L’idea di libertà, il più alto di tutti i valori col sedicente progresso è oggi impermeabile alla perdita di senso civile e financo estetico, all’indifferenza reciproca, al fastidio non celato per l’altro e al “cinismo dilagante”.

Le idee hanno conseguenze.

 

 

Se ascoltiamo i discorsi della gente, notiamo un elemento che accomuna quasi tutti: l’insoddisfazione, la convinzione diffusa di non vivere “bene”, una sensazione di soffocamento, di perdita e mancanza. Il migliore dei mondi possibili forse non è più tale. Agosto, in cui la terra appare davvero guasta sotto il sole implacabile è il più crudele dei mesi, non l’aprile di Thomas Stearns Eliot. (Aprile è il più crudele dei mesi, genera lillà da terra morta, confondendo memoria e desiderio, risvegliando le radici sopite con la pioggia della primavera)

Ci pensavamo percorrendo un modesto quartiere periferico, Borgoratti, le strade della nostra infanzia. Molti anziani solitari alla ricerca di un negozio aperto, è difficile anche trovare il pane e una farmacia aperta, benedetti siano in questi giorni i tristi, anonimi supermercati con l’aria condizionata e l’orario lungo. Per la via, girano quasi solo stranieri, specie mamme con i bambini, gli unici, con i vecchi, a non potersi permettere le vacanze. E’ la terra desolata, in cui temperatura, luce e umidità sembrano decomporre tutto. Un mondo lentamente marcito, opposto a quello dei vacanzieri, il mare, il treno stracolmo di gente verso la spiaggia. Irritati anch’essi, sono in troppi, conquistare le vacanze è faticoso come un lavoro. Tra poco, piantato l’ombrellone in un metro quadrato di spazio libero espugnato, saranno in coda per conquistare il gelato. 

   Se approfondiamo i dialoghi, tuttavia, ci rendiamo conto che all’insoddisfazione, al disagio diffuso non corrisponde alcuna ribellione. Regna un certo fatalismo, sembra che al presente stato di cose non vi sia alternativa, che sia un dato di natura o sia sempre stato così. Non è vero, le idee hanno conseguenze, come recitava il titolo di un saggio del conservatore americano Richard Weaver. Per chi ha una certa età, è facile ricordare una diversità talmente enorme da lasciare senza fiato. In un paese di campagna caro alla nostra adolescenza, che pure non ha sofferto l’abbandono e lo spopolamento di tante altre località, il ferragosto è l’unico periodo in cui torna un po’ di vita. Merito di un raduno motociclistico, ma negozi, trattorie e attività economiche sono pressoché scomparse. Fino agli anni ’80 del secolo XX, Montoggio, come Torriglia e Savignone (il villaggio natale di Beppe Grillo) era un’apprezzata meta di villeggiatura familiare dei genovesi, con alberghi decorosi e tante famiglie riunite oltre le generazioni. Finite le famiglie, non poteva durare. Un amico fraterno è morto da pochissimo, il figlio non ha pensato di disdire la sua vacanza alle Canarie.

In questo periodo sospeso dell’anno, l’agosto in cui tutto cambia, impazzisce ed esplode nel sabba delle ferie, il più crudele dei mesi, tocchiamo con mano quanto avanzato sia il processo di decomposizione sociale. Se ne avvertono i miasmi, bruciano gli effetti!

Le idee, dicevamo, hanno conseguenze. Ciò che vediamo sotto il sole d’agosto, folle sciamannate sommariamente vestite in coda verso viaggi, ferie e week-end, (fine settimana no, quello è per chi resta a casa) le città abbandonate di cui si impadroniscono i solitari, gli anziani, gli immigrati poveri e i tanti emarginati che paiono usciti tutti insieme da qualche sentina della società libera, democratica, tollerante, progressista, è la conseguenza delle idee che hanno vinto. Il popolo non c’è più, resta una massa informe di individui in corsa, attorniata da chi non può partecipare alla gara, per età, reddito, salute. L’idea di libertà, il più alto di tutti i valori di cui andiamo orgogliosi come del sedicente progresso, è impermeabile alla perdita di senso civile, morale e financo estetico, all’indifferenza reciproca, al fastidio non celato per l’altro, al cinismo dilagante.      

   Passati finalmente i secoli bui, i tempi cupi, abbiamo razionalizzato tutto e deciso che siamo al mondo per scambiare beni e “consumare”, un verbo terribile che evoca l’esaurimento, l’uso e la spreco di tutto, a cominciare da noi stessi. Viviamo così poco sereni da rendere necessario un altro consumo di massa, quello degli psicofarmaci, affiancato dalla dipendenza da sostanze varie, alcool e droghe. La sintesi è di Massimo Fini: non stiamo bene nella nostra pelle. Con perfetta eterogenesi dei fini, le idee che ci dominano, anzi ci pervadono, nascono da solenni enunciazioni come la dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti, in cui si afferma il diritto alla felicità, asserendo che a quel fine “sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati.” Pochi anni dopo, sarebbero stati i rivoluzionari francesi a proclamare il primato universale dei “diritti”. Musica per l’orecchio dell’animale uomo, che da allora non ha cessato di inventare nuovi diritti, organizzando gli Stati e le leggi a tale scopo. Oggi qualsiasi desiderio, ogni stranezza è un “diritto”. Vuoi un figlio? Ne hai diritto, la natura non c’entra, scienza e tecnica, se hai denaro, ti aiuteranno, Non ne vuoi, ma vuoi goderti un’intensa vita sessuale? La legge ha proclamato diritto l’aborto.

Non si fanno figli per egoismo ma anche per l’assenza di una cultura comunitaria favorevole alla vita e perché le norme e la cultura individualista, quella dei diritti, del consumo e del principio di piacere, vanno in direzione opposta. Una famiglia di nostra conoscenza vorrebbe un secondo e anche un terzo figlio, ma ha paura del futuro. Gli stipendi sono bassi, i bimbi crescono, non si può dire di no alla pizza con gli amichetti, alla palestra, allo zainetto firmato e così via. Troppo potente il sistema, vano e comunque difficilissimo opporre il convincimento, costruire una corazza interiore se la società grida da ogni parte il contrario di ciò che vorremmo insegnare. La denatalità è in parte esito del consumismo. Sì, le idee a cui abbiamo consacrato le nostre vite hanno conseguenze.

   Richard Easterlin, un economista, scoprì e trasformò in eleganti equazioni il paradosso per cui i popoli più felici non sono affatto i più ricchi. Infatti ci si suicida assai di più nelle società sazie e solitarie, negli Usa un abitante su due usa psicofarmaci, spesso fin dall’infanzia, con la complicità del sistema medico e della potentissima lobby farmaceutica. Però siamo titolari di diritti, perbacco. Quindi li rivendichiamo con accanimento: non possiamo restare dietro la corsa altrui. Di diritto in diritto, la megamacchina che ci dirige – le idee hanno conseguenze, laissez faire, laissez passer –  ha trasformato le possibilità in obblighi, quasi in doveri sociali. Dovere il week end con annesse code, spese a strascico, stanchezza, nuove competizioni per arrivare primi anche lontani dal lavoro, dovere il consumo fatto compulsione.  

Quanto è comodo il centro commerciale con parcheggio, lì si trova tutto, specialmente l’inutile, un bel calduccio l’inverno, fresco d’estate. Dovunque, si può consumare e pagare con la carta di credito (cioè di debito). Quanto è comoda, che importa se qualcuno ha in mano il tuo denaro “vero”, banche, finanziarie, circuiti internazionali. Che importa se abbiamo percorso decine di chilometri e il carburante costa caro, ci pensa la carta di credito. Che strano, però, chiudono i negozi di quartiere e di paese, la mamma e la nonna non trovano più pane e latte, si aggirano solitarie nell’agosto desolato senza punti di riferimento.

L’idea di libertà, il più alto di tutti i valori col sedicente progresso è oggi impermeabile alla perdita di senso civile e financo estetico, all’indifferenza reciproca, al fastidio non celato per l’altro e al “cinismo dilagante”!

   Anche il mercato dello spirito sconta le conseguenze delle idee. La Chiesa cattolica ha sostituito l’uomo a Dio (la chiamano scelta antropologica), dichiara che non è necessario aderire ai precetti, poiché siamo tutti “cristiani anonimi”. Risultato: chiese vuote, sbadigli durante le messe, in cui i sempre più rari presenti guardano l’orologio, vocazioni ai minimi storici. Ogni civiltà ha cercato di in ogni tempo di offrire stabilità, orientare e fornire senso. Le cose permanenti davano sicurezza e direzione. Noi, in omaggio alla libertà, ai diritti, all’emancipazione, siamo divenuti precari della vita che si trascinano da un luogo all’altro alla ricerca di nulla armati di trolley e card.  Anche essere “liquidi”, ovvero senza principi stabili, è un diritto. La conseguenza è lo smarrimento dell’identità, non riconoscere più luoghi, cose e persone. Non si tratta di fenomeni sorti dal nulla, o addirittura, come ci viene fatto credere, dati di natura. Il disagio che viviamo a milioni, ma che non ci convince a diventare oppositori attivi del tempo presente (corriamo troppo, manca il tempo di rifiatare, altro che pensare) è figlio, conseguenza delle idee che abbiamo posto a fondamento delle nostre vite. Abbiamo diritti, siamo liberi e vogliamo il progresso. Tanto basti, e chissà che significa davvero questa parola omnibus che maschera tutto, tutto giustifica e rende desiderabile e bellissimo ciò che è invece declino. Richard Weaver parlava del potere come di una lanterna magica, un grande stereoscopio, il proiettore che combina due immagini per creare un effetto tridimensionale o dissolve un’immagine in un’altra. È il meccanismo che serve a manipolare le credenze e le emozioni della popolazione e, in definitiva, a separarle dalla loro umanità attraverso la mercificazione della verità. L’egotismo sta facendo di sé, di ogni sé, la misura del valore. Non c’è più bisogno di obbedire a leggi, principi, consuetudini, possiamo fare ciò che ci aggrada. Questo tipo di pensiero porta inevitabilmente all’egoismo. Platone disse che un’umanità siffatta avrebbe preferito il proprio interesse alla verità. Ma non è questo ciò che è capitato all’uomo europeo occidentale da quando, smarrito Dio, ha prestato fede alla pura ragione, ridotto alla vita a scambio economico (Adam Smith), l’individuo ha sostituito la persona e la società – oggi anch’essa in via di dissoluzione – ha cacciato la comunità?

In questo periodo sospeso dell’anno, l’agosto in cui tutto cambia, impazzisce ed esplode nel sabba delle ferie, il più crudele dei mesi, tocchiamo con mano quanto avanzato sia il processo di decomposizione sociale. Se ne avvertono i miasmi, bruciano gli effetti. Poi arriveranno i temporali, si tornerà a casa e tutto sembrerà continuare come prima; l’illusione stereoscopica della lanterna magica.

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Un commento

  1. Francesca Rita Rombolà

    26 Agosto 2019 a 16:13

    Eppure non tutti sono “gregge manipolato e manipolabile”. Molti resistono. Resistono ancora e combattono(come la sottoscritta)in trincea, a volte senza neanche avere la certezza di poter vedere il giorno con la nuova alba. Ma combattono. E soprattutto resistono con una grande voglia di vita e di libertà vera.

    rispondere

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