Marina, avvocato che si occupa di divorzi, deve fare i conti con l’abbandono del marito. Carmela è molto malata e cerca un modo per congedarsi dal figlio, medico volontario in Africa. Sara, rampolla di una famiglia bene, è oppressa dall’imminente «matrimonio perfetto» al punto da cercare una scappatoia estrema. Viviana fa la prostituta a Madrid in compagnia di un terribile segreto e i suoi parenti la credono cassiera all’Ikea. 

Certi uomini non ascoltano. Guardano attraverso. Fingono di. Mettono il pilota automatico all’anima e il silenziatore al cuore. Rimbalzano le tue parole come bolle evanescenti. E allora preferiresti il silenzio. O l’indifferenza. Così, allora, resti senza difese. Il dialogo è una pallina buttata contro un muro che torna indietro. Le donne di Lasciate un messaggio dopo il segnale di Arantza Portabales porgono domande a un universo che credono di conoscere: (ex) mariti, figli, padri, amanti per un’ora. Uomini che si sono scelte o trovate. Pensavano che fossero. E invece. Marina, Carmela, Sara e Viviana sono diverse per età, estrazione sociale, ambizioni. Dentro una Spagna che è estrema per natura. Troppo per tutti. Si raccontano, si sfogano con un altro che non c’è. O magari sì. Lasciano messaggi alla segreteria telefonica, frasi dentro una bottiglia. Che un giorno qualcuno ascolterà. Microstorie di vita, confessioni. Un diario con i compiti da fare e i segreti che non vorresti tenere solo per te. Parlarsi a uno specchio dove l’immagine riflessa è quella di un’altra persona.

Marina è un’avvocata. Come la scrittrice che la racconta. Si occupa di matrimoni e divorzi. Quelli degli altri che, lo pensi ma non lo dici, in fondo se la sono andata a cercare. Tu sei diversa. Non avresti mai sposato un uomo così. Con quella donna devastata e incerta che ti chiede aiuto (non solo legale) ti identifichi solo il tempo dell’appuntamento. E il giorno dell’udienza. Giusto così. È lavoro. Anche un medico non può soffrire come il paziente che cura. Sono cose che capitano sempre agli altri. Tu hai gli anticorpi. Ne hai viste tante, niente può prenderti in contropiede. Tranne la Vita. E allora anche Marina si trova senza marito. Un allontanarsi lento (o veloce) che diventa un muro e poi un oceano che divide. E tu che sapevi leggere i segni delle colpe, ti accorgi di essere un’analfabeta delle relazioni umane. Le strategie per rimettere insieme i cocci restano flebili consigli legali. Un palliativo che non allevia una lacerazione che nessuno può cucire.

Carmela la sua esistenza l’ha consumata. Ed è tempo di bilanci. Un male incurabile la costringe a non tergiversare con i sentimenti. Le resta un figlio. Di quelli che sei fiera di avere tirato su così. Medico volontario in Africa. L’istinto di aiutare gli altri. Di non sopportare la sofferenza. Questione di cuore prima che di giustizia. Carmela che è una madre che gli ha riversato solo amore. Senza creargli/crearsi aspettative. Guarda un fiore con la certezza che sboccerà. E non sta a sindacare sul colore o sul profumo. Il figlio è lontano solo per i chilometri. Averlo vicino non cambierebbe niente. Non aggiungerebbe di più. Anche se lei è malata. E lui saprebbe cosa fare. Carmela è di quelle donne che non ti riversano addosso i problemi, persino quando dovrebbero. I suoi messaggi alla segreteria sono un lungo ringraziamento invece dun saluto triste. Le dispiace chiudere la partita dell’esistenza. Ma è onesta. E sa che questa è l’uscita migliore che potesse aspettarsi.

Sara, invece, la vita ce l’ha davanti. Solo che l’hanno disegnata gli altri per lei. Venire da una famiglia altolocata è un boomerang per il suo cuore. In fondo alla strada c’è un matrimonio come si deve. Di quelli che una volta dicevano combinati e adesso che li chiamavano in un’altra maniera sono ancora gli stessi. Sara e l’amore che è la cotta per un aiuto benzinaio senza nome, solo un’iniziale: H. Che per lei è Hugo, ma potrebbe essere anche Humberto o Heriberto. La passioncella di una ragazzina di quattordici anni con la gonna al punto giusto per un ragazzo dalla frangetta bionda che un giorno sparisce e al suo posto arriva un signore un po’ troppo in là con il peso. Sara che ha capito in anticipo senza sapere ancora niente. Un’intuizione che fa presagire scenari tempestosi. La madre invadente e lei già in conflitto con la sua mente. A parlare con uno psicologo che starebbe zitto anche se il messaggio non arrivasse solo sulla segreteria telefonica. Forse l’unico anello da agganciare per sfuggire al «matrimonio perfetto» per tutti tranne che per lei.

Viviana di nozze non parla. Magari le sogna. Lei è una prostituta. A chiedersi sempre quando è stato che. Sempre che ci sia un big bang dove tutto comincia e tu non puoi farci niente. Poi è come sdoppiarsi. E per la cugina sei una commessa dell’Ikea che sa tutto di armadi e tavolini. E la notte, invece, solo una delle tante allo Xanadù. A tirar su il morale, indicare un domani a ragazze che vengono da lontano. E loro il sogno di un’altra vita ce l’avevano.

 

 

Come inizia.

Galassie nel caffè

MARINA

Del giorno in cui te ne sei andato, ricordo solo che trasmettevano una canzone alla radio. E che stavo bevendo un caffè. Più che berlo, disegnavo spirali di schiuma continuando a girare il cucchiaino nella tazza. Sembravano una Via Lattea in miniatura. Ecco cosa ricordo. E che te ne sei andato.

   Mento. Ricordo pure che ti ho offerto un caffè. Anche se tu non lo prendi mai. Ancora meno la domenica. Immagino fosse quello il problema. Non ti offrivo quello che ti aspettavi.

   Ricordo anche di aver visto la nostra vicina mentre stendeva la biancheria in cortile. E di aver pensato che era un’idiota, che avrebbe piovuto.

   Caffè, ho ripetuto a bassa voce, sentendomi piccola. Piccola come una minuscola parte di quella galassia di caffè che continuavo a disegnare, ritmicamente, reiterando i movimenti circolari del cucchiaino.

   Io ero piccola, e la tua valigia enorme. Ci entravano tutte le tue cose. Vestiti. Libri. Cd. Sette anni di vita cacciati dentro una gigantesca valigia. Quella che non usiamo perché, quando è piena, né tu né io riusciamo a sollevarla.

   E poi hai parlato. Ma non riesco a ricordare che cosa hai detto, perché non volevo ascoltarti, quindi ho fissato lo sguardo sulla spirale di schiuma pensando che, se mi fossi concentrata abbastanza, sarei potuta crollare di nuovo in un sonno profondo per risvegliarmi in questa cucina, una domenica qualunque, a bere il caffè, mentre tu andavi a correre. Come tutte le domeniche. Ma non è successo. La radio continuava a trasmettere una canzone. A Sky Full of Stars, dei Coldplay. È perfetta per la situazione, ho pensato finendo la tazza.

   Non ricordo nient’altro. Neppure il momento in cui te ne sei andato. Forse uscendo hai sbattuto forte la porta. O forse te ne sei andato in silenzio. Forse alla fine è piovuto. O forse no. forse la vicina è stata fortunata. Forse lei sì.

Amore da televendita

MARINA

Non sono ancora salita al piano di sopra. Sono passati dieci giorni e non riesco a mettere piede sulla scala. Te ne sei andato da poco più di una settimana e ho già organizzato questo nuovo mondo solo mio. È un mondo buio. Non lo dico in senso figurato. È davvero buio. Ho abbassato tutte le tapparelle e vivo in una penombra rasserenante, interrotta solo dalla luminosità del televisore. Distinguo il giorno dalla notte in base alla programmazione.

   Sopravvivo mangiando corn flakers. So che questo dovrà finire. È soltanto una stanza vuota. Oggi salirò su. Che sciocchezza. Come se si potesse salire giù. Penso di andare avanti così. finché non mi annoierò di questa eterna programmazione popolata da veggenti che mi ricordano che sono del segno dell’Ariete non merito che torni. E da teleimbonitori impegnati a convincermi che niente taglia meglio di un set di coltelli giapponesi.

   So che diresti che devo smetterla. Alzare le tapparelle. Salire le scale. Affrontare quella stanza vuota. Ecco cosa vuol dire parlare con una segreteria telefonica. Parlo e parlo, mentre immagini cosa diresti. Che devo salire. Che amo fare drammi. E io potrei arrabbiarmi. Invece no. guarda un po’, per una volta devo darti ragione. D’accordo. Lo farò. Non oggi, certo. Lo farò domani. Oggi non ce la faccio. Non ancora. Sono solo dieci giorni. E domani undici. Lo farò domani. Promesso.

   Alzo il volume del televisore. Tutto continua come prima.

   Siamo ancora senza un governo.

   Nessuno dovrebbe vivere senza una panca degli addominali.

   Mi manchi.

L’autrice.

Arantza Portabales Santomé, è nata a Donostia (San Sebastian) il 27 gennaio del 1973. Figlia di emigranti galiziani, è tornato con la sua famiglia a Marín nel 1985. Si è laureato in Giurisprudenza nell’Università di Santiago de Compostela, e lavora come funzionario della Scuola di Finanza del governo della Galizia . Vive a Teo.

Ha iniziato a scrivere nel 2013.

Celeste l’ha comprata in un rake (microrrelates; 2015)

Sopravvivere (romanzo; ed. Galaxy, 2015). Il nuovo premio La Voz de Galicia per le consegne .

Lascia il tuo messaggio dopo il segnale (romanzo; ed. Galaxy, 2017)

Questo è il suo primo libro tradotto in Italia.

fonte Wikipedia.

 

 

 

 

 

 

 

Arantza Portabales, Lasciate un messaggio dopo il segnale, (Solferino editore, traduzione di Eleonora Mogavero, pagine 338, euro 17).

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