L’angoscia è uno stato psichico cosciente, caratterizzato da ansia e apprensione verso un qualcosa di indeterminato

L’ANGOSCIA:

UN BREVE EXCURSUS STORICO-SOCIALE

L’angoscia è uno stato psichico cosciente, caratterizzato da ansia e apprensione verso un qualcosa di indeterminato, a noi in qualche modo sconosciuto. È parte indiscussa dell’esistenza umana, da sempre condizionata dall’incertezza e dalla problematicità del suo essere nel mondo. L’angoscia è anche considerata uno dei sentimenti umani esistenziali più autentici, solitamente celata dietro gli innumerevoli diversivi, offerti dalla vita quotidiana. Una realtà, che nel momento in cui viene privata di questi diversivi, impalcature delle nostre personali sicurezze, comincia a vacillare, e a far emergere, dai meandri della nostra psiche, le più recondite angosce, che possono manifestarsi nei modi più disparati.

La vita, costante divenire verso l’ignoto, ha sin dai tempi di Adamo ed Eva, posto l’essere umano davanti ad una serie di scelte, per le quali, ogni cosa nel breve futuro, non sarebbe più stata la stessa. La vita è variegata, e ci riserva un ventaglio, più o meno ampio, di innumerevoli possibilità, verso le quali l’individuo potrebbe manifestare un possibile blocco decisionale caricato dal dubbio per tutto quello che potrebbe essere. Sì, perché, nell’affrontare una scelta, le incognite in gioco sono molto spesso davvero troppe, e valutarle bene, con tutti i pro e i contro del caso, non è del tutto sempre lineare e facile. L’esistenza pone quindi di continuo, ognuno di noi, di fronte all’ignoto. Un ignoto, che in qualsiasi modo, vogliamo da sempre comprendere e spiegare, in modo da controllarlo e non esserne succubi.

L’angoscia sin dall’antichità

A tal proposito, gli antichi greci, erano, infatti, soliti spiegare gli eventi naturali che li circondavano o li colpivano, attraverso il mito. Un modo molto semplicistico per dare forma e corpo a qualcosa di “trascendentale”, placando così tutte le possibili angosce verso il non conosciuto. Tutta la mitologia ha l’intento di spiegare il ruolo dell’uomo nel mondo, la sua posizione, ma soprattutto i suoi limiti, che non dovevano essere valicati, per non incorrere nell’ira degli dèi e della natura. A quest’ultima, infatti, gli uomini avevano accostato una divinità per ogni sua diversa manifestazione, che poteva renderla, a seconda del momento, benevola o malvagia, in relazione molto spesso ai comportamenti degli stessi uomini nei suoi confronti.

Pellegrino Tibaldi, «Nettuno e la nave di Ulisse», Palazzo Poggi, Accademia delle Scienze, Bologna
Karl Marx e la Bibbia

Attraverso i racconti mitologici, l’uomo riusciva a giustificare e a spiegare a modo suo, i fenomeni naturali, dandogli una personificazione e riuscendo a controllare tutto quello che non era in grado di gestire mediante una spiegazione razionale e scientifica. È su questa scia che poi le religioni, definite da Marx[1] l’oppio dei popoli”, hanno trovato forma e consenso. Marx fu uno di questi, anche se non condusse lui direttamente uno studio sulle religioni ma trasse ispirazione dal filosofo Ludwig Feuerbach, il quale scrisse un’opera dal titolo “L’essenza del cristianesimo”. Secondo il filosofo, la religione è un insieme di valori e idee costruite dagli esseri umani per cercare di darsi una spiegazione a tutto ciò che non comprendono, in primis la loro esistenza. Secondo Feuerbach, gli esseri umani considerano i valori religiosi come il prodotto di forze estranee a loro stessi, e questo ha creato una sorta di alienazione e un imprigionamento all’interno di credenze e norme non profondamente comprese. Un Dio riconosciuto come unico e supremo, dalle caratteristiche benevole, che ha “assoggettato”, nei secoli, il comportamento umano orientandolo verso il giusto, il retto e il sensato. Tutto il possibile, a questo punto, veniva consegnato nelle mani del governatore del cielo e della terra. Un vero salto nell’irrazionale e nel metafisico, per evitare, in modo perentorio, che la finita razionalità umana si cimentasse in profane e sfuggevoli spiegazioni. Le religioni, per Marx contengono un forte elemento ideologico, ovvero che i valori religiosi servono per giustificare le disuguaglianze e le disparità presenti nella società e portano i più deboli ad accettare senza ribellarsi la loro condizione di povertà e di ingiustizia. 

L’angoscia e la razionalità dall’illuminismo in poi

L’essere umano ha però una sua irrefrenabile indole che lo porta istintivamente a chiedersi, ad interrogarsi, al fine di placare la propria curiosità, e da questa riuscire a controllare tutto quello che lo circonda. Non riesce, per sua natura, a stare dietro le quinte, e ad accontentarsi, con la semplicistica rassegnazione che tutto è così com’è, perché voluto da Dio. Vuole comprendere, e con l’avvento dell’ Illuminismo, riesce a riappropriarsi di questa facoltà, grazie al pieno riconoscimento della ragione, caratteristica indiscutibile di tutti gli uomini, che messi al centro della società, possono, ognuno sviluppando le proprie potenzialità, contribuire come meglio possono. Il ragionamento, ben eseguito, può portare alla conoscenza in ogni campo dello scibile, ridando all’individuo pieni poteri su tutto.

La ragione si fa spazio tra le culture e i dogmi religiosi, reclamando la grandezza dell’oggettività del metodo scientifico. Ma nessun percorso è privo di intralci. Anche il ragionamento scientifico più sottile, può nascondere le sue potenziali falle, e di fronte all’inspiegabile, l’angoscia la fa di nuovo da padrona. Nel 1755, precisamente il 1° novembre, a Lisbona la terra cominciò a tremare e l’acqua inghiottì ogni cosa nelle vicinanze della costa. Di fronte ad una catastrofe così imponente, la grandezza dei lumi si perse e la finitudine umana si palesò senza riserve. Molti al riguardo scrissero in merito, interrogandosi su tutte le possibili spiegazioni. Rousseau, rispondendo ad un poema scritto in merito da Voltaire sostenne:

 

«MOSTRAVO AGLI UOMINI COME FINISSERO CON L’ESSERE LORO STESSI GLI ARTEFICI DELLE LORO DISGRAZIE E, DI CONSEGUENZA, INDICAVO LORO COME EVITARLE»[2].

Il filosofo dissociandosi da tutti coloro i quali volevano di nuovo riabilitare la trascendenza religiosa, parlò per la prima volta di Responsabilità Umana, che aveva sovraccaricato il suolo spagnolo di troppe strutture architettoniche.

L’angoscia limita l’uomo?

E se a posteriori si può sentenziare che ad ogni effetto corrisponde a monte una precisa causa, Rousseau sentenziò che nello specifico caso di Lisbona(1), non furono rispettate le adeguate regole costruttive. Asserire questo significò dare ancora una volta all’uomo la sua centrale posizione nel mondo. Aveva sbagliato, ma l’artefice era stato lui, con tutte le conseguenze del caso. E partendo da queste basilari considerazioni, l’uomo si è sempre più convinto, nel corso del tempo, di non avere limiti, e di poter raggiungere, attraverso lo studio affinato e specializzato, i più alti livelli di conoscenza possibili.

Disegno raffigurante il terremoto di Lisbona: si nota la presenza di un maremoto e il divampare delle fiamme. Wikipedia p.d.

Lo scibile finalmente cominciò a manifestarsi e a rendersi palese, soprattutto a tutte quelle menti che non volevano più spiegazioni effimere e aleatorie. Con l’avvento poi dell’industrializzazione(P.I.) e il consequenziale sviluppo del capitalismo, il motore del progresso si è messo in azione, ed ogni paese, a seconda delle proprie risorse e abilità, ha partecipato alla grande corsa “evolutiva” di questi ultimi due secoli. L’obiettivo però è stato poco universale, e per nulla proteso verso la crescita dell’intera umanità. L’unico vero scopo è stato quello di primeggiare sugli altri, per ottenere più profitti possibili. Il grande e vero supporto, in questa corsa, è stato dato dalla tecnologia, che ha concesso al mondo intero di avere tutto con un solo click. I tempi si fanno infinitesimali, e gli spazi si abbattono attraverso la rete web. Tutto è vicino. E niente sembra impossibile.

L’uomo di oggi, padrone di tutto, ma non delle sue angosce.

L’uomo è padrone dell’universo e tutto a lui in qualche modo si sottomette. La stessa terra gli incomincia a stare troppo stretta, tanto che pensa di poter andare su altri pianeti, valutando anche la possibilità di poterci vivere. Uno dei primissimi errori che però si è commesso, è stato quello di aver scambiato lo sviluppo tecnologico per progresso. Un paese altamente tecnologico non è sinonimo di civiltà e benessere. Se si è spinti solo verso il puro e sterile guadagno personale, non si può nello stesso tempo garantire la crescita dell’intera umanità. Tutto all’opposto. Per ottenere io, devo togliere agli altri.

Ed è proprio in questi momenti che gli ingranaggi del sistema cominciano a saltare, e le falle si dilatano a dismisura. Sono questi i momenti da temersi, quelli che fanno la storia. Quelli in cui le difese sono basse, e la sicurezza che si prova, ci rende poco attenti verso tutti i possibili pericoli. E poi, quali sono i pericoli? Quando si pensa che tutto va bene, non li mettiamo neanche in conto. Sono tutti parametri aleatori. Eppure, all’improvviso si palesano. Cosa si è sbagliato? Come si è potuto non considerare un parametro così devastante? Basterebbe, solo concludere, che eravamo intenti a guardare da un’altra parte. Ma, la paura in pochissimo tempo ci assale. Anche perché ci si rende subito conto che le risorse e i mezzi a nostra disposizione non sono sufficienti a gestire e risolvere il problema.

In fondo siamo come gli antichi greci

Ma quale problema? Come gli antichi greci ci ritroviamo di colpo a fare i conti con un qualcosa che non conosciamo, che ci è ignoto, e non sappiamo né controllarlo né gestirlo. Quanto vorremmo un deus ex machina, che ci risolva improvvisamente tutto. Non lo abbiamo però, e la paura ben presto si trasforma in angoscia. Sì, perché quando ci si trova difronte a qualcosa di oscuro, si entra nella sfera dell’indeterminato, e il nichilismo umano[3] si manifesta in tutte le sue sfaccettature, paralizzandoci e rendendoci del tutto impotenti. Di colpo non riusciamo neanche a fare le cose più basilari. Le più grandi menti, attive fino al giorno prima, implodono su se stesse, credendo di non potercela in alcun modo fare. Sembra davvero assurdo, eppure l’irrompere di questo virus sulla scena mondiale, ha fatto emergere tutte le fragilità e i limiti dell’essere umano.

Apparizione di un personaggio divino ex machina in una rappresentazione della Medea di Euripide al teatro greco di Siracusa. Wikipedia p.d.

Paesaggio con caduta di Icaro, Carlo Saraceni

Come degli Icaro dei nostri tempi, abbiamo volato troppo in alto, senza però pensare ad una rete di salvataggio, se le cose non fossero andate così come immaginavamo. Abbiamo voluto guardare solo al nostro orticello, e ci stiamo accorgendo che invece oggi, più che in passato, la vita di ognuno di noi dipende dal comportamento corretto degli altri. Un senso civico, o se vogliamo solo umano, di comprendere che non si doveva, e adesso non si può più, pensare solo al singolo con una prospettiva di breve termine. Si deve riabilitare un’intera umanità, dirigendola verso la sfera della collettività e della condivisione. Non più quindi una visione fatta solo di numeri di profitto, ma piuttosto di numeri di crescita dove il benessere collettivo sociale sia il punto di partenza da cui ricominciare. Non solo quindi belle parole di grande effetto ma fatti che portino alla rinascita.

Gowy, Jacob Peeter La caduta di Icaro (1636-1638)

L’angoscia: figlia dell’indeterminatezza.

Il momento che stiamo tutti vivendo, con il senso di angoscia che lo contraddistingue, è stato pregevolmente teorizzato dal filosofo tedesco Heidegger[4]. La sua analisi, di stampo esistenzialista, si incentrò sull’essere nel mondo, in relazione appunto alle sensazioni ed emozioni umane rispetto ad esso. Il periodo storico è quello delle due guerre mondiali, durante le quali non ci si poté esimere, dall’interrogarsi sul recondito significato dell’esistenza umana. Un significato carico, proprio per il momento che si viveva, di tutta l’angoscia possibile, che l’autore definirà meglio nello specifico, come “angoscia spaesante”. Limitati dalle guerre, e abbattuti dalle devastazioni circostanti, gli animi si fecero sopraffare dagli eventi, provando un senso di forte solitudine.

Una solitudine che nel contesto bellico e soprattutto coercitivo, dettato del regime nazista, portò l’autore a sentenziare quanto l’uomo abbia bisogno di sentirsi nel suo essere parte del mondo, e di quanto questo può causargli angoscia quando in momenti di forte spaesamento non ci si senta metaforicamente a casa propria. Sembra un gioco di parole, che cade erroneamente nel circolo vizioso del rimando, ma mentre le guerre portarono al fronte, creando lo “spaesamento”, questa sensazione oggi la proviamo proprio nel dover forzatamente stare a casa.

La posizione nel mondo nonostante l’angoscia

È proprio questo, quello che nelle sue parole volle asserire Heidegger, e cioè che l’uomo deve sentirsi, in ogni momento, padrone di se stesso e deve attraverso il suo esistere, poter scegliere quello che più si addice alla sua personalità. Cambiano quindi gli scenari, le disavventure, ma il minimo comune denominatore rimane sempre l’essere umano che cerca una sua posizione nel mondo.

Quando l’ansia diventa uno status sociale. Edward Hopper, Sole di mattina 1952

Quanto più questa ricerca viene ostacolata, tanto maggiore sarà il senso di angoscia provato. E quanto più questa sensazione diviene collettiva, tanto più il problema si ingigantisce dando vita a fenomeni generali di instabilità. Attraverso queste politiche di confinamento, l’essenza sociale, tipica dell’uomo, mina nel profondo l’animo e la psiche, e ricordando che la costrizione è uno dei peggiori detonatori, non si possono non considerare i suoi possibili sviluppi e criticità. L’angoscia, apportata dalla perdita dei nostri ruoli lavorativi, sociali ed economici, porterà nel breve a svariate forme di stress e di comportamenti devianti. Sarebbe quindi auspicabile considerare non solo i danni fisici provocati dal virus, ma anche quelli più latenti, e spesso più distruttivi, causati dai mali psicologici.

Tania Nardi

 

 

 

 

Note

(1) Il terremoto di Lisbona fu un grande terremoto verificatosi nel 1755. Si trattò di un movimento tettonico che accadde la mattina del 1º novembre 1755 con epicentro non distante da Lisbona, capitale del Portogallo. Più di metà della città di Lisbona di allora venne distrutta. Il sisma interessò complessivamente un’area di 10 milioni di km2 e raggiunse una magnitudo tra gli 8,5 e i 8,7 della scala Richter. Nei luoghi in cui le scosse non furono avvertite, i suoi effetti si manifestarono sotto le acque. Colpì gran parte dell’Europa, dell’Africa e dell’America, ma provocò i maggiori danni nella zona sud-occidentale del Vecchio Continente. Nella sola Lisbona si stima che sia deceduto nell’evento tra il 25 e il 30% della popolazione. L’evento ebbe profonde ripercussioni sulla società portoghese, tanto che le ambizioni coloniali del Portogallo nel XVIII secolo furono totalmente frustrate. L’eco dell’evento fu amplissima in tutta Europa, originando anche profonde riflessioni sulla natura di Dio, e sull’inspiegabilità delle sue “punizioni”: Voltaire, ad esempio, ne fu profondamente colpito, stimolando il dibattito sull’illuminismo e inserendo l’avvenimento nel suo libro Candido o l’ottimismo. (n.d.b.)

Bibliografia

  • [1] Celebre aforisma di Karl Marx, espresso nel 1843 nella Critica alla filosofia hegeliana del diritto pubblico.
  • [2] Il poema volterriano apre un vastissimo dibattito culturale, nel quale interviene, nell’agosto del 1756, anche Rousseau con una lunga lettera a Voltaire, che gli aveva fatto avere una copia manoscritta del suo poema.
  • [3] Friedrich Nietzsche
  • [4] Heideger, Essere e tempo.

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