Empatia e dinamiche relazionali spesso fraintese

«L’empatia nell’epoca dell’intelligenza artificiale»

Che cosa perdiamo quando la comprensione dell’altro smette di essere necessaria

Redazione Inchiostronero


Nota redazionale

Viviamo in un tempo in cui la parola empatia è ovunque: nella scuola, nella politica, nei media, persino nei linguaggi aziendali. Eppure proprio mentre la invochiamo più spesso, le nostre relazioni diventano sempre più mediate da sistemi tecnologici privi di esperienza emotiva. Questo saggio riflette su un paradosso del presente: non la sostituzione dell’uomo da parte dell’intelligenza artificiale, ma il rischio che la cultura contemporanea si abitui progressivamente a funzionare senza empatia.

Una parola ovunque presente e sempre meno compresa

Poche parole del lessico contemporaneo hanno conosciuto una diffusione tanto rapida quanto l’“empatia”. La si incontra nei programmi scolastici, nei linguaggi aziendali, nei discorsi politici, nelle campagne mediatiche, persino nelle piattaforme digitali progettate per simulare relazioni sempre più personalizzate. L’empatia è diventata una parola-chiave della convivenza contemporanea. E tuttavia proprio questa diffusione capillare ha prodotto un effetto inatteso: la sua progressiva perdita di precisione.

Dire oggi “empatia” significa spesso indicare una generica disponibilità emotiva, una forma di sensibilità spontanea verso l’altro, talvolta perfino una semplice cordialità relazionale. In molti casi coincide con la simpatia; in altri con l’immedesimazione sentimentale; in altri ancora con una proiezione inconsapevole di sé nell’esperienza altrui. Ma nessuna di queste dimensioni esaurisce il significato originario del termine.

L’empatia, nel suo senso più rigoroso, non consiste nel provare ciò che prova l’altro, né nel condividerne automaticamente lo stato emotivo. Consiste piuttosto nel riconoscere l’esistenza di una coscienza distinta dalla propria e nel riuscire a percepirla come reale senza confonderla con sé stessi. È un atto di riconoscimento prima ancora che di partecipazione. Come osservava Edith Stein, «l’empatia è l’esperienza della coscienza altrui»: non fusione emotiva, ma accesso alla presenza dell’altro nella sua irriducibile alterità.

Il paradosso del nostro tempo nasce proprio qui. Non viviamo in una società priva di empatia dichiarata; viviamo piuttosto in una società che la invoca continuamente senza più distinguerne i confini. Più la parola circola, meno appare chiaro il suo contenuto. Più viene richiesta, più diventa difficile riconoscerla.

Questa trasformazione non è soltanto linguistica. È culturale. Quando una civiltà modifica il significato di una parola che riguarda la relazione con l’altro, modifica anche la forma stessa delle proprie relazioni. L’empatia smette allora di essere una competenza relazionale profonda e diventa una disposizione attesa, quasi un requisito sociale implicito. Non un’esperienza, ma una norma. Non un incontro, ma una aspettativa. Ed è proprio in questo passaggio silenzioso che comincia a emergere il problema del nostro presente.

L’empatia come fondamento invisibile della convivenza

Se oggi l’empatia appare come una competenza tra le altre, quasi una qualità accessoria della comunicazione efficace, ciò dipende dal fatto che abbiamo smesso di riconoscerne la funzione originaria: non un semplice atteggiamento psicologico, ma una condizione di possibilità della convivenza umana. Prima ancora di diventare oggetto di riflessione filosofica o categoria della psicologia moderna, l’empatia ha operato come struttura implicita della vita collettiva, rendendo possibile la presenza dell’altro nello spazio comune.

Nella civiltà greca, la vita della polis presupponeva la capacità di riconoscere l’altro come interlocutore. Il dialogo non era soltanto uno strumento retorico, ma una forma di partecipazione alla realtà condivisa. La parola pubblica esisteva perché esisteva la disponibilità ad ascoltare. In questo senso, la convivenza politica nasceva già da una forma di riconoscimento reciproco che anticipa ciò che oggi chiamiamo empatia.

Il mondo romano trasformò questo riconoscimento in struttura giuridica. La nozione di persona non indicava soltanto un individuo, ma un soggetto capace di occupare un posto riconoscibile nell’ordine sociale. Il diritto romano non costruisce semplicemente norme: costruisce relazioni stabilizzate tra soggetti. Anche qui l’altro non è un ostacolo, ma una presenza strutturale.

Con la tradizione cristiana questa trasformazione assume una profondità ulteriore. Il volto dell’altro diventa luogo di responsabilità morale. L’alterità non è più soltanto riconosciuta: è richiesta. Non è casuale che gran parte della riflessione etica europea si sia sviluppata a partire dall’incontro con l’altro come esperienza originaria e non derivata. Emmanuel Levinas lo esprime con chiarezza quando afferma: «Il volto dell’altro mi chiama e mi obbliga». In questa prospettiva l’empatia non è una scelta sentimentale, ma una risposta.

La modernità eredita questa struttura e la trasforma. Con la nascita della soggettività moderna, l’individuo diventa centro dell’esperienza, ma non perde il bisogno dell’altro. Al contrario, proprio perché diventa autonomo, deve imparare nuovamente a riconoscere l’alterità come limite e come condizione della propria esistenza.

Per questo motivo l’empatia ha accompagnato la formazione della civiltà europea senza quasi mai essere nominata esplicitamente. Era una competenza invisibile, incorporata nelle istituzioni, nelle forme del diritto, nei linguaggi religiosi, nelle pratiche sociali. Solo quando questa presenza implicita comincia a indebolirsi, l’empatia diventa improvvisamente visibile. E quando diventa visibile, significa che qualcosa nella struttura della convivenza sta cambiando.

La svolta della modernità digitale

La trasformazione dell’empatia nella società contemporanea non può essere compresa senza considerare il mutamento più profondo che ha attraversato le forme della convivenza negli ultimi decenni: il passaggio da una civiltà fondata sulla relazione a una civiltà organizzata attorno alla connessione. Non si tratta di una frattura improvvisa, né di una sostituzione esplicita. È piuttosto un lento spostamento del baricentro dell’esperienza sociale.

Per lungo tempo la relazione ha rappresentato il luogo primario in cui si costruiva il riconoscimento reciproco. Essa implicava durata, presenza, esposizione all’imprevedibile, responsabilità nei confronti dell’altro. La relazione comportava sempre una quota di rischio: rischio di fraintendimento, di conflitto, di cambiamento. Ma proprio questo rischio costituiva la sua forza generativa.

La modernità digitale ha progressivamente modificato questa struttura. Senza eliminare la relazione, l’ha affiancata e in molti casi sostituita con forme più leggere e reversibili di interazione. La profilazione anticipa il soggetto prima ancora che si presenti; l’interazione sostituisce il dialogo; la connessione rende possibile la presenza senza coinvolgimento; la simulazione comunicativa riproduce l’apparenza dello scambio senza richiederne la profondità.

Non si tratta di un impoverimento intenzionale. È una trasformazione funzionale. Le società complesse tendono naturalmente a privilegiare strumenti che rendono le relazioni più rapide, più gestibili, più prevedibili. Tuttavia proprio questa prevedibilità introduce una modifica silenziosa nella qualità dell’esperienza sociale: l’altro non è più incontrato, ma intercettato.

In questo contesto l’empatia diventa una competenza meno necessaria. Non perché perda valore, ma perché perde centralità operativa. Le strutture digitali funzionano anche senza di essa. Possono organizzare comunicazioni, coordinare decisioni, facilitare cooperazioni senza richiedere un reale accesso all’esperienza dell’altro.

Zygmunt Bauman ha descritto con lucidità questa trasformazione osservando che «le relazioni diventano connessioni». La differenza è sottile ma decisiva. Le connessioni possono essere attivate e interrotte senza conseguenze profonde; le relazioni, invece, modificano chi vi partecipa. Nel passaggio dall’una all’altra non cambia soltanto la forma della comunicazione: cambia la struttura stessa della convivenza. E proprio in questo spazio intermedio, dove la presenza dell’altro diventa sempre più leggera, l’empatia comincia lentamente a perdere il suo ruolo originario.

Quando la decisione sostituisce la comprensione

Uno degli effetti più sottili della trasformazione tecnologica contemporanea riguarda il mutamento del rapporto tra decisione e comprensione. Per lungo tempo, nelle società umane, decidere ha significato interpretare una situazione concreta, riconoscere la presenza di soggetti coinvolti, valutare circostanze irripetibili. La decisione non era soltanto un atto logico: era un atto situato. Nasceva dall’incontro con una realtà che non poteva essere ridotta a schema.

Oggi, invece, diventa sempre più frequente una forma di decisione che si fonda sulla coerenza del sistema piuttosto che sulla comprensione del contesto. Non perché manchi la volontà di comprendere, ma perché l’organizzazione delle società complesse privilegia strumenti capaci di operare rapidamente su grandi quantità di informazioni. In questo quadro la decisione efficiente tende progressivamente a sostituire la decisione giusta.

La differenza tra le due non è soltanto morale. È strutturale. La decisione efficiente ottimizza; la decisione giusta interpreta. La prima riduce la complessità; la seconda la attraversa. La prima ricerca regolarità; la seconda riconosce eccezioni.

È proprio qui che interviene l’empatia. Non come sentimento accessorio, ma come capacità di introdurre nella decisione ciò che nessun sistema può anticipare completamente: il contesto concreto, la singolarità delle situazioni, la responsabilità nei confronti delle persone coinvolte. L’empatia non elimina la regola; la rende abitabile. Non sostituisce il criterio; ne modifica l’applicazione.

Quando questa dimensione viene meno, la decisione non diventa necessariamente ingiusta. Diventa impersonale. E l’impersonalità, nelle società altamente organizzate, può apparire persino rassicurante: garantisce uniformità, riduce l’arbitrarietà, rende prevedibili gli esiti. Tuttavia proprio questa prevedibilità introduce un rischio nuovo: la progressiva perdita della capacità di riconoscere ciò che non rientra nello schema.

Hannah Arendt ha osservato che «comprendere non significa perdonare, ma riconciliarsi con la realtà». Comprendere significa cioè mantenere aperto il rapporto con la complessità del mondo umano, senza ridurlo a meccanismo. Quando la comprensione viene sostituita dalla sola coerenza procedurale, la decisione continua a funzionare, ma smette lentamente di essere un atto pienamente umano. Rimane corretta, talvolta persino impeccabile, e tuttavia diventa incapace di vedere ciò che non può essere calcolato: la singolarità dell’altro.

Relazioni sempre più funzionali, sempre meno esperienziali

Una delle trasformazioni più profonde e meno visibili della società contemporanea riguarda la natura stessa delle relazioni. Non si tratta semplicemente di relazioni più fragili o più superficiali, come spesso si afferma con un tono nostalgico che non aiuta a comprendere il presente. Si tratta piuttosto di relazioni diverse, costruite secondo logiche nuove, coerenti con l’organizzazione accelerata delle società digitali.

Il tempo rappresenta il primo elemento di questa trasformazione. Le relazioni tradizionali presupponevano durata: richiedevano attesa, sedimentazione, continuità. Il tempo era una componente della relazione stessa. Oggi, invece, la comunicazione tende a privilegiare l’immediatezza. La risposta rapida diventa un criterio implicito di attenzione; il silenzio appare come assenza; la distanza temporale viene interpretata come disinteresse. In questo contesto la relazione perde progressivamente la sua dimensione narrativa e assume una forma episodica.

A questa accelerazione si accompagna una seconda trasformazione, più discreta ma altrettanto decisiva: la riduzione del rischio emotivo. Le relazioni digitali permettono di controllare l’esposizione personale, di modulare la presenza, di interrompere il contatto senza conseguenze irreversibili. La reversibilità diventa una caratteristica strutturale dell’esperienza relazionale. L’altro non scompare, ma diventa sempre più facilmente evitabile.

Anche il linguaggio partecipa a questo cambiamento. La comunicazione contemporanea tende alla sintesi, alla rapidità, alla semplificazione espressiva. Non si tratta di un impoverimento volontario, ma di un adattamento funzionale a contesti comunicativi sempre più veloci e frammentati. Tuttavia proprio questa semplificazione riduce lo spazio dell’ambiguità, della sfumatura, dell’interpretazione reciproca: elementi che hanno sempre costituito il terreno dell’esperienza empatica.

In questo quadro emerge una forma nuova di solitudine, diversa da quella che ha accompagnato la nascita dell’individualismo moderno. Non è la solitudine di chi è escluso dalla relazione, ma la solitudine di chi può restare connesso senza essere realmente coinvolto. Una solitudine compatibile con la comunicazione permanente, con la cooperazione operativa, con la partecipazione apparente alla vita collettiva. È una solitudine funzionale, capace di convivere con l’efficienza delle strutture sociali e con la continuità degli scambi comunicativi, ma sempre meno capace di sostenere l’esperienza profonda dell’incontro con l’altro.

Una civiltà può sopravvivere senza empatia?

La domanda decisiva che attraversa il nostro tempo non riguarda la possibilità che l’intelligenza artificiale sviluppi forme di empatia. Riguarda piuttosto la possibilità che una civiltà impari progressivamente a funzionare senza considerarla necessaria. La tecnica non elimina l’empatia; non ne ha il potere. Ma può modificare il contesto entro cui essa viene esercitata, riducendone lentamente la centralità culturale.

Per lungo tempo la convivenza umana ha presupposto il riconoscimento dell’altro come condizione implicita della vita sociale. Le istituzioni politiche, le strutture giuridiche, i linguaggi religiosi, le pratiche educative hanno incorporato questa esigenza senza doverla esplicitare. L’empatia non era una competenza tra le altre: era il presupposto invisibile della comunità. Oggi, invece, si affaccia una trasformazione più sottile. Le società contemporanee stanno imparando a organizzare processi complessi di cooperazione, comunicazione e decisione senza che l’accesso all’esperienza dell’altro rappresenti più un passaggio obbligato.

Questo non significa che l’empatia scompaia. Significa che può diventare culturalmente superflua.

Quando ciò accade, la comunità tende a trasformarsi in sistema. Non perché perda coesione, ma perché cambia il principio che la tiene insieme. La relazione si riduce progressivamente a scambio: informazioni, prestazioni, ruoli, funzioni. Anche la presenza dell’altro subisce una trasformazione silenziosa. Non viene negata, ma viene tradotta in dato. L’altro continua a esistere, ma diventa sempre meno necessario incontrarlo.

Una civiltà può sopravvivere a questa trasformazione? Probabilmente sì, almeno per lungo tempo. Può continuare a produrre conoscenza, organizzare istituzioni, coordinare decisioni, sostenere livelli elevati di efficienza sociale. Ma ciò che rischia di indebolirsi non è la capacità di funzionare: è la capacità di riconoscersi come comunità.

Per questo motivo la questione dell’empatia non riguarda il destino della tecnologia. Riguarda il destino della convivenza umana. Non è l’intelligenza artificiale a decidere se l’empatia continuerà a occupare un posto centrale nella nostra esperienza collettiva. È la civiltà stessa a stabilire se continuare ad averne bisogno. E ogni epoca, in modo più o meno consapevole, prende questa decisione attraverso le forme della propria vita quotidiana.

 

La Redazione

Nota autore

Questo saggio nasce dall’esigenza di interrogare una trasformazione silenziosa del nostro tempo: non la sostituzione dell’uomo da parte della tecnica, ma il mutamento delle condizioni entro cui avviene il riconoscimento reciproco tra le persone. Riflettere sull’empatia oggi significa riflettere sulla forma futura della convivenza.

Consigli di Lettura

«ATLANTE STORICO E FILOSOFICO DEL CONCETTO DI EMPATIA»

Bibliografia essenziale

Edith Stein, Il problema dell’empatia, Studium
Emmanuel Levinas, Totalità e infinito, Jaca Book
Hannah Arendt, Responsabilità e giudizio, Einaudi
Zygmunt Bauman, Modernità liquida, Laterza
Luciano Floridi, La quarta rivoluzione, Raffaello Cortina
Max Weber, Economia e società, Edizioni di Comunità

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