I volti delle persone scomparvero ormai sfigurati dietro le mascherine, sempre più avvolgenti e isolanti, fino a essere dimenticati o riprodotti nei profili social a futura memoria

Una scena del film Metropolis del 1927 diretto da Fritz Lang

I volti delle persone scomparvero ormai sfigurati dietro le mascherine, sempre più avvolgenti e isolanti, fino a essere dimenticati o riprodotti nei profili social a futura memoria, come nelle foto dei cimiteri. Le persone, i loro corpi, le loro fattezze, si persero reciprocamente di vista, restarono di loro solo fantasmi d’icone sugli smartphone e grottesche foto di gruppo, ormai reperti archeologici. La gente si fece sempre più rara nelle strade, nelle piazze, nei locali pubblici e nei luoghi un tempo frequentati. Solo ombre fuggenti in brevi sortite all’esterno, cioè all’inferno, discesi come astronauti sul suolo urbano. Si tenevano alla larga da ogni vago simile che apparisse all’orizzonte. I rapporti tra gli umani si fecero astratti e disincarnati, ridotti solo a comunicazioni protette, a distanza. Come il loro lavoro, relegato nelle celle abitative.

Interi palazzi furono avvolti in giganteschi profilattici per impedire pericolosi contatti extracondominiali: condom era diminutivo di condomini. Il sesso tra persone era ormai negato, rimosso, proibito, per un drastico puritanesimo sanitario che non ammetteva deroghe; ci si poteva in teoria accoppiare solo tra congiunti conviventi, ammesso che avessero reciproca fiducia nella loro purezza sanitaria. Ma si erano così disabituati alla fisicità dei rapporti, si erano fatti così diffidenti verso la saliva, il respiro, il sudore, lo sperma, l’ansimare dei corpi, che nessuno osava sfiorare l’altro, avvicinarsi o addirittura abbracciarlo.

I contatti tra gli umani si fecero via via più remoti, sporadici e sospettosi; scomparve l’idea di prossimo e di prossimità; ogni segno di affetto, di amicizia o di reciproco riconoscimento fu cancellato dalla faccia della terra, per il bene reciproco. Anzi, se ci vogliamo davvero bene, diceva la gente, ignoriamoci, fingiamo di non vederci, cambiamo marciapiede se ci capita di incrociarci. Era un disarmo bilaterale, un disamore corrisposto, con affetto e civismo, una premura altruistica a sfondo egoistico o viceversa.

Tutto ciò che atteneva alla vita reale e naturale si faceva virtuale, remoto, distante, separato da un vetro, uno schermo, un display. La loro vita si svolse sempre più agli arresti domiciliari, dove si erano diradate anche le possibilità di riunire anche i nuclei famigliari, tra sospetti di contagi e limiti di numero. Padri e figli non si vedevano da tempo immemorabile, al più si salutavano dagli schermi e si messaggiavano per comunicazioni pratiche o formali. Nonni e nipoti erano diventati reciprocamente una leggenda, si vedevano dagli oblò dei social come macchine del tempo: trapassati o posteri.

La vita degli uomini, il loro lavoro, le loro fonti di approvvigionamento e di conoscenza, le loro relazioni furono sempre più mediate da un Grande Zio, versione matura e altera del Grande Fratello. Tutto passava da una Centrale Unica del sapere, la Testa di un’enorme piovra i cui tentacoli erano telematici: applicazioni da scaricare, siti a cui collegarsi e da cui attingere istruzioni, canali radio-televisivi per ricevere informazione, ricreazione e orientamento, motori di ricerca a cui affidare ogni richiesta. A dirigere questo Macrocefalo centrale furono le grandi multinazionali cresciute enormemente col lockdown e i rapporti solo da remoto, che provvedevano a distribuire notizie, farmaci e merci a distanza, a fornire divertimenti, vaccini, alimentazione e piattaforme social, chat parentali e focus di aggregazione; sorvegliate da un Moral Detector (o Delactor, quando faceva la spia alla centrale) che ne vagliava la correttezza etica e politica. Era terribile essere oscurati, come finire in cella d’isolamento. Algoritmi polizieschi presidiavano all’ordine nelle strade telematiche, nelle piazze social, le uniche che ormai si potevano percorrere senza coprifuoco e senza mascherina.

Cosa era successo dopo quel maledetto anno dell’Infezione Planetaria? Era scomparsa la realtà, si erano volatilizzati i corpi, era abolito tutto ciò che era sangue, natura, fisicità, organismi viventi; era stata soppressa ogni comunità e ogni società, le metropoli erano solo luoghi di detenzione universale. Fu un’era totalitaria globale, fondata sul controllo sanitario e tecnologico, farmaceutico e commerciale, capillare e universale: il suo rovescio era il totalitarismo delle solitudini. Sugli abitanti vigeva una forma di capitalismo assoluto con una concentrazione della ricchezza e del potere in poche mani e un proletariato immenso, masse di assistiti con reddito universale di cittadinanza, in cui venivano livellati sia quelli che in precedenza lavoravano sia quelli senza lavoro. Tutti uguali, eccetto la casta padronale, i sorveglianti e i dispensatori di servizi, sanità, farmaci, merci e istruzioni. Un capitalismo globale in regime di monopolio, senza mercato, che coincideva con una specie di regime dittatoriale sanitario, detto Paurarchia.

Il Superelaboratore nel  film “2001- Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick (1964)

Tutto ciò era frutto di un Grande Complotto? La pandemia era veicolata da una macchinazione, il virus era propagato in un piano prestabilito? Tutti i sospetti erano legittimi ma tutto alla fine restava senza risposta. Al vertice della filiera non c’era un Grande Dittatore umano, un partito, un regime, un potentato ma un’Intelligenza Artificiale; il Comandante delle forze di vigilanza, il milite plenipotenziario era il Generale Algoritmo. Poi c’erano oligarchi sempre più potenti, magnati sempre più ricchi e virologi anzi virarchi sempre più dispotici. L’umanità fu sottomessa alla tecnica, a ogni robot spettavano sei dipendenti esuli dall’umanità. Fu la sconfitta dell’umano, del pensiero libero, della natura, dell’amore, dei corpi, della realtà. L’umanità, ormai abolita, si divise in defunti ed ex-umani.

 

Fonte: MV, La Verità 25 ottobre 2020

Immagine: “2001- Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick (1964)

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