Quando le idee smettono di descrivere il mondo e iniziano a costruirlo.

«Le previsioni che si auto avverano»

Dalla sociologia di Robert K. Merton al teorema di William Thomas, il potere silenzioso delle aspettative che diventano fatti.

di Roberto Pecchioli

Nel suo contributo, Roberto Pecchioli affronta uno dei meccanismi più inquietanti e meno discussi della modernità: la profezia che si autoavvera. Un’idea apparentemente astratta, formulata da Merton nel 1948, che rivela invece una forza concreta e quotidiana: le convinzioni, quando diventano condivise e agite, finiscono per produrre la realtà che pretendono soltanto di prevedere. Dal matrimonio vissuto come un fallimento annunciato, fino alla banca solida travolta da una voce infondata, Pecchioli mostra come non sia la previsione in sé a essere vera o falsa, ma l’effetto che essa genera sui comportamenti. Finché resta opinione, l’errore è teorico; quando diventa azione collettiva, si trasforma in fatto. Il richiamo al teorema di Thomas — se gli uomini definiscono reali le situazioni, esse diventano reali nelle loro conseguenze — amplia il discorso e lo porta oltre la sociologia: nella politica, nell’economia, nel costume, persino nell’autopercezione individuale. Il pezzo non si limita a spiegare un concetto, ma invita il lettore a interrogarsi su quante “realtà” contemporanee siano il prodotto non di necessità oggettive, bensì di credenze ripetute, interiorizzate e infine obbedite. Un testo lucido, scomodo, che costringe a una domanda decisiva: quanto del mondo che abitiamo è davvero inevitabile, e quanto lo abbiamo costruito credendoci? (N.R.)


Sunto per i lettori

Il testo di Roberto Pecchioli ruota attorno a un’idea semplice ma potentissima: le convinzioni collettive non si limitano a interpretare la realtà, spesso la producono. È il meccanismo della profezia che si autoavvera, teorizzato dalla sociologia: quando una previsione viene creduta e condivisa, finisce per orientare i comportamenti fino a renderla vera.

Da qui l’autore allarga lo sguardo. Mostra come, nella società contemporanea, questo meccanismo venga sfruttato sistematicamente: attraverso i media, la ripetizione dei messaggi, la paura, la promessa di sicurezza o di progresso. Non tutto è predestinato, ma si costruiscono le condizioni psicologiche e materiali affinché certi esiti diventino inevitabili.

Pecchioli individua alcuni nodi centrali:
– l’idea dell’uomo ridotto a macchina efficiente, che rinuncia a coscienza, fragilità e responsabilità;
– il mito del progresso come unico orizzonte, che trasforma legami, figli e radici in ostacoli;
– la diffusione della paura del futuro (demografica, climatica, sociale), che genera rassegnazione e resa preventiva;
– l’estensione dell’identità digitale e del controllo tecnologico, accettati come “comodità” fino a diventare strumenti di sorveglianza e disciplinamento;
– la convinzione di vivere in democrazia mentre le decisioni reali maturano altrove, grazie a un consenso costruito.

Il filo rosso è chiaro: quando accettiamo come inevitabile ciò che ci viene presentato come tale, contribuiamo a renderlo reale. La profezia funziona non perché è vera, ma perché viene interiorizzata. Il testo si chiude con una tesi netta e scomoda: la bugia è confortevole, la verità disturba; ma solo la seconda apre uno spazio di libertà.

Le previsioni che si auto avver…


👇 Invito alla lettura del post completo

Questo sunto non rende giustizia alla densità del ragionamento.
Il testo integrale di Roberto Pecchioli non è una lettura “facile”, ma è una lettura necessaria: costringe a rallentare, a collegare i piani (psicologico, sociale, politico), a mettere in discussione ciò che diamo per scontato.

Se vuoi capire come le idee diventano fatti, perché certe trasformazioni sembrano inevitabili solo dopo che abbiamo imparato a crederci, e quale ruolo giochiamo – consapevolmente o meno – in questo processo, il post completo merita tempo e attenzione. Non per aderire, ma per pensare.

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La previsione o profezia che si autoavvera, secondo il sociologo Robert K. Merton che introdusse il concetto nel 1948, è una credenza o un’aspettativa che influisce su un fatto finendo per determinarlo. Un esempio è una persona che si sposa convinta che divorzierà. Le sue aspettative influenzeranno i suoi atteggiamenti e con tutta probabilità il matrimonio fallirà. Un altro è una banca di cui una voce falsa prevede l’insolvenza. È un istituto solido, ma le persone che fanno la coda alle casse non ci credono; pensano che stia fallendo e che se non ritirano subito i loro depositi, li perderanno; perciò, fanno la fila. Fintanto che l’hanno solo creduto e che non hanno agito di conseguenza, hanno avuto torto, ma dal momento che vi hanno creduto e agito in conseguenza, hanno conosciuto una realtà perché l’hanno provocata. La loro aspettativa si è avverata; la banca è fallita. Prima di Merton, William Thomas aveva enunciato il teorema che porta il suo nome, legato alla definizione della situazione: se gli uomini considerano reali le situazioni, esse saranno reali nelle conseguenze.

La potenza dei mezzi di comunicazione contemporanei, la fulmineità con cui circolano idee e notizie – molto spesso false – la capacità di far considerare oro colato a masse umane de-pensanti ciò che interessa al sistema di potere, rendono le scoperte di Merton e Thomas armi potentissime che cambiano gli uomini e il mondo. Non ogni evento è predeterminato, ma il potere è in grado di creare le condizioni materiali e psicologiche affinché si verifichino davvero i fatti, le aspettative, i cambiamenti voluti. Pensiamo alla docilità con cui ci stiamo consegnando al dominio delle macchine, all’uso delle card e dei chip per ogni operazione della vita, sino ad accettare l’ibridazione con l’artificiale. Il Dominio ha lavorato perché l’essere umano si percepisse come semplice massa biochimica o come macchina. Se ci pensiamo come macchine siamo sconfitti. Nel momento in cui scegliamo di definirci solo in termini di efficienza, velocità, prevedibilità, comodità, stiamo rinunciando all’essenziale della condizione umana. La macchina non ama, non ha paura di sbagliare, non ha senso morale. Non conosce la responsabilità. Non soffre, non prova vergogna né compassione. Nelle prestazioni siamo facilmente superati. Se l’umanità smette di definirsi in termini di coscienza, fragilità, responsabilità, si riduce a anello debole di una megamacchina che la eccede e la incorpora. Non possiamo competere in efficienza con un ingranaggio.

Un’altra profezia che si auto avvera è considerare il progresso (termine caricato di promesse pressoché magiche) l’unico orizzonte di realizzazione individuale. Questo induce a considerare ogni legame un impaccio. La formazione e la cura di una famiglia, la nascita di figli, il radicamento in un luogo, in un’idea, in una professione, in un’identità, producono un pensiero che si trasforma rapidamente in realtà: o nel contrario, al tempo del potere della velocità. Ciò che il sistema vuole si avvera per ripetizione del messaggio.  Il risultato è una società spappolata, di dipendenze come fenomeni sociali (“fanno stare bene “) di famiglie disgregate in cui si interrompe la catena generazionale. L’inverno demografico per paura delle responsabilità, il timore di perdere benessere (cioè ben-avere) l’orrore per le relazioni forti, definitive. Gli algoritmi prevedono, quindi determinano i nostri desideri. Viviamo nel deserto dei sentimenti sino al punto di smettere di riprodurre noi stessi, la società trovata al nostro nascere nel mondo. Abbiamo creduto alla falsa previsione della fine della storia, che è abolizione del futuro. Crediamo solo nell’immediato, nel consumo, nel piacere, nell’istante. Si avvera il crollo delle promesse di futuro. In una società che venera il benessere immediato e l’edonismo, un figlio non è una speranza ma un costo o un ostacolo alla realizzazione personale. Come chi ha messo in conto la fine del suo matrimonio sino ad agire di conseguenza, condanniamo noi stessi per paura delle difficoltà che prevediamo. La resa preventiva anziché la vita, un terribile cambio di paradigma esistenziale.

Le profezie dell’apocalisse climatica fanno credere alle generazioni più giovani che il mondo stia finendo. Meglio non avere figli per non aumentare l’inquinamento, non generare nuove sofferenze, meglio distruggere l’esistente, bloccarsi nell’impotenza. Esattamente ciò che vogliono i dominanti. Un’altra previsione che si auto avvera è l’estensione indefinita, totalizzante, dell’Identità Digitale (ID), l’insieme delle risorse digitali associate ad un soggetto.  Come abbiamo imparato, sta diventando l’unica modalità per accedere a una miriade di servizi o esercitare diritti. È la rappresentazione informatica della corrispondenza tra un utente e l’insieme dei dati raccolti e registrati su di lui. Nei fatti è la nostra riduzione a una sequenza di codici senza i quali la nostra vita concreta diventa impossibile. Una schiavitù accolta di buon grado, persino richiesta, senza comprendere la portata dell’attacco alla nostra personalità, privatezza, autonomia, libertà.

Ci ripetono che è lo snodo definitivo del futuro a cui non è possibile opporsi perché migliorerà le nostre vite. La previsione si auto avvera nella forma orwelliana del controllo sociale, della sorveglianza e della nudità del soggetto di fronte alla megamacchina. L’identità digitale è l’ingranaggio decisivo della rete di controllo digitale. L’acronimo DPI – digital public infrastrutture- indica la spina dorsale di servizi pubblici e privati, reti sociali, decisioni collettive. Per capirne l’importanza occorre interpretare la raccolta, elaborazione, custodia dei dati come documenti sociali che producono effetti reali nella vita istituzionale e quotidiana. Collegata a tutti i servizi della vita tramite DPI, l’identità digitale è una tappa della creazione del sistema di “credito sociale” – già parzialmente vigente in Cina in cui il “buon comportamento” viene premiato, mentre quello cattivo (ossia non adattivo) è punito con l’esclusione sociale sino alla cancellazione della persona, privata di diritti naturali e legali attraverso il controllo da remoto. Avanza una sorta di soggetto radicale onnipotente che ci può eliminare manipolando la nostra Identità Digitale, sostituta della stessa esistenza fisica. Lo vuole il sistema finanziario globale, lo vuole il grumo fintech.

L’identità digitale non basta più: la mossa decisiva per la dittatura totale è l’interoperabilità, il chip universale che controllerà l’accesso a tutti i servizi della vita, che diventerà non-vita per i reprobi e gli esclusi, servitù totale per tutti gli altri.  La Banca Mondiale lavora a collegare l’ID alla rete di controllo digitale DPI. In corpore vili, lo stanno sperimentando in Sierra Leone, con l’intento di costruire la connessione definitiva con un unico ID. Il marchio apocalittico della bestia. “Dai pagamenti in tempo reale all’accesso all’istruzione, alla sanità, alla finanza e alla protezione sociale, le reti digitali offrono il massimo impatto quando sono direttamente collegate ai servizi”, affermano la Banca Mondiale e il Forum di Davos. Nel 2018 gli oligarchi furono chiarissimi: “l’identità digitale determina a quali prodotti, servizi e informazioni possiamo accedere, o, al contrario, che cosa ci è precluso”. Ossia vietato, ciò a cui siamo condannati se non diventiamo disciplinati soldatini digitali, ossia tecno schiavi. Poiché la previsione arriva da pulpiti tanto elevati presto diverrà esperienza quotidiana.

Il tutto nella convinzione maggioritaria – una persuasione che diventa reale per credulità- di vivere in democrazia. Vista con gli occhi di un osservatore ingenuo, la democrazia appare viva e vegeta. Si tengono elezioni, esistono decine di partiti politici, si svolgono dibattiti nei parlamenti. Ci appaiono sinceri e immaginiamo– la rappresentazione è curata nei dettagli- che le questioni trattate siano importanti e le contrapposizioni autentiche.  Nei fatti sono ammesse sono le opinioni compatibili con la cosiddetta “società aperta”, mentre alle nostre spalle si avverano le previsioni (ovvero le volontà) dell’oligarchia. Una è la distruzione programmata dell’agricoltura e della zootecnia in Europa, uno dei cui strumenti sarà l’accordo Mercosur. Le cupole oligarchiche hanno deciso che gli agricoltori europei debbano scomparire; pochi grandi investitori, gli arcimiliardari e fondi d’investimento come Black Rock, si impadroniranno della terra per farne ciò che vorranno. Un danno sociale, culturale, economico, storico incalcolabile. Lorsignori hanno creato le condizioni per farlo accettare, considerare positivamente, o restarvi indifferenti.

Poiché ci fanno credere che è “comodo” ci convincono a usare sempre meno il denaro contante. La moneta digitale- legata alla previsione falsa della lotta alla criminalità e all’evasione fiscale, oltreché all’apparente comodità delle carte di credito (cioè di debito) – soppianta il contante nell’immaginario e poi nelle leggi, stringendo il cappio della schiavitù perfetta, la perdita di possesso reale del denaro fisico. Perfino il vento impetuoso della guerra risponde alla stessa logica della previsione che si auto adempie. Si parla sempre più di conflitti, armamenti e pericoli, abituando la maggioranza a ciò che riterrà inevitabile mentre è solo la perversa decisione di un potere criminale, disumano. Seguendo la medesima logica gregaria, i giovani andranno a combatterla. Per perdita di senso critico e perché la conoscenza dei meccanismi psicologici e neurologici da parte delle oligarchie verrà utilizzata per fornire – come sempre nella storia- carne da cannone. Divulgare false credenze conduce al loro adempimento: pensiamo al pregiudizio antirusso dominante dal 2022. Il nostro atteggiamento si ripercuote sulla controparte, che diventa a sua volta diffidente, antagonista, sino a trasformarsi in nemica. Ecco serviti i pretesti per la guerra e creata la volontà, finanche il desiderio, del conflitto.

Siamo governati da chi padroneggia le regole della psicologia applicate alla società. La divulgazione di tale verità suscita l’ostilità dei dominanti in quanto decostruisce la narrazione che sostiene il loro potere. Purtroppo suscita anche il fastidio dei governati, poiché disturba la loro comfort zone, scuote le certezze e i valori con cui vengono nutriti, dominati e trasformati.  La bugia e l’ignoranza sono comode, confortevoli, rassicuranti. Ma è la verità a rendere liberi.

Roberto Pecchioli

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