In un mondo che accelera, leggere è un gesto che rallenta.

Illustrazione della magia della lettura: “Leggere non è un privilegio per pochi. È un allenamento alla complessità, è una forma di attenzione che può salvarci dalla confusione e dalla superficialità”

LEGGERE È RESISTERE AL DINAMISMO DELLA VITA

Nel rumore del tempo, il gesto silenzioso che ci riporta alla complessità del pensiero

Redazione Inchiostronero

In un mondo che ci spinge alla velocità, alla semplificazione e alla reazione immediata, la lettura appare come un gesto controcorrente. In questo saggio personale e profondo, Riccardo Alberto Quattrini riflette sul valore della lettura come spazio di resistenza silenziosa: un atto che ci riconnette alla complessità, alla lentezza e all’ascolto. Attraverso esperienze intime, riferimenti letterari e osservazioni sulla nostra epoca, l’autore invita a riscoprire i libri non come oggetti da esibire, ma come strumenti di trasformazione interiore e collettiva


Viviamo immersi in un tempo che accelera, che ci spinge a correre, reagire, dimenticare. Tutto sembra richiedere velocità, come se la lentezza fosse un difetto da correggere. Eppure, esiste ancora un gesto che non si lascia piegare: leggere. Leggere è restare, rallentare, scegliere di dare spazio alla complessità.

“Prendete la vita con leggerezza. Che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore.”
Italo Calvino

In un tempo che ci addestra a reagire, semplificare e dimenticare in fretta, leggere è un gesto lento e profondo. Un esercizio controcorrente che restituisce valore all’ascolto, alla complessità e al pensiero critico.

Per me leggere non è mai stato un passatempo, ma una necessità. Un gesto naturale, come cercare aria dopo una giornata chiusa in ufficio. Leggo per ritrovarmi, per attraversare domande che non sempre hanno risposta; non è evasione, è immersione.

Con Saramago ho scoperto la forza del racconto che intreccia reale e immaginazione; con Calvino ho imparato che la leggerezza è una forma d’intelligenza; Benni mi ha insegnato a sorridere persino dell’angoscia. Pavese, invece, ricordava che:

“l’angoscia più grande è quella di non sentirsi amati”.

Cesare Pavese, Il mestiere di vivere

Morante, Ginzburg, Manganelli: ognuno ha acceso qualcosa che non si è più spento. Quando leggo, qualcosa dentro di me si sposta: i pensieri si riorganizzano, lo sguardo si affina, l’ascolto si approfondisce.

Eppure, oggi per molti leggere è un gesto marginale, da compiere solo se avanza tempo. E forse è questo il vero nodo: leggere richiede un tipo di attenzione che stiamo perdendo. Un’attenzione lenta, concentrata, viva.

Viviamo in un mondo dove tutto corre, dove anche l’informazione arriva immediata. Non ci manca l’accesso alle notizie, ma la voglia di comprenderle. Il tempo ci addestra alla reazione, alla semplificazione, alla rimozione. Leggere invece ci chiede di restare, di sostare nel dubbio, di confrontarci con ciò che non ci somiglia. È uno sforzo, sì, ma anche un gesto politico: una resistenza silenziosa.

In una società che legge poco, la fragilità del pensiero si rivela ovunque: nel linguaggio pubblico, nei social, nella superficialità con cui si formano opinioni granitiche. Si è assottigliata la capacità di approfondire; il dubbio, invece che segno di intelligenza, viene spesso scambiato per debolezza. Si preferisce la velocità alla complessità, lo slogan all’argomentazione, la certezza alla domanda.

Eppure, leggere ci insegna proprio questo: la complessità. Ci abitua alle sfumature, alle contraddizioni, ad accettare che non tutto si possa risolvere in una frase breve o in una posizione netta. Chi legge molto tende a giudicare meno in fretta, perché ha imparato a entrare nei mondi altrui senza ridurli al proprio schema.

Per questo continuo a credere che la povertà di lettura sia, prima ancora, una povertà di pensiero. Non riguarda solo la cultura individuale, ma il modo in cui una collettività si abitua, o si disabitua, alla profondità, alla pluralità, alla lentezza del ragionare insieme.

Oggi riconosco almeno due modi principali di vivere la lettura. Non sono gli unici, certo, ma sembrano delineare due tendenze opposte che dicono molto sul nostro rapporto con il mondo.

C’è chi legge per costruirsi un’identità, per esibire una bandiera culturale. Persone che usano i libri come strumenti di validazione, li citano, li mostrano. È una lettura performativa, narcisistica, spesso brillante, ma raramente profonda. Quasi mai è dialogo. Tantomeno apertura.

Poi ci sono lettori diversi, più silenziosi e difficili da intercettare. Leggono non per dichiararlo, ma perché hanno bisogno di parole che li attraversino. Non fanno della lettura un gesto eclatante, ma quotidiano; non leggono per affermarsi, ma per comprendere.

Penso a Giacomo. Un mio collega. Lo conosco poco, ci siamo parlati appena, ma ogni volta che l’ho visto interagire ho colto in lui qualcosa di diverso: una presenza che non cerca il centro. Quando si parla di libri, Giacomo ascolta. Non interviene per citare, non corregge per mettersi in mostra. Parla solo quando serve, con una calma, una misura, una chiarezza prive di effetto. Una volta lo sentii parlare di Pavese, un’altra di Natalia Ginzburg, e ricordo che citò anche “Se questo è un uomo” di Primo Levi: titoli che non portava come trofei, ma come compagni. In questo, forse, c’è già tutto: la lettura come spazio vissuto, come pratica che forma senza clamore.

In persone come lui c’è un altro modo di stare nella complessità. Una naturalezza nell’abitare zone ambigue, incerte, nei silenzi che altri riempiono subito. Un’attitudine che ha poco a che fare con il carattere, e molto con lo sguardo. E mi chiedo se non sia questo uno degli effetti più preziosi della lettura profonda: allenarsi a restare in un pensiero senza bisogno di dominarlo, a stare in relazione senza annullarsi, a convivere con ciò che non si comprende del tutto.

“Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni.”

Umberto Eco

Mi viene in mente una scena della Bella e la Bestia: quando lui apre le porte della biblioteca e si fa da parte, lasciando che sia lei, Belle, a scoprirla. Un gesto muto, che invita senza guidare, che non impone. La morale della fiaba è chiara: la vera bellezza non è nell’apparenza, ma nella capacità di aprirsi all’altro, di lasciare spazio. E la biblioteca, in quella scena, diventa il simbolo stesso di un dono disinteressato: offrire un mondo intero senza pretendere nulla in cambio.

Come dice Belle:

“Voglio avventure più grandi di quelle che la vita di tutti i giorni può offrire.”

Non c’è niente di più potente che vedere un bambino alle prese con un libro. Gli occhi che scorrono le figure, la voce che balbetta le prime parole, la fantasia che si accende: leggere da piccoli non è un obbligo, è un’avventura. È il modo più naturale per imparare a immaginare, a spostarsi dentro mondi diversi, a dare forma a ciò che non esiste ancora.

Un bambino che legge allena la curiosità, impara a stare nel silenzio, a fare domande che spesso spiazzano anche gli adulti. La lettura diventa allora un terreno comune, un linguaggio condiviso tra generazioni. Non servono grandi discorsi: basta una favola letta la sera, un albo illustrato sfogliato insieme, una storia che diventa rituale.

Forse la vera sfida non è insegnare ai bambini a leggere, ma non spegnere mai la loro meraviglia. Perché se la lettura rimane collegata al piacere, alla scoperta, alla libertà, allora continuerà a essere per loro — anche da adulti — un luogo in cui restare e un modo per resistere.

È proprio questo che fanno i libri: ci portano oltre il quotidiano, ci spalancano possibilità. La morale di questo testo, allora, non è diversa: leggere è un gesto che non si esibisce, ma che apre mondi. È un atto silenzioso che allena a stare un passo indietro senza smettere di illuminare. Se dovessi immaginare una comunità che legge davvero, penserei a persone così: persone come Giacomo — e come Belle — che nella lettura hanno trovato non uno strumento di potere, ma una forma di condivisione.

Io leggo perché ho bisogno di spostare il baricentro; perché certe storie mi scavano dentro, mi fanno domande che da solo non saprei formulare. Leggo per costruire un pensiero più ampio, articolato, meno impulsivo. So che mi serve. So che è parte di un equilibrio personale, ma anche collettivo. Vorrei che si leggesse di più, e meglio. Che si tornasse a considerare i libri come spazi vivi, non come oggetti decorativi. Che nelle scuole si insegnasse a leggere per desiderio, non per obbligo. Che le librerie fossero attraversate, non solo sfiorate. Che le parole pesassero di nuovo.

“Il verbo leggere non sopporta l’imperativo.”
Daniel Pennac, “Come un romanzo”

Il mondo ci spinge a reagire in fretta, ma leggere è l’opposto: è rallentare, riflettere, scegliere. In un tempo che ci sradica continuamente, leggere è un modo per restare, per ascoltare, per essere, anche in silenzio, dentro qualcosa. E forse è da lì, dai libri, dalle storie, dalle parole, che potremmo cominciare a costruire di nuovo.

La Redazione

 

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