Non ero che un pugno di terra (humus), ma poi …

LE SCIMMIE PIÙ DIFFICILI DA RICONOSCERE

… le scimmie più difficili da riconoscere sono quelle troppo umane


Non ero che un pugno di terra (humus), ma poi … è bastato un soffio di dio, appena un sospiro del Misericordioso, ed eccomi qua, dice Adamo: eccomi uomo (homo).
Ero appena un burattino, dice Pinocchio, non ero che un pezzo di legno, ma appena mi ha inghiottito la Balena, sono diventato anch’io un uomo.
Già, ma cosa può voler dire essere uomini?
E, soprattutto, uomini ci si nasce o ci si diventa?

Non serve una grande intelligenza, basta un po’ di buonsenso per capire che ci si ficca in un vicolo cieco, se si domanda all’acquaiolo: l’acqua, com’è? Come vuoi che ti risponda, se non che è fresca come la neve?

Perciò, se si vuole sapere dell’uomo, è da scemi andare a chiedere all’uomo che cos’è l’uomo. È l’ora di finirla con questo circolo vizioso. Bisognerebbe, se mai, chiederlo ai cavalli, alle mammole dei prati e ai metalli. Chiederlo alla luna e alle stelle, ma non all’uomo. E chiedere lo si dovrebbe, non in una delle attuali e presenti lingue umane, ma in un linguaggio arcaico, in un domandare molto più remoto dei nostri slang, in una lingua, «per cui si deve essere quasi vacche e in ogni caso non uomini moderni: il ruminare» (Nietzsche, Genealogia della morale, Prefazione: 8).

Forse sto esagerando. Ma, per quanto mi riguarda, sto solo dando ascolto alle parole di Mastro Federico quando dice che l’umano andrebbe cercato molto al di sotto, nelle viscere per es., nelle regioni inguinali, nei bassifondi dei nostri «ideali». Con tutto il dovuto rispetto, molto più in basso del platonico mondo delle idee. Magari, si dovrà frugare nella chimica e nella biologia, e sporcarsi le mani con un po’ di sano «materialismo», se si vuole rintracciare qualche avanzo d’uomo non idealizzato, non psicologizzato, non spiritualizzato che, sebbene molto più terroso, potrebbe tuttavia rivelarsi molto più illuminante.

Forse, neanche questo potrà bastare. Forse, si dovrà giungere a interrogare il nostro stesso «linguaggio». E a mettere sotto accusa lo stesso Libro, e parola per parola smontare tutti i suoi questionari. Poiché non c’è una sola parola scritta nel Libro, nessun segno inciso sulle sue pagine che non sia, insieme, verace e ingannevole. Ragione e delirio sono fratelli gemelli: Caino e Abele, la dice lunga su come va a finire.

Quante «categorie», per es., quante pagine di questo Libro continuano tuttora ad accusare Darwin d’essersi permesso di far discendere (niente poco di meno che!!!) Adamo dalla Scimmia. Sconquassò tutti i mondi biblici in un sol colpo, quel suo pensiero sintetico sul divenire delle Specie. Tutto ciò che vive è metamorfosi, riproduzione, rigenerazione della genesi del già vissuto in una forma nuova e differente. Niente di ciò che vive è mai uguale. L’uguaglianza non è che una di quelle «idee di idee», una cioè di quelle «idee» che non sono fondate su nessuna esperienza. E tuttavia, come osserva lo stesso Platone, essa non può fare a meno di differire dall’«idea» di differenza da cui pretende invano di affrancare la propria identità. Tutto ciò che vive oscilla sul filo della lama del «quasi uguale», in quella sorta di semieguaglianza che è la somiglianza. Tutto ciò che vive somiglia a chi l’ha «partorito». Non è che un suo effetto.

Francesco D’Adamo

Non a caso, l’Uomo, a dispetto di tutti i suoi camuffamenti, somiglia ancora alla Scimmia. È quasi uguale a chi l’ha messo al mondo. C’è infatti chi dice, e a ragione, che l’uomo non è che una «scimmia nuda» (senza peli sul palmo dei piedi e delle mani e, soprattutto, sulla lingua): il che ne farebbe la scimmia più verace. Ma c’è anche chi dice, e con altrettanta ragione, che l’uomo è solo una «scimmia vestita», una scimmia che ha pudore della sua cruda nudità: nel qual caso, esso sarebbe la scimmia più ingannevole. E a ingannarlo ci penserebbe, guarda un po’, proprio la loquacità che usa per ammantarsi di «idee». Macché, di tutto un «mondo di idee», una più umana dell’altra. Che è come dire: una più astratta e dogmatica dell’altra.

Verace e/o ingannevole … forse mi sto solo perdendo, come Arianna, in quell’intricato labirinto di segni e di enigmi che è tutto ciò che di più terribile e, insieme, di più attraente le può offrire Dioniso, il fu «promesso sposo» alle sue fantasie. Solo doppi sensi, solo ammiccamenti e allusioni a ciò che tu, anima mia, fantasticavi prima che sulla tua via si mettesse di traverso Teseo («colui che pone», il Positivo, l’Affermativo, il Bugiardo … l’io).

Ma come? – come uscire dalle bugie del Libro dell’Uomo? come? dove? in quale pagina di quale capitolo del Libro si può ancora trovare una qualche scienza dell’uomo che non sia fondata su una affermazione umana? Come può il Libro non scimmiottare la Scimmia, vestendola quando è nuda e cruda, e spogliandola di ogni vanità quando al contrario si tratta di riscoprire il Vuoto che si nasconde (che essa nasconde a Se Stessa) dietro i suoi «ideali» umani? E cosa sarebbe questo instancabile vestire e svestire, questo spogliare la natura delle sue «materie prime» per farle indossare i nostri «rifiuti»? – cosa, se non l’Arte dei pazzi?

No, nel Libro non si troverà nessuna scienza dell’uomo, finché ci si ostinerà a fondarla sull’idea di Uomo. Sapere dell’uomo è sapere della natura umana, non di ciò che Teseo, per tagliare la testa al Toro, afferma riguardo alla sua essenza. Saperlo, se davvero si può ancora sapere d’uomo, è serbare il sapore in bocca delle fantasie fantasticate nel più puro analfabetismo del linguaggio animale, quello (per intenderci) che Dioniso pratica finché è nel grembo di Semele, al riparo dall’Altro. Saperlo è essere ancora (come dice la canzone) «viaggiatori viaggianti» nelle viscere di quell’arcaica passione che fu patita dalla più folle delle scimmie, quella che impazzì di desiderio per un «dio» mai visto, la sola scimmia che, a differenza delle altre, diede ascolto e credenza al suo indeterminato «oggetto» di desiderio – la Madre del nostro «divenire-uomo», la Passione che non generò altro che un aborto di «linguaggio».

Non più di quell’«abbozzo» di linguaggio solo fantasticato che i Greci chiamavano Dioniso. Nient’altro che un mucchio di insensate fantasie, e di insane imprevedibili e disordinate frenesie. Solo un «pugno di terra», solo un «figlio della Natura», l’ambiguo Dioniso insieme è il labirinto e il «viaggio viaggiato» nelle sue vene oscure, «viaggiato» nella demenza di cercare una via d’uscita dalle sue proprie tortuosità, una qualunque linea di fuga («che ci faccio io qui?»), nel delirio di estendersi, d’andare oltre, senza mai mettersi di casa in questo o quel sapere scimmiottato nel Libro.

Dioniso, quel «resto» di passione, quell’«avanzo» di fantasia, può e sa fare una sola cosa: può e sa soltanto fare oltraggio a ogni «idea» senza passione. A ogni «sapienza» Dioniso sa e può fare solo dispetti. Non conosce altro modo per riportarne alla luce la follia che ne fu la materia prima e il dimenticato fondamento. Sì, quella follia «biologica», quella follia «corporea», quella follia «animale» che i nostri dottori si ostinano a trattare come una malattia, pur di tenere in vita la più antica delle superstizioni popolari, quella «superstizione del soggetto e dell’io» che continua a creare disordini tra noi.

Così la pensa, più o meno, Hume. Pensa che sapere dell’uomo attribuendogli a priori un «intelletto», una «mente», una «psiche» o addirittura uno «spirito» – tutto sommato, non è che una caricatura filosofica, o peggio teologica, del gesto con cui Zeus estrasse il feto di Dioniso dal grembo di Semele. Gesto pretenzioso – perché Zeus pretese [da Dioniso come da ogni neonato della nostra Specie] che, scordandosi di sua madre, e soprattutto della sua «letale» passione, si arrangiasse a pensare a se stesso come a un essere «logico».

La passione fu di Semele. E fu letale in tutti i sensi – letale perché fu vissuta quando l’appassionata ancora nuotava nelle acque del Lete, e poi perché, in quell’amniotica amnesia, di quella sua insana passione Semele ci morì.
E adesso che Semele è morta, adesso è Zeus che fa la parte del Padreterno, e come solo al Padreterno si conviene dà, al «feto» abortito della passione materna, al «resto» linguistico del folle desiderio di Semele, una seconda chance di vita.
Ora che la vita è finita, a Dioniso, a quel grido strozzato in gola, è concessa un’«esistenza». Ora che non è più tempo di fantasie, a Dioniso è data l’immaginazione, ma gli è concesso di viverla e di immaginarla solo là, sul filo della lama tagliente, dove e quando è Semele che gli manca, e Dioniso vorrebbe gridare di rabbia.
Ma chissà cosa vuol dire tutto questo …

Forse vuol dire che l’immaginazione è solo il farmaco di una memoria addolorata, solo un darsi da fare ad alleggerire il peso di un «crudele» memento. Di un’irreparabile rottura di uno stato di grazia, a cui l’immaginazione immagina di poter ritornare. Forse le sue finzioni non le servono che a negare (e, se è il caso, a rinnegare) una sofferenza attestata nella memoria del corpo, ma che essa, essa sola, può prendersi il lusso di trascendere. L’immaginazione è una rivolta contro la memoria. Eppure, tutta la sua «materia immaginale», è alla memoria che essa l’attinge! Immaginare, dunque, non può essere che una demenza della memoria stessa, una volontà della mente a sgravarsi dei suoi pesi. Anzi, non una, ma la demenza umana. Quella che ci rinasce uomini.

Modigliani Il grande busto rosso

L’Adamo «umanistico» – quest’Uomo messo al mondo da dio, con le sue sole mani, questo Spirito soffiato su un pugno di fango, questo Miracolo che viene alla luce senza passare per il grembo di una donna è la più credulona delle credenze umane. La più patente e, insieme, la più latente delle finzioni. La più verace e la più ingannevole. La nostra seconda pelle. La foglia di fico, di cui per pudore, e ad arte, si vestono le scimmie.
Dici umanesimo, dici metafisica (cfr. Heidegger, La lettera sull’umanismo). Ma dici soprattutto la vergogna dell’uomo di fronte all’uomo – la vergogna che gli impedisce di stare sotto lo sguardo dell’altro uomo senza una maschera. La vergogna che lo costringe a sacrificare il suo essere nudo e crudo a un’«idea» che lo travesta.
Prometeo docet: all’uomo le immagini, a dio, al padreterno solo il fumo delle sue fantasie arrosto …

Non si nasce uomini – prima o poi, dovremo farcene una ragione. Uomini, lo si diventa – come Dioniso, solo alla seconda nascita, al termine della seconda «gestazione», quella nella Coscia del Toro (= Orsa Maggiore).
Si diventa uomini, maschietti e femminucce indifferentemente, quando si è strappati al seno della Madonna, e ci si assoggetta al Nome di Sua Maestà, al Nome del Padre che si è appropriato della Potestà di Semele, al Nome e nel Nome di chi sulle di Lei «fantasie» ha costruito «immaginazioni», e sulle «immagini» di cui erano fatte ha innalzato la Babele delle «idee».
Ahi, Platone, cosa mai facesti?!!!

Salvador Dalì Torre di Babele 1967

Si diventa uomini, quando si cade (e, insieme, idealmente – cioè: idiotamente – ci si esalta) nelle grinfie del Significante.
Cosa può infatti significare essere un uomo, se non contentarsi di avere a portata di mano un rocchetto di filo da svolgere e riavvolgere (nel più elementare simbolismo) in assenza e in vece della mamma?

Si diventa umani, ma guai a diventare troppo umani – questo ci lasciò detto l’ultimo Zarathustra.
Ci lasciò detto che siamo, non la Prediletta, ma una delle innumerevoli Specie di scimmie che la Natura ha messo e continuerà a mettere al mondo. Siamo quella bestia un po’ stravagante, la sola cui sia consentito far delle promesse. E perciò se vogliamo sapere di noi, sapere della Pazzia di questo pitecantropo che promette e porta memoria delle promesse, bisogna che ci rassegniamo ad abbassare la cresta a ogni idealismo o metafisica e che, rimboccandoci le maniche, poniamo mano a una scienza scientifica e non umanistica dell’uomo – a una scienza senza gli a priori di un cogito, di un «io penso», di una psiche o di una mente. Perché nel pensiero, nella psiche o nella mente … non si troverà mai «empiricamente» nessuna costanza.

La mente, il cogito, l’«io penso» (in una parola la soggettività) – Dioniso nella pancia di Semele, il feto «figlio di mamma sua», quando nasce la prima volta e viene al mondo, ancora non ce l’ha. È solo un pugno di terra. Sarà poi il Padreterno a soffiargli un’«anima». Sarà Zeus, infilandoselo in uno dei molti tendini della sua Coscia, a far trascendere (così, giusto per dare a Kant quello che è di Kant) il seme del suo «linguaggio» di fantasia nelle immaginazioni e nelle idee – perché vi pascoli ordinatamente e, soprattutto, vi coltivi, anche lui!, la Credenza nell’Uomo …

Musica in Fiera Paul Klee

Oh, vaghe stelle dell’Orsa … è trovando rifugio sotto il vostro cielo, una volta svezzati, una volta caduti giù dalla Via Lattea, è così che poco a poco ci si avvezza a questa cultura e a questa fede cieca nell’Uomo.
Ma, ditemi voi, stelle, voi mammole dei prati celesti, della passione di allora – di quando fummo viaggiatori viaggianti nel grembo delle nostre frenesie e dei nostri turbamenti infantili – che ne è, adesso che Semele è morta?
Solo Dioniso, dice il Racconto, solo lui avanza e soverchia di quella passione che si perse nel suo indeterminato oggetto di desiderio.

Sì, d’accordo, la lama di questo paradosso è tagliente, ma solo sul suo filo è forse ancora possibile apprendere qualcosa dell’Uomo, pardon! – di noi stessi. Sapere qualcosa della nostra natura, lo si può forse solo mettendo in scena la «crudeltà» di Dioniso e del suo teatro, pensò Artaud. Dioniso sa fare solo dispetti all’immaginario che lo «adotta» nella Coscia del Padre. Perciò Dioniso, pensò, è l’unico «resto» nudo e crudo che ci rimane di quelle fantasie là – e del linguaggio naturale con cui le fantasticammo al tempo e al modo di nostra madre, quando eravamo ancora a Delfi, ancora a nutrirci nel Grembo delle sue letali «volontà».

La Baccante che sgozza il suo stesso figlio, Agave che in preda al suo furore non riconosce il frutto del suo proprio grembo, e uccidendolo non lascia che le sopravviva neanche un seme della sua follia, Agave, «sorella» di Semele, non rappresenta forse il caso a lei inverso, il caso della Scimmia che scimmia rimane? della Scimmia che, rapita com’è dalla libidine delle sue fantasie, a queste non dà nessun futuro umano? della Scimmia il cui «estro» si rifiuta a qualsiasi «laccio» sociale, e non si arresta neanche dinanzi al più stretto «legame» di parentela?

Agave con le baccanti uccide il figlio Penteo, affresco di Pompei

È Semele, sua «sorella», l’ultima Scimmia, dopo la quale (ma anche: dalla quale) l’uomo. È da Lei, dalla sua passione, che s’apre una via al «divenire umana» della Natura, al «divenire-lingua umana» del linguaggio delle Scimmie, al «divenire-immaginazioni» delle fantasie infantili, al «divenire-sapienze» delle passioni patite al tempo e al modo di Semele.

Portare sulla scena la sanguinaria «crudeltà» delle Baccanti è, dunque, dare tempi e luoghi, voci e gesti, a quelle frenesie di Scimmia che, ahinoi!, ancora ci assalgono. E allora, se come Agave le «sfoghiamo» senza vergognarcene, se andiamo fino in fondo alle loro tentazioni, le sole tracce che ci lasciano sono «corpi» distrutti e «legami» stracciati. Nessun resto umano. Nessun «futuro» che non sia la riproduzione del solito «crimine». La fantasia di Scimmia è prodotta e consumata, goduta ed estinta sul posto. E perciò è crudele di una crudeltà ignara di se stessa. Di essa non resta niente che si possa socializzare – niente che si possa socialmente cucinare, tranne forse il lutto.

Semele, la madre di Dioniso, fu l’ultima scimmia e, insieme, la prima donna.
Si lasciò, infatti, fulminare da Zeus, ma lasciò che di Lei almeno un seme le sopravvivesse, e che dalle ceneri della sua fantasiosa, e proprio perciò, letale pazziella sorgesse l’immaginazione umana.
C’è una bella differenza tra Agave e Semele, non vi pare?

Oh, vaghe stelle dell’Orsa … oh, tendini e nervi della pretenziosa Coscia di Zeus, Dioniso (questo vostro figlio adottivo, questa passione che non si rassegna a tacere dinanzi alla scienza) non vi appartiene. Voi «parlate» la lingua dell’indifferenza e della morte. Se pure è qui, sotto il vostro cielo, Dioniso è straniero a casa vostra.
Alla vena giugulare del suo essere – quando il Padreterno lo strappò via dalle viscere materne – rimase appiccicato un brandello della placenta di Semele.
È su quel brandello che l’ultimo Zarathustra ci suggerì di fondare una scienza scientifica dell’uomo. Una scienza appena umana. Che si concedesse appena un briciolo di umanità. Non più di un’unghia di umanità – non più di quanto basta per tenersi alla giusta distanza dall’animale e dallo Spirito Santo … dalle tentazioni inguinali e dalle idealizzazioni cerebrali …

 Redazione

 

 

Pubblicato il 2 settembre 2020

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