Come nascono e muoiono le ambizioni di un ragazzo nato tra gli anni Settanta e Ottanta che vorrebbe cambiare il mondo, partendo dalla propria città tra edifici scheletrici costruiti a immagine e somiglianza delle proprie inclinazioni.

 

racconto

di

Leonardo Pandolfino

  • Se mi domandi com’è la gente qui, devo risponderti: come dappertutto!
  • Il genere umano è una faccenda piuttosto uniforme.
  • I più trascorrono la maggior parte del tempo lavorando per vivere,
  • e quel po’ di libertà che rimane loro li spaventa a tal punto che ricorrono ad ogni mezzo per liberarsene.
  • Oh destino degli uomini!

Oscar Wilde

 

Viviamo su un’isola. Solo un braccio di mare ci separa da quella terraferma che spicca dai nostri finestrini con la malinconica grazia di un santuario diroccato. Lì, su quella striscia di terra opaca, sorgono gli edifici scheletrici che ciascuno di noi ha provato a costruire a immagine e somiglianza delle proprie inclinazioni; sarebbe stata una città bellissima, ricca di fregi, piazze, larghe strade e palazzi dalle più svariate forme, ma di essa restano solo le fondamenta e qualche muricciolo seminato tra le strade sterrate. Siamo milioni e ognuno di noi ha la propria celletta orientata sul proprio passato e, di riflesso, su quel futuro che credeva di poter plasmare con la sola forza del proprio talento. 

Ci hanno reso soldati acefali istruiti alla sopravvivenza ed all’annientamento coatto di qualsiasi ambizione, eppure queste ultime non cessano di esistere, ma assumono le sembianze di demoni che si agitano dentro di noi reinstillando nelle nostre menti il continuo e tormentoso desiderio di alzarci in volo fuggendo lontano dalla mediocrità e dalla monotonia di queste stanzette finestrate in cui siamo costretti ad alimentare la nostra sopravvivenza semplicemente snaturandoci.

Come nascono e muoiono le ambizioni di un ragazzo nato tra gli anni Settanta e Ottanta? E, di riflesso, cosa ne sarà delle nostre città morte, destinate ineluttabilmente ad aumentare fin quando il capitalismo morente ci costringerà a vivere su questa iper affollata isola? Ho provato a raccontare in queste righe il mio percorso professionale non come un semplice excursus biografico bensì come una cronaca relativa alla costruzione e al successivo abbandono di ciò che avremmo voluto lasciare al mondo. In fondo è l’esercizio del proprio talento che da all’uomo la possibilità di lasciare una traccia di sé che sopravviva alla morte corporale. Ed a buona parte della mia generazione questo diritto è stato negato.

Dalla mia finestra

Nella mia azienda oggi non sentiranno la mia mancanza. La turnistica per questa settimana mi ha appioppato il sabato lavorativo e la parziale ricompensa sta proprio nel non lavorare in questo giorno settimanale baciato dalla primavera. Sarebbe stato francamente un peccato dedicarlo a quei clienti che non riescono a collegarsi a internet o a telefonare. C’è chi ha il by-pass, chi il telesoccorso, chi il parente invalido, chi il biglietto della compagnia Low Cost da ricevere urgentemente via e-mail. Ho una laurea eppure mi ritrovo a soccorrere questi disperati tele-dipendenti per cui in assenza dell’ancora telefonica la vita diventa tremendamente difficile. In questo mix tra psicologia ed elettrotecnica mi chiamano “risorsa” e mi armano con software capricciosi e sterili formulette preconfezionate col solo fine di trasferire queste segnalazioni ai tecnici veri e propri e, soprattutto, di non far richiamare i clienti nell’arco della giornata.

Raramente guardo la tv, ma oggi, in assenza di mia madre, faccio un’eccezione pur di non pranzare accompagnato dal solo rumore delle stoviglie. Becco uno speciale che racconta di spazzini laureati in sociologia, di architetti finiti a vendere adsl in uno di quei call center che ti rompono le scatole ad ore pasti, di tonnellate di intellettuali stipati tra gli archivi di agenzie interinali e gli stand di quegli inutilissimi career day così terribilmente simili ad un festival dell’illusione. A tal proposito ricordo ancora quel giorno in cui un selezionatore di una nota catena di discount, una volta ascoltata la mia presentazione, mi sorrise dicendomi: “mi porta un caffè”? Ancora oggi mi chiedo come mai non gli abbia tirato il curriculum in faccia. 

Ed in fondo mi sento fortunato nelle vesti del malinconico pescatore che ogni giorno getta l’amo nello sconfinato mare del web illudendosi, da laureato in scienze politiche da quasi tre anni, di poter trovare un posto consono alle sue doti ed alle sue aspettative. In fondo so di essere comunque un privilegiato. Ho la mia scrivania, il mio “posto fisso” e quel numeretto identificativo che dimostra quanto conti nel nostro contesto la componente umana. E quando son lì, in maniche di camicia (amo vestire “da laureato” quasi a volermi distinguere quantomeno nell’abbigliamento) e con la mia inseparabile cuffia, attraverso quotidianamente una tempesta che parte dall’esterno, quell’area sconfinata in cui si affrettano i passi nervosi di chi cerca un’occupazione senza badare troppo al pelo nell’uovo, e muore nell’angolo più nascosto del suo io, un punto da cui si irradia un’energia che mi fa viaggiare in una dimensione parallela. Cosa volevo essere, cosa sarei stato, cosa vorrei essere ancora?

La progettazione della città

La mia prima palestra di vita è stata una stazione ferroviaria. Non stravedevo per le passeggiate in villa comunale o per i pomeriggi passati a cavalcar giostrine. Amavo guardare i treni, meglio se in corsa. Capitava così che nelle domeniche pomeriggio baciate dal sole di primavera mio padre mi portasse in stazione, magari in quell’ora di tempo che separava la fine delle partite di calcio dall’inizio di Novantesimo Minuto. Erano i tempi di Maradona e Ruud Gullit, di Ameri e Paolo Valenti; i treni erano molto più puntuali di oggi ed alcuni di essi rappresentavano veri e propri pezzi di storia. I treni locali (destinati a fermarsi) mi annoiavano mentre, come detto, adoravo lasciarmi avvolgere dal vento e dall’odore di quelli in transito. Era come se la vita iniziasse a dettarmi quello che mi attendeva dietro l’angolo giro dell’adolescenza: occasioni da lasciar scorrere, di cui percepire solo il rapido passaggio. 

Tornato a casa provavo a riprodurre quella scena con qualsiasi cosa mi ritrovassi sotto mano; iniziava così a prendere forma un mondo immaginario fatto di costruzioni per bambino, ma anche pezzi di cartone, mollette da bucato, fusti di detersivi. Le mollette avevano vari colori e ciascuna di essa riproduceva un vagone; quelle blu rappresentavano i locomotori da treno passeggeri, quelle di legno grezzo si trasformavano in quei vetusti locomotori solitamente destinati al trasporto merci mentre quelle colorate di rosso, giallo e verde incarnavano i vagoni.

Quelle stazioni col passare degli anni iniziarono a restringersi lasciando spazio ad una seconda dimensione. Congelai le mie aspirazioni “ferroviarie” iniziando a coltivare l’amore per la narrazione. Individuai così il punto della casa in cui ricostruire in versione “moderna” la mia città immaginaria: la sala da bagno. Durante le operazioni di lavaggio o di defecazione la trasformavo in una saletta con vista su un campo di calcio indossando i panni del telecronista sportivo intento a commentare incontri immaginari aventi per protagoniste le classi della mia scuola elementare. I bambini più simpatici giocavano nelle posizioni offensive, quelli antipatici si ritrovavano relegati in difesa o, peggio, in panchina. In porta? Beh, in porta ci finiva una ragazza, ovviamente la più carina. E quel mondo ludico era molto più complesso di quanto possa sembrare perché esistevano campionati, giocatori stranieri di varia provenienza e perfino coppe campioni a cui partecipavano le altre scuole sia della città che del resto della provincia. Ed anche la durata degli incontri era tremendamente realistica; spesso si rasentava l’ora di permanenza in loco al punto che sovente mio padre iniziava a bussare spazientito. Era una sorta di arbitro per me, stabiliva il momento in cui mi toccava ritornare nella realtà abbandonando quel folle coacervo di incroci ludici.

La mia infanzia trascorse così nella totale immersione in questo mondo parallelo e la mia carriera da telecronista proseguì commentando campionati organizzati con le figurine dei calciatori, sottratte a quella che era vista come una paralisi a vita (l’incollaggio sull’album) ed utilizzate per veri e propri tornei regolamentari: Campionato italiano, Coppa Uefa, Champions League, Mondiali. Le porte erano ricavate segando in due una scatola di scarpe, la pallina altro non era che una sferetta di carta resa massimamente compatta. Si cercava di non essere di parte e di non favorire una squadra in particolare. A volte si riusciva nell’intento (l’Italia era una nazionale assolutamente mediocre), altre no; il Napoli, mia squadra del cuore, primeggiava nel palmares di ogni tempo.

Era un periodo in cui la realtà era relegata ad un ruolo di secondo piano. Non conservo oggi foto di quei giorni brevi e spensierati; vivevo in un mondo diverso, un mondo che attendevo di traslare nella realtà non appena le condizioni me lo avrebbero permesso nutrendo una cieca fiducia sia nelle mie doti di narratore (su carta o semplicemente via voce) sia, soprattutto, in una parola di cui avevo a malapena sentito il nome: meritocrazia. “Se vali sfondi”, pensavo, corroborando questa convinzione con i complimenti e gli attestati di stima periodicamente ricevuti da chiunque leggesse i miei lavori. Una volta, alle scuole medie, ci fu chiesto di comporre un piccolo articolo di giornale improntato su un evento sportivo di nostra invenzione; pur essendo un grandissimo appassionato di calcio optai per una corsa ciclistica. Non so il perché di questa scelta, eppure ne venne fuori una Liegi – Bastogne – Liegi da urlo. Bugno vinse in volata su Jalabert e condii il tutto con riferimenti culinari sulla cucina fiamminga e con dettagli relativi al percorso. La mia professoressa portò il tema in giro per le classi, mi vergognai come un ladro.

Dopo qualche mese mi aggiudicai un concorso interscolastico di composizione grazie ad un tema sul ruolo della famiglia nella società moderna, ma la scelta degli studi superiori mi portò a distaccarmi temporaneamente dalla mia vocazione umanistica. Non so se tornando indietro reitererei la mia decisione di diventare un ragioniere, ma col tempo mi sono convinto del fatto che in fondo le scelte, giuste o sbagliate che siano, sono figlie di una forma mentis destinata ineluttabilmente a cambiare nel tempo rendendo quindi inutile e perfino illogico ogni rimpianto postumo. 

Il diploma giunse puntuale e simile ad una liberazione. Il giorno dell’orale della maturità piovve a dirotto ed una volta conclusa la mia performance abbandonai l’edificio scolastico senza ombrello, quasi confidando in una catarsi che mi riportasse sulla retta via.

L’estate corse via veloce. La scelta inerente il percorso universitario da intraprendere incombeva sulla mia indole di eterno indeciso ed in una serata piovosa di inizio settembre, mentre la nazionale italiana di calcio si faceva rimontare due gol dalla Danimarca soccombendo 2-3 allo stadio San Paolo di Napoli, decisi che mi sarei iscritto a scienze politiche riprendendo quella vocazione umanistica che avevo abbandonato cinque anni prima. Fu un lampo ad ispirarmi, uno di quegli squarci di luce che si aprono su di te facendoti subito capire che è il momento di ascoltare la dettatura dell’animo in modo da iniziare ad iniettare cemento in quei laterizi fino ad allora eretti alla rinfusa. All’indomani mi recai così in facoltà per raccogliere i moduli di immatricolazione. Ricordo quel giorno come se fosse ieri: indossavo una camicia di flanella nera ed una volta a casa mi concessi una doccia per lavarmi dal sudore causato dal sovraffollamento dell’autobus e da quello smog metropolitano a cui non ero praticamente avvezzo. Ma il ricordo più nitido riguarda il primo brano ascoltato appena accesi la radio, “La Flaca” di Jarabe de Palo, destinato inevitabilmente a divenire la colonna sonora della mia avventura universitaria. 

Questo inizio bagnato dal sudore si rivelò profetico. La mia carriera fu più lunga del previsto e non scevra di ostacoli e momenti di assoluto sconforto. Superai la prima e comunque unica vera crisi accademica nel secondo anno di studi, nonostante la decisione di svolgere il servizio sostitutivo di leva per liberarmi dalla spada pendente della chiamata alle armi. Riuscii così a scansare quel servizio militare che di lì a pochi anni sarebbe stato abolito finendo a svolgere dieci mesi di Servizio Civile presso il Palazzo Reale di Napoli. Per la prima volta mi trovavo a vivere un’esperienza lavorativa importante e lo facevo nella piazza più importante ed in uno dei più importanti edifici della mia città. 

Vissi delle settimane da re; mi sentivo uno di quei sovrani immortalati nelle famose statue poste sulla facciata del palazzo stesso. Ad ogni ingresso nell’edificio gettavo un occhio sulla riproduzione dell’Ercole Farnese campeggiante nel corridoio che porta al cortile centrale, quindi mi lasciavo cullare dal profumo della vegetazione del cortile stesso. Giunto in ufficio salutavo il mio superiore, una donna dall’atteggiamento materno che soleva piombare in ufficio col suo passo svelto e la copia di “Repubblica” sotto al braccio, per poi accomodarmi alla mia scrivania nella mia stanzetta avente come panorama il cortile centrale del palazzo e, in primo piano, delle travi costellate di spilloni atti a impedire l’appollaiamento e la conseguente defecazione dei piccioni, ma mi accontentavo, anche perché mi bastava spostarmi di qualche metro per concedere al mio sguardo un panorama unico al mondo che abbracciava il Vesuvio, la costiera Sorrentina e la vicinissima Via Cesario Console, strada lanciata maestosamente verso un ponte immaginario che, travalicando il mare, giunge direttamente su un’isola di Capri che, in condizioni di buona visibilità regala perfino la visione di particolari costieri. Nel tempo libero passavo minuti e minuti a contemplare questo scenario e lo facevo sovente in compagnia di Gennaro, un instancabile uomo sulla sessantina dall’andatura dondolante. Adoravo parlare con lui, forse anche perché costituiva una vera e propria memoria storica del luogo, oltre che un raro esempio di indefesso lavoratore. Lo ricordo ancora oggi con piacere perché è stata la prima persona non di famiglia ad insegnarmi la cultura del lavoro, peraltro in un ambiente dove abbondavano le figure dei classici impiegati statali tutto pappa, ciccia e solitari al pc.

Questa meravigliosa esperienza professionale, dilungatasi ben oltre i dieci mesi previsti grazie ad un successivo contratto di collaborazione temporanea, terminò non senza rimpianti. Il sogno di avvinghiarsi ad un concorso pubblico per entrare in pianta stabile a far parte di quella squadra sfumò presto e mi ritrovai così a dedicarmi anima e corpo agli studi. Furono anni intensi, conditi dalla perdita di mio padre e dalle prime constatazioni relative a quanto fosse duro traslare nella realtà quel mio progetto “urbanistico” tanto ambizioso.

Iniziai così una collaborazione gratuita con un quotidiano casertano presso il quale mi occupavo domenicalmente di stilare brevi articoli dedicati a partite dei campionati calcistici regionali; ovviamente di partite vere non ne ho vista nemmeno mezza e le informazioni relative agli incontri venivano somministrate via telefono dai dirigenti delle stesse squadre. Ho trascorso quasi due anni abbandonando alle 15 esatte il pranzo domenicale, correndo alla stazione e salendo su treni deserti destinati a tagliare in due l’agro aversano giungendo a destinazione in trenta minuti netti durante i quali mi tenevano compagnia i radiocronisti di “Tutto il calcio minuto per minuto” e qualche sporadica lettura. 

Il barbuto caporedattore, un certo Cesare, aveva un’aria da cocciuto comunista e ti guardava negli occhi solo quando aveva da rimproverarti qualcosa. Non ricordo con piacere nessuno dei membri di quella squadra, tutti scostanti e al tempo stesso palesemente scontenti di quella mediocrità. Il mio obiettivo era il tesserino da pubblicista, ma, vuoi per colpe mie, vuoi per un deficit informativo che ovviamente nessuno di essi aveva interesse a variare, mi accorsi ben presto che la strada era molto più irta di quanto pensassi. Quando mi resi conto dell’infruttuosità di quella collaborazione mollai senza pensarci troppo ed ancora oggi mi chiedo se ho fatto bene a intraprendere quella scelta. Mi riappropriai delle mie domeniche tornando a concentrarmi anima e corpo sul mio percorso accademico, ma di sicuro avevo chiuso un libro che difficilmente si sarebbe riaperto.

Le esperienze professionali seguenti costituiscono ancor oggi il punto più basso del mio curriculum. L’amore per la mia nuova compagna romana ed il connesso bisogno di potermi permettere le settimanali trasferte nell’Urbe mi spinsero a scendere in quello che tutti i ragazzi, soprattutto quelli con una discreta scolarizzazione, considerano gli inferi del mondo occupazionale: il call center outbound. Telefono Sirio Bianco, liste di clienti sparate senza alcun criterio di marketing. Tutti costituivano potenziali acquirenti per un servizio adsl da vendere a condizioni ovviamente tutt’altro che vantaggiose; il motto era “vendere” e non esisteva altro verbo al di fuori di questo. Un omino tarchiato e occhialuto gestiva un diabolico software studiato apposta per ottimizzare al massimo i tempi e i modi di gestione del lavoro mentre un supervisore girava per i banchi per controllare la massima efficienza delle maestranze. Due mesi, circa quaranta giornate lavorative, in cui perfino andare al bagno costituiva una magnanima concessione. Ogni qualvolta mi avvicinavo all’ingresso di quelle stanze rivedevo dinanzi a me la scena di Ben Hur incatenato al suo remo nelle galee romane mentre il suo aguzzino batteva i tempi della remata. Un giorno ci riunirono dicendo che avremmo dovuto vendere pc a clienti non dotati del servizio adsl, quindi nella maggioranza dei casi a vecchietti o a gente poco avvezza alla tecnologia. Fu troppo e per la prima volta nella mia vita riuscii a dar sfogo alla mia indole “rivoluzionaria” alzandomi e andando via nel bel mezzo della riunione, seguito a ruota da tre altre persone mentre il resto della platea ci osservava con un mix di invidia e ammirazione. E pazienza se varcando quella soglia tornavamo ad essere disoccupati; l’istinto non mi aveva mai tradito e la mia felice intuizione fu infatti premiata pochi giorni dopo dall’inattesa chiamata di una celebre libreria napoletana in cerca di scaffalisti per la campagna scuola. Si era ingaggiati a giugno per due mesi di pratica retribuita a 800 euro, dopodiché, da settembre, si iniziava col lavoro duro; orario 9-21 con retribuzione a 1200 euro, ma il bello è che buona parte degli stipendi erano liquidati alla fine della collaborazione (quindi novembre), in modo da scoraggiare fughe anticipate. Accettai e trascorsi i mesi di giugno e luglio senza studiare e scorrazzando come un topo tra gli stretti corridoi di quella libreria. La parte più faticosa combaciava con l’arrivo delle cosiddette “pedane”, stock di libri da scaricare formando una catena umana che partiva in strada e terminava al piano superiore. Palleggiare quelle pile di libri in fondo era divertente e contribuì ad ingrossare i miei bicipiti ed a sfinirmi al punto che trascorrevo le due ore di spacco pomeridiano nel giardino della mia facoltà a dormire sdraiato su una panca di nuda pietra all’ombra di una magnolia. Non rimpiango nulla di questa esperienza perché ho conosciuto il lavoro manuale e cosa significasse ritornare a casa puzzolente di sudore e col solo desiderio di lasciarsi andare alle grazie di Morfeo, cosa che non accadeva solo quando c’era da assistere alle partite relative alla kermesse iridata che l’Italia di Lippi si sarebbe aggiudicata rendendo quell’estate indimenticabile. Le vacanze scorsero veloci, come sempre accade quando un dubbio ti attende dietro l’angolo. Tornare o non tornare in quella libreria zeppa di genitori muniti di foglietti sgualciti? Relegai la decisione agli ultimi giorni di agosto ed ancora una volta l’istinto sarebbe giunto in mio soccorso con una tempestività elvetica.

Mi trovavo in un paesino irpino ospite di un amico che mi aveva invitato nella sua casetta di campagna per trascorrervi l’ultimo weekend dell’estate. Il sole si era inabissato da qualche ora dietro una vicina collinetta e, dopo la quotidiana telefonata con la mia ragazza, uscii all’esterno per godermi il canto dei grilli e l’odore emanato dal bosco distante pochi metri. Una tempesta di pensieri avvolse la mia mente concludendosi con un lampo che mi fece rivivere quel giorno di ottobre in cui decisi di iscrivermi all’università. Dove stavo andando? Quanto ancora avrei prolungato i miei studi dedicandomi a quei tre mesi di schiavitù? Decisi di uscire di scena in modo più pavido rispetto al congedo dal call center; non ripartii per Napoli e all’indomani, giorno in cui mi sarei dovuto ripresentare in libreria, spensi il telefono ed andai a fare un bagno nella piccola piscina del villaggio canticchiando spensieratamente.

L’istinto mi aveva spinto ancora lontano dalla mediocrità ed anche il traumatico distacco dalla mia ragazza non mi impedì di seguirlo dando fondo a tutte le mie energie per chiudere con successo il mio percorso accademico. Bruciai gli ultimi due esami e preparai in un lampo la mia tesi in Geografia delle Relazioni Internazionali. Nonostante un’emotività che soleva tagliarmi a fette quando ero atteso da un esame universitario mi svegliai tranquillo in quella mattinata di settembre che, in un modo o nell’altro, mi avrebbe condotto su quel lunghissimo vialone della vita extrascolastica che ancor oggi percorro senza vederne il fondo.

Rimasi a letto fino a mezzogiorno, quindi feci una doccia refrigerante e consumai un pasto neanche troppo frugale prima di mettermi in auto per recarmi presso la mia facoltà. L’Aula Magna non destò in me grosse emozioni e mi ritrovai maestosamente a scendere e risalite quelle scale con un’aria da vincente che fino a quel giorno raramente mi ero cucito addosso. Sentivo di avere in mano la chiave giusta per abbassare il ponte levatoio della mia città immaginaria, entrarvi ed iniziare ad edificarla con amore e un pizzico di incoscienza. In realtà stavo ragionavo ancora come una matricola dimostrando che il mondo universitario, specchio fedele del clientelismo e dell’anti-meritocrazia, in realtà non mi aveva insegnato veramente nulla.

Il trasferimento sull’isola

Già da qualche mese avevo in mano un buon lavoretto interinale che mi vedeva impegnato come addetto customer care Inbound presso un celebre gestore di telefonia mobile. Rinnovo ogni sei mesi, qualche soldino utile a garantirmi una discreta indipendenza economica e la possibilità di pianificare senza assilli la caccia ad un’occupazione più consona al mio nuovo status. In realtà quest’ultimo fattore si rivelò una micidiale arma a doppio taglio. L’umanità, si sa, ha bisogno di veder messi in pericolo i suoi diritti più essenziali per rivendicarli con veemenza ed avere qualche soldo in tasca zavorrava la spinta a cercare di meglio. Il giornalismo sportivo continuava ad essere la mia prima vocazione, ma non avrei disdegnato anche l’insegnamento in campo umanistico o, in extrema ratio, un’occupazione in un ufficio stampa o presso qualche casa editrice. Ho svolto senza successo qualche concorso pubblico mentre non ho assolutamente prestato attenzione ai master per il semplice fatto che li ho sempre considerati inutili e miranti esclusivamente a speculare sull’illusione.

Ho cercato, eccome se ho cercato, ma senza avere quegli “occhi della tigre” necessari per poter sperare di strappare coi denti qualcosa ad una società sempre più avida di soddisfazioni meritorie. Dopo aver lavorato sui mattoni ho così toccato con mano l’impossibilità di innalzare la mia città; webmail monotematiche gettavano e gettano su di me a cascata offerte riguardanti lavori di rappresentanza, di vendita o uno di quegli stage semi-schiavisti camuffati da collaborazione temporanea con possibilità di assunzione mentre le poche offerte corrispondenti alle mie aspettative si rivelavano accessibili quanto un terno al lotto. La rabbia ha cominciato man mano a crescere; una volta ricordo di un’inserzione in cui l’offerente premetteva che non avrebbe garantito contratti a tempo indeterminato deridendo esplicitamente coloro che ancora se ne aspettano uno. Risposi all’annuncio non con un curriculum vitae, ma con una frase emblematica: “siete delle merde”.

Così, di giorno in giorno, dopo una serie di ami gettati in una pozza d’acqua praticamente priva di fauna ittica, ho diminuito sempre più le ricerche miranti a inserirmi in un percorso che potesse portarmi a guadagnare una posizione professionale consona alle mie ambizioni. Quell’istinto che in fondo rappresentava il battito delle mie ambizioni si era addormentato. Ed io avevo perso la bussola lasciandomi andare agli ozi un po’ come Ulisse fece sull’Isola di Circe dimenticando completamente la sua Itaca.

In realtà quella collaborazione interinale era destinata a finire, ma io iniziavo a percepire l’ineluttabilità della mia condizione nutrendo un’illogica fiducia nel fatto che, nonostante si avvicinasse la fatidica scadenza del quarto semestre dopo il quale le collaborazioni interinali solitamente finiscono, un evento fortunoso mi avrebbe consentito di conservare quella posizione che in fondo mi garantiva un’esistenza dignitosa mentre il 99% dei laureati di mia conoscenza si arrabattava disperatamente alla ricerca di un lavoro o, peggio, di uno stage sottopagato. Fu così perché grazie ad un inatteso accordo tra azienda e sindacato si decise di inglobare parte della manovalanza interinale stabilizzandola con contratti a tempo indeterminato presso l’assistenza tecnica deputata ai disservizi relativi alla telefonia fissa. 

Stavolta l’istinto mi stava lanciando un segnale in contrasto coi precedenti: afferra quest’ancora, non lasciartela sfuggire perché più in alto di così non ti è consentito andare. Era proprio qui che voleva condurmi, o forse anche il mio inconscio si stava accorgendo che non avrei potuto ambire a nulla di più.

Diventai così, paradossalmente, un privilegiato perché facevo ora parte di quel ristrettissimo numero di laureati dotati di un contratto a tempo indeterminato, peraltro presso un’azienda apparentemente forte e in espansione. E, dopo poco, arrivò anche un altro forte miglioramento mi ritrovai dopo solo un anno a passare dalle quattro ore lavorative al giorno di partenza a sei ore e mezza, per un part-time 75% che in fondo consente, seppur di sguincio, di avere una base economica su cui provare a costruirsi un futuro.

Ma proprio in quel giorno di dicembre in cui fummo sorprendentemente convocati per firmare il nuovo contratto accadde in me qualcosa di strano: a differenza dei miei colleghi ero assolutamente triste e nervoso. Iniziava nascere in me un demone, figlio di tutte quelle aspettative d’infanzia e da quel talento che la natura mi aveva donato nel campo della composizione e della comunicazione. Perché proprio adesso? Perché ero stato appena traghettato sull’isola, lontano dalla mia città immaginaria che da quel giorno avrei solo potuto scrutare dal mio piccolo finestrino. La rassegnazione iniziava così a farla da padrona al punto che la ricerca di un altro lavoro ha iniziato a procedere in maniera sempre più flebile limitandosi a invii di curriculum sempre più sporadici. Il giornalismo è stato ormai abbandonato, ben consapevole del fatto che le testate ti prendono per sfruttare gratuitamente la tua manodopera per poi mandarti via non appena devono pagarti; gestisco tuttora un blog incentrato su questioni di attualità e politica e porto avanti qualche sporadica collaborazione con portali amatoriali dedicati al calcio, ma il tutto vien fatto esclusivamente per passione, sapendo che la ricompensa massima potrebbe consistere in un complimento o in un centinaio di visite quotidiane in più. I concorsi appaiono invece come una presa in giro, un modo di pulire la faccia a un meccanismo incentrato sulle lottizzazioni, ed ogni qualvolta mi sono imposto di presentare, pagando, una domanda di partecipazione non sono mai riuscito ad arrivare oltre la decina pagina di un testo. È come se la mente si rifiutasse di lasciarsi andare a uno sforzo di tale portata ben sapendo che le possibilità che esso si riveli fruttuoso sono prossime allo zero. Ho perfino ripescato la primordiale vocazione da macchinista di treni, ma anche in questo caso senza successo alcuno.

Il demone intanto scalcia e mi trasforma di giorno in giorno. Lavoro tuttora in questo call-center inbound in cui rispondo ogni giorno a decine e decine di chiamate di clienti che lamentano disservizi di linea telefonica. Opero in un ambiente in cui la mia laurea conta come il due a briscola. Noi “titolati” siamo circa il 30% mentre il resto della manovalanza è costituito perlopiù da donne i cui discorsi cadono puntualmente su tre tematiche: pannolini, lozioni di bellezza, pettegolezzi. Convivo con questo ambiente da coiffeur pour dames e con le continue voci relative ai repentini cambiamenti impostici dall’alto che ci condannano a vivere in un perenne senso di precarietà non tanto contrattuale quanto emotiva dato che l’azienda muove le sue “risorse” come se fossero pedine del gioco dell’oca spostandole di ufficio in ufficio o di mansione in mansione, spesso senza debito preavviso e senza tener conto delle competenze maturate.

È così che quell’istinto una volta benevolo si è trasformato in questo demone rabbioso che mi spinge ad inveire continuamente contro la società, ma anche contro gli stessi miei salvatori, quell’azienda che mi sfrutta a proprio piacimento, ma che in fondo mi ha sottratto ad una vita da precario o da disoccupato cronico. 

Lavoro alternando due atteggiamenti da cui sono dominato. Il primo è improntato sulla rabbia e si manifesta con improvvisi gesti nervosi dettati dalle continue constatazioni relative alla mediocrità dell’ambiente. Imprecazioni dedicate all’invisibile deux ex machina che muove le leve della mia schiavitù, unghie strusciate energicamente sulla mia scrivania, penne lanciate verso la lastra di plexiglas che contorna la mia postazione, ideale parete della mia cella.

Il secondo è invece imperniato sulla speranza e si avvale paradossalmente degli stessi strumenti fornitimi dai miei “carcerieri”: il computer, il mouse, il tempo, un quaderno in finta pelle donatoci annualmente dall’azienda stessa. Svolgendo il mio lavoro da grigio burocrate mi documento via web sui più svariati argomenti: storia dell’arte, filosofia, storia, letteratura, astronomia, scienza politica, grammatica italiana ma anche spagnola, inglese e perfino giapponese e russa. Il tutto avviene nell’arco della giornata lavorativa, ovviamente non a scapito della qualità del mio lavoro, che resta all’altezza della serietà che sempre mi ha contraddistinto durante le mie esperienze professionali. Mi acculturo, ridefinendo gli angoli della mia mente quasi come a voler rendere ancor più splendente quel tesoro che sono costretto a custodire all’interno della mia celletta, pur sapendo che la mia opera autodidattica potrà servire esclusivamente al prestigio personale mentre le attività a cui ambisco continueranno ad essere appannaggio di “figli e nipoti di” e da “protetti da”. 

Guardo fuori dalla finestra del mio ufficio e di case diroccate ne vedo effettivamente un bel po’. Oggi è emersa una nuova voce sull’ennesima “conversione” che potrebbe portarci ancora una volta a cambiar mansione. Non costa nulla spostare la pedina un po’ più in là lasciando noi “prigionieri di serie A” con lo sguardo fisso su quei treni in transito simili a quelli che da bambino mi incantavo a guardare. La speranza è che uno di essi si fermi fuori stazione concedendo alla pedina la soddisfazione di evadere dal tavolo da gioco. In fondo è possibile. Sulla carta.

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