Tra narrazioni mediatiche e realtà geopolitiche: quando la cronaca diventa strumento.

«Le menzogne sull’Iran emergono dalla palude dell’informazione»

Dalla “rivolta imminente” alle ammissioni tardive: come cambia il racconto mediatico sull’Iran.

Il Simplicissimus

Per settimane il pubblico occidentale è stato esposto a una rappresentazione dell’Iran descritta come sull’orlo di una rivolta generale contro il governo, con l’ipotesi di un imminente cambio di regime sostenuta da autorevoli testate internazionali. Oggi, a distanza di tempo e alla luce di nuove ricostruzioni, emergono versioni differenti: proteste episodiche amplificate, mobilitazioni reinterpretate e scenari politici costruiti più sulle aspettative strategiche che sui fatti verificabili. Questo mutamento di racconto non riguarda soltanto l’Iran, ma rivela un problema più ampio: il ruolo dell’informazione nelle crisi internazionali e la facilità con cui l’opinione pubblica viene guidata dentro cornici interpretative funzionali agli equilibri geopolitici del momento. (N.R.)


Ancora qualche settimana, prima che cominciasse la guerra e durante i primi giorni era vietato, pena l’accusa di diffondere false notizie e di complottismo, dire che in Iran non c’era alcuna rivolta contro il governo, ma che si trattava di una mobilitazione delle quinte colonne che da sempre l’Occidente e Israele avevano in Iran. e guai a chi dubitasse che il figlio dello Scià non fosse il futuro leader di un Paese ridotto in schiavitù. Del resto, era la medesima traiettoria del padre e della sua schiera di torturatori. Ma adesso, visto che non sono riusciti a provocare un cambio di regime, nonostante l’assassinio dei massimi dirigenti, non c’è alcuna ragione di continuare a raccontare le favole riservate al pubblico occidentale di quoziente zero. Anzi in questo momento dire un minimo di verità è funzionale a giustificare gli errori di valutazione commessi e anche le menzogne dette che comprendevano anche manifestazioni in appoggio al governo fatte passare come proteste contro di esse, una è quella in apertura del post.   Così il New York Times, dopo aver scritto per settimane il contrario, parlando assieme al Guardian e al Wall Street Journal della “più grande ricolta popolare” degli ultimi decenni, dando il la a tutta la vergognosa canea di scribacchini occidentali, ci dice che quei moti furono interamente una creazione dei servizi israeliani e occidentali. il piano era stato preparato con accuratezza, prima provocando una caduta del rial e poi sfruttando un po’ di proteste e malcontento episodico, mettere in moto un meccanismo sovversivo che di spontaneo non aveva nulla.

Secondo quanto riportato dal quotidiano il 22 marzo e poi a catena, da altri media, emerge il seguente quadro:

  1. Il Mossad presentò un piano per fomentare una rivolta interna.
    • Ancor prima dell’inizio del conflitto su vasta scala, si dice che il capo del Mossad, David Barnea, abbia presentato al Primo Ministro Benjamin Netanyahu un piano volto a fomentare deliberatamente disordini in Iran.
    • La speranza è che le proteste di massa potessero indebolire il governo iraniano o addirittura rovesciarlo.
    • Questa proposta è stata presentata anche ad alti funzionari del governo statunitense a metà gennaio 2026.
  2. La strategia non ha portato alla rivolta prevista.
    • Secondo quanto riportato, il piano non ha funzionato come previsto.
    • Contrariamente alle aspettative, secondo cui le forze di opposizione in Iran si sarebbero sollevate in massa all’inizio della guerra, non si è mai verificata una rivolta diffusa.
    • Le autorità iraniane sono riuscite a mantenere il controllo.
  3. Le aspettative erano strettamente legate alle prime fasi della guerra.
    • L’idea era che, dopo i raid aerei iniziali e gli attacchi mirati contro la leadership iraniana, ampie fasce della popolazione sarebbero scese in piazza a protestare o a insorgere.
    • Tuttavia, stando alle notizie, sta crescendo la frustrazione tra i decisori politici statunitensi e israeliani perché questa sequenza di eventi non si è verificata.

Questa incredibili capacità di trasformare idee, pregiudizi, fissazioni ideologiche, in realtà è stata fatale all’operazione al punto che un giornale che spesso demonizza l’Iran si è dovuto arrendere ai fatti, anche se ancora non è arrivato alla consapevolezza di riconoscere che proprio questa operazione ha distrutto l’opposizione iraniana. Ma forse c’è di più tra le righe del Nyt: senza dare troppo nell’occhio si suggerisce che siano stati gli israeliani a suggerire che una rivolta in Iran era assolutamente possibile, praticabile, anzi quasi certa e che a Washington abbiano davvero creduto che con una spinta in più, con l’assassinio di Khamenei e di altre autorità del Paese, la rivolta sarebbe stata cosa certa e avrebbe posto fine alle operazioni militari. Naturalmente questa tesi è volta a sollevare dalle proprie responsabilità tutto il milieu politico americano che è caduto nella trappola di Netanyahu, mentre è certo che gli Usa fossero a conoscenza della reale situazione. Cosa abbiano poi detto i servi a Trump e all’amministrazione è un altro paio di maniche. Però sarebbe bastato un minimo di conoscenza della situazione per comprendere che gli “esperti” stavano cacciando balle, anche perché è proprio attraverso la rete satellitare americana che i rivoltosi comunicavano tra di loro e coordinavano le operazioni. Come al solito la verità arriva troppo tardi.

Redazione

 

 

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