Quando la tecnica oscura l’anima umana

«L’eclissi dell’anima»
Un viaggio critico sulle radici spirituali della crisi contemporanea oltre consumismo, tecnica e disgregazione sociale.
di Todd Hayen
Todd Hayen riflette sulle cause profonde del malessere della civiltà contemporanea, sostenendo che il vero declino non sia soltanto economico, politico o culturale, ma anzitutto spirituale. L’allontanamento da ciò che è autenticamente umano, sostituito dall’efficienza della macchina, dal consumo e dalla standardizzazione, avrebbe progressivamente svuotato le relazioni, il lavoro e il senso stesso dell’esistenza. Ne emerge un’analisi che invita il lettore a interrogarsi non tanto su ciò che abbiamo perso materialmente, quanto su ciò che abbiamo smesso di riconoscere come essenziale: il valore dell’anima, della presenza umana e del legame con la realtà. (N.R.)
L‘umanità si sta sgretolando. Nell’arco di poche generazioni, appena un secolo, abbiamo assistito a un declino vertiginoso della qualità della nostra vita condivisa. Quello che un tempo era un mondo di artigianato, connessione e serena coerenza morale ha lasciato il posto all’uniformità prodotta dalle macchine, alla deriva morale, al degrado ambientale, alla diffusa dipendenza e a un pervasivo vuoto spirituale.
I sintomi sono ovunque: la droga invade le comunità, i rifiuti soffocano il paesaggio, l’etica è trattata come una reliquia pittoresca, le famiglie si disgregano e le relazioni si riducono a transazioni. Molti percepiscono il marciume ma faticano a individuarne la radice. La causa, in fondo, è semplice ma profonda: abbiamo smesso di dare valore a ciò che è reale. Abbiamo barattato la relazione consapevole con l’anima con semplici beni materiali.
Non si tratta semplicemente di nostalgia per un passato idealizzato. Per gran parte della storia umana, la vita quotidiana è stata permeata dalla presenza e dall’azione umana. Il cavallino di legno di un bambino non veniva ordinato da un magazzino, ma intagliato a mano, magari da un genitore o da un artigiano del villaggio. Le case sorgevano grazie alle mani esperte di muratori, carpentieri e scalpellini che mettevano a frutto anni di esperienza pratica e cura personale nel loro lavoro.
Queste creazioni trasmettevano qualcosa di particolarmente potente: l’energia di un’attenzione focalizzata, l’amore per l’artigianato e il senso di partecipazione a una storia più ampia. Persino i rifugi primitivi – le capanne di paglia delle prime comunità – venivano costruiti nel contesto della parentela, della mutua dipendenza e di una profonda connessione con il mondo vivente. L’anima traspariva visibilmente attraverso il processo creativo.
In verità, tutti gli oggetti materiali nell’universo di Dio possiedono un’anima: fanno parte di un’unica matrice vivente e unificata. Eppure gli esseri umani accedono e riconoscono più facilmente quest’anima attraverso il contatto diretto con la natura, in particolare con gli altri esseri viventi, ma anche con il più ampio mondo naturale fatto di piante, tramonti, fiumi e persino rocce antiche. Nel nostro mondo, gli oggetti creati a mano con questi materiali naturali portano con sé una risonanza animica particolarmente potente.
Questi oggetti realizzati a mano fungono da ponti, portando l’impronta sia della creazione divina che dell’anima umana.
La tecnologia ha accelerato un processo in atto da oltre cento anni. Le macchine dominano ormai la produzione. Efficienza e scala hanno trionfato, portando abbondanza e uniformità. Sebbene questi oggetti non siano privi di anima, spesso mancano di quel tocco umano intimo che rende la presenza divina più immediatamente accessibile. La maggior parte delle persone non nota più la differenza, eppure qualcosa di vitale è andato perduto.
Una sedia prodotta in serie può funzionare in modo identico a una sedia a dondolo realizzata a mano, ma porta con sé meno del cuore umano e dell’abilità artistica che ci permettono di percepire l’energia più profonda. Ci sediamo su di essa senza quel nutrimento sottile e inconscio che deriva dalla consapevolezza che un’altra anima si è dedicata consapevolmente alla sua creazione. Il nostro cuore immateriale, il nostro io più profondo, ne rimane in parte affamato.
Questo spostamento materialista riflette un errore filosofico più profondo. Abbiamo abbracciato una visione del mondo che vede l’universo come un prodotto arbitrario di una cieca causa ed effetto. Senza la fede in una creazione intenzionale – sia essa inquadrata come Dio, un cosmo dotato di significato o un’intelligenza finalizzata – la vita si riduce a mera biologia: corpi che consumano risorse, competono e si riproducono fino alla morte. Significato, scopo e trascendenza diventano illusioni o, nella migliore delle ipotesi, sottoprodotti evolutivi. In un cosmo simile, ciò che è tangibile e misurabile assume naturalmente la precedenza. Denaro, beni materiali, status sociale e piacere diventano i parametri di una vita di successo. Le dimensioni invisibili – amore, fedeltà, compassione, bellezza, coraggio morale – perdono la loro importanza.
Le conseguenze si propagano a cascata. Se la vita è fondamentalmente materiale, allora la famiglia e le relazioni perdono il loro valore sacro. Diventano accordi opzionali, apprezzati solo nella misura in cui procurano comodità o piacere. Eppure è proprio in questi legami che risiede la vera essenza dell’anima: nelle realtà invisibili dell’impegno, della considerazione, della ricettività e della sofferenza condivisa.
Quando diamo priorità al fisico rispetto al relazionale, erodiamo le fondamenta stesse del significato. Una vita orientata al bene, alla cura degli altri e all’attenuazione della sofferenza appare priva di senso quando il bene supremo è l’acquisizione materiale. Senza la fede in qualcosa di più grande del mondo fisico (come Dio, un universo con un senso compiuto o uno scopo superiore), le persone smettono di sentire una profonda motivazione ad essere etiche o morali. Perché sacrificarsi per il prossimo, per lo straniero o per le generazioni future se in definitiva nulla conta al di là del sé fisico e dei suoi appetiti?
Quanto più ci allontaniamo da una relazione consapevole con la creazione e la connessione permeate dall’anima, tanto più diventiamo frammentati. La comunità si dissolve in un narcisismo materialista. Il lavoro perde la sua dignità di vocazione e diventa mera fatica. L’arte, l’architettura e gli oggetti di uso quotidiano diventano sempre più brutti e usa e getta. Ci circondiamo di artefatti che rendono più difficile sentire l’anima e ci chiediamo perché ci sentiamo vuoti.
L’anima, denutrita, inizia a esprimere la sua negligenza attraverso l’ombra: dipendenza, disperazione, crudeltà e nichilismo. Come ci ricorda il pensiero junghiano, ciò che è inconscio non scompare, ma erompe.
In sostanza, questa diagnosi si allinea con un profondo principio spirituale, spesso riassunto così: Nulla di reale può essere minacciato. Nulla di irreale esiste. Questo è un insegnamento fondamentale di Un Corso in Miracoli (ACIM), un testo spirituale pubblicato nel 1976. Fu dettato alla psicologa Helen Schucman, la quale affermò di averlo ricevuto come una voce interiore da Gesù. La frase riassume l’idea centrale del Corso: solo ciò che proviene da Dio/amore/spirito è veramente reale ed eterno; tutto il resto (paura, ego, mondo materiale) è illusione.
Il progetto materialista, nonostante i suoi brillanti successi, si fonda sull’irreale: sull’illusione che il significato sia secondario, che l’anima sia una superstizione e che l’amore e lo scopo siano semplici sottoprodotti della materia. Queste fondamenta irreali non possono sostenere una cultura fiorente. Sono minacciate dalla loro stessa vacuità e, a loro volta, minacciano noi.
Invertire questa eclissi non richiede il rifiuto della tecnologia o il ritorno alle difficoltà premoderne. Richiede una rivalutazione dei valori. Dobbiamo riscoprire consapevolmente la presenza dell’anima in tutte le cose, prestando particolare attenzione a quei canali – la natura e l’ingegno umano – attraverso i quali percepiamo più facilmente la presenza viva di Dio.
Tutto inizia con piccoli gesti: scegliere, quando possibile, prodotti fatti a mano, trascorrere del tempo nella natura, investire profondamente nella famiglia e nella comunità, orientare il nostro scopo verso il servizio e la crescita personale, e riscoprire il senso del sacro nel creato. Prosegue attraverso il rinnovamento culturale: sostenere artisti, artigiani e costruttori che infondono presenza nel loro lavoro; educare alla saggezza piuttosto che alla mera utilità; e coltivare la vita interiore attraverso la riflessione, i sogni, le relazioni e la pratica etica.
L’umanità non si disgrega solo per cause esterne. Si disintegra quando dimentichiamo chi siamo: anime incarnate che navigano in un cosmo ricco di significato, non semplici consumatori in un vuoto creato dalle macchine. La sedia prodotta in serie può anche dondolare allo stesso modo, ma quella realizzata a mano porta più facilmente l’impronta vivente di un altro cuore e, attraverso di essa, il divino.
Solo ciò che veramente dura nel tempo alimenta la natura. La scelta che ci si presenta è questa: daremo valore alla realtà o continueremo a costruire il nostro mondo sull’irreale? L’anima dell’umanità è in bilico.

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Todd Hayen, PhD, è uno psicoterapeuta iscritto all’albo che esercita a Toronto, Ontario, Canada. Ha conseguito un dottorato di ricerca in psicoterapia del profondo e un master in studi sulla coscienza. È specializzato in psicologia junghiana e archetipica. Todd scrive anche per il suo substack, che potete leggere qui.
todomodo
23 Luglio 2026 a 12:31
Mi scusi ma per curiosità mi spiegherebbe per favore di che dio sta parlando.
Perché il dio delle religioni abramitiche è um dio vendicativo che castiga con un futuro di dolore e lavoro l’umanità che non ubbidisce ai suoi ordini, che ordina agli uomini di sacrificare gli animali in suo onore, che distrugge le comunità umane che non si sottomettono alle sue leggi, che castiga con la morte chi non dimostra fede in lui.
È un dio che decide sterminare tutte le forme di vita che lui stesso avrebbe creato per non essere soddisfatto del loro comportamento: cosa è questo se non genocidio?
E i fedeli di questo dio nella realtà hanno demolito i templi delle altre religioni, bruciato libri e persone che proponevano altre verità.
Nel continente americano questi «esseri umani [che] accedono e riconoscono più facilmente quest’anima attraverso il contatto diretto con la natura, in particolare con gli altri esseri viventi» hanno sterminato 50 milioni di esseri umani, violentato ragazze e donne indigene, eliminato intere popolazioni di animali, rubato oro, argento legno dalle terre che non gli appartenevano e di cui con la violenza sono diventati «proprietari».
Incredibile quanta falsità lei è riuscito a produrre in un testo così piccolo!
Riccardo Alberto Quattrini
23 Luglio 2026 a 17:56
Todd Hayen, che è l’autore dell’articolo, abita a Toronto. Non abbiamo modo di contattarlo.
todomodo
23 Luglio 2026 a 21:44
ma qual è l’utilità di pubblicare un testo come questo? Qui non si tratta di interpretazioni discutibili ma di pure e semplici falsità.
Riccardo Alberto Quattrini
23 Luglio 2026 a 22:18
La pubblicazione di un articolo non implica necessariamente la condivisione di ogni sua tesi. Lo scopo è proporre ai lettori spunti di riflessione e punti di vista diversi, che possono essere condivisi oppure criticati. Se ritiene che il testo contenga errori o falsità, è naturalmente libero di argomentarli nel merito. Limitarsi ad affermarlo, però, non contribuisce al confronto.