Cè nell’aria un morbo difficile da definire

LE STRADE SONO PIENE DI UNA RABBIA CHE OGNI GIORNO

URLA PIÙ FORTE…

son caduti i fiori e hanno lasciato solo simboli di morte…


C’è nell’aria un morbo difficile da definire. Ne avvertiamo la presenza nei piccoli gesti quotidiani, nell’insofferenza che riscontriamo attorno a noi, nel contatto con il prossimo. È la rabbia, connotato dominante il nostro tempo. E non c’è bisogno di “navigare” tra i social network per rendercene conto: in quasi tutti gli spazi pubblici e privati essa si manifesta violentemente spesso accompagnandosi con volgarità che devasta sentimenti e cose.

La famiglia, la scuola, gli organismi di orientamento e di formazione, gli strumenti culturali stessi quanta responsabilità hanno nelle degenerazioni comportamentali soprattutto dei giovani? Non si è lontani dal vero nel ritenere che la germinazione della rabbia nasce dall’abrogazione del principio di autorità, delle forme di disciplina, del riconoscimento di una condotta pacifica per rapportarsi con gli altri. L’anarchismo più o meno organizzato, come eccesso libertario, ha prodotto la messa in discussione di tutto e di tutti. Si è affermato un egocentrismo assoluto di fronte al quale non ci sono ragioni che tengono, ma soltanto bisogni perlopiù fittizi da soddisfare a tutti i costi. Da qui il tramonto del rispetto quale forma elementare di convivenza.

Non si parla più, si urla. Non ci si confronta, si cerca di imporre il proprio punto di vista. Non si accolgono le ragioni degli altri, si respingono aprioristicamente. Nel pubblico come nel privato la dissacrazione è d’obbligo. Ossessiva. La condivisione viene interpretata come consapevole accondiscendenza, dunque come inclinazione alla debolezza. Si respinge l’altro da noi con lo stesso disprezzo che si prova per il nemico assoluto. E ciò appare una suprema conquista dell’intelligenza liberata dalla sovrastruttura della tolleranza.

Perciò gli avversari non hanno cittadinanza: chi non si sottomette ad un punto di vista, va semplicemente abbattuto. È il nemico, sia pure “privato”.

Lo spirito del tempo ha aperto le sue braccia alle nevrosi di tutti i tipi. Sfuggire al destino dell’incomprensione, dell’indifferenza, della sottile malvagia voluttà del disfacimento dell’estraneo sembra impossibile. Accade così che il diverso, di tutti i generi, è “pericoloso” e, dunque, contro di lui ogni illecito comportamento assume le fattezze della buona causa da combattere per annientarlo. La civiltà delle opinioni che si affrontano è degenerata nell’inciviltà dell’inesistenza delle stesse e nella deificazione del pregiudizio. Ovunque, perfino tra le pareti domestiche (come tragicamente testimoniano gli innumerevoli casi di violenza sfocianti perfino in orrendi omicidi) il demone della rabbia s’affaccia e s’impone; travolge talvolta perfino i più miti; fa vittime tra adulti e bambini; la sua glorificazione è nei talk show televisivi, nelle fiction granguignolesche, nel giornalismo arrabbiato, aggressivo, istigatore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ci chiediamo, nei rari momenti di resipiscenza, quando cioè riusciamo a guardare dentro noi stessi e a trovare la compagnia dell’anima smarrita davanti al nostro furore, se è umano ciò che ci accade sempre più frequentemente al punto di renderci estranei alla nostra stessa natura. La risposta si fa sempre più difficile. E talvolta cerchiamo giustificazioni agli indecenti comportamenti che teniamo. La conclusione è surreale: la rabbia si è assicurata un posto permanente tra gli elementi della nostra fragile umanità. E si indirizza contro chiunque provi a scalfire un qualsiasi interesse ci stia a cuore.

Non saprei dire come e quando tale mostruosa tendenza si sia radicata. Resto però sconvolto nel constatare che i parametri comportamentali contemporanei sono informati ad una rabbiosità crescente che viene ritenuta normale. Ed è talmente normale che gli studenti o sedicenti tali, forse senza neppure sapere perché, aggrediscono la polizia, spaccano le vetrine, innescano immotivate rivolte, mettono a soqquadro centri cittadini, inveiscono contro chiunque osi ricondurli alla ragione. È altrettanto normale che il crimine, anche efferato fino ai delitti più raccapriccianti, si diffonda a macchia d’olio in aree sociali nelle quali mai si sarebbe pensato che potessero insorgere focolai appunto di rabbia tali da provocare la distruzione dell’antagonista reale o immaginario. E viene considerata in linea con quanto si vede in televisione la sconsiderata prassi di non riconoscere una via d’uscita a chi si oppone ad una qualsivoglia tesi. Insomma, si deve litigare perché si possa dire di esistere.

Sembra fantascienza, ma non lo è. In tutta Europa, tralasciando il resto del mondo dove pure gli idilli non fioriscono come margherite a primavera, si vive nella sinistra ombra di un declino che si consuma fin dentro privatissime esistenze. Senza vie d’uscita ci neghiamo il piacere di riconoscerci in qualcosa di più alto dell’egoismo che si estrinseca rabbiosamente nel tentativo di imporre ragioni che, nella maggior parte dei casi tanto “ragionevoli” non sono. Gli individui e gli Stati sono in preda ad un delirio di onnipotenza dovuto al disconoscimento della temperanza, virtù che non è lecito evidentemente praticare nel tempo in cui è permesso prendersi tutto ciò che si desidera e desiderare tutto ciò che si ritiene di potersi prendere, senza considerare minimamente che il confine della propria libertà è laddove inizia quella altrui.

Si spiega così perché, chiuse dietro le nostre spalle tutte le porte possibili ed immaginabili, ci immergiamo, ormai senza neppure più rendercene conto, in una sorta di solipsismo che ci fa considerare “unici” e dunque fastidiosi tutti gli altri. L’asocialità è una sorta di malattia endemica che quando si esprime collettivamente dà luogo a quel disagio i cui frutti riempiono le strade delle città e delle nazioni opulente.

La rabbia muove il potere, i contropoteri, i falsi poteri. Rabbia e soltanto rabbia eccita famiglie fragili nel cui ambito si compiono follie che fanno inorridire. Rabbia e soltanto rabbia motiva giovani in cerca di qualcosa che nessuno gli ha mai spiegato; rabbia che deborda dagli sconnessi proclami di “cattivi maestri” che si affacciano ad ogni ora del giorno dagli schermi televisivi, dal web, dai giornali trasformandoli sempre più spesso in inquietanti pulpiti dell’odio dai quali si ammicca ad una qualche imprecisata rivoluzione.

Rivoluzione? Se ne sente il bisogno? Forse sì. Ma quella che ci vorrebbe non è la rivoluzione di manipoli di scalmanati, strumentalizzati da altri rabbiosi odianti, bensì la rivoluzione della conservazione dei valori qualitativi della vita.

Se le energie s’incanalassero verso la riscoperta di un sentimento comunitario dell’esistenza e si aprissero alla trascendenza, al sacro, alla spiritualità probabilmente non assisteremmo più alla distruzione della ragione stessa che, secondo qualcuno, giustifica ed indirizza la rabbia che rischia di travolgere ogni cosa.

Ciò che è auspicabile, tuttavia, difficilmente diventa possibile di questi tempi, nelle condizioni in cui ci troviamo. Bisognerebbe cambiare troppe cose, mentre si è posseduti dall’incubo della sopravvivenza alla devastazione quotidiana che annichilisce chiunque. Cominciare è possibile, naturalmente, ma a patto che si riaprano le antiche botteghe del sapere, si riscopra la dimensione del trascendente, si abbandoni il libertarismo assoluto e si chiudano gli ipocriti dispensari di parole senza idee dove si costruiscono idoli di cartapesta.

Andrea Marcigliano
Gennaro Malgieri

 

 

 

 

 

 

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