verosimili.

   «Che ne dice di una birra per iniziare bene il sabato? Andrà al Wies’n oggi? Pare che il tendone della Paulaner quest’anno sia una meraviglia…»

   «Frau Keller, sa bene che oltre a non essere tenente, ma commissario, io non bevo. Sono astemio.»

   «Astemio! Oh signore! Ed è curabile?» La vecchia scoppiò a ridere, guardandosi intorno come per raccogliere solidarietà dagli altri avventori, tutti con un boccale di birra in mano. La maggior parte indossava i pantaloni di pelle e il gilet tradizionali, mentre le loro accompagnatrici sfoggiavano i Dirndl stretti in vita e scollati sul seno che avevano reso la Baviera famosa nel mondo. Nonostante la crisi, l’Oktoberfest veniva onorato.

   Mentre Sauer e Frau Keller ripetevano le solite battute per la millesima volta, come un rito da rispettare per buon auspicio, una donna più giovane, anche lei vestita in Dirndl, appoggiò sul tavolino del commissario un boccale di ceramica fumante. «Dolce o salato?» chiese poi, senza nemmeno alzare gli occhi.

   «Salato, Margit. Grazie.»

   La donna annuì ed estrasse dalla cesta di vimini che portava al braccio un brezel grosso come un piatto da portata. «Buon appetito» disse posandolo al centro del tavolo, di fianco a un cartoncino con scritto «tenente Sauer» e a un coltello d’acciaio. Quindi aggiunse una porzione di burro incartata, e come era venuta se ne andò.

   «Margit ha un debole per lei, tenente» commentò la vecchia Meni.

   «Non mi guarda nemmeno» protestò Sauer, cui la cosa dopotutto era indifferente.

   «Mi dia retta, conosco mia figlia» concluse la donna, e dopo avergli strizzato un occhio lo lasciò alla sua colazione.

   Sauer si dedicò al brezel, che tagliò longitudinalmente e prese a imburrare con metodo, senza fretta. Un cardellino planò sul tavolo dopo pochi istanti e si mise a osservare l’operazione con impazienza, muovendo la testa a scatti. Sauer gli offrì una briciola di pane e il cardellino fece scattare ancora la testa con enfasi prima di volare via in un frullo d’ali.

   «Accidenti» disse un uomo alle spalle del commissario. «Sei un vero solitario. Nemmeno gli uccelli possono fare colazione con te!»

   «Mutti» salutò Sauer senza voltarsi. «Qual buon vento.»

   «Vento caldo» rispose il nuovo arrivato girando intorno al tavolino e parandosi di fronte a lui. «Gli antichi lo chiamavano Favonio. Talvolta Zefiro. Un vento allegro e irrequieto, come me.» Sorrise mostrando una chiostra di denti bucherellata, poi con un gesto da prestigiatore fece comparire una sedia di metallo e si sedette. «Ti spiace? Ho una fame tremenda.»

   Sauer scosse la testa: certo che non gli dispiaceva. Tagliò il brezel in due, come un cuore spezzato, e diede la metà più grande all’amico.

   Helmut Forster, commissario aggiunto della sezione Crimini violenti, era in tutto e per tutto il suo opposto, e forse per questo andavano così d’accordo, sul lavoro e fuori. Mentre Sauer pareva un’illustrazione vivente dell’ideale nordico – alto, biondo, lo sguardo di ghiaccio su un volto scolpito e perfettamente glabro – Mutti con il suo metro e sessanta gli arrivava a malapena alle spalle, e aveva una pelle così scura da non sembrare il frutto della madre Germania ma di un qualche paese più assolato sulle rive del Mediterraneo. Capelli neri e occhi castani, sulle guance un perenne velo di barba nonostante si radesse ogni giorno, era uscito dalla guerra con un appetito insaziabile, di cibo, di birra, di fumo, di tutto. Questo si rifletteva nell’ampiezza delle sue camicie come nella leggerezza del suo portafogli, già provato dalle necessità della famiglia che aveva messo su con una mite ragazza dell’Est quindici anni prima. Perciò Sauer, che non aveva mai fame e non doveva provvedere a una moglie e a tre figli, divideva volentieri i pasti con lui. Era il suo miglior amico, se fosse stato necessario gli avrebbe girato lo stipendio.

   «Speriamo in un sabato tranquillo» disse Mutti quando ebbe finito il mezzo brezel.

   Sauer considerò se dargliene un altro po’, ma poi si disse che Lina non avrebbe apprezzato tutto quel burro nelle vene del marito. «Quest’anno me ne sono toccati una dozzina, e non è mai successo granché. Solo ubriachi e litigi famigliari.»

   Mutti annuì. «Sì, la gente preferisce ammazzarsi in settimana. Sabato e domenica sono per il riposo.» Alzò il braccio in un cenno verso Margit. «Ho una sete incredibile. Si è mai visto un settembre così caldo? Il clima sta cambiando, hanno ragione i vecchi. Attacchi anche tu alle undici?»

   «Sì» rispose Sauer sollevando gli occhi all’Alte Peter, la torre dell’orologio che svettava come una sentinella sul Viktualienmarkt. Nonostante l’età veneranda, il Vecchio Pietro non perdeva mai un colpo, dettando legge alle altre torri più giovani che lo circondavano. Per il commissario, che abitava in una mansarda affacciata sul mercato, era un amico di lunga data. «Turno lungo fino a domattina.»

   «Anch’io. Allora quando stacchiamo vieni a pranzo da me, ti va?»

   «Lina è d’accordo?»

   «È sua l’idea. Dice che non ti fai vedere da tanto, e chissà come mangi, sempre che mangi.»

   Sauer annuì. La moglie di Mutti aveva dieci anni meno di lui e quasi venti meno del marito, ma trattava entrambi da ragazzi, sgridandoli e viziandoli come una madre. La cosa non gli dispiaceva affatto.

   Stava per accettare la proposta quando un urlo disperato lacerò l’atmosfera del Markt.

   «Aiuto!» gridò un uomo senza quasi più fiato. «Aiutatemi!»

   Arrivava dalla chiesa dello Spirito Santo, correndo a rotta di collo, il volto pallido come quello di un morto o di qualcuno che sta per diventarlo. Alto, magro, con il viso scarno e un naso importante, indossava un completo di velluto e scarpe lucide ma doveva aver perso il cappello per strada. «Mi inseguono!»

   Sauer si alzò in piedi, già pronto a intervenire, poi dall’angolo a nord del mercato vide arrivare gli inseguitori: tre uomini dall’aspetto marziale vestiti di marrone da capo a piedi, uno di loro con un manganello in mano. «Fermati!» gridò quello più indietro. «Non ci scappi!» aggiunse il secondo.

   «SA» sibilò una cameriera a pochi metri da Sauer.

   In un secondo, neanche si trattasse di una procedura d’emergenza provata e riprovata, la folla del Markt reagì come un sol uomo: si aprì quel tanto che bastava per far passare il fuggitivo, che proseguì la sua corsa senza rallentare, quindi tornò a richiudersi e riprese le occupazioni di prima, fingendo noncuranza. I tre uomini in marrone arrivarono subito dopo e si scontrarono con una barriera di avventori alticci. Della birra fu rovesciata a terra, volarono insulti. L’inseguitore con il manganello cercò di districarsi dall’accenno di rissa, ma quando ci riuscì l’uomo nel completo di velluto era già scomparso oltre la Schrannenhalle.

   «L’avete fatto scappare!» urlò il capo delle SA, non si capiva se rivolto ai suoi compagni o agli avventori con cui si erano scontrati. Schiumava di rabbia e di orgoglio ferito. «Era un delinquente! Un ladro! Bel lavoro, complimenti!» Poi agitò il manganello in aria, un po’ per stizza un po’ per comando, e tornò verso Sparkassenstrasse seguito dai suoi sodali.

   «Nazisti» ringhiò un uomo in Lederhose quando tutto fu finito. «La odio quella gente.»

   Sauer storse la bocca. «Non era un ladro. Hai visto i suoi abiti?»

   «E nemmeno un delinquente» rispose Mutti. «Aveva la faccia di uno che sta per prenderne una scarica anche se non ha fatto niente. Anzi, proprio perché non ha fatto niente.»

   Sauer tornò a guardare il Vecchio Pietro, che aveva seguito come lui tutta la scena senza dire nulla. «Dieci e quaranta. Dobbiamo andare.»

   «Allora andiamo» fece Mutti tirandosi in piedi. «E speriamo che sia un sabato tranquillo» ripeté.

   «Speriamo che migliori, sì» rispose Sauer, ma senza convinzione, come se dentro di sé sapesse già quello che li attendeva.

   In seguito, quando la sua vita era ormai deragliata e non c’era più alcun modo di rimetterla sui binari, avrebbe ripensato spesso a quell’ultima colazione con Mutti al Viktualienmarkt – a come nessuno, mai, si accorge del momento esatto in cui il suo destino inizia a compiersi, che lo voglia oppure no.

2

Il Comando centrale di polizia era stato da poco trasferito al numero 2 di Ettstrasse, un grandioso edificio a cinque piani che occupava un intero isolato in piena Città Vecchia. Già dalla strada, grazie alla severa facciata verde pallido su cui si apriva una fitta griglia di finestre decorate a stucco, suggeriva un senso di potenza e determinazione per nulla attenuato dal rosso allegro dei tetti spioventi, né dall’aggraziata torre ottagonale che svettava sull’insieme, con l’orologio in bella vista.

   L’ufficio di Zavi Tenner, direttore della sezione Crimini violenti, era disposto in modo tale che l’ampia scrivania in mogano desse le spalle a quell’orologio, e il significato era chiaro sia a Mutti sia a Sauer: il tempo, là dentro, non era un problema per lui, ma per i suoi ospiti.

   «Vi aspettavo prima» disse fissandoli da dietro gli enormi baffi a manubrio che gli coprivano metà del volto, rosso come un tramonto a causa della temperatura nella stanza. Tenner veniva dalla montagna, e non gli importava in quale stagione si trovassero, il camino nell’angolo del suo ufficio doveva rimanere sempre acceso, i vetri sempre sigillati.

   «Non sapevamo di essere attesi» rispose Mutti. «Siamo venuti appena ricevuto il messaggio in guardina.»

   «Mi hanno detto che c’è stato del movimento al mercato» disse il direttore.

   «Sì» rispose Sauer. «Tre miliziani che inseguivano un civile.»

   Tenner sollevò un sopracciglio. «E?»«

   Il mercato si è difeso.»

   Il sopracciglio tornò ad abbassarsi, producendo come per reazione un inarcamento del labbro superiore. «Monaco ha i suoi anticorpi» disse il direttore, puntando i gomiti sulla scrivania e posando il mento fra le mani intrecciate. Guardò i suoi due uomini per lunghi secondi, quindi si appoggiò all’indietro contro lo schienale della poltrona. «Non ho intenzione di girarci intorno. Sarebbe solo una perdita di tempo. Mi spiace che debba toccare a voi, questo sì, ma non possiamo farci nulla. Se siete fortunati ce la caveremo con poco. Almeno è quello che mi auguro.»

   «Be’, capo, meno male che non hai intenzione di girarci intorno» osservò Mutti, sfoderando il sorriso bonario che gliele faceva passare sempre tutte lisce.

   Tenner non sembrò seccato. Lasciò andare un sospiro. «Abbiamo un problema. Anzi, avete un problema.»

   Il presagio che si era annidato nel petto di Sauer dopo la scena al Viktualienmarkt si schiuse come un uovo, liberando una quantità di ipotesi striscianti, una più funesta dell’altra.

   «Stamattina è stato rinvenuto un cadavere» riprese Tenner. «Una donna, di razza germanica, sui vent’anni.»

   Razza germanica, pensò Sauer. Da quando la polizia fa di queste distinzioni? Il concetto stava riscuotendo successo nella Repubblica di Weimar, e l’Università di Monaco aveva istituito già da anni una cattedra di Igiene della razza, ma che l’uso avesse preso piede fino a infiltrarsi nelle parole di un uomo come Tenner era un segnale inquietante.

   «Il decesso è avvenuto nell’appartamento in cui la ragazza viveva con un famigliare» continuò il direttore. «Lui non c’era, pare sia via per lavoro, ma era presente la servitù, che è abbastanza numerosa.»

   Sauer strinse le labbra. «Una famiglia benestante.» Questo poteva spiegare la delicatezza del caso.

   «Soldi nuovi. L’uomo in questione sta scalando posizioni sociali con una certa rapidità.»

   «Un industriale?» azzardò Mutti. Monaco, con la sua aria da città d’arte italiana trapiantata a nord delle Alpi, era in realtà un centro tecnologico in forte ascesa, culla di aziende che iniziavano a essere famose nel mondo, dalla Bmw alla Osram passando per la Siemens, che era cresciuta a dismisura durante la Grande guerra. Un posto in cui giravano parecchi soldi, con il consueto strascico di guai.

   «Un uomo che si sta facendo un nome» rispose Tenner, «e che non vorrà vederlo compromesso da voci incontrollate su una tragedia avvenuta fra le sue mura domestiche. A voi ora non deve importare di chi si tratta. Quella che conta è la ragazza, la quale, come avrete immaginato, è morta in circostanze…»

   «Sospette?»

   «… non naturali. Di più non so dirvi. Sarete voi i primi investigatori ad arrivare sulla scena. La notizia l’abbiamo appena ricevuta. Che ore sono?»

   Sauer controllò il quadrante della torre. «Undici e un quarto.»

   «Ci è stata comunicata da mezz’ora, e dobbiamo risolvere tutto con la massima rapidità, per evitare scandali.»

   «Ma insomma, chi è questo tizio?» sbottò Mutti. «Per dettare i tempi alla polizia deve essere come minimo il figlio segreto di Hindenburg.»

   Sauer si immaginò l’anziano presidente della Repubblica saltare dentro e fuori letti illegittimi per generare futuri ostacolatori di indagini, e il pensiero lo divertì. «Casi del genere durano in media una settimana» disse. «Se siamo fortunati potremmo chiudere il fascicolo per giovedì. Facendo qualche straordinario, anche mercoledì.»

   «Otto ore» rispose Tenner, gli occhi sulla scrivania. Il suo tono di voce era così freddo da giustificare il caminetto acceso. «Il caso deve essere chiuso entro sera.»

   Un ciocco di legno franò tra la cenere, sprigionando un nugolo di scintille.

   «È uno scherzo?» commentò Mutti. «Una morte violenta non si chiude in un giorno.»

   «Non un giorno. Otto ore» ribadì Tenner, «a partire da adesso. E nessuno ha parlato di morte violenta. Evitate questo genere di espressioni se non volete problemi. Ci sono diversi soggetti, qui al Comando ma non solo, che hanno a cuore l’esito delle indagini. Che siano rapide, discrete, obiettive.»

   «E conclusive» aggiunse Mutti.

   «Se troverete che ci siano le basi per concludere, sì» confermò Tenner. «Altrimenti no, e in ogni caso andateci con i piedi di piombo. Qualsiasi eventuale accusa dovrà essere supportata da prove evidenti, anzi, facciamo schiaccianti. Se esiste anche il minimo dubbio, archiviamo. Sia chiaro: non vi sto chiedendo di non indagare o di indagare con gli occhi chiusi. Noi siamo la polizia, grazie a Dio, non una branca dei servizi segreti. Però sappiate che quello che troverete interessa a persone per le quali la discrezione viene prima di tutto. Abbiamo una morte delicata, in un luogo delicato, in un momento molto delicato. Mi aspetto che usiate la massima cautela.»

   «Ricevuto» rispose Mutti, probabilmente l’uomo meno cauto della Baviera. «L’indirizzo?»

   «Bogenhausen. Vi porterà Julian con la mia auto.»

   I due rimasero senza parole. Nessuno nel commissariato aveva mai avuto quell’onore.

   Tenner lo notò. «Sì, è come pensate. Quindi siate discreti, e se vi vengono dubbi o scoprite cose strane, tornate a parlare con me» concluse facendosi ancora più serio. «Con me e con nessun altro.»  

Uscendo dal portone affacciato su Löwengrube trovarono la piccola Bmw di Tenner con il motore già acceso, pronta a staccarsi dal marciapiede e gettarsi nel traffico cittadino. Al volante, il sergente Karl Julian li aspettava con il volto imberbe e gli occhiali di metallo fissi su un romanzo ingiallito. Quando li vide arrivare sobbalzò e lo fece sparire, ma non fu abbastanza rapido.

   «Juli» lo salutò Mutti salendo in auto insieme a Sauer. «Perdi ancora tempo con la letteratura? Non lo sai che sono tempi romanzeschi? Le grandi storie sono tutte là fuori: vai a viverle!»

   Il sergente abbozzò un sorriso educato. «C’è chi è fatto per la realtà, commissario Forster, e chi è fatto per la finzione.»

   «E tu non potresti fingere di interessarti alla realtà?»

   «La realtà è un posto terribile in cui vivere. Preferisco restarci il meno possibile» rispose il giovane innestando la marcia e lanciando l’automobile verso Schäfflerstrasse. Mentre le cupole gemelle del Duomo si affacciavano a sbirciarli da sopra i tetti, Sauer si ritrovò a pensare che forse l’opinione del loro autista non era priva di saggezza. E chissà in quanti ragionavano allo stesso modo, in quei tempi duri che promettevano tempi ancora più duri.

   Raggiunta Weinstrasse l’automobile svoltò a sinistra e si immise fra i palazzi decorati di Theatinerstrasse, verso l’inconfondibile silhouette della chiesa dei Teatini.

   «Tu che ci hai capito?» chiese Mutti sopra il frastuono dell’auto scoperta.

   Ma Sauer era distratto, pensava a ben altro, come sempre quando percorreva le vie che portavano alla Feldherrnhalle, la Loggia dei Marescialli che chiudeva a sud Odeonsplatz. Solo superato l’ingresso dell’Hofgarten tornò in sé, al presente. «Come dici?»

   «Dico se hai qualche idea di cosa sta succedendo.»

   Sauer si aggrottò. Lanciò un’occhiata furtiva all’autista, poi rivolse al collega un cenno di disapprovazione. Non davanti a lui! Dici sempre che è una spia

   Mutti cambiò subito argomento. Si mise a parlare del traffico, delle automobili, delle vie della Città Vecchia e di quelle dei quartieri nuovi. Il sergente Julian annuiva senza aggiungere granché, concentrato sulla strada che conduceva a Prinzregentenstrasse. Quando infine svoltò a sinistra sulla grande via imperiale, una delle ultime progettate dal compianto re Ludwig, davanti ai loro occhi, in lontananza, comparve l’Angelo della Libertà. La statua dorata, che vegliava su Monaco dall’alto di una colonna in riva all’Isar con le ampie ali spiegate, sembrava in cammino verso il centro, ormai a un passo dal raggiungerlo. Chissà, si domandava sempre Sauer, se chi l’aveva pensata, scolpita e poi piazzata su quella colonna aveva mai ragionato sul significato che finiva per assumere una Libertà irraggiungibile eternamente ferma oltre le mura della città.

   La strada, passato il ponte, si impennava per raggiungere la statua, che aggirava con una larga curva alberata prima di spuntare in Europaplatz. Lì iniziava Bogenhausen, un quartiere ricco, elegante e appassionato d’arte, motivo per cui non sorprendeva che a metà del lungo viale che stavano percorrendo si ergesse il Teatro d’arte drammatica, affacciato su una piazza circolare costellata di tigli e chiusa da una teoria variopinta di palazzi. Sauer non conosceva bene la zona, non passava mai in quella parte della città, ma quando vide che Julian iniziava a rallentare si guardò intorno in cerca di una targa che gli dicesse dove si trovavano.

   Solo dopo aver letto il nome della piazza si accorse del piccolo drappello di uomini in marrone che sostava davanti a un palazzo d’angolo. Allora con un brivido alla schiena capì dove li stava mandando Tenner, a chi apparteneva la casa in cui era morta la ragazza e per quale motivo ci si aspettava che indagassero in fretta e con discrezione.

   Tutti, a Monaco, conoscevano quell’indirizzo.

   Prinzregentenplatz numero 16.

   Il palazzo in cui abitava il leader del Partito nazionalsocialista dei lavoratori, Adolf Hitler.

3

Non appena Julian ebbe accostato al marciapiede, tre miliziani in divisa marrone si staccarono dall’ingresso del palazzo, che piantonavano con solennità marziale, e si mossero verso l’automobile. «Guai in arrivo» disse il giovane, lasciando il motore acceso.

   «Coglioni in arrivo» lo corresse Mutti mentre saltava giù dal predellino.

   Sauer lo imitò. «Vai a parcheggiare in un posto più tranquillo» disse a Julian.

   La piazza, coperta per metà dall’acciottolato, era affollata di coppie eleganti che passeggiavano senza fretta sotto il sole smagliante. In strada sfrecciavano decine di automobili scoperte e un tram, uno dei tanti diretti a Marienplatz o al Theresienwiese, arrivava sferragliando, pronto a raccogliere le famiglie vestite in abiti tradizionali che si preparavano a raggiungere i tendoni dell’Oktoberfest. Una giornata di festa per tutti, pensò Sauer, tranne per noi. Tranne per i morti e per chi deve prendersene cura.

   «Buongiorno» li salutò uno degli uomini in marrone, con cortesia inattesa. Le SA erano famose per molte cose – obbedienza, disciplina, brutalità – ma non per le buone maniere. «I commissari Forster e Sauer?»

   Sauer si accigliò. Mutti lo guardò negli occhi, mostrando la sua stessa perplessità.

   «Vi aspettavamo» disse l’uomo in marrone tendendo una mano. «Rainer Hartmann, della guardia personale di Herr Hitler. Sarò io a farvi strada. Venite.»

   Dopo aver stretto la mano di Hartmann senza grande convinzione, Mutti e Sauer lo seguirono verso il palazzo. Era un edificio imponente, cinque piani di intonaco grigio-rosa sormontati da un ripido tetto color ardesia con abbaini a due finestre che ricordavano i timpani dei templi antichi. La facciata correva per quasi cento metri fra Prinzregentenplatz, dove si apriva il grande ingresso ad arco guardato a vista dalle SA, e l’inizio di Grillparzerstrasse, cui regalava il suo scorcio più originale: due bovindi ottagonali che si sviluppavano come torri all’esterno del palazzo, uniti da tre lunghi balconi in muratura. Sauer poteva immaginare facilmente un politico arringare la piazza da quei balconi, e non dubitò neanche per un istante che Herr Hitler abitasse in quella parte del palazzo.

   «Venite» ripeté Hartmann quando le altre SA si fecero da parte e lasciarono libero il passaggio.

   «Ma ci abita solo il vostro capo?» chiese Mutti.

   «No no» rispose l’altro. «È uno stabile di appartamenti. Oltre a quello di Herr Hitler, che è il più grande, ce ne sono altri sei. Uno al primo piano, due al terzo e due al quarto, più un grande attico. Tutte famiglie di un certo livello» aggiunse con orgoglio.

   L’ingresso, dopo l’imponenza della facciata, deludeva le aspettative. Dove ci si sarebbero aspettati marmi, stucchi o quantomeno pannelli di legno nobile si trovava una scala condominiale con gradini di pietra fiancheggiata da banali piastrelle smaltate di una tonalità ospedaliera, grigie con motivi ricorrenti di un verde malaticcio. In cima alla prima alzata di gradini, una debole lampada elettrica illuminava la guardiola del portinaio, chiusa per festa con un cartello scritto a mano che augurava a tutti un «buon Wies’n», e la gabbia metallica dell’ascensore, che al momento non era al piano. «Di qua» disse Hartmann, e con passo energico imboccò la scala che si avvolgeva intorno alla gabbia, salendo verso gli appartamenti in una penombra confortante.

   «Dopo di voi» disse Mutti piegandosi in un ampio inchino e sventolando il suo cappello.

   Sauer inarcò un sopracciglio. «Fumi troppo, amico mio. Non hai più fiato.»

   «Se non fumassi» rispose l’altro, «non avrei respiro. Un uomo deve concedersi almeno un vizio.»

   Scuotendo la testa, Sauer seguì Hartmann su per i gradini che, con stupore, scoprì passare dalla pietra chiara dell’ingresso a un legno scuro ricco di echi. I passi dei tre uomini, moltiplicati dalle scale, sembravano quelli di un plotone.

   Sul primo pianerottolo, illuminato da una finestra dal vetro opaco, si apriva un unico portone. Davanti alla soglia c’era un tappeto spesso e decorato con motivi raffinati; il legno era massiccio e lucido di cera; sul campanello non compariva alcun nome. Decisamente una famiglia di un certo livello, o che voleva passare per tale.

   Raggiunto il secondo pianerottolo, Hartmann bussò sul portone a due battenti. Mentre aspettavano che si aprisse, Sauer buttò un occhio fuori dalla finestra. Il palazzo aveva un cortile interno in comune con gli edifici adiacenti, che tutti insieme costituivano un anello oblungo e perfettamente sigillato. Dall’esterno il cortile non doveva essere nemmeno indovinabile.

   «Bello» disse Mutti arrivando al suo fianco con il fiatone. «Un giardino segreto.»

   Sauer annuì. Indicò un punto al centro del verde. «Suddiviso con le siepi. Ognuno il suo, ma a prima vista indiviso.»

   «Come la Germania» scherzò l’altro, e gli diede una pacca sulla spalla. «Andiamo.»

   La porta era stata aperta, e Hartmann si era già infilato nell’appartamento. Sauer si affrettò: nessuno doveva entrare nel luogo del delitto prima della polizia. Ma poi si ricordò che la chiamata era giunta al Comando quasi un’ora prima. Chissà quanta gente era già stata in quell’appartamento.

   Sospirò, si infilò nell’ingresso.

   «Vuole lasciarmi il soprabito?» chiese una voce sottile alla sua destra. Sauer si voltò e vide, seminascosta dal battente aperto, una donna sui quarant’anni vestita di nero da capo a piedi, tranne che per un grembiule e una specie di crestina, entrambi bianchi. I capelli erano più grigi che biondi, e il volto terreo come quello di un malato. Ai lati del naso, sottile e aggraziato, due occhi color acciaio erano conficcati in profonde occhiaie. «Anni Winter» si presentò la donna. «Sono la governante di Herr Hitler. Vuole favorire?» aggiunse allungando le mani verso il soprabito.

   Sauer arretrò di un passo. «No, la ringrazio. Ho le tasche piene di cose utili, meglio se lo tengo indosso.»

   «Anche io» disse Mutti, che non indossava soprabiti.

   «Venite» li esortò Hartmann, in piedi al centro del lungo vestibolo che si sviluppava verso destra e verso sinistra.

   «Un attimo» disse Sauer, e si soffermò a valutare l’ingresso. Sul luogo del delitto, amava ripetere ai colleghi con i quali gli capitava di lavorare quando Mutti non era disponibile, la prima cosa da studiare non è il delitto, ma il luogo. Molto spesso le soluzioni di casi anche complessi non derivano dalla logica, ma dalla planimetria.

   Era un appartamento grande, a istinto avrebbe detto sette-otto stanze, anche di più se la servitù viveva in casa. Dall’ingresso, ampio e arredato con un canapè in stile imperiale che lo faceva assomigliare alla sala d’attesa di un medico facoltoso, si capiva che tipo di uomo voleva sembrare Herr Hitler: tappeti di buona fattura, spessi e ben tenuti; un dipinto ogni metro di parete, con regolarità geometrica; sculture classiche negli angoli e persino un busto di fronte al portone.

   «Wagner» disse Mutti, con un tono di voce che sembrava un giudizio definitivo, e non favorevole.

   Di fianco al busto del compositore si trovavano un telefono in bachelite nera e una specchiera a tutta altezza ornata di riccioli dorati, un tocco che Sauer non si sarebbe aspettato nella casa di un politico eversivo e populista. Ma probabilmente era questo l’effetto ricercato.

   L’unica porta che si intravedeva dall’ingresso doveva condurre al salone. Ora era chiusa, ma l’ampiezza dei battenti e l’assenza di cardini spinsero Sauer a immaginare che fossero scorrevoli. Se la finestra sul giardino era alle loro spalle, allora Prinzregentenplatz doveva trovarsi oltre quella porta. Un salone, sì, e molto luminoso.

   Si riscosse dai suoi ragionamenti. «Scusate. Possiamo andare.»

   Hartmann approvò con un cenno del capo. «Di qua», e li condusse verso sinistra, dove il vestibolo si trasformava in una sorta di anticamera, di nuovo arredata con poltrone, dipinti e statue, prima di interrompersi in una porta chiusa. Alla loro destra una seconda porta semiaperta mostrava uno scorcio di scaffali zeppi di libri. Probabilmente uno studio.

   Hartmann bussò alla porta chiusa che dopo pochi secondi si aprì di uno spiraglio, mostrando il volto serio di un uomo in età. Aveva capelli molto radi, eleganti baffi bianchi e sul naso un paio di occhiali tondi che gli davano l’aria di un nonno burlone. Quella mattina, però, non doveva avere molta voglia di scherzare. «Dimmi» comandò con tono duro.

   «Sauer e Forster, della polizia» rispose Hartmann indicando con un pollice gli uomini alle sue spalle.

   Il nonno burlone alzò gli occhi su di loro e, dopo averli osservati un istante con freddezza, annuì. La porta si aprì del tutto.

   Dall’altra parte, il vestibolo si restringeva di colpo e diventava uno stretto corridoio lungo una decina di metri su cui affacciavano ben cinque porte, tre a sinistra e due a destra. Il pavimento, che nell’ingresso e nel vestibolo era di marmo scuro, si trasformava qui in un allegro mosaico di ceramica smeraldo, una scelta inconsueta per un appartamento signorile, ma non per i locali destinati a servizi e domestici. Anche senza aprire tutte le porte era intuibile cosa avrebbero trovato in quell’ala della casa: dispensa, cucina, di sicuro un bagno, forse le stanze della servitù. La porta a cui aveva bussato Hartmann serviva a isolare le due parti della casa, i due mondi agli antipodi che la abitavano.

   «Il corpo è da questa parte» disse l’uomo con gli occhiali rotondi. «Seguitemi.»

   «Ma non ci siamo presentati» protestò Mutti. «Cioè, voi sembrate sapere chi siamo noi, ma noi…»

   «Franz Xaver Schwarz» rispose l’altro all’istante, come se avesse il colpo in canna e un grilletto molto sensibile. Non accennò ad allungare la mano, anzi si tenne a distanza, come se Mutti e Sauer non fossero ufficiali di polizia ma soggetti infetti.

   «Ed è il… maggiordomo?» azzardò Mutti. L’uomo che aveva di fronte era vestito con eleganza e si muoveva con la sicurezza di uno che conoscesse molto bene l’appartamento, e il proprio ruolo in esso.

   Schwarz la prese per una battuta, anche se i suoi occhi rimasero glaciali. «Lavoro per Herr Hitler, ma non in questa casa. Sono il tesoriere del Partito. Mi occupo di amministrarlo per conto del nostro Führer.»

   Nell’istante di silenzio che seguì, dovette accorgersi anche lui che si trattava di una risposta incongrua: a meno che il cadavere nella stanza non appartenesse finanziariamente al Partito nazionalsocialista, che ci faceva lì il tesoriere dell’NSDAP?

   «Non abbiamo lasciato entrare nessun altro» continuò voltandosi verso l’ultima porta sulla destra del corridoio. Poi mise una mano sulla maniglia e dopo un attimo di esitazione, come un attore che si prepari a entrare in scena, la aprì.

   L’odore del sangue riempì le narici di Sauer. Per quanto vi potesse essere abituato, con tutti quegli anni in polizia e prima ancora la guerra – la maledetta guerra nelle trincee fianco a fianco con compagni morti che non potevi neanche tumulare –, ogni volta che avvertiva il tanfo metallico e dolciastro prodotto dal sangue sparso in grandi quantità il suo stomaco si contraeva come uno spillo, e la fronte gli si copriva di sudore freddo. Doveva essere un istinto animale, primordiale: c’è sangue a terra, fuggi, il lupo.

   Si fece forza: Schwarz era scomparso all’interno della stanza, Hartmann era rimasto indietro, probabilmente senza il permesso di entrare, e Mutti non avrebbe mai sopravanzato il collega, che anche se più giovane aveva un grado superiore. Toccava a lui fare il passo successivo. Allora sfilò un fazzoletto dalla tasca del soprabito, si asciugò la fronte madida ed entrò.

   Subito non registrò nulla della stanza: né la disposizione degli arredi, né la vista dalla finestra, né altro. Il corpo attrasse tutta la sua attenzione, annullando il resto.

   Era una donna. Si capiva dai capelli lunghi e curati, di un colore castano che sotto i raggi del sole poteva apparire biondo, e dalla pelle liscia e glabra delle caviglie, che spuntavano pallide da sotto la gonna a tutta lunghezza. Per il resto, oltre ai vestiti, si vedeva poco: il cadavere era rivolto faccia a terra, i piedi verso la porta e la testa verso la finestra, nel centro esatto della stanza. Il braccio sinistro era ripiegato sotto il corpo. Il destro invece era steso in avanti, leggermente piegato, il palmo posato su un tappeto verde lambito ma non toccato dalla pozza di sangue che si allargava intorno alla donna come ceralacca. Il sigillo della morte, pensò Sauer.

   «Non vi siete avvicinati. Bravi» commentò Mutti alle sue spalle. Era rivolto a Schwarz, che allargò le mani come a dire: «Per chi ci avete preso?»

   «Guarda» continuò Mutti, questa volta parlando con Sauer. «La pozza di sangue è intatta. Nemmeno una sbavatura. Nemmeno un’impronta.»

   L’altro annuì. Il suo sguardo iniziava ad allargarsi, e risalendo dal braccio scoperto alla mano e oltre finì per fermarsi sulla responsabile di quel disastro: sopra il tappeto era disposto un divanetto, e sopra il divanetto, rivolta verso la parete e fuori asse rispetto al corpo a terra, si trovava una pistola.

   Strano, pensò Sauer, ma non disse nulla. Per ora doveva limitarsi a osservare.

   Schwarz si schiarì la voce. «Quando hanno aperto la porta e l’hanno vista a terra a quel modo hanno capito subito che era morta da diverse ore. Winter, il marito della governante, ha servito in guerra, sa riconoscere un caso perso, e ha avuto il sangue freddo di richiudere la stanza e telefonarvi.»

   «Che ore erano?» chiese Mutti. Tirò fuori un bloc-notes e una penna, come uno di quei reporter nei suoi amati film americani.

   «Le dieci e un quarto» rispose il tesoriere, ancora una volta troppo rapidamente, come se le risposte fossero già tutte allineate sulla pista di lancio e la pazienza di attendere il loro turno fosse sempre al limite.

   «E chi è stato a trovarla?»

   «Georg Winter ha forzato la porta. Con lui c’erano la moglie, che è la governante, una subaffittuaria di Herr Hitler, Maria Reichert, e un’altra donna di servizio di cui non ricordo il nome.»

   «Nessun altro?»

   «Nessun altro. Ho chiesto loro di rimanere a disposizione, aspettano in cucina di essere convocati.»

   «E lei?»

   «Io?»

   «Da quanto è qui? Chi l’ha chiamata?»

   «Herr Hitler è via per questioni di lavoro. Dopo aver telefonato alla polizia i signori Winter hanno pensato fosse il caso di avvertire anche noi. Sono venuto appena ho saputo, in rappresentanza del Partito.»

   Sauer intanto si era chinato a terra, attento a non toccare nulla, a non spostare nulla. Con gli occhi all’altezza del cadavere si mise a soffiare sul sangue. La superficie non si increspò. Era solido ormai. Se la porta era stata forzata alle dieci e un quarto, non c’era davvero più nulla da fare per la ragazza, che doveva essere spirata molto prima, probabilmente nella notte.

   «E il padrone di casa è stato informato?» stava chiedendo il suo collega.

   «Non del tutto» rispose Schwarz.

   Sauer si ritirò in piedi, si voltò verso il tesoriere. «Non del tutto?»

   «Naturalmente abbiamo dovuto avvisarlo che è accaduto qualcosa a sua nipote. Le è molto affezionato e proprio per questo, capirete bene, non potevamo dirgli al telefono cos’è successo esattamente. Ora sta tornando in città, dovrebbe essere qui entro l’una.»

   «Bene» concluse Mutti. «Così conosceremo anche lui.»

   Sauer fu percorso da un altro brivido, che per fortuna nessuno notò. Tornò a guardare la stanza, vedendola appieno per la prima volta: era un ambiente grande, con un solo ingresso e una sola finestra, ma molto ampia. Il soffitto misurava almeno tre metri e mezzo, e la luce di Prinzregentenplatz non trovava grande resistenza, con le vetrate a piombo che coprivano quasi per intero la parete corta. Sotto i suoi raggi, appena attenuati da un tendaggio di lino a motivi floreali, si allineavano un divanetto a due posti, una cassapanca in stile salisburghese, un letto singolo perfettamente in ordine, un cassettone rustico e un grande armadio dipinto. L’unico piano d’appoggio era rappresentato da un tavolino proprio sotto la finestra, sgombro di libri, riviste o altri oggetti con l’unica eccezione di una lettera e di un calamaio con penna.

   Sauer si voltò verso Mutti, il quale stava guardando nello stesso punto, e pensando la stessa cosa. Con due passi scavalcò il cadavere e raggiunse la lettera. Fu una delusione scoprire che non si trattava di un messaggio da suicida, ma solo di una lettera interrotta a qualche conoscente: 

     Quando verrò a Vienna – spero molto presto – andremo in auto insieme a Semmering e 

   «Che ci fate qui dentro?» tuonò una voce alle sue spalle. «Ditemi che non avete mosso il corpo!»

   «Dottor Müller!» esclamò Mutti. «Stia tranquillo. Abbiamo fatto proprio come fa lei con sua moglie: non abbiamo toccato nulla.»

   Sauer staccò gli occhi dalla lettera e li portò sul nuovo arrivato, un omone largo e alto come la porta che per forma fisica e foltezza della chioma si sarebbe detto sulla cinquantina e invece, con immancabile stupore di chi lo scopriva, andava ormai per i settanta. Altrettanto sorprendente del suo aspetto era il buonumore, che molti trovavano poco consono a un medico dei morti.

   «Mia moglie, caro Forster, aspetta sempre di conoscere la tua per darle qualche consiglio» disse Müller avanzando verso il cadavere e posando a terra una borsa di pelle nera a soffietto. «La povera Lina, la chiama. Se vuoi posso darle qualche dritta anche io.»

   «Oh no, grazie» rispose Mutti. «L’ho scelta più giovane perché mi sopravviva. Non vorrei rimanere fregato.»

   Sauer gettò un occhio a Schwarz, che in piedi sulla soglia della stanza sembrava giudicare il siparietto con poca benevolenza. «Tranquillo, Müller. Siamo appena arrivati e non abbiamo nemmeno sfiorato il corpo.»

   «Che apparteneva a…?» chiese il medico inginocchiandosi di fianco al cadavere come aveva fatto Sauer poco prima.

   Ci fu un attimo di silenzio.

   «Angela Maria Raubal» rispose Schwarz. «Detta Geli. Nipote prediletta di Herr Hitler, il leader del…»

   Müller sollevò una mano senza distogliere gli occhi dal corpo. «È sufficiente, grazie.» Poi abbassò il tono della voce e ripeté il nome della ragazza con dolcezza, come un padre che al mattino presto cerchi di svegliare la figlia addormentata. «Geli…»

   «Da quanto è morta secondo te?» chiese Mutti, sempre con il suo bloc-notes in mano.

   «Prima magari appuriamo come è morta, che dici?» ribatté il medico legale. Si rialzò. «Datemi una mano. La giriamo.»

   «Senza fotografarla?» chiese Sauer.

   Müller non rispose. Si puntò con i piedi al limite della pozza di sangue, infilò le mani guantate sotto le ascelle del cadavere e aspettò che Mutti lo afferrasse per le caviglie. Poi annuì. «Al mio tre. Uno… due…»

   Con uno scricchiolio sinistro, come una scarpa che si scolla da un pavimento appena cerato, il corpo di Geli Raubal fu staccato da terra. Sauer si aggiunse a Mutti e Müller, tenendo ferma la testa della ragazza, e insieme, goffamente, riuscirono a voltarla e a riadagiarla sulla schiena.

   Quando si raddrizzarono per prendere fiato, Mutti fu il primo a mettere a fuoco il cadavere, il primo ad accorgersi del suo volto.

   «Cristo santo» disse allora, distogliendo lo sguardo.

4

Nessuno, vedendo come era ridotto il suo viso dopo la morte, avrebbe potuto stabilire se da viva Geli Raubal fosse stata una bella ragazza oppure no. Che era alta e prosperosa sì, e anche che si dedicava una certa cura, testimoniata dalle unghie perfette e dalle lunghe ciglia arricciate intorno agli occhi grigio chiaro, ma i suoi lineamenti erano imperscrutabili. I capelli incrostati di sangue, la fronte lacera, le labbra bluastre, il mento fessurato al punto da mostrare il bianco dell’osso, gli zigomi lividi e gonfi fino a confondersi con il naso, che sembrava rotto e schiacciato sulla punta… Una volta Sauer era stato picchiato da tre balordi in un vicolo di Amburgo, e nonostante fosse rimasto a terra con il naso che sanguinava come un rubinetto, entrambi gli occhi neri e una commozione cerebrale per cui aveva passato due settimane in ospedale, allo specchio aveva mostrato una faccia migliore di quella della povera ragazza riversa sul pavimento nel suo bell’abito lungo, un tempo verde smeraldo e ora nero di sangue.

   «Cristo santo» ripeté Mutti, seduto sul letto intatto. Il commissario aggiunto non era un novellino, nei suoi anni di servizio aveva visto di tutto, ma ora sembrava incapace di tenere gli occhi sul cadavere per più di pochi istanti. Sauer lo conosceva abbastanza da immaginare il motivo: il suo amico aveva due maschi e una femmina, Karoline. Un padre non accetta facilmente la morte di chi potrebbe essere suo figlio.

   Chino di fianco al corpo, Müller era impegnato a tastare il volto della defunta con le dita guantate. In certi punti premeva con forza, in altri palpava delicatamente, in altri ancora passava il dorso della mano sulla pelle in una sorta di carezza. Un insieme di gesti all’apparenza casuali, ma grazie ai quali Herr Doktor, dall’alto della sua esperienza quarantennale, avrebbe stabilito i due punti di partenza dell’indagine che li attendeva: causa della morte e ora del decesso.

   Da qualche parte in fondo al corridoio un telefono si mise a squillare. Passi affrettati, la cornetta che veniva sganciata, una voce di donna attutita dalla distanza e dall’occasione. Poi altri passi, in avvicinamento, e infine Anni Winter che faceva capolino sulla soglia. «Herr Schwarz» disse rivolta al tesoriere del Partito. «La vogliono al telefono.»

   Schwarz annuì, chiese scusa ai presenti e scomparve lungo il corridoio, seguito da Frau Winter, che non aveva guardato dentro la stanza nemmeno per un attimo.

   «Finalmente soli» disse Mutti alzandosi in piedi e riattivandosi all’istante, come se il tesoriere Schwarz avesse proiettato un campo magnetico capace di bloccare le sue funzioni vitali fino a quel momento. «Che ci puoi dire, Heinrich?»

   «Anzitutto» rispose l’anziano dottore, che era passato a tastare il collo e le spalle della morta, «non mi risulta di averti mai dato il permesso di chiamarmi per nome.»

   Sauer sbuffò: quei due stavano sempre a punzecchiarsi e rimbrottarsi, come una coppia di coniugi da operetta. Poi si ricordò della circostanza e tornò serio.

   «In secondo luogo» continuò Müller estraendo dalla sua borsa a soffietto un involto di stoffa, «senza un’autopsia sarà difficile darvi certezze, lo sai anche tu.» Srotolò la stoffa e ne estrasse due pinzette metalliche che avvicinò alla camicia della ragazza, inzuppata di sangue rappreso. Con gesti precisi e delicati iniziò a sbottonarla. «Comunque, la causa probabile della morte è questa» continuò divaricando i lembi della camicia fino a mostrare le clavicole e il petto della giovane. Al centro, appena sopra l’orlo della canottiera leggera, si trovava un foro circolare chiuso da un grumo di sangue. «Un colpo singolo all’altezza del cuore.»

   «Suicidio?» chiese Sauer gettando un occhio alla pistola sul divanetto.

   Müller annuì. «Probabile anche questo, ma vi saprò dire meglio dopo averla spogliata. A giudicare dall’area intorno al foro, la pistola non è stata appoggiata al petto prima di fare fuoco. Il colpo deve essere partito da una certa distanza, almeno trenta centimetri, o ci sarebbero segni di ustione sulla pelle o di bruciatura sui vestiti. È caduta in avanti, non indietro, segno che si è sparata dall’alto verso il basso. Non è morta all’istante, ha avuto il tempo di lasciar cadere la pistola sul divano.»

   Sauer cercò di immaginare la dinamica, ma non era facile: di solito i suicidi si sparavano in bocca, o alla tempia, e tenendo l’arma appoggiata al corpo, non a distanza.

   «Non potrebbe essersi sparata da seduta?» chiese Mutti.

   Müller si voltò a guardarlo con un’espressione indefinita. «Non sarebbe distesa con la testa verso il divano, ti pare? Sarebbe caduta all’indietro. No, la pistola deve aver fatto fuoco verso il pavimento, spingendo il corpo verso il basso. La ragazza è rimasta in piedi qualche istante, poi è crollata in avanti. Una volta trovato il foro d’uscita potrò calcolare con precisione angolazione e traiettoria dello sparo, ma vedrete che è andata così.» Tornò a rivolgersi verso Geli. «Sulla schiena del vestito non ho notato lacerazioni, anche se per com’è ridotto si capisce poco. Trovare il proiettile sarebbe utile, ma potrebbe anche essere rimasto all’interno del corpo.»

   Sauer diede una rapida occhiata circolare alla stanza senza notare nulla di particolare. La avrebbe esaminata meglio più tardi.

   Il dottore estrasse dalla sua borsa una bustina di plastica trasparente. «Forster, potresti raccogliermi la pistola? Usa un fazzoletto e metti tutto qui dentro» disse porgendogliela.

   Mutti la afferrò e scavalcò il cadavere per recuperare l’arma. «Una Walther 6.35» considerò a mezza voce, come se gli altri presenti non l’avessero riconosciuta a prima vista. «La preferita di miliziani e piccoli criminali, sempre che esista una distinzione fra le due categorie.»

   Müller intanto era passato a palpare il braccio steso, risalendo dalla spalla alla mano aperta. Per quanto si sforzasse, non riuscì a piegarlo che di pochi gradi. «Il rigor mortis è subentrato da parecchio» disse.

   «Se ti dovessi sbilanciare indicando un lasso di tempo?»

   «Dieci ore? Dodici?» rispose il medico.

   «Quindi tra mezzanotte e l’alba» calcolò Mutti.

   «E la morte potrebbe essere avvenuta tra le dodici e le diciotto ore fa. Ma non scriverlo sul tuo bloc-notes. Fino a quando non avrò aperto questa povera ragazza…»

   «… Non avremo certezze, sì. Abbiamo capito.»

   «Quanto all’aspetto fisico del cadavere» riprese Müller, come se non fosse mai stato interrotto, «non c’è bisogno di immaginare chissà cosa per spiegare il colorito e i traumi sul volto. Se dopo lo sparo la ragazza è caduta in avanti a peso morto, l’impatto si sarà concentrato su fronte, naso e mento, i punti più danneggiati. Aggiungete un certo numero di ore a faccia in giù, con il viso schiacciato contro il pavimento, e la formazione naturale di macchie ipostatiche intorno agli occhi e sugli zigomi, ed ecco il perché di questo scempio.»

   «Quindi un quadro compatibile con il suicidio» disse di nuovo Sauer.

   Müller annuì ricomponendo i lembi del vestito sul cadavere.

   Schwarz tornò in quell’istante. Era contrariato, glielo si leggeva chiaramente in faccia. «Mi dispiace ma Herr Hitler non arriverà per l’orario previsto.»

   «E come mai?» chiese Sauer, sollevato.

   «Quando ha saputo della notizia si trovava a Norimberga e si è messo subito in auto per tornare in città, ma l’autista ha corso troppo e una pattuglia della stradale li ha fermati a Ebenhausen. Pare andassero molto al di sopra del limite, così sono stati portati alla centrale di Ingolstadt per firmare un verbale di contravvenzione.»

   «D’accordo» rispose Mutti, «ma Ingolstadt è a un’ora e mezzo da Monaco, ad andare piano. Se non arriva all’una sarà comunque qui per le due. Possiamo aspettare.»

   Schwarz scosse la testa. «Herr Hitler non verrà qui nemmeno per le due. Alla centrale di Ingolstadt lo hanno aggiornato sulle condizioni della nipote. Ora è comprensibilmente sconvolto, e ha deciso che una volta in città si fermerà a casa di amici per riprendersi dallo shock. Forse nel pomeriggio sarà disposto a parlare con voi, se lo riterrete necessario.»

   «Che dici?» chiese Mutti rivolto al collega. «Lo riterremo necessario?»

   Sauer cercò di rispondere obiettivamente, senza lasciarsi traviare dal suo desiderio di evitare l’incontro. «Se al momento dell’incidente era fuori città non è obbligato a sottoporsi a un interrogatorio, ma la ragazza è morta nel suo appartamento, e lui era un famigliare stretto…»

   «Vedremo quello che si può fare» concluse Schwarz.

   «Basta» disse Müller tirandosi in piedi a fatica e sfilandosi i guanti di lattice con due schiocchi sonori. «Devo portarla via, per saperne di più ho bisogno dei miei strumenti. Avete altri rilievi da fare sul corpo?»

   «Direi di no» rispose Sauer. «Tu?» chiese a Mutti.

   «No. Anzi. Prima la sposti e meglio è. Dobbiamo perquisire la stanza, ma con lei lì a terra non sarei in grado.»

   «Mammoletta» disse Müller. «Allora chiamo per organizzare il trasporto. Ma prima, se non vi spiace, faccio qualche foto» e dalla borsa a soffietto estrasse un apparecchio compatto che sembrava appena uscito dalla confezione.

   «È una Leica, quella?» chiese Mutti.

   «Che occhio, commissario Forster.»

   «E che ne è stato della Rolleiflex?»

   «Troppo vecchia» rispose Müller. «E troppo lenta. Mia moglie ha pensato che di vecchi e lenti bastavo io, così mi ha regalato questa per il nostro anniversario. Adesso, prima che tu faccia qualche stupida battuta su Margarethe, io qui dovrei lavorare. Da solo.»

   Sauer lanciò un’ultima occhiata alla povera Geli Raubal, che fissava gli stucchi del soffitto con un’espressione sconcertata ormai definitiva. «Ci pensi tu a chiuderle gli occhi?»

   «Naturalmente.»

   Mutti sospirò, poi si voltò verso Schwarz, dritto in piedi sulla soglia della stanza: «Andiamo a interrogare la servitù. Fa lei le presentazioni?»

   Schwarz annuì, e senza perdere tempo si staccò dalla porta e scomparve nel corridoio.

   «Peccato che non sia il maggiordomo» disse Mutti precedendo Sauer fuori dalla stanza. «A me sembra portato.»  

«Sono impiegato presso Herr Hitler come amministratore della casa» disse l’uomo che rispondeva al nome di Georg Winter. «Lavoro per lui da due anni, da quando ha preso in affitto l’appartamento. Herr Hitler è un buon padrone, esigente ma non difficile da servire. Non so di che partito siate voi, ma secondo me…»

   «Non parliamo di politica, Herr Winter, le spiace?» lo interruppe Sauer. «Si attenga ai fatti in questione. Ci interessano l’ora in cui avete scoperto il corpo della signorina Raubal e tutti i dettagli che riesce a ricordare sulle circostanze del ritrovamento.»

   Winter annuì. La luce del cortile, entrando dalla finestra aperta della cucina, spianava le rughe che i suoi cinquantadue anni gli avevano scolpito sul viso. Era un bell’uomo, alto e dal portamento fiero, con i capelli corvini tagliati corti, alla militare, e un pizzetto curatissimo, probabilmente tinto. Quando Schwarz l’aveva convocato per l’interrogatorio della polizia si trovava nella dispensa, la prima stanza all’ingresso del corridoio, quindi a pochi metri dal cadavere. Stava facendo l’inventario del cibo rimasto, un modo per scacciare la tensione e non pensare a ciò che era successo nella casa. Anche Sauer avrebbe preferito rintanarsi in dispensa a contare scatolette, in quel momento.

   «A che ora è entrato in servizio questa mattina?»

   «Alle 8.30, come sempre. Io e mia moglie viviamo a Maxvorstadt, a una mezz’ora di tram da qui. Dal lunedì al sabato usciamo di casa verso le 7.30, prendiamo il tram delle 7.38 e scendiamo alla fermata prima del teatro. Potremmo arrivare fino in piazza, ma ci piace fare due passi. Alle 8.20, massimo 8.25, siamo sotto il palazzo. Anni ha le chiavi, per cui non perdiamo tempo ad aspettare che ci aprano. Non ricordo una volta in cui siamo arrivati in ritardo.»

   «E fino a che ora rimanete?»

   «Di solito fino all’inizio della cena, intorno alle 18.30.»

   «Turni da dieci ore» commentò Mutti con un fischio. «E sei giorni su sette. Impegnativo.»

   Winter si strinse nelle spalle. «A noi piace lavorare. E a casa non abbiamo nessuno ad aspettarci.» Se c’era rammarico nell’appunto, né Mutti né Sauer lo avvertirono.

   «Dunque stamattina era qui alle 8.30. Herr Hitler si trovava in casa?»

   «Lo sa bene che non c’era. Mi fate domande trabocchetto? Il padrone è uscito ieri pomeriggio. Ha lasciato la città in auto per raggiungere Amburgo, dove oggi doveva tenere un comizio importante.»

   «E la nipote? L’avete incontrata a colazione?»

   «Non l’ho più vista dopo ieri pomeriggio. Quando il padrone è partito si è chiusa in camera sua e ci è rimasta fino all’ora in cui io e mia moglie abbiamo staccato. Dopo non so cos’abbia fatto. Quella ragazza era imprevedibile, pace all’anima sua.»

   Mutti continuava a segnare tutto sul suo bloc-notes. Imprevedibile, lesse Sauer con la coda dell’occhio. Pace all’anima sua.

   «D’accordo. Ci parli del ritrovamento.»

   «Sì. Certo. Stamattina alle 9.50, non vedendo la signorina Raubal né sentendo rumori provenire dalla sua stanza, mi sono trovato d’accordo con mia moglie che doveva esserle successo qualche cosa. La sua porta era bloccata, e la pistola di Herr Hitler, che era custodita nella camera padronale dentro un cassetto aperto, non era più al suo posto.»

   «Un attimo» lo interruppe Mutti. «La pistola di Herr Hitler, ha detto?»

   Winter lo guardò perplesso. «Sì, certo. Quella con cui la signorina si è sparata. Di chi pensavate fosse? Sua?»

   «Ricorda il modello?» chiese Sauer, la gola improvvisamente secca.

   «Una Walther 6.35. L’ho vista sul divanetto nella stanza in cui… insomma. Stamattina era là. È chiaro che l’ha prelevata dalla stanza di suo zio con l’intenzione di uccidersi.»

   «Quindi la ragazza aveva libero accesso alla camera di Herr Hitler.»

   «Naturalmente» rispose Winter.

   «E per quale motivo avete pensato subito a controllare se la pistola era al suo posto?» chiese Sauer guardandolo fisso negli occhi.

   Un clacson, un accenno di litigio giù in strada. «Presentimento» rispose l’altro, sostenendo lo sguardo, il volto immobile. «Sentivo che era successo qualcosa di terribile.»

   Mutti prese appunti, la penna che strideva graffiando il bloc-notes.

   «D’accordo. Eravamo rimasti a quando lei e sua moglie…»

   «… Abbiamo bussato più volte alla porta della camera della signorina Raubal, senza ottenere risposta. Eravamo abituati alle sue mattane, certi giorni poteva dormire fino alle tre di pomeriggio e chiedere la colazione alle quattro, ma ormai nessuno la vedeva da diciotto ore. Insomma, quando la cosa mi ha insospettito troppo, intorno alle dieci mi sono deciso e ho forzato la porta, che era chiusa dall’interno con la chiave infilata nella toppa.»

   «Non ha avvertito nessuno prima?»

   «No, certo» disse Winter inalberandosi all’istante. «Perché me lo chiede?»

   «Nulla. Per la precisione. Come ha forzato la porta?»

   «Con un cacciavite. L’ho ficcato tra lo stipite e il battente e ho fatto leva.»

   Sauer si appuntò mentalmente di controllare lo stato della porta appena terminati gli interrogatori. «E una volta aperto cos’ha visto?»

   «Cosa abbiamo visto. Con me c’erano anche mia moglie, la signora Reichert e Anna Kirmair. Quando la porta si è aperta sono entrato nella stanza e ho trovato la signorina Raubal stesa sul pavimento, ormai cadavere. Si era sparata.»

   «Ne è certo?»

   Winter si impettì. «Ho visto parecchie morti violente in vita mia, sa? Non sono sempre stato un amministratore. Tutto quel sangue, la pistola tata sul divanetto, la postura della ragazza… Ne sono certo: era morta da un pezzo, per mano propria.»

   «D’accordo» disse Mutti. «È una fortuna che la prima persona a raggiungere la scena sia stato lei, che è così esperto.»

   Il suo interlocutore lo guardò con un’espressione indecifrabile, a metà fra l’offeso e il diffidente.

   «Un’ultima domanda: per quale motivo, secondo lei, potrebbe averlo fatto? Perché in una così bella giornata una ragazza giovane, benestante e benedetta dall’affetto di uno zio amorevole avrebbe dovuto rubare una pistola, chiudersi a chiave in camera sua e uccidersi con un colpo al cuore?»

   Winter guardò un istante fuori dalla finestra gli alberi immobili nella luce della tarda mattinata, poi tornò nella cucina, di fronte ai commissari che lo osservavano in attesa. Con una smorfia triste, quasi addolorata, rispose: «Lo sanno tutti, il motivo, anche se non si può dire. La signorina Raubal era incinta, e non poteva tenere il bambino».

 

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L’autore

 Fabiano Massimi è nato a Modena nel 1977. Laureato in Filosofia tra Bologna e Manchester, bibliotecario alla Biblioteca Delfini di Modena, da anni lavora come consulente per alcune tra le maggiori case editrici italiane. L’angelo di Monaco è stato l’esordio italiano più venduto alla Fiera di Londra 2019.

 

 

 

 

  •  L’ angelo di Monaco
  • Fabiano Massimi
  • Editore: Longanesi
  • Collana: La Gaja scienza
  • Anno edizione: 2020
  • In commercio dal: 2 gennaio 2020
  • Pagine: 496 p., Rilegato

Acquista € 15,30

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