Tecnologia, creatività e identità dello scrittore

«L’autore nell’epoca dell’intelligenza artificiale»

Quando l’assistenza algoritmica modifica la scrittura senza cancellare necessariamente pensiero, responsabilità e originalità dell’autore.

Redazione Inchiostronero


Nota redazionale

L’intelligenza artificiale è ormai entrata nella pratica quotidiana della scrittura. C’è chi la considera uno strumento come il dizionario o il correttore di bozze, e chi invece la interpreta come una minaccia all’autenticità dell’opera. Questo saggio non prende posizione per principio, ma prova a distinguere l’aiuto tecnico dalla sostituzione del pensiero, interrogandosi su una domanda destinata a segnare il futuro della cultura: quando possiamo ancora parlare di un autore?

Non è l’intelligenza artificiale a essere sotto processo.

Siamo noi, e la nostra idea di autore.

 

L’autore sotto processo

La diffusione dell’intelligenza artificiale ha trasformato una questione tecnica in un interrogativo filosofico. Oggi non si giudica soltanto ciò che un testo dice, ma anche chi — o che cosa — lo abbia scritto.

Fino a pochi anni fa il valore di un articolo, di un saggio o di un romanzo si misurava soprattutto dalla qualità delle idee, dalla solidità delle argomentazioni, dalla chiarezza dell’esposizione e, naturalmente, dal piacere della lettura. Oggi accade qualcosa di diverso. Prima ancora di discutere il contenuto, ci chiediamo quale ne sia l’origine: è il frutto del lavoro di una persona oppure è intervenuta un’intelligenza artificiale?

Questa domanda, apparentemente legittima, ne nasconde però un’altra, molto più profonda: che cosa significa essere autore?

È sufficiente aver digitato ogni parola sulla tastiera? Oppure autore è colui che concepisce un’idea, costruisce un ragionamento, seleziona gli argomenti e si assume la responsabilità di ciò che pubblica?

La storia della scrittura è anche la storia dei suoi strumenti. Lo stilo ha lasciato il posto alla penna, la penna alla macchina da scrivere, la macchina da scrivere al computer. Ogni innovazione è stata accolta con diffidenza, quasi che il nuovo mezzo dovesse inevitabilmente impoverire la creatività umana. L’intelligenza artificiale rappresenta senza dubbio un cambiamento più radicale, ma il nodo decisivo non riguarda la macchina. Riguarda l’uomo.

Per questo il dibattito non dovrebbe ridursi alla sterile contrapposizione tra sostenitori e detrattori dell’intelligenza artificiale. La vera questione è un’altra: quando uno strumento smette di assistere l’autore e comincia, invece, a sostituirlo?

È un interrogativo che riguarda la scrittura, ma anche la responsabilità, la creatività e, in definitiva, l’idea stessa di cultura. Perché, se cambia il significato della parola autore, cambia inevitabilmente anche il nostro modo di guardare ai libri, ai saggi e, forse, al pensiero stesso.

Chi scrive davvero un libro?

Quando prendiamo in mano un libro e leggiamo il nome dell’autore sulla copertina, difficilmente ci soffermiamo a riflettere sul significato di quella parola. Eppure è una delle più complesse della nostra cultura. Chi è davvero un autore? Colui che ha materialmente scritto ogni frase? Oppure chi ha immaginato l’opera, ne ha costruito l’architettura, ha scelto gli argomenti e si assume la responsabilità di ciò che afferma?

La domanda non nasce con l’intelligenza artificiale. Esiste da quando esiste la scrittura. Ogni libro è il risultato di letture, ripensamenti, correzioni, dialoghi e suggerimenti. Nessuna opera nasce nel vuoto. Dietro ogni pagina si nasconde un lungo lavoro di elaborazione che il lettore, nella maggior parte dei casi, non vede.

Umberto Eco ricordava che scrivere significa soprattutto riscrivere. L’ispirazione, da sola, non basta. Un testo prende forma attraverso revisioni continue, verifica delle fonti, eliminazione del superfluo e ricerca della parola più adatta. Lo scrittore non si limita a riempire pagine: costruisce un percorso di senso. È questa responsabilità che rende un’opera riconoscibile come sua, ben oltre il semplice gesto materiale della scrittura.^1

Anche Umberto Galimberti invita a guardare oltre lo strumento. Da tempo osserva come la tecnica non sia mai un semplice mezzo neutrale: ogni innovazione modifica anche il modo in cui l’uomo pensa e si rapporta al mondo. L’intelligenza artificiale non fa eccezione. Non cambia soltanto il modo di scrivere; costringe a ripensare il significato stesso dell’attività intellettuale. La domanda, dunque, non è se utilizzare o meno una nuova tecnologia, ma quale spazio resti al giudizio, alla creatività e alla responsabilità personale.^2

Luciano De Crescenzo avrebbe probabilmente affrontato questa discussione con il sorriso che caratterizzava la sua filosofia divulgativa. Amava ricordare che il pensiero nasce dalle domande prima ancora che dalle risposte. Per questo la questione non è se un algoritmo sappia costruire una frase elegante o imitare uno stile letterario. La domanda decisiva è un’altra: può avere un’intuizione? Può dubitare? Può trasformare un’esperienza vissuta in una riflessione originale? È qui che la macchina incontra il proprio limite.

Forse, dunque, stiamo ponendo la domanda sbagliata. Non dovremmo chiederci se un’intelligenza artificiale sia capace di scrivere, ma che cosa renda davvero un uomo autore di un’opera. Se l’autore fosse semplicemente colui che digita le parole, allora basterebbe una tastiera per sostituirlo. Ma se è colui che genera il pensiero, organizza il significato e si assume la responsabilità di ciò che pubblica, allora il problema assume una prospettiva completamente diversa.

L’intelligenza artificiale può suggerire una formulazione più chiara, correggere un errore grammaticale, recuperare una fonte bibliografica o persino proporre una diversa costruzione del periodo. Nulla di tutto questo, però, è sufficiente a trasformarla in autore. La paternità di un’opera non nasce dall’esecuzione materiale del testo, ma dall’origine del pensiero che quel testo esprime.

È probabilmente questa la distinzione che dovremo imparare a custodire negli anni a venire: l’autore non è semplicemente chi scrive un testo. È chi ne genera il pensiero, ne orienta il significato e se ne assume interamente la responsabilità.

Note

  1. Umberto Eco, Come si fa una tesi di laurea, Bompiani, Milano, 1977; Id., Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione, Bompiani, Milano, 2003.
  2. Umberto Galimberti, Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli, Milano, 1999.

Le macchine possono pensare?

Molte delle discussioni sull’intelligenza artificiale nascono da un equivoco. Poiché dialoga con noi utilizzando un linguaggio naturale, siamo spontaneamente portati ad attribuirle caratteristiche tipicamente umane. Diciamo che “ragiona”, “comprende”, “sa”, perfino che “ha un’opinione”. In realtà, queste espressioni descrivono l’impressione che le sue risposte producono in noi, non il modo in cui vengono generate.

I moderni sistemi di intelligenza artificiale, noti come Large Language Models (LLM), elaborano il linguaggio individuando relazioni statistiche tra parole, frasi e contesti. Addestrati su enormi quantità di testi, producono una risposta prevedendo, passo dopo passo, quale sequenza linguistica risulti più coerente con la richiesta ricevuta.^1

È proprio questa capacità a rendere le loro risposte spesso fluide, pertinenti e, talvolta, persino originali. L’equivoco nasce dal fatto che siamo naturalmente portati a riconoscere un interlocutore ogni volta che incontriamo un linguaggio convincente. Ma un dialogo non implica necessariamente una coscienza. Allo stato attuale delle conoscenze, infatti, non vi sono elementi per attribuire a questi sistemi intenzionalità, consapevolezza o comprensione nel senso umano del termine. Essi non possiedono esperienze vissute, non formulano convinzioni personali e non perseguono scopi propri. Elaborano informazioni linguistiche con straordinaria efficacia, ma non sono consapevoli del significato di ciò che producono.^2

La distinzione non è soltanto tecnica; è filosofica. Comprendere il linguaggio significa molto più che combinarne correttamente gli elementi. Significa attribuire senso alle parole, collegarle all’esperienza, formulare giudizi, modificare le proprie convinzioni alla luce di nuove ragioni. È questa dimensione intenzionale che caratterizza il pensiero umano.

Non è un caso che una delle domande più celebri della filosofia dell’informatica sia stata formulata da Alan Turing nel 1950: «Le macchine possono pensare?».^3

A oltre settant’anni di distanza, la questione rimane aperta, ma oggi possiamo distinguere con maggiore precisione tra la capacità di generare testi convincenti e quella di possederne una reale comprensione.

Riconoscere questo limite non significa sminuire l’utilità dell’intelligenza artificiale. Al contrario, permette di comprenderne meglio il valore. Un LLM può riassumere un documento, confrontare fonti, correggere errori, suggerire formulazioni più efficaci e rendere più rapido il lavoro di ricerca. In tutte queste attività rappresenta uno strumento di straordinaria potenza.

Il punto decisivo è un altro. L’intelligenza artificiale non decide quale problema affrontare, non sceglie la tesi da sostenere e non risponde delle conseguenze di ciò che viene scritto. Tutto questo continua a dipendere dall’essere umano che formula la domanda, valuta le risposte, accetta o rifiuta i suggerimenti e, infine, firma il testo.

Per questa ragione la questione non consiste nello stabilire se una macchina scriva bene o male. La vera domanda è se l’origine del pensiero rimanga umana. Finché l’intelligenza artificiale organizza il linguaggio al servizio di un’idea concepita dall’autore, essa resta uno strumento, per quanto sofisticato. Se invece sostituisse il processo stesso dell’elaborazione intellettuale, non cambierebbe soltanto il modo di scrivere: cambierebbe il significato stesso della parola autore.

Note

  1. Stephen Wolfram, What Is ChatGPT Doing… and Why Does It Work?, Wolfram Media, 2023.
  2. Emily M. Bender, Timnit Gebru, Angelina McMillan-Major, Margaret Mitchell, On the Dangers of Stochastic Parrots: Can Language Models Be Too Big?, in Proceedings of the 2021 ACM Conference on Fairness, Accountability, and Transparency, 2021.
  3. Alan M. Turing, Computing Machinery and Intelligence, Mind, vol. 59, n. 236, 1950.

Assistenza o sostituzione?

Stabilito che un’intelligenza artificiale è uno strumento capace di elaborare il linguaggio, rimane da affrontare la domanda più delicata: quando assiste il lavoro dell’autore e quando, invece, finisce per sostituirlo?

La distinzione non dipende dalla quantità di intervento della macchina, ma dalla qualità del contributo umano. Uno scrittore può servirsi dell’intelligenza artificiale per correggere la sintassi, eliminare ripetizioni, verificare una citazione, controllare una data storica, confrontare fonti bibliografiche o ottenere suggerimenti stilistici. In tutti questi casi l’idea, la struttura dell’argomentazione e la responsabilità finale del testo rimangono nelle mani dell’autore.

Non si tratta di una novità assoluta. Da sempre chi scrive utilizza strumenti di supporto. Dizionari, enciclopedie, correttori di bozze, consulenti scientifici, editor e programmi di videoscrittura hanno accompagnato la produzione di libri e saggi senza che nessuno mettesse in discussione la paternità dell’opera. L’intelligenza artificiale amplia enormemente queste possibilità, ma non modifica automaticamente il rapporto tra autore e testo.

La situazione cambia quando lo strumento non viene più utilizzato per migliorare un pensiero già esistente, bensì per sostituirlo. Quando l’autore delega all’intelligenza artificiale non soltanto la forma del testo, ma anche la scelta delle idee, la costruzione dell’argomentazione e l’elaborazione del contenuto, allora il problema non riguarda più la tecnologia. Riguarda l’assenza dell’autore.

Un testo può essere grammaticalmente impeccabile, ricco di informazioni e persino elegante nello stile. Tuttavia, se nessuno ha realmente scelto la tesi, valutato le argomentazioni, controllato le fonti e deciso che cosa affermare o omettere, manca proprio ciò che rende un’opera intellettuale: una responsabilità riconoscibile.

Del resto, la questione dell’autorialità non nasce con l’intelligenza artificiale. Da tempo esistono libri firmati da personaggi pubblici e scritti da ghostwriter, autobiografie redatte da collaboratori e opere nelle quali il nome in copertina non coincide con chi ha materialmente composto il testo. L’intelligenza artificiale non crea questo problema; lo rende semplicemente più evidente.

L’esempio dell’architettura è illuminante. Nessun professionista progetta oggi un edificio senza servirsi di sofisticati software di progettazione assistita. Eppure nessuno attribuisce il progetto al programma. Se l’edificio presenta un errore strutturale, non sarà il software a risponderne, ma l’architetto che lo ha firmato. Allo stesso modo, chi scrive può servirsi dell’intelligenza artificiale come collaboratrice tecnica senza rinunciare alla propria funzione di autore.^1

La vera linea di confine, dunque, non separa chi usa l’intelligenza artificiale da chi non la usa. Se così fosse, dovremmo considerare sospetto qualsiasi autore che utilizzi un correttore ortografico, un software di traduzione o un archivio digitale. La differenza è un’altra: da una parte vi è uno strumento che rende più efficiente il lavoro intellettuale; dall’altra vi è la delega del lavoro intellettuale stesso.

È in questa delega che l’autore rischia di scomparire. Non perché le parole siano state scritte da una macchina, ma perché nessuno le ha realmente pensate, selezionate e fatte proprie. La questione, dunque, non è tecnologica. È etica e culturale.^2

Per questo motivo il criterio decisivo non dovrebbe essere la presenza o l’assenza dell’intelligenza artificiale nel processo di scrittura. Dovremmo chiederci, piuttosto, se dietro quel testo esista ancora una mente che lo abbia concepito, criticato, corretto e infine assunto come espressione del proprio pensiero. Quando la risposta è sì, l’intelligenza artificiale resta uno strumento. Quando la risposta è no, l’autore rischia di diventare soltanto il nome stampato sulla copertina.

L’intelligenza artificiale non mette in discussione l’autore perché scrive. Lo mette in discussione solo quando l’autore smette di pensare.

Note

1 Ethan Mollick, Co-Intelligence: Living and Working with AI, Portfolio, 2024.

2. Luciano Floridi, The Ethics of Artificial Intelligence: Principles, Challenges, and Opportunities, Oxford University Press, 2022.

La responsabilità resta umana

Esiste un criterio semplice per riconoscere chi sia il vero autore di un testo. Non consiste nell’individuare chi abbia digitato ogni parola, ma nel chiedersi chi ne risponda.

Ogni opera intellettuale comporta una responsabilità. Un saggio può contenere errori, interpretazioni discutibili, giudizi controversi o intuizioni innovative. Qualunque sia il suo valore, qualcuno dovrà risponderne davanti ai lettori, alla comunità scientifica o, nei casi più gravi, anche alla legge.

L’intelligenza artificiale non può assumere questa responsabilità. Non firma un articolo, non difende una tesi, non risponde delle fonti utilizzate né delle eventuali conseguenze di ciò che viene pubblicato. Può generare un testo, ma non farsene carico.¹

È proprio questo l’aspetto che distingue uno strumento da un autore.

L’esempio dell’architettura è particolarmente significativo. Oggi nessun professionista progetta un edificio senza servirsi di sofisticati programmi di progettazione assistita. Eppure nessuno attribuisce il progetto al software. Se l’edificio presenta un errore strutturale, non sarà il programma a comparire davanti al giudice o all’ordine professionale, ma l’architetto che lo ha firmato.

La scrittura non costituisce un’eccezione. Anche quando un autore utilizza l’intelligenza artificiale per migliorare un testo, verificare un’informazione o riformulare un passaggio, continua a essere lui a scegliere che cosa pubblicare. È lui che decide quali suggerimenti accogliere, quali respingere e quale significato attribuire alle proprie parole.

Per questa ragione il dibattito sull’intelligenza artificiale rischia spesso di concentrarsi sulla domanda sbagliata. Non dovremmo chiederci semplicemente se un testo sia stato scritto con l’aiuto dell’IA. Dovremmo domandarci, piuttosto, se chi lo firma lo riconosca realmente come espressione del proprio pensiero e sia disposto ad assumerne ogni responsabilità.²

In fondo, è sempre stato questo il significato dell’essere autore. Non l’abilità materiale di riempire una pagina, ma il coraggio di mettere il proprio nome sotto un’idea e accettarne tutte le conseguenze.

Forse è proprio questa la lezione che l’intelligenza artificiale ci costringe a riscoprire. Più gli strumenti diventano potenti, più cresce il valore della responsabilità personale. La tecnologia può aiutarci a scrivere meglio, più velocemente e con maggiore precisione. Ma non potrà mai sostituire quel gesto profondamente umano che consiste nel dire: queste idee sono mie, e me ne assumo la responsabilità.

Note

  1. Luciano Floridi, The Ethics of Artificial Intelligence: Principles, Challenges, and Opportunities, Oxford University Press, 2022.
  2. Regolamento (UE) 2024/1689 del Parlamento europeo e del Consiglio del 13 giugno 2024 (AI Act).

Conclusione

L’autore del futuro

Ogni grande innovazione tecnologica ha costretto l’uomo a ridefinire se stesso. L’intelligenza artificiale non fa eccezione. Non perché abbia sostituito il pensiero umano, ma perché ci obbliga a domandarci che cosa significhi davvero pensare, creare e assumersi la responsabilità di un’opera.

Forse, tra qualche anno, utilizzare strumenti di intelligenza artificiale nella scrittura sarà normale quanto oggi utilizzare un motore di ricerca, un correttore ortografico o un archivio digitale. La tecnologia continuerà a evolversi e gli strumenti diventeranno sempre più sofisticati. Sarebbe ingenuo immaginare il contrario.

Ciò che non dovrebbe cambiare è il significato della parola autore.

Un autore non è definito dagli strumenti che utilizza, ma dalla capacità di trasformare informazioni in conoscenza, conoscenza in riflessione e riflessione in un pensiero riconoscibile. È colui che sceglie una tesi, valuta le prove, accetta il dubbio, modifica le proprie convinzioni quando gli argomenti lo impongono e, infine, firma ciò che ha scritto sapendo di risponderne.

L’intelligenza artificiale può accelerare molte di queste operazioni. Può aiutare a cercare una fonte dimenticata, a migliorare una formulazione, a individuare una contraddizione, perfino a suggerire prospettive che l’autore non aveva considerato. Ma il momento decisivo rimane un altro: quello in cui qualcuno riconosce un testo come espressione del proprio pensiero e decide di assumerne la responsabilità.

Per questo motivo il futuro della scrittura non dipenderà dalle macchine, ma dagli uomini che sapranno usarle senza rinunciare alla propria autonomia intellettuale. La vera sfida non sarà imparare a dialogare con l’intelligenza artificiale. Sarà continuare a dialogare con noi stessi.

Forse è proprio questo il paradosso della nostra epoca. Più le macchine diventano capaci di imitare il linguaggio umano, più diventa preziosa quella qualità che nessun algoritmo può garantire: l’onestà intellettuale di chi cerca la verità, accetta il dubbio e firma le proprie idee.

Alla fine, dunque, la domanda non è se l’intelligenza artificiale possa scrivere un libro.

La domanda è se continueremo a essere autori.

 

La Redazione

 

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