la nostra società vive da anni una radicale deculturazione di massa

L’AVVENTO DELL’EGEMONIA ANTI-CULTURALE


È uscito sulla rivista cattolica Vita e pensiero, in contraddittorio con Giuseppe Vacca, presidente dell’Istituto Gramsci di altri interlocutori, una mia riflessione sull’egemonia culturale, che sintetizza e aggiorna scritti precedenti. Ve la proponiamo.

Ma chi detiene oggi l’egemonia culturale nel nostro Paese, e più in generale nel mondo occidentale? È in corso una sostituzione ideologica e pratica e da parte di chi? In cosa consiste oggi l’egemonia culturale?

Tre domande così giustificherebbero un saggio dalle dimensioni di un libro e una ricerca molto articolata. Proviamo invece a rispondere sinteticamente sul tema. Partiamo dal riferimento storico che chiarisce il perimetro in cui ci muoviamo.

L’egemonia culturale, elaborata da Gramsci con il riferimento originario a Lenin, ha avuto tre fasi: quella guidata da Togliatti e dal Pci, la conquista del potere culturale come premessa della conquista politica del paese, che si sviluppò nel dopoguerra, e si espresse soprattutto nell’infiltrazione dell’italo-marxismo nell’alta cultura, nell’editoria e nell’università; poi, quella venuta dal ’68 che si allargò via via ad altri ambiti, dai mass media allo spettacolo, dall’arte al cinema, dal costume alla scuola, imperniata sull’impegno civile e democratico, passando dall’egemonia di un Partito-Chiesa, il Pci, all’egemonia da parte di un’area, la sinistra radical-progressista. E infine, la terza egemonia che raccoglie l’eredità sessantottina e l’eredità comunista, confluendo nell’ideologia occidentale del Politically correct e dei suoi derivati, formando un clima, una cappa, un habitat. A voler definire la parabola attraverso due nomi, diremo da Gramsci a Umberto Eco, “ideologo” della sinistra postmarxista nella società neo-capitalista di massa.

Il controllo della cultura è oggi nelle mani di un ceto, una casta, una cupola ideologico-militante che si snoda in vari ambiti, dall’editoria all’informazione e allo spettacolo e tocca i luoghi di produzione, le istituzioni, i premi, i festival, le testate, le filiere sparse.

Ma l’egemonia culturale non sorge dal nulla, qualcosa la precede, a qualcosa si oppone. Per dirla con un bisticcio lessicale, chi deteneva l’egemonia culturale prima dell’egemonia culturale?

Il comune sentire popolare, stratificato nei secoli, che si esprimeva attraverso legami sociali, tradizioni condivise, riti, canoni e riferimenti radicati e diffusi, veicolati dalle istituzioni, a partire dalla Chiesa cattolica e dalle sue ramificazioni sociali e parrocchiali. Il sottinteso era una società ancora per certi versi “organica”, che nella visione gramsciana sarebbe stata surrogata dall’intellettuale organico collettivo. Il Partito sostituirà la Chiesa, la sezione sostituirà la parrocchia. Il modello storico-politico antagonista da cui trae spunto l’egemonia gramsciana è quello promosso da Gentile e poi da Bottai, d’impronta nazional-fascista. Il riferimento principale in casa propria è invece la rivoluzione leninista e i suoi strateghi di regime, da Zdanov a Luckàcs.

L’egemonia ideologica sostituisce la tradizione e la religione: il progetto è portare un nuovo illuminismo alle masse, liberarle dall’oscurantismo reazionario, patriottico e religioso, fondare un nuovo sentire comune. Agire sulla mentalità, nella convinzione che chi controlla le idee dominanti diventi poi classe dominante. L’egemonia presuppone di agire in una società plurale e conflittuale, con altre tendenze culturali e con un potere politico ed economico non ancora nelle proprie mani. Con alcune di queste realtà divergenti sono possibili compromessi, nella prospettiva di inglobarle poi nell’orizzonte dell’egemonia; con altre invece non resta che la guerra, la delegittimazione, fino alla demonizzazione.

Serpeggia, però, nelle viscere della società un’altra egemonia, di tipo subculturale: la cultura riguarda pur sempre i piani alti, poi ci sono i filoni pop, l’intrattenimento, i costumi, le tendenze di massa. Per anni, c’è stata una guerra sotterranea tra l’impegno e la ricreazione; l’uno portava verso scelte radical-progressiste e l’altro verso scelte qualunquiste e moderate, di tipo democristiano poi berlusconiano o vagamente destrorso.

Ora la nostra società vive da anni una radicale deculturazione di massa, nonostante l’egemonia culturale (o forse anche a causa di questa?). Così l’egemonia culturale, per farsi pop e prevalente, finisce col coincidere sempre più con l’egemonia sottoculturale: tocca la musica, la tv, gli influencer, il trash, l’uso della vita privata e degli orientamenti sessuali, determina un nuovo conformismo di massa che sorge da un ceppo in origine trasgressivo. Non c’è più la guerra tra l’ideologia e il disimpegno, la cultura e il divertimento, i confini sono saltati, l’una si scioglie nell’altra, la cultura retrocede a posa, slogan e bigottismo ideologico; l’egemonia si fa sempre più subculturale. Se l’egemonia culturale arriva a collimare con la cancel culture e la negazione di tutto ciò che costituisce e definisce una civiltà, è destinata a farsi egemonia anticulturale.

In questo contesto, l’idea che una “destra” nazional-populista, sovranista e identitaria possa sostituire l’egemonia culturale di “sinistra”, mi pare difficile, impraticabile. Non ci sono le condizioni, non ci sono uomini e ranghi sostitutivi, non c’è probabilmente l’indole e predisposizione a farlo, non c’è un progetto e una strategia all’opera. Pur di restare al governo, la “destra” deve destrutturare ciò che la definisce, soprattutto sul piano culturale e identitario; piccoli contentini simbolici ma poi bisogna adeguarsi al modello egemone o perlomeno puntare sulla neutralizzazione dei contenuti. Sicché assistiamo a una situazione schizofrenica in cui il governo politico è da una parte e il potere culturale è dall’altra. Uno amministra il decorso dei fatti e l’altro detta l’agenda dei “valori”.

Ma finora abbiamo fatto i conti senza l’oste, non abbiamo citato il Terzo Incomodo, il soggetto più forte: vale a dire il potere tecnocratico, economico e finanziario che gestisce i grandi assetti sovranazionali e la globalizzazione. Un potere pronto a usare sia gli uni che gli altri; ma negli ultimi decenni tramite il politically correct e la cancel culture, l’egemonia culturale radical-progressista è stata la guardia rossa, il precettore ideologico di quel potere. Viviamo in una società “globalitaria” in cui dominano gli interessi degli uni e i “valori” degli altri. E i governi “di destra” si barcamenano negli anfratti. Nonostante i governi di destra, nonostante gli umori popolari prevalentemente opposti rispetto all’egemonia culturale e all’egemonia tecno-finanziaria globale, domina la convergenza strategica tra le due egemonie, nel progetto comune di sradicare le identità, i legami sociali, le eredità civili e religiose; una sorta di guerra alla storia, alla natura e alla realtà, nel nome di una società individualista, mutante e globale, in cui i diritti si separano dai doveri e si coniugano ai desideri, in cui “l’io sono ciò che io voglio essere” è il primo comandamento; salvo seguire acriticamente e automaticamente le tendenze suggerite per essere “inclusi” nei flussi e nei consumi del presente. Non vedo altre egemonie all’orizzonte, se non questa perdurante egemonia assoluta del presente globale su ogni passato, ogni avvenire diverso dal presente, ogni idea dell’eterno e ogni senso religioso della vita. Un’egemonia contro la cultura e la civiltà, che in ultima analisi coincidono.

 

 

 

 

 

(Vita e pensiero, luglio 2023)

 

 

 

 

 

 

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