Non esiste l’arte fascista

Roma Palazzo della Civiltà Italiana 1934

L’ARTE E I REGIMI


Non esiste l’arte fascista, sostiene Vittorio Sgarbi nel suo eccellente libro Arte e fascismo,(1) pubblicato da sua sorella Elisabetta con la Nave di Teseo. Vero, ma esiste forse un’arte democratica, liberale, socialista? Non si può confondere l’ispirazione e l’estro dell’artista con le categorie della politica, i regimi, la storia e le ideologie che permearono il suo tempo e con cui fece i conti. Anche se i regimi, da quello comunista a quello fascista, da quello sovietico a quello nazista, pretesero di esprimere un’arte legata alla loro visione ideologica e avversarono l’arte ostile come degenerata o decadente. In realtà più neutro e meno controverso è parlare di epoca fascista come si parla, ad esempio, di epoca umbertina o età vittoriana; c’è uno spirito del tempo che attraversa e influenza l’arte, il potere e i costumi.

Mecenate nella sua villa sull’Esquilino. C.-F. Jalabert, XIX secolo. Musée des Beaux-Arts, Nîmes

Ma risalendo ai principi e poi calandoli nelle esperienze storiche del passato, possiamo dire che il potere incide sull’arte in tre modi. Il primo è il mecenatismo, ossia il potere, civile o religioso che diventa committente e suggeritore delle opere, protettore degli artisti, come è accaduto ai principi e signori ma anche ai papi e ai vescovi del passato. Il secondo livello, che accompagna il primo ma che nell’epoca delle ideologie si fa più invasivo è l’impregnazione: una visione prevale, permea l’epoca, influenza gli autori, premia e valorizza quelli più organici o più omogenei allo spirito del tempo e alle fonti del potere e penalizza gli altri. Il terzo modo di influenzare opere e artisti è, per così dire, il canone inverso: ovvero il potere può favorire l’arte non solo allargando gli spazi, la rilevanza e le opportunità ma anche al contrario comprimendola, negandola, perfino perseguitandola: a volte i capolavori, soprattutto nella scrittura e nel pensiero, più che nelle arti figurative nascono per reagire al potere, per opporvisi o quantomeno per respirare nonostante l’apnea forzata imposta dai regimi. Il caso dei dissidenti nei regimi comunisti e dei fuorusciti dai regimi autoritari e nazisti, i samizdat, conferma che a volte la repressione se non elimina in partenza gli insubordinati, può spingere a lasciare tracce, a sublimare il disagio nell’arte, a realizzare capolavori. Le virtù come le pene nell’inferno dantesco, nascono per analogia o contrappasso, ovvero per imitazione o educazione alle virtù o per reazione ai soprusi e alle minacce.

Mario Sironi

Molti artisti furono fascisti, alcuni per convenzione, altri per convenienza e molti per convinzione. Pochi furono gli artisti dissidenti. Tanti, e importanti, furono schiettamente fascisti; alcuni, come Ottone Rosai e Mario Sironi, dipinsero soggetti fascisti. Tra i più grandi bisogna però notare che si erano formati nell’epoca precedente al fascismo, a volte a cavallo tra i due secoli. Un po’ come i più grandi, al di là dell’arte, come D’Annunzio, Marinetti, Pirandello, Gentile. Di artisti formati in epoca fascista, per ragioni anagrafiche, ce ne furono pochi, sbocciati alla fine degli anni Trenta. Ma è innegabile che una certa visione fascista, unita a quel senso di grandezza e di fierezza italiana, impregnò l’epoca. Il fascismo patrocinò non pochi eventi d’arte, mostre e filoni artistici (l’impresaria più nota fu Margherita Sarfatti). Più vistosa e diretta, invece, fu l’impronta del regime nell’architettura, nelle grandi opere, nelle città di fondazione e in tanti quartieri, nello stile o negli stili che caratterizzarono quegli anni e che avrebbero avuto una consacrazione finale nell’esposizione universale del ’42.

Aprilia nel 1936

La fioritura dell’arte in quel tempo non ebbe termini di paragone con l’arte del nostro tempo o dei tempi a noi più vicini. Ma è pertinente paragonare l’arte nell’epoca fascista all’arte nell’epoca antifascista o si deve paragonare l’arte nella prima metà del Novecento all’arte nella seconda metà? E come cambia la considerazione dell’arte quando si passa dall’epoca delle nazioni all’epoca globale? I paradigmi sono variabili.

Il fascismo proietta sull’arte il suo sguardo da Giano bifronte: da un verso segna il ritorno alla tradizione, alla classicità, e dall’altro progetta l’uomo nuovo nella nuova epoca fascista e dunque cerca uno stil nuovo.

Rivoluzione e conservazione, spesso sintetizzati in una forma di rivoluzione conservatrice (o in negativo di modernismo reazionario); anche l’arte in epoca fascista rimbalzò tra i due poli, a volte fondendoli.

Infine, bisogna considerare anche il discorso inverso: non solo di come e quanto il fascismo abbia influenzato l’arte, ma di come e quanto l’arte abbia influenzato il fascismo. Risalgono miei antichi studi (La rivoluzione conservatrice in Italia, del 1987) in cui riprendevo l’estetizzazione della politica, prodotta si dai futuristi e d’Annunzio, ma teorizzata a proposito del fascismo da Walter Benjamin. La politica come arte, da Machiavelli a Wagner e D’Annunzio, l’idea di arte totale che investe ogni ambito, la visione del Capo come Artista Politico, la preminenza dell’aspetto estetico, simbolico, liturgico, rituale, oltre che retorico, mi sembrano elementi importanti. Se il comunismo subordina l’arte all’ideologia, il fascismo tende a far coincidere l’estetica e l’ideologia.

Insomma, capisco l’efficacia e l’utilità dello slogan che campeggia nella copertina del libro, peraltro prezioso, di Sgarbi, “Nell’arte non c’è fascismo, nel fascismo non c’è arte” ma non mi sembra vero in entrambi i versanti. Poi possiamo discutere dei modi, delle forme, dei lati d’ombra e delle degenerazioni. Ma il discorso va affrontato sul piano metapolitico e inquadrato sul piano storico e comparativo.

È vero invece che l’artista va considerato e giudicato per la qualità dell’arte espressa e non per l’appartenenza a questo o a quel movimento, regime, ideologia. La grandezza o la miseria di un autore non può essere negata per le scelte della sua vita o le convinzioni che nutrì. Si è grandi nonostante il proprio tempo e a prescindere dai rapporti col potere. Diciamo allora che il fascismo come l’antifascismo non può essere usato per aggiungere o togliere qualcosa all’arte e agli artisti del suo tempo. Magari serve per capire e per spiegare, e a suo tempo servì per spingere o per frenare; ma l’arte, alla fine, risponde all’arte. E la statura dell’artista non dipende dagli stivali.

La Verità – 14 giugno 2024
La Verità – 5 luglio 2024

 

 

 

 

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Descrizione

Vittorio Sgarbi racconta come mai prima d’ora l’arte durante il Fascismo: vent’anni di grandi maestri e capolavori nascosti che Sgarbi recupera dall’oblio distinguendo gli artisti dalla tragica parabola politica che li ha accompagnati. Una lectio appassionata sull’arte che è più forte di qualsiasi regime, e che rappresenta da sempre la sfida più libera alle derive del potere.

«Il Fascismo è l’opposto dell’Arte, ma non c’è Arte che il Fascismo possa limitare. L’artista può fare qualunque cosa gli chieda il potere, ma la sua idea sarà più forte di quel potere.»

“Un ventennio. Vent’anni del Novecento, dalla marcia su Roma nell’ottobre 1922 al drammatico epilogo della seconda guerra mondiale nel 1945, che sono stati giudicati dalla storia come il momento più triste del secolo che abbiamo alle spalle. Gli stessi anni, nell’arte, sono il tempo di ‘Valori Plastici’, di ‘Novecento’, del gruppo di artisti che si raccoglie attorno a Margherita Sarfatti. Una tale ricchezza di esperienze, autori, circoli che ha fatto dire a una grande studiosa, Elena Pontiggia, che ‘gli anni trenta non sono un decennio, mi fanno pensare a un secolo’.” Vittorio Sgarbi segue il filo dell’arte in una storia che inizia prima del Fascismo, che dentro il ventennio cresce, e dopo il Fascismo viene spazzata via insieme alla naturale condanna del regime. Sgarbi distingue l’espressione artistica dal potere e per questo, a fianco di de Chirico, Morandi, Martini, salva dall’oblio Wildt, Guidi, la grande stagione dell’architettura e della grafica, ma anche Depero, il Futurismo e oltre, fino alla rivelazione di due scultori formidabili mai apparsi all’onore della critica, Biagio Poidimani e Domenico Ponzi. “Un crocevia di dimenticanze e di rimozioni ha reso difficile la ricostruzione dello stato dell’arte durante il Fascismo. Ci sono voluti decenni, ma alla fine la verità storica si impone. Per capire chi siamo stati, come siamo stati e a quale storia apparteniamo.” (Dalla prefazione di Pierluigi Battista)

 

 

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