Riscoprire la sensualità come linguaggio dimenticato dell’anima.

Jacques Loysel, La Grande Névrose, white marble, circa 1896

L’ECO SILENZIOSA DEI SENSI

La sensualità non è un gesto né un’apparenza: è un modo di percepire il mondo, di abitarlo con tutti i sensi aperti.

redazione Inchiostronero

Viviamo in un tempo che ha moltiplicato le immagini ma smarrito il senso del contatto. La sensualità, parola fragile e fraintesa, è divenuta sinonimo di provocazione, quando in origine significava sentire con pienezza. Attraverso un percorso che intreccia filosofia, letteratura e arte — da Bataille a Rilke, da Nin a Merleau-Ponty — il saggio restituisce alla sensualità il suo volto autentico: quello della consapevolezza percettiva, dell’intimità che non esibisce ma ascolta. Rieducarsi ai sensi significa tornare a percepire il mondo con lentezza, riscoprire il corpo come spazio di pensiero e la mente come estensione della materia viva. Una riflessione sulla bellezza del sentire, sull’arte come custode della presenza, e su quella libertà interiore che nasce solo quando i sensi tornano a parlare con la voce dell’anima.


«Non abbiamo un corpo, siamo un corpo.

È attraverso di esso che il mondo ci tocca»
Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione

Il fraintendimento della parola

La sensualità è una parola fragile, malintesa. Oggi, appena la si pronuncia, sembra evocare una promessa di desiderio o un invito velato all’erotismo. Eppure, nella sua radice antica, non c’è alcuna allusione al possesso o alla seduzione. Sensualitas deriva da sensus, il senso, ciò che ci lega al mondo attraverso la pelle, l’olfatto, l’ascolto, la vista. Essere sensuali, originariamente, significava vivere con i sensi aperti, essere permeabili alla realtà, lasciarsi toccare dalle cose.

Nella lingua contemporanea, invece, la parola è scivolata verso l’apparenza. Si dice “una donna sensuale” per indicare un corpo desiderabile, una forma che provoca, un modo di essere che attira l’occhio più che l’anima. Ma la sensualità non nasce dallo sguardo altrui: è un linguaggio interiore, un’educazione del sentire.

«Essere sensuali», scriveva Anaïs Nin nel suo Delta di Venere, «è essere vivi fino alla punta delle dita». È un modo di abitare il corpo, non di offrirlo in spettacolo.

Théodore Géricault, I tre amanti, 1820 |

Questo fraintendimento non è casuale: ha radici nella storia della cultura occidentale, che ha sempre oscillato tra il culto della carne e il suo sospetto. Il cristianesimo, in particolare, ha caricato la materia di colpa, spingendo il corpo in una zona d’ombra. Ma la sensualità non è colpa: è conoscenza.
In L’erotismo, Georges Bataille la definisce «la continuità della vita al di là dei limiti della persona». Eppure, anche lui distingue l’erotico dal sensuale: l’erotismo è tensione, rottura, vertigine; la sensualità, invece, è presenza, un dialogo silenzioso tra il corpo e ciò che lo circonda.

Per i Greci, il sensuale non era scandaloso, ma sacro. Nella kalokagathía, concetto filosofico greco antico che unisce i termini kalós (bello) e agathós (buono), indicando l’ideale di perfezione fisica e morale dell’uomo, dove la bellezza esteriore riflette la bontà interiore e viceversa. L’armonia tra bello e buono, il corpo era lo strumento attraverso cui l’anima si esprimeva. Persino Platone, pur separando il mondo delle idee da quello dei sensi, riconosceva nell’eros un ponte tra i due.
La modernità, invece, ha ridotto la sensualità a superficie, immagine, consumo.

«Viviamo in un’epoca», scrive Milan Kundera ne L’insostenibile leggerezza dell’essere, «in cui il corpo è diventato un messaggio pubblicitario». In questo processo, ciò che era un linguaggio

intimo si è trasformato in un codice sociale: qualcosa da mostrare, non da vivere.

Ma la sensualità autentica non ha nulla di esibito. È un’arte minore, quasi segreta.
È nel modo in cui una mano sfiora un oggetto, nella calma di chi ascolta, nel passo di chi sa camminare senza ferire il suolo. È nella misura, non nell’eccesso. Nella lentezza, non nella conquista.
Octavio Paz, in L’arco e la lira, lo esprime così:

«L’erotismo è poesia del corpo, la sensualità è la sua musica silenziosa».

In fondo, la sensualità è ciò che rimane quando l’erotismo tace: non il desiderio di avere, ma la gratitudine di percepire.
È una forma di intelligenza affettiva, una memoria che scorre nei gesti, nei respiri, nei silenzi. È quella soglia dove il corpo non domina né si sottomette, ma partecipa.

Ecco perché oggi la sensualità ci appare come una presenza sconosciuta: perché viviamo distratti, separati dai sensi, ingabbiati in un’idea di desiderio che si misura in immagini e non in emozioni.
Marguerite Duras, in L’amante, scrisse:

«La sensualità non è vedere, ma essere visti dentro».

Forse la sensualità moderna potrà rinascere solo quando impareremo di nuovo a sentire, senza paura del silenzio e della vicinanza. Quando capiremo che toccare non significa possedere, ma essere toccati dal mondo.

Corpo e mente: un dialogo antico

Francois Boucher – Louise O’Murphy, la ragazza bellissima amata da Luigi XV e Casanova

Per secoli il corpo e la mente sono stati due attori che si ignoravano sulla stessa scena. La filosofia occidentale, da Platone in poi, ha insegnato a diffidare del corpo: troppo mutevole, troppo terreno, troppo vulnerabile per aspirare alla verità. Il pensiero era la sfera dell’eterno; la carne, quella del transitorio.
Così, poco a poco, il corpo è diventato un estraneo. E con lui, la sensualità: percepita come una distrazione, un ostacolo alla purezza dello spirito.

Eppure, l’esperienza sensuale è il primo linguaggio che possediamo. Prima di parlare, di pensare, di sapere, sentiamo. Il neonato conosce il mondo attraverso il contatto, il calore, la voce che vibra vicino al suo orecchio. La mente nasce dal corpo, non il contrario.
In questo senso, la sensualità è la forma più antica di conoscenza.

«Il corpo è il nostro mezzo generale per avere un mondo»,

scriveva Maurice Merleau-Ponty. Nella sua fenomenologia della percezione, il filosofo francese restituisce al corpo una dignità conoscitiva: non come oggetto, ma come soggetto che sente. Non solo strumento della mente, ma mente incarnata.

Nel mondo classico, questa unità era intuibile: i gesti, la danza, il teatro, perfino la retorica erano arti sensoriali. Il corpo non era un peso, ma un linguaggio.
Poi, l’eredità cristiana trasformò la carne in colpa e la mente in redenzione.
La sensualità – quella capacità di vivere attraverso i sensi – venne relegata al margine, confusa con il peccato. Ma un corpo che non sente è anche un corpo che non pensa fino in fondo.

Simone de Beauvoir, ne Il secondo sesso, scrisse:

«Non si nasce donna, lo si diventa».

E in quella frase c’è un’eco sensuale: diventare significa abitare il proprio corpo, accettarne la forza e la fragilità, riappropriarsi di un modo di esistere.
La sensualità, in questa prospettiva, non è erotismo, ma consapevolezza: è l’intelligenza del corpo che accompagna il pensiero.

Il mondo moderno, invece, ha costruito un altro dualismo: quello tra il corpo esibito e il corpo negato. Da un lato l’ostentazione delle forme, dall’altro la paura del contatto autentico. In entrambi i casi, il corpo non parla: viene usato.
La sensualità, al contrario, non espone, ma esprime. È la capacità di abitare se stessi con misura, di ascoltare il ritmo naturale della mente nel respiro della carne.

«Non c’è nulla di più spirituale del corpo che si abbandona alla vita»,

annotava Roland Barthes nei suoi Frammenti di un discorso amoroso. È una frase che rovescia il paradigma platonico: l’amore, il desiderio, la sensualità non sono distrazioni dal pensiero, ma modi del pensiero stesso.
Perché il corpo sente ciò che la ragione spesso non riesce a dire.

Nella storia della filosofia, questo dialogo tra corpo e mente è stato riscoperto solo nel Novecento, quando la psicologia e la fenomenologia hanno compreso che la percezione non è un fatto passivo. Non vediamo soltanto il mondo: lo sentiamo con tutta la nostra presenza.
E la sensualità, allora, appare come una forma di conoscenza incarnata, una sapienza dei sensi che non contraddice l’intelletto, ma lo completa.

Nel mondo contemporaneo, dove tutto tende a essere virtuale, la sensualità diventa un atto di resistenza. Non è più solo una categoria estetica o emotiva: è un modo di restare umani.

«Il corpo è una festa della mente»,

scriveva Albert Camus nei suoi Taccuini. Forse in quella frase c’è la chiave del nostro tempo: riconciliarci con ciò che siamo, non per dominare il corpo o la mente, ma per lasciarli danzare insieme, come due presenze che si cercano da sempre e che solo nel contatto trovano il senso di esistere.

Sensualità maschile e femminile

Frederic Lord Leighton il pescatore e la Sirena Venere Afrodite

La sensualità non è una dote, ma un linguaggio. Eppure, da secoli, la cultura ne ha fatto una frontiera di genere: la donna come incarnazione della seduzione, l’uomo come suo spettatore o dominatore. L’immaginario collettivo ha costruito così una mappa in cui la sensualità femminile è celebrata e temuta, quella maschile quasi inesistente o derisa.

La storia della rappresentazione è chiara: la sensualità della donna è stata raccontata attraverso il corpo, quella dell’uomo attraverso l’azione.
Nelle arti, la figura femminile è il simbolo del desiderio – da Afrodite alle muse rinascimentali, da Monna Lisa a Carmen – ma dietro quella immagine si nasconde una contraddizione: la sensualità femminile è stata vista, raramente compresa.
Virginia Woolf, nel suo Le tre ghinee, scriveva:

«Ogni volta che la donna parla di sé, viene interrotta». Anche la sua sensualità, infatti, è stata interrotta: tradotta, interpretata, censurata.

L’uomo, invece, è stato educato a non sentirsi, ma a possedere. La sua sensualità si è compressa in un gesto, in un desiderio fisico, in un impulso che deve conquistare.
D. H. Lawrence, in L’amante di Lady Chatterley, ne colse la drammatica povertà: l’uomo moderno, scrisse,

«ha dimenticato come respirare con la pelle».

La sensualità maschile non è mai stata un valore, ma un rischio: segno di debolezza, di eccessiva dolcezza, di vulnerabilità. Eppure, è proprio in quella vulnerabilità che si cela la sua forza più autentica.

Nella sensualità femminile, invece, la percezione del mondo passa attraverso una sensibilità circolare: non mira a possedere, ma ad accogliere.
Clarissa Pinkola Estés, nel suo Donne che corrono coi lupi, descrive la sensualità come «la capacità di sentire la vita con il corpo dell’anima». È una definizione che restituisce alla donna la profondità del suo rapporto con il mondo: un sentire diffuso, che non si limita all’erotico ma lo trascende, facendone una forma di conoscenza.
Per questo, la sensualità autentica è una dimensione androgina: vive dove il maschile e il femminile si incontrano, si fondono, si scambiano energia.

In fondo, la sensualità è l’unico luogo dove i ruoli sociali si dissolvono.
Quando un uomo tocca con grazia, quando una donna guarda con forza, quando entrambi respirano lo stesso silenzio, lì non esiste più distinzione: solo presenza.
L’arte lo ha compreso prima della filosofia. Nel cinema di Pasolini, nel corpo di Maria Callas o nei gesti ruvidi di Accattone, la sensualità è dolore e luce insieme, un modo di stare nel mondo senza difese.
Pasolini scrisse nei Quaderni corsari: «L’unico scandalo rimasto è la purezza del corpo». Non intendeva la castità, ma la verità dei sensi: quella nudità interiore che ci rende capaci di percepire, non di esibire.

Il paradosso è che oggi, nell’epoca della libertà sessuale e dell’esposizione continua, la sensualità sembra più censurata che mai. È stata sostituita dal cliché dell’erotismo performativo, da una libertà che ha il volto dell’obbligo: mostrarsi, piacere, rispondere a un codice visivo che vale per entrambi i sessi.
Ma la sensualità – quella vera – è discreta, intima, quasi invisibile. Vive nei dettagli, nelle pause, nei silenzi. Non seduce: coinvolge. Non conquista: accoglie.

In questa prospettiva, la sensualità maschile e quella femminile non sono opposti, ma due correnti che scorrono nella stessa direzione. L’una rappresenta la capacità di percepire, l’altra quella di rispondere. Insieme creano il ritmo dell’incontro.
Forse è questo che voleva dire Marguerite Yourcenar quando scriveva:

Giovanni Boldini segreto

«Non c’è nulla di più spirituale del corpo amato, nulla di più carnale dell’anima che desidera».

La sensualità, allora, non appartiene né all’uomo né alla donna, ma all’essere umano che ha imparato a sentire senza paura.
Quando il corpo smette di essere un campo di battaglia e diventa uno spazio d’ascolto, la mente si ricongiunge ai sensi.
E lì, in quell’istante sospeso, nasce la vera libertà: quella di essere presenti a se stessi e all’altro, senza recitare più nessun ruolo.

Sensualità e arte

L’arte è sempre stata il luogo in cui la sensualità ha trovato rifugio.
Quando la morale la bandiva, la pittura la custodiva; quando la religione la condannava, la poesia la trasfigurava; quando la ragione la temeva, la musica la rendeva invisibile e irresistibile. La sensualità, infatti, non si lascia imprigionare: sopravvive nei gesti che commuovono, nei colori che vibrano, nei silenzi che sanno di carne.

“Fidia che scolpisce la statua di Minerva per il Partenone”

Fin dalle origini, l’artista ha intuito che il sentire è una forma di conoscenza.
I Greci ne fecero il principio stesso della bellezza: l’arte non era imitazione della realtà, ma partecipazione sensibile al mondo. Nella curva di un vaso, nella linea di un corpo scolpito, nella danza delle mani di Fidia c’era già l’idea che la bellezza non esiste senza tatto, senza desiderio.
La Venere di Milo, mutilata e perfetta, non è un simbolo erotico ma un corpo che invita a essere percepito con lo sguardo lento, quasi tattile. È sensualità pietrificata, eppure viva.

Con il Rinascimento, la sensualità divenne luce.
Leonardo da Vinci, con il suo sfumato, trasformò la pelle in un confine sottile tra visibile e invisibile. Nella Gioconda non c’è provocazione, ma una vibrazione interiore: il mistero del corpo che pensa.
Michelangelo, invece, fece della sensualità una tensione spirituale: i suoi nudi non desiderano, ma soffrono di bellezza. Nel David la forza è calma, nella Pietà la carne del Cristo morto è una resa sublime alla tenerezza materna.
«La bellezza è la carne che diventa idea», scrisse Leon Battista Alberti nel De pictura. È forse la definizione più alta di sensualità artistica: la fusione tra ciò che si tocca e ciò che si contempla.

Nel tempo moderno, la sensualità si è spogliata del mito e ha cercato la verità.
Nel corpo allungato e malinconico di Modigliani, nella pelle dorata di Klimt, nel volto abbandonato di Rossetti, il desiderio non è mai violento, ma meditativo.
«L’erotismo di Klimt», scrisse Stefan Zweig, «non ha nulla di carnale: è la nostalgia dell’anima per la carne.»
Ogni pennellata diventa carezza, ogni curva un respiro sospeso. La sensualità, in questi artisti, è rivelazione del tempo: il corpo diventa un luogo di memoria.

Anche la letteratura ha indagato questa soglia.
Proust, nella Recherche, trasforma la sensualità in architettura della memoria: l’odore di un biscotto, il rumore di una tenda, la luce che filtra da una finestra. Tutto è percezione che diventa pensiero.
«Il vero paradiso», scrive, «è quello che abbiamo perduto». E in questa nostalgia c’è l’essenza stessa della sensualità: la consapevolezza che ogni cosa, anche la più lieve, ci attraversa per scomparire.
Oscar Wilde, nel Ritratto di Dorian Gray, vede nella sensualità un atto estetico, un modo per resistere al tempo: «Il solo modo di liberarsi da una tentazione è cedervi». Ma sotto l’ironia, si nasconde un’angoscia più profonda: il desiderio di eternizzare il sentire, di non lasciare morire la percezione.

La musica, forse più di ogni altra arte, è la forma pura della sensualità.
Non mostra, non narra, non tocca: accade.
Con Debussy, la sensualità diventa suono liquido: il piano si fa mare, la melodia un respiro. Clair de lune è una carezza sonora, un abbandono senza volto.
Ravel, con il suo Boléro, costruisce una tensione che cresce e non esplode mai, come un desiderio trattenuto. È l’eco del corpo che danza nell’aria, la ripetizione ipnotica del piacere che non ha fine.
La sensualità musicale non ha bisogno di parole, perché parla direttamente ai sensi che la ragione non può censurare.

Nel Novecento, la sensualità nell’arte diventa consapevolezza politica.
Nel corpo di Frida Kahlo, ferito e fiero, la sensualità è dolore e identità.
Nel bianco e nero di Robert Mapplethorpe, è sfida e libertà.
Nel teatro di Pina Bausch, è gesto che si consuma, carne che racconta senza voce.
E quando il corpo si fa simbolo, la sensualità diventa linguaggio dell’essere: non più oggetto del desiderio, ma soggetto del sentire.

Forse è per questo che la sensualità sopravvive solo dove l’arte non teme l’ambiguità.
Laddove la società semplifica, l’arte complica; dove il mondo censura, l’artista ascolta.
La sensualità è la zona franca del pensiero, il respiro dell’anima che si concede al corpo.

«Il bello non è che l’inizio del terribile», scrisse Rilke nelle Elegie duinesi, «che noi ancora possiamo sopportare».

E in quella frase si nasconde il segreto dell’arte: il coraggio di sentire fino in fondo, anche quando il sentire fa paura.

Oggi, nell’era dell’immagine istantanea, la sensualità artistica rischia di smarrirsi nella velocità. Ma rimane l’ultimo spazio di lentezza, l’unico dove l’emozione non è consumo ma presenza.
Guardare un quadro, leggere un verso, ascoltare una musica significa ancora lasciarsi attraversare dai sensi.
E forse, proprio per questo, l’arte resta l’unico luogo dove la sensualità non è peccato, ma conoscenza del mondo attraverso la meraviglia del corpo.

Conclusione – Rieducarsi ai sensi

L’erotismo di Balthus

Rieducarsi ai sensi non significa tornare indietro, ma tornare dentro.
Viviamo in un mondo che ha moltiplicato le immagini e ridotto le percezioni. Tocchiamo schermi, non mani. Ascoltiamo rumori, non voci. Guardiamo volti, ma non occhi. La sensualità, oggi, è una lingua dimenticata: un alfabeto che il corpo conosceva e che la mente ha smesso di leggere.
Eppure, è attraverso i sensi che il pensiero diventa vivo, che la memoria si fa carne, che l’anima ricorda di abitare un corpo.

La società contemporanea confonde il vedere con il sentire, il possedere con il conoscere.
Abbiamo imparato a “consumare” la bellezza, non a contemplarla; a desiderare corpi, non presenze. Ma la sensualità è l’opposto del consumo: è una forma di attenzione.

«La vera felicità», scriveva Milan Kundera, «non è nel possesso, ma nella lentezza».

E la sensualità, nel suo fondo più puro, è proprio questo: la lentezza del vivere. È il tempo che si allarga tra un gesto e un pensiero, tra uno sguardo e una parola.
È il ritorno al ritmo naturale della vita, quello che il progresso ci ha insegnato a temere.

Essere sensuali non significa essere seducenti, ma presenti.
La sensualità è la forma più intima della consapevolezza: percepire il mondo con i sensi e lasciarsi toccare da esso senza bisogno di dominarlo.
In questa capacità di accogliere — e non solo di reagire — risiede una forma di libertà interiore che nessuna accelerazione può offrire.
Come scrisse Merleau-Ponty,

«il mondo non è ciò che penso, ma ciò che vivo». La sensualità, dunque, non è un lusso dell’anima: è la sua materia prima.

Nella cultura dell’istantaneità, dove il desiderio si spegne prima ancora di accendersi, la sensualità può diventare una pratica di resistenza.
Resistere alla distrazione, all’eccesso, alla frenesia del tutto e subito.
Significa tornare a gustare una voce, un profumo, un suono, come se fossero un evento unico.
La sensualità non è un’arte del corpo, ma un’arte della presenza: un modo di restare nel mondo senza smettere di sentirlo.

In questa prospettiva, la sensualità diventa anche una forma di conoscenza etica.***
Chi sa sentire, sa anche rispettare.
Chi percepisce la delicatezza delle cose, non le distrugge.
L’educazione ai sensi è, in fondo, un’educazione alla responsabilità.

«Il corpo è la nostra casa», scrisse Rilke, «e attraverso le sue finestre vediamo il mondo».

E se imparassimo di nuovo a guardare con la pelle, a pensare con il respiro, a immaginare con il tatto, forse torneremmo a comprendere la realtà con più verità di quanto facciano le immagini che ci circondano.

Persino gli antichi lo sapevano.
Ovidio, nell’Ars amatoria, non insegnava solo l’arte del sedurre, ma quella del percepire:

“Ama con l’occhio, ma anche con l’orecchio e con l’anima.”

Era un invito a vivere la sensualità come conoscenza reciproca, non come conquista.
Un sapere che oggi potremmo chiamare empatia, ma che affonda le radici nella stessa capacità di sentire il mondo attraverso il corpo, non contro di esso.

Rieducarsi ai sensi, allora, significa rieducarsi alla presenza.
Guardare un volto senza giudicare, ascoltare una voce senza interrompere, camminare senza avere fretta.
La sensualità autentica non è una condizione, ma un esercizio quotidiano.
È la fedeltà a un ritmo interiore che il mondo tenta di cancellare: quello che unisce il respiro al pensiero, il corpo all’anima, l’amore alla percezione.

E forse è questo il compito dell’arte, della filosofia, della vita stessa: ricordarci che sentire è pensare, e che ogni emozione è un atto di conoscenza.
Perché, come scriveva Albert Camus,

«non esiste un’anima senza corpo, né un corpo senza memoria».

La sensualità è proprio questo: memoria del sentire, respiro della presenza, eco del mondo dentro di noi.
Un linguaggio che non chiede di essere tradotto, ma soltanto ascoltato — con la mente quieta e i sensi finalmente desti.

La Redazione

 

 

 

✍️ Note dell’autore

Questo testo nasce dal desiderio di restituire alla sensualità il suo significato più puro e dimenticato: quello di ascolto.
In un’epoca che confonde l’intimità con l’esposizione, la sensualità appare come un atto di resistenza silenziosa, una fedeltà alla profondità del sentire.

Non è un invito all’erotismo, ma alla presenza.
Presenza a sé, al mondo, all’altro.
Perché, come scriveva Rilke, «non c’è nulla di più spirituale del corpo che sente».

Rieducarsi ai sensi è forse la forma più autentica di libertà che ci resta: imparare di nuovo a toccare, vedere, respirare, pensare con lentezza.
In quella lentezza, il corpo e la mente tornano a parlarsi — e la vita, finalmente, ricomincia a farsi ascoltare.

Bibliografia essenziale

  • Georges Bataille, L’erotismo, SE Editore.
    Testo fondativo sul legame tra eros, spiritualità e trasgressione, che distingue l’erotismo dalla sensualità come atto di presenza.
  • Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, Bompiani.
    Per una filosofia del corpo come soggetto del mondo, dove il sentire diventa forma di conoscenza.
  • Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, Adelphi.
    Romanzo-saggio in cui il corpo, l’amore e la lentezza diventano metafore della libertà sensuale contro la superficialità moderna.
  • Anaïs Nin, Delta di Venere, Bompiani.
    Raccolta di racconti in cui la sensualità è esperienza di autenticità e di risveglio interiore, più che semplice erotismo.
  • Octavio Paz, L’arco e la lira, Einaudi.
    Trattato poetico-filosofico in cui l’erotismo è inteso come linguaggio simbolico del corpo, e la sensualità come sua risonanza poetica.
  • Simone de Beauvoir, Il secondo sesso, Il Saggiatore.
    Riflessione imprescindibile sulla corporeità femminile e sulla costruzione culturale del desiderio.
  • D. H. Lawrence, L’amante di Lady Chatterley, Mondadori.
    Un manifesto letterario della sensualità come ritorno alla vitalità primordiale e al contatto naturale tra i sensi e la mente.
  • Marguerite Duras, L’amante, Feltrinelli.
    La sensualità come spazio dell’anima: il corpo che pensa, l’amore che si fa percezione.
  • Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi, Adelphi.
    Visione poetica in cui la bellezza e il desiderio diventano esperienze spirituali del corpo.
  • Clarissa Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi, Frassinelli.
    Studio antropologico e mitico sulla sensualità come potere psichico, intuitivo, e archetipico del femminile.

 

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