Tra Biennale, potere e disincanto: il destino dell’arte nella stagione delle ideologie culturali

«L’arte salverà il mondo. O no?»
Da Venezia al Novecento futurista, il conflitto eterno tra libertà creativa e potere politico.
di Marcello Veneziani
A partire dalle recenti vicende che hanno investito la Biennale di Venezia e il Teatro La Fenice, il nuovo intervento di Marcello Veneziani riflette sul rapporto sempre più fragile tra arte, istituzioni e potere. Dietro le polemiche che hanno coinvolto Pietrangelo Buttafuoco e Beatrice Venezi emerge una domanda più profonda: l’arte possiede ancora una forza autonoma capace di opporsi alle logiche della politica e dell’ideologia, oppure è destinata a diventare uno strumento del potere che pretende di governarla? Attraversando il Novecento, da Gabriele d’Annunzio al futurismo di Filippo Tommaso Marinetti, Veneziani ripercorre la stagione in cui l’arte aspirò a trasformare il mondo, fino a interrogarsi sul suo ruolo contemporaneo: può ancora salvarci oppure sopravvive soltanto come spettacolo, istituzione e conflitto culturale? (N.R.)
A Venezia, tra la Biennale e la Fenice, l’arte sta vivendo una primavera che somiglia a un autunno. Le vicende che hanno coinvolto Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale e Beatrice Venezi, direttrice in pectore dell’orchestra del Teatro, licenziata prima ancora di insediarsi, a causa di un’intervista, dopo otto mesi di massacro, hanno lasciato un segno pesante sull’arte e sul governo in carica, e sullo sfondo l’Unione europea. La potenza dell’arte sarà più forte della prepotenza, ha detto Buttafuoco. Magnifica promessa ma l’arte quando si fa istituzione deve fare i conti con le logiche e i meccanismi del potere che mettono a dura prova la sua indipendenza e la sua libertà. Lasciamo da parte le polemiche e soffermiamoci sull’autonomia dell’arte dal potere e sulla sua capacità di salvarci.
Veniamo da un secolo, il Novecento, che ha conosciuto una parabola significativa dell’arte. Gabriele d’Annunzio e Filippo Tommaso Marinetti con il movimento futurista, furono gli apici, le punte di diamante di un’arte che volle farsi totale, azione politica e azione armata, nel segno di una rivoluzione estetica e civile che attraversò l’Italia, gli eventi bellici, il nazionalismo e poi il regime fascista, e che contagiò il mondo, da Parigi a New York e a Mosca.
L’arte e la letteratura furono percorse da quel brivido. Fu il tempo degli esteti armati e dei poeti soldati, che esaltarono la guerra come uno scatenamento sublime delle energie vitali. Non mancarono artisti che fusero l’arte alla storia ed esaltarono la guerra come gesto eroico, risveglio epico e patriottico, igiene dei popoli. L’arte apparve allora potente e invasiva, trascinò i popoli nella catastrofe della Prima guerra mondiale, generò l’estetizzazione della politica, da cui trasse spunto ed energia il nascente fascismo. L’arte si espresse alla massima potenza ma non salvò dalla politica, dalla storia e dal potere, semmai fu la loro avanguardia e la punta più avanzata. Poi venne l’eclissi dell’arte, non mancarono le dichiarazioni di morte dell’arte, o le sue trasfigurazioni in territori in cui l’arte diventava protesta sociale, denuncia civile, trasgressione, terzomondismo. Tutto cominciò coi movimenti artistici dei primi anni Cinquanta, poi s’intrecciò alla Contestazione del ’68, i collettivi d’arte e le nuove avanguardie iconoclaste. Uno strascico lungo si propagò negli anni fino alle ultime edizioni della Biennale, inclusa la presente. L’ arte si è fatta via via performance, provocazione, gesto di rottura, tutto meno che bellezza, genio creativo, opera d’arte come eccellenza.
E oggi? Difficile immaginare che l’arte, così profondamente segnata dalla crisi della civiltà e della grande creatività, possa essere la risposta e l’antitesi allo strapotere degli stati, dei nuovi imperi e dei grandi poteri internazionali nel segno del capitalismo mondiale e del mercato globale, dei giganti del web e della tecnocrazia planetaria. Anche perché la sua committenza viene da quei mondi. Al più è un rifugio, zona franca, un luogo che cerca riparo dai conflitti che attraversano e sconvolgono il mondo. Così è stata nei mesi scorsi la battaglia alla Biennale sulla partecipazione della Russia e la riapertura del suo padiglione; la tesi in favore della libertà d’espressione era che l’arte fosse, come la cultura, la musica e lo sport, un’area sottratta ai veti e ai divieti prodotti dalla guerra, dagli schieramenti e dalle sanzioni inflitte ai paesi considerati aggressori, agli occhi dell’Occidente più che dell’intera comunità internazionale. Ma la scelta di difendere l’indipendenza e l’extraterritorialità dell’arte dal potere e dalle pressioni internazionali, si è rivelata difficile e sofferta. Ogni genere di pressioni si è abbattuta sull’arte, con alcuni odiosi ricatti economici, minacce, ispezioni per colpire e intimidire.
L’arte resiste ma rivela la sua debolezza rispetto ai poteri forti che sovrastano il mondo: non è un’espressione di potenza semmai d’impotenza, di vulnerabilità, soccombe rispetto alle pressioni del potere e alla sua forza di persuasione.
Torno al punto di partenza: l’arte potrà davvero salvare il mondo, come diceva della bellezza Dostoevskij? O dovrà piuttosto accontentarsi di resistere alle ingiurie del mondo, sottrarsi il più possibile alle logiche del dominio e della guerra, custodendo gelosamente i suoi spazi, anziché pretendere di sfidare la forza del potere e misurarsi in un braccio di ferro contro ministri e burocrati?
Al problema si aggiunge la beffa: mentre parliamo di difendere l’arte a Venezia nessun artista italiano è stato selezionato tra i 111 alla Biennale, non c’è uno stand dell’Italia (come a Cannes non è stato selezionato neanche un film italiano). Difendiamo l’arte mentre l’Italia, un tempo regina, sparisce dagli orizzonti dell’arte. Molti artisti selezionati sono autoreferenziali o primitivi; la povertà creativa si nasconde nel solito messaggio ideologico, etnico, woke, che poco o nulla c’entra con l’arte e l’originalità. In molti casi è arte sedicente, fatta di trovate, installazioni e performance, fiera delle meraviglie; poco o nulla esprime sul piano della qualità, dell’emozione che suscita e del valore dell’opera. Pochi artisti, qualche artigiano, vari artifici. Nessun capolavoro destinato a restare. E nessun italiano. Insomma quando l’arte fu grande e creativa non salvò il mondo ma lo spinse alla guerra; ora è troppo piccola e modesta per salvarlo.

Commento della Redazione
Il rapporto tra arte e potere attraversa la modernità come una linea di tensione permanente. Il Novecento ne fu il laboratorio più radicale: l’arte non si limitò a rappresentare il proprio tempo, ma cercò di orientarlo, plasmarlo, perfino dominarlo. Dai futuristi alle avanguardie europee, l’artista aspirava a diventare interprete della storia e protagonista della trasformazione politica e civile.
Oggi lo scenario appare profondamente mutato. L’arte non sembra più possedere la forza dirompente delle grandi visioni novecentesche; al contrario, si muove dentro sistemi culturali sempre più dipendenti da istituzioni, media, consenso e appartenenze ideologiche. Le recenti polemiche che hanno coinvolto Venezia — simbolicamente sospesa tra la Biennale e la Fenice — mostrano quanto fragile sia diventato il confine tra libertà artistica e gestione del potere culturale.
Non è soltanto una questione politica. È una questione di autonomia spirituale dell’arte. Quando la creazione artistica viene assorbita dalle logiche della contrapposizione permanente, rischia di perdere quella distanza critica che le permette di parlare all’uomo, e non soltanto alle fazioni.
Forse la domanda decisiva non è se l’arte possa “salvare il mondo”, ma se riesca ancora a salvare se stessa: la propria indipendenza, la propria voce, la propria capacità di sottrarsi tanto alla propaganda quanto alla riduzione spettacolare della cultura. Ed è proprio nei momenti di maggiore pressione ideologica che si misura la sua autentica forza.