Il più grande fraintendimento della nostra letteratura moderna

LEOPARDI E IL VILE MARCHIO
Come hanno trasformato Leopardi in ciò che non è mai stato
di Raniero Mercuri
Per decenni Giacomo Leopardi è stato appiattito sotto un’etichetta infamante: “pessimista”. Una semplificazione scolastica, funzionale a disinnescare la forza della sua visione e la lucidità della sua critica sociale. Questo pezzo ricostruisce la genesi del marchio — nato per sminuire un poeta scomodo, spiritualmente libero, allergico ai dogmi del progresso e del positivismo — e mostra come quel giudizio, costruito ad arte, abbia deformato la percezione dell’opera leopardiana fino ai nostri giorni. Non un giovane malato che piange la propria fragilità, ma un pensatore corrosivo, attuale, che smaschera le illusioni di un’epoca che voleva (e vuole ancora) addomesticare il pensiero libero. Un viaggio dentro la più grande calunnia della nostra tradizione letteraria. (Nota Redazionale)
Lo hanno chiamato pessimista. E ci hanno costruito sopra uno studio scolastico deformato, falsato e calunnioso. Lo hanno fatto perché la damnatio memoriae, per quei pochi eccelsi d’animo come lui, non sarebbe bastata a cancellarlo definitivamente dalla memoria collettiva.
E allora meglio presentarlo agli studenti con finti inchini post-moderni ad un triste e malaticcio ragazzo ingobbito, che nei suoi splendidi versi riversa tutta la sua fragilità fisica e di spirito, la sua splendida e inarrivabile auto commiserazione. In modo da far risultare il suo pensiero una derivazione diretta della sua difficile vita privata. Niente di più falso. Niente di più vigliacco.
Quelli di oggi sono gli eredi di quei razionalisti positivisti, naturalisti e nichilisti, per i quali il progresso tecnico dell’epoca avrebbe dovuto creare un uomo nuovo, veloce e materialista, refrattario alla poesia che è pensiero puro, intimo, fanciullesco per dirla alla Pascoli. Lo additano a “pessimista storico” e “cosmico”.
Leopardi protestò a gran voce di questa infame etichetta, delle maligne voci create ad arte per screditare le sue invettive sociali. Ma questo in pochi lo sanno. E al potere non fa certo comodo che venga ricordato oggi, nell’epoca buia del trionfo transumanista.
Il marchio fu vile perché costruito per sminuire la sua poetica di denuncia sociale verso una società che iniziava, con violenza capitalista, ad allontanare l’uomo e i giovani (come lui, che muore a soli trentanove anni e che a sedici già scrive con profondità quasi sconosciuta) dal pensiero.
Che è, come insegna per prima la filosofia aristotelica, ragione e spirito (sensazioni, sentimenti, percezioni ecc.) uniti insieme. Mai scissi. Mai uno agli antipodi dell’altro, come purtroppo già il filone tardo cinquecentesco, poi seicentesco, dei padri della scienza moderna neo pitagorica portò avanti con oscura determinazione.
Il mero ed esclusivo utilizzo della sola razionalità, infatti, non porta mai ad esiti veritieri, come erroneamente appare oggi ovvio. Ma, al contrario, a risultati relativi e parziali, che appaiono falsamente esatti soltanto perché i princìpi logici dai quali partire sono stati modificati, se non capovolti. E la nostra epoca ne è la completa dimostrazione.
Va da sé che anche il solo uso della sfera spirituale, se slegato dalla ragione, porta ad effimeri risultati.
Leopardi puntò con forza il dito contro il nuovo tecnicismo di pensiero ottocentesco, fanatica esaltazione di un Io a metà, superficiale quanto basta per ringhiare ai puri e belare ai potenti. Scrisse chiaramente di “Natura benigna” originaria, limpida, piena e integrale, inquinata dalle nuove correnti razionaliste che l’avevano già trasformata velocemente in “matrigna” e quindi corrotta, vuota e falsificatrice. E per “Natura” intendeva ovviamente ciò che esiste, il mondo intorno a noi e per noi.
Se ne accorse in modo assoluto quando, uscito da Recanati, andò a Roma per un breve periodo. Rimase addolorato nel constatare frivolezze e superficialità nei rapporti comuni tra persone.
Se ne addolorò come noi oggi. Schifati da un mondo disumanizzato, figlio di secoli artificiosamente falsificati, inebriato dal nulla capovolto a sapere, devoto a razionalismi di massa. Massacrato, sorridente ed inetto, da false libertà.
Leopardi fu certamente un poeta dal talento celestiale. Ma molto di più fu esempio per i giovani di umana resistenza di pensiero.
Oggi sono loro che hanno l’obbligo morale di studiarlo in profondità, rigettando e andando oltre le parafrasi nebulose di meschini scendiletto di un totalitario progresso tecnocratico, che li ha inghiottiti e debilitati.
Andando oltre il marchio a loro assegnato: “nativi digitali”. Vigliacco oggi come allora.

Raniero Mercuri. Docente di materie umanistiche nella scuola secondaria di secondo grado. Giornalista.
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