Ogni epoca ha le sue forme. Se preferite i suoi modelli. O meglio ancora Archetipi

LE FORME DELL’UOMO

Ogni epoca ha le sue forme. Se preferite i suoi modelli. O meglio ancora Archetipi. Archetipi che rappresentano l’uomo. Le diverse declinazioni dell’uomo. I “tipi” che quel periodo, diciamo così, storico meglio rappresentano ed incarnano.

L’ età del Barocco, che è stata un po’ il crogiolo della modernità, ha avuto, e prodotto, alcuni grandi archetipi dell’uomo. E li ha saputi rappresentare con arte, sotto molti profili, insuperabile. Anche perché a dare a questi archetipi forma artistica furono alcuni dei più grandi geni della nostra storia culturale.

Don Chisciotte, o dei sogni. La follia come scelta di vita. Il rifiuto di una (apparente) realtà in nome di un ethos. Superiore. Ad onta della beffa e del ridicolo. Apparente. Il capolavoro di Cervantes. Poi, nel tormentato, ‘900, la rilettura di Unamumo.

Il baritono Francisco d’Andrade interpreta Don Giovanni nell’opera di Mozart (dipinto di Max Slevogt). W/p.d.

Don Giovanni. Il libertino. La ricerca del piacere come agone con il Convitato di Pietra. La Morte. L’amoralità come punto d’arrivo d’una ragione che tutto distrugge. E lascia solo il vuoto. Tirso de Molina e, sopratutto Molière.

Un disegno del personaggio Tartuffo. W/p.d.

E da Molière viene anche un altro archetipo, totalmente negativo, della modernità. Il Tartuffe. Il grande ipocrita. La finzione dei sentimenti. L’interesse materiale che prevale su tutto e che trionfa. Non piacque a Luigi XIV. E Molière dovette scriverne una nuova versione, facendo trionfare alla fine l’onestà di Orgone. Ma la stesura originaria, con la vittoria dell’ipocrisia, resta ancora un modello di, triste, realtà.
E poi Faust. Il mago pronto al patto. A cedere l’anima per la conoscenza. Marlowe, il poeta maledetto dell’età Elisabettiana.

Goethe ne trarrà, in seguito, il modello della inquietudine propria dell’uomo contemporaneo. Di una ricerca senza pace. Di una irrequietezza dei sentimenti che insegue un sogno, il Femmino Eterno. E lo scopre, e conquista solo fermando l’attimo. Uscendo dal tempo. Che è la nostra maledizione.
E poi tutti i grandi archetipi della società borghese tra XVIII e XIX secolo. Per lo più negativi.
La superficialità e la menzogna a se stessa di Emma Bovary. In Flaubert. Il servilismo verso il potere e le convenzioni sociali de “Il conformista” di Moravia. La corruzione morale e politica del Consalvo Uzeda di De Roberto…
Appena qualche sprazzo di luce nella svagata eccentricità dello Zeno di Svevo. Il mito dell’Artefice nel Fuoco dannunziano

La modernità, la nostra, è davvero il Castello d’acciaio del Mago Atlante. Ed è un Castello le cui mura si vanno sempre più restringendo. Soffocandoci.
Nel corso del ‘900 nessuno ha saputo intuire gli archetipi della nostra epoca come Ernst Jünger . Dando loro forma.

Trattato del ribelle

L’Arbeiter. Che non è l’operaio inteso come classe sociale. Non una figura emblematica della ribellione delle masse che ha caratterizzato la prima metà del secolo scorso. Piuttosto il modello dell’Uomo costretto, in pace e in guerra, a misurarsi con la potenza demoniaca della tecnica. Che si è sostituita a quella della Natura. Uno scontro titanico. Per dominare o essere dominato. E annichilito.

Il Milite. Che non è, semplicemente, il soldato. Colui che combatte al soldo. È colui che milita. E quindi testimonia con la sua azione. Senza illusioni o speranze. Senza premi e costrizioni. Una figura che incarna, certo, il dovere. Ma il dovere come destino. Assunto con scelta libera e cosciente. Fatto proprio con la volontà. Amor Fati, potremmo dire.

E poi l’Anarca. Che non è sterile ribellione, e utopia sociale. È il non riconoscersi nelle convenzioni correnti, quali esse siano. Non omologarsi alla massa sempre più uniforme e amorfa. Porsi in una posizione non di rifiuto, ma di distacco. Tornare al bosco. Senza paura della solitudine. Come un vecchio lupo, che guarda da lontano le mandrie di pecore.

Figure della nostra modernità. Che Jünger vide agli albori di questa. Oggi, l’ho già scritto, ne vedrebbe, e ne descriverebbe, anche altre. Tipi di una, cosiddetta, realtà in continua mutazione.

Andrea Marcigliano

 

 

 

Fonte: ElectoMagazine

 

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