Quando la città smette di essere promessa

«Le città della disuguaglianza»
Da simbolo di progresso e civiltà a luogo di disuguaglianza, disagio e crescente distanza tra istituzioni e cittadini.
Il Simplicissimus
Le città occidentali continuano a essere raccontate come motori di sviluppo e opportunità, ma la realtà quotidiana mostra spesso un volto diverso. Tra inefficienze amministrative, insicurezza percepita, pressione migratoria e nuove forme di povertà, lo spazio urbano sembra essersi trasformato nell’epicentro del malessere contemporaneo. Una riflessione sul declino della promessa urbana e sulle contraddizioni della città del XXI secolo. (N.R.)
Qualche sera fa mi è venuta la disgraziata idea di andare all’Auditorium di Santa Cecilia dove si dava il concerto per violino di Shostakovich, ma poi strada facendo e per ragioni tutte mie, ho preso un’altra direzione e mi sono fatto un giro in macchina in quelle zone dove non è città e non è campagna. Pessima idea, al mio ritorno decine di pattuglie di vigili avevano circondato la zona dove abito, non so per quale motivo, ammesso che un motivo ci fosse o non fosse futile e solo piatendo a un posto di blocco sono riuscito a prendere la strada verso casa. Non so quanti vigili mobilitati nella notte per rompere i cabasisi, come avrebbe detto Camilleri, da parte di un’amministrazione comunale che non è in grado di fornire ai cittadini nemmeno una carta di identità e che ne fa anzi un grottesco mercato con appuntamenti serali volanti per poter accedere a quello che sarebbe un tipico dovere – diritto. Ma il malgoverno delle città non è casuale, è invece strutturale. È dal 2007 che, nel mondo, gli abitanti delle città hanno superato per numero quello delle aree rurali, ma questo, soprattutto in Occidente, è coinciso con una caduta del benessere e le città sono diventate l’epicentro della povertà e del disagio di ogni tipo, da quello sociale propriamente detto a quello dovuto alle ondate migratorie. Le città moderne vengono spesso immaginate come luoghi di progresso e opportunità, secondo un pensiero che viene da lontano e che ha coinciso con decisive evoluzioni storiche, tanto che la radice di civiltà e di città è la medesima, ma oggi è proprio nello spazio urbano che si concentra il male di vivere contemporaneo.
Da alcuni decenni ormai lo sviluppo cittadino in Occidente ha cessato di essere un sistema di distribuzione della ricchezza, cosa che ha funzionato fino a che il capitalismo industriale ha avuto bisogno di braccia: da allora le città sono diventate un sistema di organizzazione della disuguaglianza con la gentrificazione con cui i ricchi si sono appropriati dei centri scacciandone gli abitanti o insediandosi in ricchi quartieri residenziali, da cui sono di fatto esclusi ,a volte con sistemi di interdizione ceti popolari e medi che vagano tra questi scintillanti totem come piccole fiammiferaie. L’integrazione che era alla base dell’idea stessa di città è ormai solo parziale, visto che una piccola parte di popolazione è coinvolta pienamente nell’economia urbana ufficiale, mentre le periferie restano spesso escluse dagli investimenti pubblici, dalla mobilità efficiente e dal pieno diritto di cittadinanza. E questa disuguaglianza tende ad esplodere con le varie agende ambientali e soprattutto pseudo tali, perché sui poveri pesa ora anche un’esclusione morale non potendosi permettere i sistemi “puliti” o supposti tali che vengono imposti dall’alto. Sono brutti, sporchi e cattivi. In realtà a ben vedere le cose nel loro sviluppo, l’ambientalismo di maniera o quello prezzolato sono una raffinata forma di esclusione sociale, immaginando un mondo in cui le masse che avevano permesso lo sviluppo industriale non servono più, e si lascia spazio alle fantasie solo a una popolazione abbiente ed estremamente ridotta secondo i dettami maltusiani. La finanziarizzazione dell’economia e le nuove logiche del capitalismo globale producono ormai esclusione, segregazione e vulnerabilità territoriale. In Europa sembra ormai di vivere in quelle città costruite dalle potenze coloniali nei territori strappati alle popolazioni locali: progettate secondo i principi urbanistici pensati per «igienizzare» le città industriali occidentali: luce, aria, verde, grandi assi viari. Tuttavia, questi modelli erano destinati soprattutto agli spazi abitati dagli europei e in piccola parte dalla borghesia emergente autoctona. Alcune forme contemporanee di urbanizzazione globale sembrano riprodurre questa logica segregativa, attraverso modelli di smart e green city raddoppiando l’esclusione e rendendola non solo sociale, ma ambientale. Interventi di rigenerazione urbana e sostenibilità possono valorizzare alcune aree della città, aumentando però il costo della vita ed espellendo le fasce sociali più fragili. È il fenomeno oggi definito «gentrificazione verde», che mostra come la sostenibilità possa trasformarsi in un privilegio accessibile soprattutto alle classi più abbienti.

Ecco anche perché le città stanno diventando il luogo dove le tensioni accumulano il loro potenziale e diventano terreno di scontro. In questo senso il malgoverno che è quasi sempre rappresentato da una crestocrazia affaristica, a malapena nascosta da riti elettorali, è in qualche modo diventato strutturale esprimendo appieno la nuova idea distopica di centro urbano che si va affermando sotto le mentite spoglie di progresso.
