La prima volta che entra nella stanza in cui consumerà i prossimi pasti, Rosa Sauer è affamata. 

Da anni avevamo fame e paura”, dice. Con lei ci sono altre nove donne di Gross-Partsch, un villaggio vicino alla Tana del Lupo, il quartier generale di Hitler nascosto nella foresta. È l’autunno del ’43, Rosa è appena arrivata da Berlino per sfuggire ai bombardamenti ed è ospite dei suoceri mentre Gregor, suo marito, combatte sul fronte russo. Quando le SS ordinano: “Mangiate”, davanti al piatto traboccante è la fame ad avere la meglio; subito dopo, però, prevale la paura: le assaggiatrici devono restare un’ora sotto osservazione, affinché le guardie si accertino che il cibo da servire al Führer non sia avvelenato. Nell’ambiente chiuso della mensa forzata, fra le giovani donne s’intrecciano alleanze, amicizie e rivalità sotterranee. Per le altre Rosa è la straniera: le è difficile ottenere benevolenza, eppure si sorprende a cercarla. Specialmente con Elfriede, la ragazza che si mostra più ostile, la più carismatica. Poi, nella primavera del ’44, in caserma arriva il tenente Ziegler e instaura un clima di terrore. Mentre su tutti – come una sorta di divinità che non compare mai – incombe il Führer, fra Ziegler e Rosa si crea un legame inaudito.

La trama del romanzo.

Il romanzo Le Assaggiatrici è il frutto del lavoro dell’autrice Rosella Postorino ed edito da Feltrinelli; uscito a gennaio 2018, è già vincitore del Premio Campiello 2018. La storia raccontata si ispira alla vita vera di Margot Wolk, storica assaggiatrice di Adolf Hitler nella caserma di Krausendorf: il Führer, come ben noto, era paranoico ed aveva l’ossessione di essere avvelenato, per questo aveva bisogno di qualcuno che assaggiasse per lui il cibo, prima di poterlo mangiare.

Nel romanzo viene raccontata la storia di Rosa Sauer, una donna fragile e incapace di reagire come molti alle violenze e ai soprusi del periodo. Durante l’inverno del 1943 la giovane ventiseienne è ospite dei suoceri a Gross Partsch, un piccolo paese della Prussia orientale, per sfuggire da una Berlino bombardata e alla solitudine dell’avere il marito Greg a combattere al fronte russo. Il paese si trova in prossimità di quella che veniva chiamata la Tana Del Lupo, ossia il quartier generale del Führer, ben nascosto e mimetizzato all’interno della foresta. Su segnalazione del Sindaco, grande estimatore di Hitler, Rosa insieme ad altre nove giovani donne, viene obbligatoriamente reclutata per diventare un’assaggiatrice.

La giovane non era felice del ruolo, non era spinta da nessuna ideologia politica ma «avevamo fame» dice e tre pasti in questo modo le venivano assicurati ogni giorno, insieme ai duecento marchi di compenso. Quando le Ss ordinano di mangiare la giovane Rosa non pensa a nulla, se non solo alla fame vissuta per tutto il periodo della guerra e divora veracemente tutto ciò che le viene messo nel piatto. Sì, perché ogni pasto potrebbe essere l’ultimo, ogni boccone potrebbe esserle letale; dopo aver consumato il cibo Rosa e le altre assaggiatrici rimangono per un’ora all’interno

Come inizia.

Parte prima.

1.

   Entrammo una alla volta. Dopo ore di attesa, in piedi nel corridoio, avevamo bisogno di sederci. La stanza era grande, le pareti bianche. Al centro, un lungo tavolo di legno su cui avevano giàà apparecchiato per noi. Ci fecero cenno di prendere posto.

   Mi sedetti e rimasi così, le mani intrecciate sulla pancia. Davanti a me, un piatto di ceramica bianca. Avevo fame.

   Le altre donne si erano sistemate senza far rumore. Eravamo in dieci. Alcune stavano dritte e compite, i capelli tirati in uno chignon. Altre si guardavano intorno. La ragazza di fronte a me strappava pellicine con i denti e le triturava sotto gli incisivi. Aveva guance morbide chiazzate di couperose. Aveva fame.

   Alle undici del mattino eravamo già affamate. Non dipendeva dall’aria di campagna, dal viaggio in pulmino. Quel buco nello stomaco era paura. Da anni avevamo fame e paura. E quando il profumo delle portate fu sotto il nostro naso, il battito cardiaco picchiò sulle tempie, la bocca si riempì di saliva. Guardai la ragazza con la couperose. Aveva la mia stessa voglia.

     I fagiolini erano conditi con il burro fuso. Non mangiavo burro dal giorno del mio matrimonio. L’odore dei peperoni arrostiti mi pizzicava le narici, il mio piatto traboccava, non facevo che fissarlo. In quello della ragazza di fronte a me, invece, c’erano riso e piselli.

   “Mangiate,” dissero dall’angolo della sala, ed era poco più che un invito, meno di un ordine. La vedevano, la voglia nei nostri occhi. Bocche dischiuse, respiro accelerato. Esitammo. Nessuno ci aveva augurato buon appetito, e allora forse potevo ancora alzarmi e dire grazie, le galline stamattina sono state generose, per oggi un uovo mi basteràà.

   Contai di nuovo le convitate. Eravamo in dieci, non era l’ultima cena.

   “Mangiate!” ripeterono dall’angolo, ma io avevo giàà succhiato un fagiolino e avevo sentito il sangue fluire sino alla radice dei capelli, sino alle dita dei piedi, avevo sentito il battito rallentare. Quale mensa per me tu prepari – sono tanto dolci questi peperoni – quale mensa, per me, su un tavolo di legno, nemmeno una tovaglia, ceramiche Aachen e dieci donne, se avessimo il velo sembreremmo delle suore, un refettorio di suore che hanno fatto voto di silenzio.

   All’inizio prendiamo bocconi misurati, come se non fossimo obbligate a ingoiare tutto, come se potessimo rifiutarlo, questo cibo, questo pranzo che non è destinato a noi, che ci spetta per caso, per caso siamo degne di partecipare alla sua mensa. Poi però scivola per l’esofago atterrando in quel buco nello stomaco, e più lo riempie più il buco si allarga, più stringiamo le forchette. Lo strudel di mele è così buono che d’improvviso ho le lacrime agli occhi, così buono che ne infilo in bocca brani sempre più grossi, ingurgitando un pezzo dopo l’altro sino a gettare indietro la testa e riprendere fiato, sotto gli occhi dei miei nemici.

   Mia madre diceva che quando si mangia si combatte con la morte. Lo diceva prima di Hitler, quando andavo alla scuola elementare di Braunsteingasse 10, Berlino, e Hitler non c’era. Lei mi allacciava un fiocco sul grembiule e mi porgeva la cartella, e mi raccomandava di fare attenzione, durante il pranzo, a non strozzarmi. In casa avevo il vizio di parlare sempre, pure con la bocca piena, chiacchieri troppo, mi diceva, e io mi strozzavo proprio perchéé mi faceva ridere, quel tono tragico, il suo metodo educativo fondato sulla minaccia di estinzione. Quasi che ogni gesto di sopravvivenza esponesse al rischio della fine: vivere era pericoloso; il mondo intero, un agguato.

   Quando il pasto fu concluso, due SS si avvicinarono e la donna alla mia sinistra si alzò.

   “Seduta! Rimettiti al tuo posto!”

   La donna cadde giù neanche l’avessero spinta. Una delle sue trecce attorcigliate a chiocciola si allentò dalla forcina dondolando appena.

   “Non avete il permesso di alzarvi. Resterete qui, sedute al tavolo, sino a nuovo ordine. In silenzio. Se il cibo era contaminato, il veleno entreràà in circolo rapidamente.” L’SS ci squadrò una per una, per testare la nostra reazione. Non fiatammo. Poi si rivolse ancora alla donna che si era alzata: indossava un Dirndl, forse la sua era stata deferenza. “Basta un’ora, tranquilla,” le disse. “Tempo un’ora e sarete libere.”

   “O morte,” chiosò un camerata.

   Sentii la gabbia toracica restringersi. La ragazza con la couperose nascose il viso nei palmi, soffocò i singhiozzi. “Piantala,” sibilò la bruna al suo fianco, ma a quel punto piangevano anche le altre, come coccodrilli sazi, magari era un effetto della digestione.

   A bassa voce dissi: “Posso chiederle come si chiama?”. La ragazza con la couperose non capì che stavo dicendo a lei. Allungai il braccio, le sfiorai un polso, scattò, mi guardò con un’espressione ottusa, le si erano spaccati tutti i capillari. “Come ti chiami?” ripetei. La ragazza sollevò la testa verso l’angolo, non sapeva se aveva il permesso di parlare, le guardie erano distratte, era quasi mezzogiorno, avvertivano un certo languore. Forse non badavano a lei, così biascicò: “Leni, Leni Winter,” come fosse una domanda, ma era il suo nome. “Leni, io sono Rosa,” le dissi, “vedrai che tra un po’ ce ne torniamo a casa.”

     Leni era poco più che una ragazzina, si intuiva dalle nocche paffute; aveva la faccia di una che non era mai stata toccata in un fienile, nemmeno nell’inerzia esausta della fine del raccolto.

   Nel ’38, dopo la partenza di mio fratello Franz, Gregor mi aveva portata qui a Gross-Partsch a conoscere i suoi genitori: li farai innamorare, mi diceva, orgoglioso della segretaria berlinese che aveva conquistato, che si era fidanzata con il capo, come in un film.

   Era stato bello, quel viaggio a est in sidecar. Verso est noi cavalchiam, diceva la canzone. La diffondevano gli altoparlanti, non solo il 20 aprile. Il compleanno di Hitler era tutti i giorni.

   Per la prima volta prendevo un traghetto e partivo con un uomo. Herta mi aveva alloggiata nella stanza del figlio e aveva spedito lui a dormire in soffitta. Quando i suoi genitori erano andati a letto, Gregor aveva aperto la porta e si era infilato sotto le mie coperte. “No,” avevo bisbigliato, “non qui.” “Allora vieni nel fienile.” Mi si erano appannati gli occhi. “Non posso, se tua madre se ne accorge?”

   Non avevamo mai fatto l’amore. Non l’avevo mai fatto con nessuno.

   Gregor mi aveva accarezzato piano le labbra, ne aveva disegnato il perimetro, poi aveva premuto il polpastrello sempre più forte, fino a scoprire i denti, aprirmi la bocca, ficcarci dentro due dita. Le avevo sentite asciutte sulla lingua. Avrei potuto serrare la mandibola, morderlo. Gregor non ci aveva nemmeno pensato. Si è sempre fidato di me.

   Nella notte non avevo resistito, ero salita in soffitta e avevo aperto io la porta. Gregor dormiva. Avevo accostato le labbra dischiuse alle sue, per mescolare i respiri, si era svegliato. “Volevi sapere che odore ho nel sonno?” mi aveva sorriso. Gli avevo spinto uno poi due poi tre dita in bocca, avevo sentito la bocca allargarsi, la saliva bagnarmi. Questo era l’amore: una bocca che non morde. O la possibilitàà di azzannare a tradimento, come un cane che si ribella al padrone.

   Indossavo la collana di pietre rosse, quando durante il viaggio di ritorno mi aveva afferrato la nuca. Non era accaduto nel fienile dei suoi, ma in una cabina senza oblò.

     “Devo uscire,” mormorò Leni. Me ne accorsi solo io. La donna bruna accanto a lei aveva zigomi ossuti, capelli lucidi, una durezza nello sguardo.

   “Shhh,accarezzai il polso di Leni; stavolta non scattò. “Mancano venti minuti, è quasi finita.”

   “Devo uscire,” insisté.

   La bruna la guardò di traverso: “Non vuoi proprio stare zitta, eh?” la strattonò.

   “Ma che stai facendo?” quasi urlai.

   Le SS si girarono verso di me. “Che succede?”

   Tutte le donne si girarono verso di me.

   “Per favore,” disse Leni.

   Un’SS mi fu di fronte. Le arpionò un braccio e le scandì qualcosa nell’orecchio, qualcosa che non sentii, ma che le stropicciò il volto sino a sfigurarlo.

   “Sta male?” chiese un’altra guardia.

   La donna con il Dirndl saltò di nuovo in piedi: “Il veleno!”.

   Anche le altre si alzarono, mentre Leni aveva un conato, l’SS faceva appena in tempo a scostarsi, Leni vomitava per terra.

   Le guardie uscirono di corsa, chiamarono il cuoco, lo interrogarono, il Führer aveva ragione, gli inglesi vogliono avvelenarlo, le donne si abbracciarono, altre piansero contro la parete, la bruna camminava avanti e indietro con le mani sui fianchi e faceva uno strano rumore col naso. Io mi avvicinai a Leni, le tenni la fronte.

   Le donne si tenevano la pancia, ma non era per le fitte. Avevano saziato la fame, e non c’erano abituate.

   Ci bloccarono lì per ben più di un’ora. Il pavimento fu pulito con i giornali e un panno umido, rimase un lezzo acre. Leni non morì, smise solo di tremare. Poi si addormentò con la mano nella mia e la guancia sul braccio, appoggiata al tavolo, una bambina. Io sentivo lo stomaco tendersi e ribollire, ma ero troppo stanca per agitarmi. Gregor si era arruolato.

   Non era un nazista, non siamo mai stati nazisti. Da ragazzina non volevo entrare nella Bund Deutscher Mädel, non mi piaceva il foulard nero che passava sotto il colletto della camicia bianca. Non sono mai stata una buona tedesca.

   Quando il tempo opaco e smisurato della nostra digestione fece rientrare l’allarme, le guardie svegliarono Leni e ci misero in fila verso il pulmino che ci avrebbe riportate a casa. Il mio stomaco non ribolliva più: si era lasciato occupare. Il mio corpo aveva assorbito il cibo del Führer, il cibo del Führer mi circolava nel sangue. Hitler era salvo. Io avevo di nuovo fame.

2.

   Fra le pareti bianche della mensa, quel giorno diventai un’assaggiatrice di Hitler.

   Era l’autunno del ’43, avevo ventisei anni, cinquanta ore di viaggio, settecento chilometri addosso. Da Berlino ero venuta nella Prussia orientale, il luogo dov’era nato Gregor, e Gregor non c’era. Per sfuggire alla guerra, da una settimana mi ero trasferita a Gross-Partsch.

   Si erano presentati il giorno prima a casa dei miei suoceri, senza preavviso, e avevano detto cerchiamo Rosa Sauer. Non li avevo sentiti perchéé ero nel cortile sul retro. Non avevo sentito nemmeno il rumore della camionetta che parcheggiava davanti alla casa, ma avevo visto le galline affrettarsi verso il pollaio, spingersi l’una sull’altra.

   “Ti cercano,” aveva detto Herta.

   “Chi?”

   Si era girata senza rispondere. Avevo chiamato Zart, non era venuto: era un gatto mondano, di mattina se ne andava a spasso per il paese. Poi avevo seguito Herta pensando chi mi cerca, qui nessuno mi conosce, sono appena arrivata, oddio è tornato Gregor? “È tornato mio marito?” avevo chiesto, ma Herta era giàà dentro la cucina, dava le spalle all’ingresso, interrompeva la luce. Anche Joseph era in piedi, una mano poggiata sul tavolo, la postura inclinata.

   “Heil Hitler!” due sagome scure avevano scagliato il braccio destro nella mia direzione.

   Lo avevo sollevato pure io oltrepassando la soglia. L’ombra era stinta sui loro volti. In cucina c’erano due uomini in divisa grigioverde. Uno aveva detto: “Rosa Sauer”.

   Avevo annuito.

   “Il Führer ha bisogno di lei.”

   Non mi aveva mai vista in faccia, il Führer. Aveva bisogno di me.

   Herta si era asciugata le mani sul grembiule e l’SS aveva continuato a parlare, si rivolgeva a me, guardava solo me, mi squadrava per prezzarmi, manodopera di sana e robusta costituzione, certo la fame mi aveva un po’ debilitata, le sirene notturne mi avevano rubato il sonno, la perdita di tutto, di tutti, mi aveva sciupato gli occhi. Ma il viso era tondo, i capelli folti, e biondi: una giovane femmina ariana giàà domata dalla guerra, provare per credere, prodotto nazionale al cento per cento, si è concluso un ottimo affare.

   L’SS si era avviata.

   “Possiamo offrirvi qualcosa?” aveva chiesto Herta con imperdonabile ritardo. La gente di campagna non sa accogliere gli ospiti importanti. Joseph si era raddrizzato.

   “Veniamo domattina alle otto, si faccia trovare pronta,” aveva detto l’SS che fino a quel momento era stata zitta, e si era avviata a sua volta.

   Le Schutzstaffel facevano complimenti, o non amavano il caffè di ghiande tostate, ma forse c’era del vino, una bottiglia conservata in cantina per quando Gregor fosse tornato, fatto sta che non avevano preso in considerazione l’invito di Herta: del resto tardivo, bisogna ammetterlo. O è soltanto che non cedevano al vizio, tempravano il corpo alla rinuncia, il vizio indeboliva e loro possedevano forza di volontàà. Avevano urlato Heil Hitler issando il braccio – indicavano me.

   Quando la camionetta era partita, avevo raggiunto la finestra. Le strisce delle ruote sul pietrisco tracciavano il sentiero verso la mia condanna. Mi ero spostata a un’altra finestra, in un’altra stanza, rimbalzando da un lato all’altro della casa, in cerca d’aria, di una via d’uscita. Herta e Joseph mi seguivano. Per favore, lasciatemi ragionare. Lasciatemi respirare.

   Era stato il sindaco a fare il mio nome, a quanto avevano detto le SS. Conosce chiunque, il sindaco di un paese di campagna, anche i nuovi arrivati.

   “Dobbiamo trovare un modo,” Joseph si era preso la barba nel pugno, la stringeva come se da lì potesse sgusciar fuori la soluzione.

   Lavorare per Hitler, sacrificare la vita per lui: non era quello che facevano tutti i tedeschi? Ma che potessi ingerire cibo avvelenato e morire così, senza nemmeno uno sparo di fucile, senza un’esplosione, Joseph non lo accettava. Una morte in sordina, fuori scena. Una morte da topi, non da eroi. Le donne non muoiono da eroi.

   “Devo andarmene.”

   Avevo avvicinato la faccia al vetro; provavo a tirare un lungo respiro, una fitta alla clavicola lo spezzava ogni volta. Cambiavo finestra. Una fitta alle costole, il respiro non si liberava.

   “Sono venuta quaggiù per stare meglio e invece rischio di morire avvelenata,” avevo riso con astio: un rimprovero rivolto ai miei suoceri, neanche fossero stati loro a indirizzare le SS.

   “Devi nasconderti,” aveva detto Joseph, “rifugiarti da qualche parte.”

   “Nel bosco,” aveva suggerito Herta.

   “Nel bosco dove? A crepare di freddo e di fame.”

   “Ti porteremo da mangiare noi.”

   “È chiaro,” aveva confermato Joseph, “mica ti abbandoniamo.”

   “E se quelli mi cercano?”

   Herta aveva guardato suo marito. “Secondo te si mettono a cercarla?”

   “Non la prenderanno bene, questo no…” Joseph non si sbilanciava.

   Ero un disertore senza esercito, ero ridicola.

   “Puoi tornare a Berlino,” aveva proposto.

   “Sì, puoi tornare a casa,” aveva ribadito Herta, “non ti seguiranno fin là.”

   “Non ho più una casa, a Berlino, ricorda? Se non fossi stata costretta, non sarei mai venuta quaggiù!”

   I lineamenti di Herta si erano irrigiditi. In un attimo avevo sfondato ogni pudore legato ai nostri ruoli, alla scarsa conoscenza che avevamo l’una dell’altra.

   “Mi scusi, non volevo dire…”

   “Lascia stare,” aveva tagliato corto.

   Le avevo mancato di rispetto, ma nello stesso tempo avevo spalancato la porta alla confidenza tra di noi. L’avevo sentita così vicina che avrei voluto aggrapparmi a lei, mi tenga con sé, si occupi di me.

   “E voi?” avevo chiesto. “Se poi vengono, non mi trovano e se la prendono con voi?”

   “Ce la caveremo,” aveva risposto Herta, e si era allontanata.

   “Che cosa vuoi fare?” Joseph aveva mollato la barba. La soluzione non c’era.

   Io preferivo morire in un luogo straniero, anzichéé nella mia cittàà, dove non avevo più nessuno.

   Il secondo giorno da assaggiatrice mi alzai all’alba. Il gallo aveva cantato e le rane avevano smesso di gracidare di colpo, come fossero crollate tutte insieme dal sonno; fu allora che mi sentii sola, dopo un’intera notte sveglia. Nel riflesso della finestra vidi i cerchi intorno agli occhi, e mi riconobbi. Non era colpa dell’insonnia, o della guerra, quei solchi scuri c’erano sempre stati, sul mio viso. Mia madre diceva chiudi ’sti libri, guarda che faccia, mio padre diceva non avràà carenza di ferro, dottore?, e mio fratello mi strofinava la fronte sulla fronte perchéé quello scivolare come di seta lo faceva addormentare. Nel riflesso della finestra vidi gli stessi occhi cerchiati di quand’ero bambina, e seppi che erano stati un presagio.

   Uscii a cercare Zart, che sonnecchiava acciambellato accanto al recinto del pollaio quasi fosse responsabile delle galline. D’altronde non è prudente lasciare sole delle signore – Zart era un maschio all’antica, lo sapeva. Gregor invece se n’era andato: voleva essere un buon tedesco, non un buon marito.

   La prima volta che eravamo usciti insieme mi aveva dato appuntamento davanti a un caffè vicino al duomo, ed era arrivato in ritardo. Ci eravamo seduti a un tavolino fuori, l’aria un po’ fredda nonostante il sole. Io mi ero incantata a decifrare nel coro degli uccelli un motivo musicale, e nel loro volo una coreografia eseguita apposta per me, per quel momento che finalmente era giunto e assomigliava all’amore come l’avevo atteso da ragazzina. Un uccello si staccava dallo stormo; isolato e fiero, scendeva in picchiata fin quasi a tuffarsi nella Sprea, sfiorava l’acqua con le ali tese e subito risaliva: era stato solo un estemporaneo desiderio di fuga, una breccia di incoscienza, il gesto impulsivo di un’euforia che ubriaca. La sentivo sfrigolare nei polpacci, quell’euforia. Davanti al mio capo, il giovane ingegnere seduto al bar con me, mi scoprivo euforica. La felicitàera appena cominciata.

   Avevo ordinato una fetta di torta alle mele e non l’avevo assaggiata neppure. Gregor me l’aveva fatto notare: Non ti piace? Ridevo: Non lo so. Gli avevo avvicinato il piattino perchéla mangiasse lui, e quando l’avevo visto ingurgitare il primo boccone, masticando in fretta, una foga abitudinaria, ne avevo avuto voglia anch’io. Così ne avevo preso un pezzetto, poi un altro, ci eravamo ritrovati a mangiare dallo stesso piatto, chiacchierando senza un vero argomento, senza guardarci, come se quell’intimitàfosse giàà troppo, finchéé le nostre forchettine non si erano incrociate. In quell’istante ci eravamo interrotti, sollevando le teste. Ci eravamo guardati a lungo, mentre gli uccelli continuavano a volteggiare, oppure si appollaiavano stanchi sui rami, sulle balaustre, i lampioni, chissàà, magari puntavano il becco al fiume per gettarsi in acqua e non riemergere mai più. Poi Gregor aveva volontariamente bloccato la mia forchetta con la sua, ed era stato come se mi toccasse.

     Herta venne a prendere le uova, in ritardo rispetto al solito: forse aveva passato anche lei la notte insonne, e quella mattina non era riuscita a svegliarsi. Mi trovò immobile sulla sedia di ferro arrugginito, Zart sopra i miei piedi; si sedette di fianco a me, dimenticandosi della colazione.

   La porta cigolò. “Sono giàà qui?” chiese Herta.

   Joseph, addossato allo stipite, fece segno di no. “Le uova,” disse puntando l’indice verso l’aia. Zart gli andò dietro camminando un po’ storto, il suo calore mi mancò.

   Il bagliore dell’alba si era ormai ritirato come una risacca, spogliando il cielo del mattino: pallido, esangue. Le galline iniziarono a starnazzare, gli uccelli a cinguettare e le api a ronzare contro quella luce da cerchio alla testa, ma lo stridio di un veicolo che frenava li ammutolì.

   “Alzati, Rosa Sauer!” sentimmo urlare.

   Herta e io saltammo in piedi, Joseph tornò indietro con le uova in mano. Non si accorse che ne aveva stretto uno troppo forte, gli si era rotto fra le dita, su cui si intersecavano rivoli viscosi di un arancione brillante. Non potevo fare a meno di seguirne il tragitto, si sarebbero staccati dalla pelle e avrebbero toccato terra senza far rumore.

   “Sbrigati, Rosa Sauer!” incalzarono le SS.

   Herta mi premette sulla schiena, mi mossi.

   Preferivo aspettare il ritorno di Gregor. Credere nella fine della guerra. Preferivo mangiare.

   Sul pulmino, diedi un’occhiata veloce e mi sistemai nel primo posto libero, lontana dalle altre donne. Ce n’erano quattro, due erano sedute vicine, le altre stavano ciascuna per conto proprio. Non ricordavo i loro nomi. Sapevo solo quello di Leni, che non era ancora salita.

   Nessuna rispose al mio buongiorno. Guardai Herta e Joseph al di là del finestrino macchiato da aloni di pioggia. Sull’uscio, lei sollevava il braccio nonostante l’artrosi, lui aveva un uovo rotto in mano. Guardai la casa – le tegole annerite dal muschio, l’intonaco rosa e i fiori di valeriana cresciuti a ciuffi sul terreno nudo – finchéé non scomparve dietro la curva. L’avrei guardata ogni mattina come non dovessi più rivederla. Poi, avrebbe smesso di essere un rimpianto.

   Il quartier generale di Rastenburg era a tre chilometri da Gross-Partsch, nascosto dalla foresta, invisibile dall’alto. Quando gli operai avevano cominciato a costruirlo, raccontava Joseph, la gente dei dintorni si era interrogata su quel viavai di furgoni e camion. Gli aerei militari sovietici non l’avevano mai localizzato. Ma noi lo sapevamo che Hitler era lì, che dormiva poco distante, e forse d’estate si sarebbe dimenato nel letto tentando di uccidere le zanzare che gli disturbavano il sonno; forse si sarebbe sfregato anche lui le punture rosse, vinto dai desideri contrastanti che il prurito genera: per quanto non sopporti l’arcipelago di ponfi sulla pelle, con una parte di te non vuoi guarirne, perché è così intenso il sollievo di grattarsi.

   La chiamavano Wolfsschanze, Tana del Lupo. Lupo era il suo soprannome. Sprovveduta come Cappuccetto Rosso, sono finita nella sua pancia. Una legione di cacciatori lo cercava. Pur di averlo in pugno, avrebbe fatto fuori anche me.

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 L’AUTRICE

Rosella Postorino.

Rosella Postorino (Reggio Calabria, 1978) è cresciuta in provincia di Imperia, vive e lavora a Roma. Ha esordito con il racconto In una capsula, incluso nell’antologia Ragazze che dovresti conoscere (Einaudi Stile Libero, 2004). Ha pubblicato i romanzi La stanza di sopra (Neri Pozza, 2007; Feltrinelli, 2018; Premio Rapallo Carige Opera Prima), L’estate che perdemmo Dio (Einaudi Stile Libero, 2009; Premio Benedetto Croce e Premio speciale della giuria Cesare De Lollis) e Il corpo docile (Einaudi Stile Libero, 2013; Premio Penne), la pièce teatrale Tu (non) sei il tuo lavoro (in Working for Paradise, Bompiani, 2009), Il mare in salita (Laterza, 2011) e Le assaggiatrici (Feltrinelli, 2018). È fra gli autori di Undici per la Liguria (Einaudi, 2015).

 

  • Le assaggiatrici
  • Rosella Postorino
  • Editore: Feltrinelli
  • Collana: I narratori
  • Anno edizione: 2018
  • Pagine: 285 p., Brossura
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