Da sempre l’uomo si è interrogato sui fenomeni del mondo che lo circonda

Nell’illustrazione, Galileo presenta il cannocchiale al doge di Venezia. Galileo è stato un grande antesignano della scienza moderna, tuttavia essa ci ha portato più dubbi che certezze.

LE DOMANDE PER LE QUALI LA SCIENZA NON HA RISPOSTA


Da sempre l’uomo si è interrogato sui fenomeni del mondo che lo circonda, ma per secoli, per millenni, le risposte che si è dato, basate sui miti, sulle leggende, le tradizioni, sono state false e inefficaci, finché non è nata la moderna concezione scientifica del mondo che ha cominciato a darci risposte vere, chiare ed esaurienti sulla natura delle cose.

O meglio, questo è quel che vorrebbero farci credere.

Tuttavia, è legittimo il sospetto che la “moderna concezione scientifica del mondo” sia in definitiva una favola non più consistente dei miti, delle leggende, delle tradizioni del passato che si pretende formassero la mentalità degli uomini delle epoche pre-scientifiche.

Si potrebbe notare, e questo è un fatto che è già stato rilevato più volte, che la visione scientifica del mondo nasce in sospetta concomitanza con la rivoluzione industriale e tende o serve soprattutto a creare uomini in grado di maneggiare le macchine, ma ora non mi addentrerò in questo tipo di analisi, ma cercherò di rispondere a una domanda che dovrebbe venire prima di essa: davvero la scienza ci dà un’immagine coerente e credibile del mondo?

Alcuni anni fa, la scuola nella quale lavoravo decise di offrire agli studenti un programma di arricchimento culturale basato su conferenze ed interventi di esperti di vari settori. In questo ambito, io presi contatto e organizzai un incontro con un esperto del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale), poiché ritenevo (e ritengo tuttora per quanto riguarda la pars destruens) questa organizzazione assolutamente meritoria nello smascheramento di medium, chiromanti, astrologhi, santoni e ciarlatani assortiti, nel combattere le varie forme di irrazionalità che tuttora infestano (e impestano) la nostra società presunta istruita.

L’esperto del CICAP si avvicinò alla lavagna e tracciò lo schizzo di un castello, quasi completo, tranne per il fatto che mancavano una parte del muro in basso e una parte della merlatura.

Questo – ci disse – rappresentava lo stato attuale della nostra conoscenza, un edificio ormai praticamente completo, tranne per il fatto che ignoriamo ancora qualcosa delle stelle lontane (la merlatura) e qualcosa nel mondo dell’infinitamente piccolo, subatomico (il muro in basso).

Devo dire la verità, ne rimasi deluso e profondamente infastidito: in quel momento compresi L’ALTRA FACCIA del CICAP e/o delle persone che hanno una mentalità CICAP: all’atteggiamento giustamente critico di ciò che chiamiamo (che si presume sia) paranormale, si accompagna lo scientismo, cioè la presunzione che “non esistono misteri”, che “sappiamo tutto” (o quasi), se non addirittura la pretesa insostenibile di mettere la scienza al posto della religione.

Ripensando a quell’episodio, vorrei ora provarmi a esaminare le domande per le quali la scienza non ha risposta. Preciso subito che qui non affronterò le questioni che rientrano nell’ambito religioso: l’esistenza di Dio, se esiste l’anima immortale, se c’è una qualche forma di sopravvivenza dopo la morte, il paradiso e l’inferno. Sono questioni fondamentali per qualsiasi essere umano, ma è evidente (tranne che per gli scientisti più fanatici e radicali), che per esse la scienza non ha risposte da dare, sebbene questo sia un punto non poco importante: di fronte ai drammi dell’esistenza, una malattia o la perdita di una persona cara, cosa fa uno scientista, invoca l’evoluzione o si mette a pregare il secondo principio della termodinamica?

Mi limiterò a esaminare le ombre che investono il terreno propriamente scientifico.

Alla metafora del castello, ne preferisco un’altra che ho trovato su un testo di divulgazione (e scusatemi se non riesco a ricordare quale), quella del palloncino: man mano che il palloncino si gonfia, aumenta anche la sua superficie, cioè l’area di contatto fra il noto e l’ignoto, cioè, quanto più progredisce la nostra conoscenza, tanto più ci rendiamo conto di quante sono le cose che non sappiamo.

Vediamo dunque qualcuna di queste domande per le quali la scienza non ha risposta:

Cosa c’era prima del Big Bang e perché si è verificato?

Qui brancoliamo nel mistero più fitto. L’universo che conosciamo è il frutto di una grande esplosione (Big Bang) verificatasi, pare, attorno ai 12 miliardi di anni or sono, almeno è quanto si deduce “riavvolgendo il nastro” della storia dell’universo che è in espansione. Su ciò che ha preceduto il Big Bang, se qualcosa lo ha preceduto, e perché si è verificato, non abbiamo alcuna informazione.

Dove è andata a finire l’antimateria?

In teoria, il Big Bang, l’esplosione che ha generato l’universo, avrebbe dovuto generare uguali quantità di materia e di antimateria, che avrebbero dovuto interagire annichilendosi reciprocamente, e oggi dovrebbe essere composto soltanto da radiazioni prodotte da tale collisione; invece, troviamo un universo stabilmente composto di materia e possiamo produrre l’antimateria solo negli acceleratori di particelle, non abbiamo nessuna idea di come e dove sia scomparsa l’antimateria primordiale.

Cosa sono la materia oscura e l’energia oscura?

Si è a lungo supposto che l’esplosione iniziale del Big Bang, l’espansione dell’universo sarebbe dovuta man mano rallentare, addirittura fermarsi e invertire, lasciando il posto a una fase di contrazione sotto l’effetto della gravità. Si è scoperto che non è così, che al contrario, col tempo l’espansione dell’universo accelera, è come se ricevesse energia “da qualche parte”, si è perciò ipotizzata l’esistenza di un’“energia oscura”, di cui ovviamente non sappiamo nulla.

Questo però ci porta a un altro paradosso. Potremmo paragonare il nostro universo alla superficie di un palloncino che si espande man mano che ci si soffia dentro: non solo i disegni sulla sua superficie si allontanano gli uni dagli altri, ma ciascuno di essi si espande. Il paragone con le galassie che formano il nostro universo, però non funziona, infatti, a differenza dei disegni sul palloncino, ciascuna di esse rimane coerente. La gravitazione reciproca dei vari corpi che costituiscono la materia che conosciamo (e ricordiamo che fra un sistema solare e l’altro si estendono enormi spazi di vuoto) pare del tutto impotente a contrastare l’espansione, ciò ha spinto i ricercatori a ipotizzare l’esistenza di una materia oscura, non percepibile, i cui effetti gravitazionali bilancerebbero l’espansione. A parte questo, e i presunti effetti gravitazionali, anche della materia oscura non sappiamo nulla.

È possibile arrivare a una teoria unificata delle forze fondamentali?

Fino a poco tempo fa, si pensava che nell’universo agissero quattro forze fondamentali: la gravità, l’elettromagnetismo, l’interazione debole che tiene insieme nuclei ed elettroni negli atomi, e l’interazione forte che tiene insieme le particelle all’interno dei nuclei atomici. Si è scoperto che elettromagnetismo e interazione debole sono in realtà la stessa cosa, e oggi si parla (anche se il termine suona un po’ ridicolo) di forza elettrodebole, le forze fondamentali sono dunque ridotte a tre; tuttavia, una teoria unificata delle forze fondamentali appare ancora lontana, e non si sa se sarà possibile arrivarvi in futuro.

La relatività einsteiniana è corretta?

La teoria della relatività di Einstein pare essere una discreta descrizione dei fenomeni fisici e cosmologici che riscontriamo, anche se spesso c’è il sospetto che gli scienziati forzino i dati degli esperimenti e delle osservazioni per farli coincidere con i dogmi einsteiniani; tuttavia, al suo cuore c’è un vistoso errore logico. Esaminiamo la formula che si può dire in un certo senso la riassuma: e = M C². Questa formula stabilisce una proposizione fra la materia M e l’energia e. Scomponendo la materia, che è energia concentrata e “congelata”, a ciascuna unità di materia, dovrebbe corrispondere una quantità C² di energia, ma una proporzione richiede che il valore dei due termini di un confronto sia stabilito da un numero puro, e C² non lo è, è una velocità, il quadrato della velocità della luce, C. Se io dico che una sterlina vale 1,5 dollari, farò un’affermazione vera, approssimativamente vera o falsa a seconda del mercato dei cambi, ma sarà in ogni caso un’affermazione dotata di senso, cosa che non si potrebbe dire se sostenessi che una sterlina vale 1,5 metri al secondo dollaro.

Non basta, perché una velocità è il risultato di altre due grandezze, lo spazio fratto il tempo, e il suo valore numerico dipende dalle unità di misura che decido di usare per misurare lo spazio e il tempo, e nulla mi vieta di scegliere 1 anno luce all’anno, il valore di C sarebbe 1, e così anche quello di C² (1 al quadrato rimane sempre 1), per conseguenza potrei semplificare l’espressione così: e = M. Inoltre, vecchio discorso, rimangono sempre aperti i problemi di compatibilità fra la relatività einsteiniana e la meccanica quantistica.

Cosa c’è in un buco nero?

Questo è probabilmente un mistero destinato a rimanere irrisolto per sempre. Sappiamo che non molto tempo fa è stata presentata al pubblico la foto di un buco nero, ma in realtà si tratta della foto del campo di radiazioni che circonda il buco nero. “Il buco” stesso e ciò che si trova al suo interno, no possono essere fotografati né esplorati in alcun modo per una ragione relativamente semplice: un buco nero è un oggetto talmente massiccio che la velocità di fuga necessaria per sottrarsi al suo campo gravitazionale sarebbe maggiore della velocità della luce, di conseguenza niente può uscire da esso, neppure la luce né un’informazione di qualsiasi genere.

Ne approfitto per smentire qui un’idea che nessuno scienziato serio avallerebbe, ma che è ricorrente nella fantascienza, alcuni autori, interpretando i buchi neri come veri e propri buchi nel tessuto dello spazio (cosa che in realtà non sono) hanno immaginato che li si potrebbe utilizzare come vere e proprie “porte” per passare da uno spazio dimensionale all’altro, e abbreviare l’interminabile “pista delle stelle” dove le distanze si misurano in anni luce e i tempi di percorrenza in millenni. Non è così: nelle vicinanze di un buco nero, l’attrazione gravitazionale è talmente forte da stritolare qualsiasi cosa riducendola alle sue componenti subatomiche, sarebbe peggio che voler viaggiare dentro un tritacarne.

La vita extraterrestre esiste o siamo soli nell’universo?

La vastità dell’universo, che noi non riusciamo fondamentalmente a concepire, è tale da farci pensare che la vita debba esistere anche altrove, che la nostra Terra non possa essere, come ha detto qualcuno, “un’unica culla circondata da bare”, ma, almeno per il momento, non ne sappiamo nulla, decenni di osservazioni e di ascolto delle frequenze radio, non hanno prodotto alcun risultato. Occorre poi dire che, se è vero che la vastità stessa dell’universo gioca a favore dell’esistenza di vita extraterrestre, questa stessa vastità rende altamente improbabile che vita extraterrestre evoluta e intelligente al punto da creare una civiltà tecnologica si trovi abbastanza vicina da poter interagire con noi. Allora, cosa ce ne facciamo di tutta la casistica ufologica? A mio parere, rientra puramente e semplicemente nel campo della ciarlataneria.

Come è nata la vita sulla Terra?

Premesso che il nostro pianeta rimane l’unico dove sappiamo con certezza che si è sviluppata la vita, noi sappiamo, o perlomeno abbiamo motivo di ritenere molto verosimile che nel corso dei miliardi di anni le condizioni ambientali e la lotta per la sopravvivenza hanno plasmato gli organismi in forme sempre più evolute e complesse. Ma quale è stata la scintilla iniziale che ha determinato il passaggio dal non vivente al vivente? Questo rimane un mistero.

Da dove ha avuto origine l’autocoscienza umana?

Dal punto di vista biologico e genetico, noi siamo dei primati strettamente affini alle scimmie antropomorfe come oranghi, gorilla, scimpanzé. Con gli scimpanzé condividiamo addirittura il 98% del nostro patrimonio genetico; tuttavia, a un certo punto è avvenuto “un salto” che in un certo senso ci ha resi esseri completamente diversi, coscienti di noi stessi, capaci di usare il linguaggio verbale, di tramandare conoscenze, di creare un’infinita varietà di strumenti, di creare cultura e tecnologia sempre più complesse. Come e perché sia avvenuto, rimane in definitiva un mistero.

Come è nata la civiltà umana?

Per lungo tempo, abbiamo pensato di saperlo. Per decine, forse centinaia di migliaia di anni, il nostro mondo è stato percorso da bande di cacciatori-raccoglitori nomadi con uno stile di vita simile a quello che ancora oggi si conserva presso i Papua della Nuova Guinea e i Boscimani del Kalahari, poi è avvenuta la scoperta dell’agricoltura. L’uomo è diventato sedentario, le eccedenze alimentari prodotte hanno permesso la nascita di classi specializzate di persone non direttamente impegnate nel procacciamento della sussistenza, artigiani ma anche sciamani, sacerdoti, re, mentre la popolazione cresceva. I villaggi sono diventati città, sono nati gli stati e gli imperi.

Tutto chiaro e relativamente semplice. Ebbene, non è andata così. Il sito di Gobeckli Tepe in Turchia è stato individuato nel 1963, ma solo dal 1995 è stato oggetto di ricerche sistematiche, e quello che è emerso è sbalorditivo: un santuario preistorico, una sorta di Stonehenge anatolica, ma ciò che davvero sorprende, è la sua datazione: X millennio avanti Cristo, ovvero 12.000 anni fa, ben prima dell’epoca in cui si suppone sia avvenuta la scoperta dell’agricoltura. Ora gli archeologi devono rifare completamente i loro calcoli e le loro spiegazioni.

La nostra è davvero la prima civiltà umana globale?

Un contesto nel quale anche il mistero di Gobeckli Tepe potrebbe trovare spiegazione. Non c’è un accordo preciso fra i ricercatori circa l’epoca della comparsa della nostra specie sulla faccia di questo pianeta, e non sto parlando di ominidi, creature scimmiesche che lasciano intravedere appena un barlume di umanità, ma di esseri come noi, Homo sapiens, tuttavia 100.000 anni rappresentano una stima media abbastanza attendibile. Di questi centomila anni, la storia che conosciamo, la storia documentata riguarda gli ultimi cinque millenni, il 5%, un ventesimo della storia della nostra specie. In quel 95% della nostra storia che non conosciamo, interi cicli di civiltà potrebbero essere sorti e crollati lasciando dietro di sé pochissime tracce, così come pochissime ne lascerebbe la nostra se dovesse scomparire. Soltanto la pietra, (le ossa di Madre Terra, dicevano gli antichi) è duratura attraverso i millenni. Gli archeologi di un remoto futuro potrebbero ad esempio trovare le sculture, i grandi volti di pietra di monte Rushmore, mentre le nostre città e metropoli si sarebbero del tutto sbriciolate in polvere.

È un’idea che tendiamo a respingere, perché vorremmo che la nostra civiltà fosse unica, definitiva ed eterna, ma non scordiamoci mai che non sono i nostri desideri a plasmare la realtà.

L’idea di una civiltà globale che può aver preceduto la nostra di 10-15.000 anni, l’ho trovata sviluppata da tre ricercatori “fuori dagli schemi”, non appartenenti all’establishment ufficiale, sviluppata a partire da punti di vista diversi, in tre testi diversi: Impronte degli dei di Graham Hancock, Storia alternativa del mondo di Roberto Giacobbo e I misteri della civiltà megalitica di Felice Vinci, e non trovo nulla per respingerla, anzi…

Non c’è soltanto Gobeckli Tepe, ma ad esempio c’è al largo del Giappone, nei pressi dell’isola di Yonaguni non distante da Okinawa un edificio che è stato descritto come una piramide sommersa (anche se in effetti è un bel po’ più complesso), eretto in un’area che, per trovarla libera dalle acque marine occorre risalire ad almeno 10.000 anni fa. C’è la stessa sfinge di Giza, i cui fianchi sono corrosi dal dilavamento delle acque, e questo rimanda a tempi molto più antichi a un’epoca in cui il clima dell’Egitto era molto più umido di oggi, ma anche dell’epoca faraonica, a un’antichità molto maggiore dei cinque millenni che le sono ufficialmente attribuiti.

Tirando le somme, vediamo che le domande tuttora senza risposta, a cui la scienza non sa rispondere, sono tante e che il quadro delle conoscenze scientifiche è molto meno nitido e solido di quello che vorrebbero farci credere.

A questo punto, diciamo pure che tutte le domande che gli uomini pre-scientifici si ponevano e a cui cercavano di rispondere attraverso il mito, rimangono valide, e la concezione del mondo tradizionale ritorna in pista, o meglio vi rimane, perché è dubbio che ne sia mai uscita.

Questo può essere deprimente per alcuni, ma pensate se fosse tutto noto, in definitiva scontato e banale! Non è meglio, più interessante, vivere in un mondo dove esistono misteri da risolvere, enigmi che richiedono l’esercizio della nostra intelligenza?

Fabio Calabrese

 

 

 

 

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, coniugato, due figli. Laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Scrittore di letteratura fantastica con all’attivo numerose pubblicazioni, tra cui alcune in Gran Bretagna, Polonia, Francia. Studioso di neopaganesimo e di neoceltismo. Attivo da molti anni come opinionista politico dell’Area, ha collaborato con “Rinascita”, “Ciaoeuropa”, “Italia sociale”, “L’uomo libero”, il Centro Studi La Runa e negli ultimi anni soprattutto con “Ereticamente”, dove è una delle firme maggiormente rappresentate.

 

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