Le Brigate dell’amore e il delitto di odio? È l’amore falso e malato dei brigatisti anti odio, è Il totalitarismo che incede a passi da gigante, è l’ideologia del Diversamente Identico e dell’Equivalenza Universale è Oicofobia

 

Arthur Fleck / Joker (Joaquin Phoenix) in una scena del film

 

Ah, l’amore, questo folle sentimento che, più fa buio, più ritorna da me.” I meno giovani ricorderanno la canzone dei Formula Tre, parole e musica di

Maschere identiche

Mogol e Battisti.  Si sentiva il bisogno della Brigate dell’Amore, impegnate, per il bene di tutti, a combattere l’odio e gli odiatori. La nuova frontiera della società comatosa è la mobilitazione contro un sentimento. Folle davvero, l’amore falso e malato dei brigatisti anti odio. Non era mai capitato, nella lunga storia umana, che si invocassero e ottenessero leggi contro un sentimento. Il totalitarismo incede a passi da gigante, un lupo con la pelle d’agnello che non sa vincere le sue battaglie se non con divieti, interdetti e proibizioni in nome del Bene, l’ideologia del Diversamente Identico e dell’Equivalenza Universale. Lo stesso politicamente corretto cede dinanzi al nuovo proibizionismo con una mano sul cuore e l’altra sulla tasca interna, rifugio del portafogli. Non si può odiare, solo amare. La coppia, umana, umanissima, deve divorziare, anzi uno dei due, l’esecrato odio, deve scomparire.

Lupo con la maschera d’agnello

Il totalitarismo incede a passi da gigante, un lupo con la pelle d’agnello che non sa vincere le sue battaglie se non con divieti, interdetti e proibizioni in nome del Bene

 

Grottesco, l’odio contro l’odio. Chissà che ne penserebbe Catullo, il cui distico Odio e amo è uno dei vertici della poesia di tutti i tempi. Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed

Lawrence Alma Tadema: Catullo e Lesbia

fieri sentio et excrucior.  Suggestiva è la traduzione di Salvatore Quasimodo: Odio e amo. Forse chiederai come sia possibile;/non so, ma è proprio

Cattivik

così e mi tormento. Basta tormenti, bisogna farla finita con la complessità. Vietato vietare era lo slogan del Sessantotto. Il progresso è: vietato odiare. Naturalmente l’odio è sempre altrui: “noi” siamo, programmaticamente e insindacabilmente, i Buoni. Noi amiamo, non odiamo. È per amore che invochiamo pene severe per gli odiatori. Un po’ per celia e un po’ per non morire, si è tentati di evocare Cattivik, il personaggio dei fumetti che faceva di una comica cattiveria il suo modo di vita, a partire dallo sguardo in tralice e dal ghigno ostile.

Diciamola tutta: le Brigate dell’Amore odiano quanto e più degli altri. I loro bersagli sono la natura e la verità. La natura, imperfetta e piena di ingiustizie, va modificata. La verità deve essere negata in quanto può recare offesa. Spaventa questo mondo di offesi, oltraggiati, risentiti, che vivono ogni giudizio come un affronto. Vietato discriminare, cioè distinguere, giudicare, praticare la virtù dell’intelligenza. Il Bene è ciò che non divide, non esprime giudizi, non prende atto delle differenze, dei fatti. Il Bene ha un altro nemico: la realtà. L’obbligo del Bene e dei suoi pasdaran, i Brigatisti dell’Amore, è la conformità a un modello mentale: la gabbia degli uguali. Uno vale uno. Uno equivale a qualunque altro, è l’esito. Vietato dissentire, sotto pena di passare nella categoria degli offensori e dei portatori insani di odio. Tutto deve essere uguale, equivalente, diversamente identico. Giudicare, valutare, esprimere preferenze e di conseguenza avversioni è un delitto. Delitto di odio, da inserire nel codice penale.

L’amore falso e malato dei brigatisti anti odio? Proibiscono i sentimenti perché prigionieri del nulla. È una sottocultura del risentimento, è “oicofobia”, odio di sé mascherato da rispetto per gli altri!

La dittatura postmoderna, dismessa la maschera soft, svela il suo vero volto, un totalitarismo asfissiante che non si accontenta di proibire le parole, ma le riformula, insinuandosi nel pensiero. Siamo

Jean Genet nel 1983

tutti Cattivik se non pensiamo in un certo modo, se non cancelliamo dalla cartella “file” del cervello, determinate parole, ma soprattutto se proviamo sentimenti proibiti. Se prendiamo atto delle differenze, le indichiamo e le giudichiamo con il metro della verità, della realtà, della banale constatazione, entriamo nel campo minato dell’odio. Ci aspettano la riprovazione, lo stigma sociale, l’etichetta di malvagi, la stella gialla in cui viene marchiata a caratteri di fuoco la lettera O di odio. Il bestiame umano appartiene a lorsignori. Nulla di strano che ci applichino un marchio. Potremmo ricordare Jean Genet(1), scrittore maledetto, disadattato, omosessuale, estremista, che scrisse in Les nègres – un titolo che oggi lo esporrebbe alle accuse di odio e razzismo, “quel che ci serve è l’odio. Da esso nasceranno le nostre idee”. Apologeta dell’odio o osservatore asciutto dell’umanità?

Pòlemos il demone della guerra

Già Eraclito affermò che il mondo avanza per conflitti, incarnati dalla figura mitologica di Pòlemos.  Stupidaggini del buio passato: siamo gente d’Amore. Ci è ingiunto di amare da un’autorità arcana che nega la complessità dell’umano. Ha deciso che esiste solo l’Uguale, l’Equivalente. Per questo, il delitto più sanguinoso è segnalare la differenza. Gli uomini non hanno razze, solo i cani, le civiltà e le culture si equivalgono, nessuno ha ragione, o meglio ce l’hanno tutti. Il bimbo della fiaba di Andersen che gridò “il re è nudo” sarebbe oggi rinchiuso in un riformatorio. Ha detto la verità, sia punito. Poteva affermare che il re è abbigliato con la sua pelle, evitando accuratamente il giudizio di merito.

Viviamo in mezzo a infinite tribù reciprocamente ostili, atomi che si riuniscono provvisoriamente, permalosi, eternamente in guardia dinanzi a qualsiasi parola, gesto, sguardo, condotta che suoni a offesa. Offesi gli omosessuali se non si rende omaggio al loro “orgoglio”, gli stranieri se li chiamiamo così, gli uomini di colore se si osa definirli negri, un termine che la biologia e l’antropologia hanno usato per secoli senza intento diffamatorio, i portatori di handicap se non ci si rivolge loro come a “diversamente abili”. Chi scrive ha sofferto per molti anni di una grave balbuzie: se lo avessero chiamato diversamente parlante sarebbe cambiata la sua vita? Evidentemente no, per cui a buon diritto rivendichiamo il diritto alla verità. Può essere cruda, fastidiosa, ma rende liberi.

L’ossessione per il controllo, per la “gestione” è il simbolo di una società amministrativa, privata di ogni idealità, ridotta a idealizzare l’equivalente. Pensiero non debole, ma assente. Nulla è giusto, niente è vero, quindi è odio, pretesa immonda stilare graduatorie, preferire, distinguere, riconoscersi in qualcosa. Il relativo, “liquido”, si assolutizza e chiama odio il dissenso “solido”. Non esiste cura eccetto il ritorno al reale, la dura terapia della verità: credere ai propri occhi, ridare alle cose il proprio nome, riconoscere se stessi, identificarsi e prendere atto delle distinzioni!

 

Faust e Mefistofele.

Non è con gli eufemismi e i pietismi da salotto che si dimostra di amare.  Al contrario, ci rende più insensibili. Quel cieco è come me, vista a parte. Perché aiutarlo a salire

Nuova Chiesa di San Paolo a Foligno progettata dall’archistar Fuksas

sul bus o ad attraversare la strada? L’uguaglianza folle, imposta, contro logica, realtà e senso comune, genera mostri. Come Mefistofele, è lo spirito che sempre nega. Non ammette la differenza, nega la valutazione, asserisce che non ci sono belli e brutti, intelligenti e cretini, volonterosi e pigri, biondi, bruni e persino negri, con e senza la maledetta G. Constatare, prendere atto non è odiare, così come negare non è amare. Il panorama è variegato, ci sono più cose in cielo in terra di quante ne contenga la tua filosofia, ammonisce Amleto. San Pietro e la parrocchia di Foligno fatta a cubo dall’archistar Fuksas sono assai diverse tanto dal punto di vista artistico che sotto il profilo del richiamo alla fede.

Tony Shalhoub è il detective Monk

No, quel che scriviamo e pensiamo è delitto di odio. Esiste nell’Italia felix del secolo XXI una commissione parlamentare amorevolmente tesa a stroncare l’odio. Potrebbe incriminarci. Non ci difenderemo: il reato è confesso e sotto gli occhi di tutti. Ma il re senza vestiti resta nudo, il cieco è al buio anche da non vedente e gli uomini sono diversi tra loro per caratteristiche morali, civili, culturali, e, bestemmia massima, etniche e fisiche. La pentola che bolle non riesce a amalgamare tutto: l’olio non si unisce all’acqua. L’insistenza morbosa sull’indifferenziato assume caratteri ossessivi compulsivi.

In una serie televisiva poliziesca, protagonista è Monk, geniale, ma affetto da ogni tipo di fobia. Non sopporta nessuna disarmonia, deve “mettere in linea” tutto ciò che vede, non accetta alcuna difformità, il suo mondo è una linea retta, o un cerchio perfetto. Non funziona così l’uomo e non è così il mondo. Il fatto che dalla persuasione per manipolazione, ripetizione coatta da parte di tutte le agenzie, scuola, governo, televisione, pubblicità, si passi a forme di divieto esplicito con pene a cui sfuggono comportamenti davvero gravi – furti, truffe, sfruttamento – dimostra che alcuni uomini, forse molti uomini, possiedono ancora anticorpi. Sorvegliare e punire, il biopotere scoperto da Foucault, il potere sulla vita, sul corpo, sui nostri stessi pensieri, sono un fatto, ma non riescono a addomesticare del tutto l’Homo sapiens.

Robot pensatore

Oggi diventa odio proclamare la propria fede: le altre potrebbero risentirsi? La società degli offesi non può funzionare: il diritto alla verità? Può essere cruda, fastidiosa, ma rende liberi!

Secondo una ricerca, un numero crescente di italiani non crede o è indifferente all’Olocausto, il totem assoluto della postmodernità. Sbagliano, gli internati non morirono di freddo, ma la ripetizione

Émile Durkheim

continua, le infinite giornate della memoria, le dita alzate dei moralisti tanto al chilo, ben diversi dalle sofferenze delle vittime, finiscono per infastidire. La storia umana è un lungo calendario di stragi e ingiustizie. Non ce ne può essere una così diversa da diventare obbligo di legge. A parte le intemperanze di qualche sconsiderato, ciò che irrita non è la narrazione, ma la sua imposizione. L’accumulazione genera rigetto, come la santificazione obbligata di tutto ciò che è “multi” o “trans”. Nessuna civiltà si è fondata sulla torre di Babele, sull’ostilità di mille pezzetti in lotta tra loro, offesi anche dagli sguardi o da un sopracciglio inarcato. Rimodellano le parole per riconfigurare i cervelli, ma si finisce nell’afasia per sfuggire a quella che Durkheim(2) chiamava anomia, l’assenza di ancoraggi comuni. 

Molte idiosincrasie sbrigativamente ribattezzate odio sono frutto di sovraccarico, reazione contro l’evidenza di alcune menzogne. Se ne ha abbastanza di non poter amare noi stessi, perché sarebbe la prova dell’odio verso gli altri. Ci ordinano di amare, ci vietano di odiare. Non si può, l’uomo racchiude in sé entrambi i sentimenti in un’infinità di sfumature. Non bisogna urtare la sensibilità di un numero crescente di soggetti, trucioli di permalose identità. Diventa odio proclamare la propria fede: le altre potrebbero risentirsi. Non si può preferire la propria gente, la lingua madre o i costumi del nostro popolo per lo stesso motivo. Ridotta la convivenza comune a una serie di procedure, di finti inchini reciproci, impauriti, si finisce per non essere nulla e non credere più a niente. Tuttavia, ce lo hanno spiegato Chesterton e Dostoevskij, chi non crede in nulla è disposto a credere a qualunque cosa. Forma tribù, ricerca nuove diversità, e reclama a gran voce il suo posto nella fiera del politicamente corretto, dell’equivalente, del diversamente uguale.

In certe zone degli Stati Uniti, paradiso multietnico, multireligioso, multiculturale, già si parla di ritorno al sangue. Non si dialoga più, se non tra simili. Così finiscono le utopie universaliste: incubi e legge del più forte. La nostra civiltà è in mano a ingegneri sociali. Mancano gli architetti e i buoni filosofi, portatori di un’idea organica della città comune. I maestri del risentimento, Freud, Marx, e poi Adorno, Marcuse, i “decostruttori” alla Derrida e i nichilisti(3) alla Sartre hanno vinto. Il loro sporco lavoro è in via di completamento. A proposito di Freud: parlò di proiezione e transfert. Le anime belle, i brigatisti dell’amore, sono in realtà feroci odiatori, negatori implacabili di ciò che non capiscono. I bersagli sono la proiezione: attribuiscono loro i mali che non osano riconoscere guardandosi allo specchio. Svelare il castello di carte dell’equivalente, dell’indistinto, non mangiare il loro minestrone omnibus li perturba sino all’odio.

Friedrich Nietzsche (1844-1900)

La storia umana è un lungo calendario di stragi e ingiustizie? Nessuna civiltà si è fondata sulla torre di Babele: ce lo hanno insegnato Chesterton e Dostoevskij, chi non crede in nulla è disposto a credere a qualunque cosa!

Vedono nel dissidente che insiste sulla nudità del re, un deviante animato dall’odio; riversano su di lui un sentimento freudiano, l’unheimlich(4), il perturbante(L.C.), l’estraneità che inquieta perché non corrisponde al canone. Con il lessico degli psicologi, i Brigatisti dell’amore vivono in un bias permanente, una distorsione testarda della realtà. Per Carl Schmitt le categorie essenziali a cui ricondurre l’umano sono amico/nemico. Nella Teoria del partigiano(5) (L.C.) notava che la modernità, avendo assunto come criterio fondante l’ideologia, non ha più un iustus hostis, un nemico con cui si tratta all’interno di una cornice comune, ma solo nemici assoluti, a cui va negato lo statuto di uomini, privati di legittimità e diritti. Possono solo essere distrutti, poiché rappresentano il Male. Di conseguenza, “noi” siamo il bene, con diritto di attribuire al nemico ogni nefandezza, a cominciare dall’odio.

“Loro” odiano, noi amiamo. Quindi non vanno sconfitti, ma cancellati. Non si può discutere: il Bene non si misura con il Male. Amore e odio non sono calcolabili in denaro, non possono ancora essere imprigionati in un codice a barre. In una società fredda, l’odio (altrui!) ci fa sentire caldi. Sotto il vestito firmato, identità surrogata degli Identici, dei Seriali, sopravvive un corpaccione flaccido, metafora del Nulla. L’ossessione per il controllo, per la “gestione” è il simbolo di una società amministrativa, privata di ogni idealità, ridotta a idealizzare l’equivalente. Pensiero non debole, ma assente. Nulla è giusto, niente è vero, quindi è odio, pretesa immonda stilare graduatorie, preferire, distinguere, riconoscersi in qualcosa. Il relativo, “liquido”, si assolutizza e chiama odio il dissenso “solido”. Non esiste cura eccetto il ritorno al reale, la dura terapia della verità: credere ai propri occhi, ridare alle cose il proprio nome, riconoscere sé stessi, identificarsi e prendere atto delle distinzioni. Ogni tanto, è utile spegnere l’audio. Ad esempio, sottrarsi alla litania di chi ripete che non bisogna avere paura, chi odia ha solo paura. Il coraggio dei forti conosce la paura. La paura è vita, piaccia o non alle anime belle. Chi teme qualcosa, protegge sé stesso e gli altri, appronta difese, guarda in faccia la realtà, “discrimina”. Verrà imputato per violazione della legge Mancino se dirà che non esiste il Buon Selvaggio e che un balbuziente tartaglia?

Le Brigate dell’amore e il delitto di odio? per loro è vietato discriminare, cioè distinguere, giudicare, praticare la virtù dell’intelligenza! È la dittatura postmoderna, che dismessa la maschera soft, svela il suo vero volto, un totalitarismo asfissiante che non si accontenta di proibire le parole, ma le riformula, insinuandosi nel pensiero!

La società degli offesi non può funzionare; non si può negare che la neve è bianca, l’erba verde e un maschietto è diverso da una femminuccia, un asiatico da un nordico, che un musulmano ha un

La pelle di zigrino Illustrazione di Adrien Moreau. (1897)

sistema di valori distinto da un cristiano. Nel romanzo La pelle di zigrino, Balzac, il gigante delle lettere francesi, descrive un talismano orientale, la pelle di zigrino, appunto, che può esaudire qualsiasi desiderio, ma ogni volta la pelle si restringe, accorciando la vita del suo proprietario. L’uomo occidentale sembra animato dalle stesse intenzioni del protagonista, Raphael: corre, esaudisce, esaurisce desideri e capricci in un suicidio a tappe sempre più ravvicinate. Chiamano odio l’attitudine di chi non condivide il loro universo rosé, amore il degrado di sé, multiculturalismo la fine della civiltà comune. Non sanno amare, solo tollerare, nel senso che accettano tutto poiché non credono in nulla, tranne nel “mischione” diversamente uguale.

Proibiscono i sentimenti perché prigionieri del nulla. La sottocultura del risentimento è “oicofobia”, odio di sé mascherato da rispetto per gli altri. Aveva ragione Cesare Pavese, grande artista manipolato, che pagò con la disperazione e il suicidio il “vizio assurdo” di non essere uguale, funzionale agli interessi dell’apparato ideologico. Nel Mestiere di vivere scrisse: si odiano gli altri perché si odia se stessi. Odiano se stessi proiettando sugli altri, con l’inversione che Orwell chiamò bispensiero, il rancore che chiamano amore.

 

Note

  • (1) Jean Genet (Parigi, 19 dicembre 1910 – Parigi, 15 aprile 1986) è stato uno scrittore, drammaturgo e poeta francese, fra i più discussi del Novecento. In lui la vita e l’opera d’arte si intrecciarono profondamente al punto da rendere difficile la distinzione tra episodi inventati ed esperienze realmente vissute dall’autore. Il trionfo di questo atteggiamento è l’autobiografia romanzata del Diario del ladro(1949), in cui Genet racconta la storia di un sé stesso ladro, omosessuale e “marginale” mentre vagabonda lungo l’Europa degli anni trenta. Il carcere, la vita di strada, l’attrazione per marinai e “guappi” dei bassifondi sono una costante della sua opera. Con Querelle de Brest (1947), poi portato sullo schermo da Fassbinder (Querelle de Brest, 1982), Genet ha fissato per sempre il mito omoerotico del marinaio. Nei suoi romanzi e nei drammi bene e male si intrecciano e si completano e l’erotismo, filtrato da un desiderio mai nascosto, si esprime in personaggi ambigui, violenti e a volte corrotti: “Anche se non son sempre belli, gli uomini votati al male possiedono le virtù virili“.
  • (2) Émile Durkheim (Épinal, 15 aprile 1858 – Parigi, 15 novembre 1917) è stato un sociologo, antropologo e storico delle religioni francese. La sua opera è stata cruciale nella costruzione, nel corso del XX secolo, della sociologia e dell’antropologia, avendo intravisto con chiarezza lo stretto rapporto tra la religione e la struttura del gruppo sociale. Durkheim si richiama all’opera di Auguste Comte (sebbene consideri alcune idee comtiane eccessivamente vaghe e speculative), e può considerarsi, con Herbert Spencer, Vilfredo Pareto, Max Weber e Georg Simmel, uno dei padri fondatori della moderna sociologia. È anche il fondatore della prima rivista francese dedicata alla sociologia, L’Année sociologique, nel 1898.
  • (3) Il termine nichilismo, o nihilismo (dal latino classico nihil, “nulla”), nella lingua tedesca Nihilismus, fu adottato in Germania dalla fine del XVIII secolo nell’ambito della polemica sulle conclusioni della filosofia di Kant; si diffuse in seguito ampiamente con la pubblicazione della lettera di F.H. Jacobi a Fichte del 1799, Jacobi an Fichte (nota come Sendschreiben an Fichte) dove acquistò il senso generico di critica radicale demolitrice di ogni filosofia che pretendesse di possedere un reale contenuto di verità. Si riferisce particolarmente al pensiero del filosofo Friedrich Nietzsche (1844-1900) per indicare l’inevitabile decadenza della cultura occidentale e dei suoi valori. Comunemente indica anche ogni atteggiamento genericamente rinunciatario e negativo nei confronti del mondo con le sue istituzioni e i suoi valori; indica anche un sentimento di generale disperazione derivata dalla convinzione che l’esistenza non abbia alcuno scopo, per cui non vi è necessità di regole e leggi secondo una visione anarchica che in effetti non è condivisa da tutti i nichilisti: movimenti, ad esempio, come il futurismo e il decostruttivismo, insieme ad altri, sono stati spesso identificati da diversi autori come “nichilistici” in numerosi contesti.
  • (4) Das Unheimliche è un aggettivo sostantivato della lingua tedesca, utilizzato da Sigmund Freud come termine concettuale per esprimere in ambito estetico una particolare attitudine del sentimento più generico della paura, che si sviluppa quando una cosa (o una persona, un’impressione, un fatto o una situazione) viene avvertita come familiare ed estranea allo stesso tempo cagionando generica angoscia unita ad una spiacevole sensazione di confusione ed estraneità. Dai traduttori italiani di Freud questo sentimento è stato reso con perturbante o con l’aggettivo sostantivato il perturbante. Il critico letterario d’impostazione freudiana Francesco Orlando ha usato nelle sue opere la traduzione il sinistro. Più di recente è stata anche proposta la traduzione con lo spaesamento. «Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare.» (Sigmund Freud, Il perturbante, 1919.)
  • (5) Teoria del Partigiano. Integrazione al concetto del Politico è un saggio di Carl Schmitt del 1963, che analizza il concetto e il ruolo del partigiano, combattente irregolare che si contrappone all’esercito regolare, nella storia e nella filosofia contemporanee. Schmitt ne racconta la nascita, i modi e le teorie di sviluppo dal XV al XIX secolo, per ricomprendere il Partigiano nella teoria più ampia della sua opera Le categorie del Politico. «La teoria del Partigiano invade la politica, ci dobbiamo domandare, chi sia il vero nemico in un nuovo νὸμος della terra.» (Carl Schmitt, Teoria del Partigiano) «Contro i partigiani si combatte alla partigiana.» (Carl Schmitt, Teoria del Partigiano)

Fonte Wikipedia

 

Libri Citati

  • Sul perturbante.
  • Attualità e trasformazioni di un’idea freudiana nella società e nella clinica psicoanalitica di oggi
  • Angelo Antonio Moroni
  • Editore: Mimesis
  • Collana: Attualità del pensiero psicoanalitico
  • Anno edizione: 2019
  • In commercio dal: 3 ottobre 2019
  • Pagine: 200 p., Brossura
  • EAN: 9788857557441

 Acquista. € 17,00

 

Descrizione

“La paura dell’altro, del diverso, dello “straniero”, sembra essere diventata la cifra caratteristica dell’epoca in cui viviamo. La dialettica conflittuale tra “familiare” ed “estraneo”, descritta da Freud nel suo breve saggio sul Perturbante nel 1919, non è mai stata infatti così attuale. Il volume esplora le declinazioni contemporanee del Perturbante e le sue manifestazioni in vari ambiti della cultura di oggi: nella società, nella politica, nell’arte e nella clinica psicoanalitica, seguendo il filo rosso di quel “fenomeno particolare” della vita psichica, di cui ci ha parlato Freud nel suo saggio del 1919.”

  • Teoria del partigiano. Integrazione al concetto del politico
  • Carl Schmitt
  • Traduttore: A. De Martinis
  • Editore: Adelphi
  • Collana: Piccola biblioteca Adelphi
  • Anno edizione: 2005
  • In commercio dal: 18 maggio 2005
  • Pagine: 179 p., Brossura
  • EAN: 9788845919664.      Acquista. € 9,75

 

 

Descrizione

“Unendo il rigore del giurista alla penetrazione del filosofo, Schmitt delinea in questo libro i tratti distintivi del combattente “irregolare”, ossia di colui che si è posto al di fuori dell’inimicizia convenzionale della guerra controllata e circoscritta tra Stato e Stato per trasferirsi in un’altra dimensione, quella dell’annientamento. Muovendo dai progenitori spagnoli che combattevano contro l’invasore francese al tempo di Napoleone, l’autore illustra l’evoluzione del “guerrigliero”, passando per i rivoluzionari di professione di Lenin, i partigiani della seconda guerra mondiale, i terroristi algerini, i guerriglieri vietnamiti ecc.”

 

Immagine Quando siete il vostro peggior nemico

 

 

 

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    ”Non so se siano stupidi o in malafede o tutte e due le cose, ma continuare a cantare “Bel…
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