Gli oggetti più semplici custodiscono storie che non sappiamo più ascoltare.

L’EQUILIBRIO SU UN PUNTO: VIAGGIO TRA LE TROTTOLE DEL MONDO

Una collezione di trottole racconta l’infanzia, la cultura e il desiderio umano di fermare il tempo mentre continua a girare.

Redazione Inchiostronero

Un semplice gioco di legno può custodire mondi interi. Questo testo racconta l’incontro con un collezionista di trottole e le storie che esse portano con sé: cortili assolati dell’infanzia, riti di passaggio, viaggi lontani, artigiani e memorie tramandate per gesti e non per parole. La trottola, nel suo girare, rivela una verità essenziale: l’equilibrio non nasce dalla staticità, ma dal movimento. Così anche la nostra identità. Ogni oggetto diventa allora un frammento di ciò che siamo stati e di ciò che continuiamo a diventare.


L’incontro casuale

L’ho visto per caso, in un pomeriggio qualunque, durante una puntata di Cash or Trash – Chi offre di più?. Le luci dello studio, di solito pensate per mettere in scena l’oggetto come merce, quella volta sembravano invece illuminare una piccola storia che chiedeva attenzione. Al centro del tavolo c’era un uomo, dall’aria tranquilla, che aveva portato con sé una collezione di trottole. Non una o due: molte. Variopinte, tornite a mano, alcune semplicissime, altre decorate con pazienza quasi monastica.

Mentre parlava, non sembrava un venditore. Sembrava un custode.
Le disponeva davanti ai periti con un gesto lento, quasi affettuoso, come se stesse presentando amici d’infanzia. E a ogni trottola era legata una storia: un viaggio, un incontro, un ricordo di bottega, una tradizione di paese che rischiava di finire dimenticata.

Ricordo una trottola di legno chiaro, consumata ai bordi, che aveva acquistato in un mercato dell’Asia meridionale; un’altra invece proveniva dall’America Latina ed era stata intagliata dal nonno per suo nipote, in un gesto che era insieme gioco e eredità. La sua voce cambiava leggermente mentre le descriveva: quasi si piegava verso ciò che raccontava, come si fa quando si parla di qualcosa che ci ha accompagnato nella vita senza chiedere nulla in cambio.

In quello studio televisivo, dove tutto è veloce, rumoroso, contrattabile, improvvisamente il tempo sembrava aver rallentato. Le trottole erano lì, ferme sul tavolo, ma bastava un piccolo tocco per farle girare. E girando, raccontavano.

Mi ha colpito questo: l’uomo non stava mostrando una collezione; stava mostrando un modo di guardare il mondo.
Un modo in cui anche l’oggetto più semplice diventa memoria, viaggio, gesto.

Forse è per questo che quella scena non mi è più uscita dalla mente.

Origini della trottola nel mondo

Trottola, una pallina, una bambola egizia ed una animale giocattolo con la bocca mobile.

La trottola è uno degli oggetti più antichi creati dall’uomo. Prima ancora delle ruote, prima dei dadi, prima di molti strumenti del quotidiano, l’umanità ha sentito il bisogno di far girare qualcosa tra le dita. È un gesto remoto, primordiale: una sfida al tempo e all’equilibrio. Non sorprende, infatti, che trottole siano state ritrovate in quasi ogni civiltà conosciuta, come se l’idea stessa fosse nata spontaneamente in luoghi e epoche diverse, senza bisogno di contatti o influenze reciproche.

Le prime appaiono nelle tombe dell’Antico Egitto, scolpite in legno e osso, semplici ma già perfettamente bilanciate. In Mesopotamia si usavano trottole di terracotta, spesso decorate con motivi simbolici: qui il gioco era anche rito, e far girare l’oggetto significava, in un certo senso, interrogare il destino. In Grecia e a Roma la trottola apparteneva ai bambini, ai poeti, ai filosofi: Ovidio ne parla nelle Metamorfosi come metafora dell’imprevedibilità della vita, che gira vorticosa e sfugge al controllo proprio nel momento in cui sembra più stabile.

Le trottole giapponesi Edo Goma

In Oriente, invece, la trottola ha assunto forme e significati tra loro diversissimi. In Giappone si chiama koma: piccole, eleganti, dipinte con colori vivaci, spesso erano oggetti da competizione. A Capodanno si organizzavano sfide tra bambini e adulti, e il giro perfetto non era solo segno di abilità, ma buon auspicio per l’anno che iniziava. In India la trottola, chiamata lattu, è ancora oggi un gioco di strada: si avvolge una cordicella attorno al corpo in legno e la si lancia con un colpo deciso, lasciando che il movimento stesso racconti la maestria dell’esecutore. In molti paesi dell’America Latina, infine, la trottola è soprattutto memoria: un oggetto fatto a mano, spesso tramandato, custodito come una forma di continuità familiare.

Ciò che colpisce è la sua universalità: la trottola non appartiene a una sola cultura, ma attraversa tutte le culture, come se l’uomo avesse avuto bisogno, in ogni epoca, di vedere qualcosa girare, di misurare il proprio rapporto con la stabilità.
Perché una trottola è un piccolo miracolo di fisica e poesia: sta in piedi perché cade. La sua eleganza è conseguenza di una caduta sospesa, continuamente rimandata. Più gira, più è viva. Quando si ferma, muore.

C’è un insegnamento in questa semplicità.

La trottola ci ricorda che l’equilibrio non è statico, ma dinamico.
Non lo si raggiunge una volta per tutte, va continuamente rinnovato. È un’azione, non una condizione.

Forse è per questo che, in ogni parte del mondo, l’uomo ha continuato a farla girare. Non per giocare, non solo per passatempo: per ricordare a se stesso che la vita è movimento, che la stabilità è un artificio della velocità, che la caduta può essere differita, e che noi siamo quel momento sospeso tra la partenza e l’arresto.

Ecco perché, nel vedere quella collezione in televisione, mi sono accorto che non si trattava di oggetti antichi o curiosi. Era un mosaico silenzioso di storie umane: mani, strade, case, cortili, generazioni.
Una trottola non vale per ciò che è; vale per ciò che mette in moto.

Ogni trottola è una storia

Quando l’uomo della trasmissione ha iniziato a parlare, è stato chiaro fin da subito che le trottole della sua collezione non erano pezzi rari, né oggetti di lusso. Erano storie. Piccoli nuclei di memoria, levigati dal tempo e dalle mani.
Ogni trottola, diceva, veniva da un incontro.
Ogni incontro, da un passo compiuto nel mondo.

La prima che ha mostrato era una trottola giapponese, una koma di legno laccato, dipinta in rosso e oro. L’aveva comprata durante un viaggio a Kyoto, in una bottega che sembrava uscita dal tempo: scaffali colmi di giocattoli fatti a mano, odore di cedro e trementina, luce morbida. «Il maestro che le produceva», raccontava, «non vedeva la trottola come un gioco, ma come un gesto di augurio». In Giappone la koma si fa girare a Capodanno: se gira bene, l’anno sarà stabile; se vacilla, sarà un anno di prove.
Un amuleto che si muove, insomma.
Un simbolo che non sta appeso, ma danza.

Poi ha preso in mano una trottola latinoamericana, di un legno scuro e caldo, imperfetta, quasi ruvida. L’aveva ricevuta da un anziano artigiano di Oaxaca.

«L’ho fatta per mio nipote», gli aveva detto quell’uomo, «ma lui ormai gioca solo col telefono». Quella frase aveva un peso che non si poteva ignorare. La trottola, in quel caso, non era un ricordo del

passato, ma un appello al presente: chi si prende cura dei gesti che ci facevano sentire parte di qualcosa?

In molte comunità dell’America Latina, la trottola non è solo un passatempo, ma un legame familiare. Passa di mano in mano come si passano le storie: con calma, senza fretta, perché certe cose non possono essere accelerate.

Trottola del V secolo a.C.

La terza era africana, proveniente dal Ghana, dipinta con colori vivaci, geometrici, quasi cerimoniali. L’aveva acquistata durante una festa di villaggio. Non era un oggetto per bambini, in quel contesto: era un segno di passaggio.
Un ragazzo la faceva girare davanti alla comunità, e nel suo giro doveva dimostrare equilibrio, calma, padronanza.
Solo allora si veniva considerati adulti.
La trottola segnava il confine invisibile tra ciò che eri e ciò che potevi diventare.
Una linea sottile, tracciata dal movimento.

In quelle tre trottole c’era già tutto: la casa, il viaggio, l’infanzia, il destino, la comunità.
E soprattutto una verità semplice, ma potente:

gli oggetti non raccontano nulla da soli; parlano solo quando qualcuno li ascolta.

Lo aveva detto anche Walter Benjamin, riflettendo sulle cose che portiamo con noi:
«Gli oggetti ci sopravvivono, ma non sopravvivono alla dimenticanza.»
Il loro valore non è materiale, ma relazionale.

Ciò che mi ha colpito non era solo la bellezza delle trottole, ma il modo in cui quell’uomo le toccava.
Con delicatezza.
Come se sapesse che un gesto troppo brusco avrebbe rotto qualcosa che non era fatto di legno.

E mentre le guardavo girare sul tavolo dello studio televisivo, ho capito che la trottola non è un oggetto che si guarda: è un oggetto che si attende.
La sua bellezza è un movimento che si compie davanti a te, un cerchio imperfetto che si rinnova a ogni giro.

Ogni trottola racconta una storia perché ogni mano che l’ha fatta girare ha lasciato qualcosa di sé.
È un archivio invisibile: di risate, di silenzi, di cortili assolati, di nonni seduti sulle sedie di legno, di estati interminabili e di sere che odoravano di polvere e terra calda.

E forse è proprio questo che colpisce:
una trottola non gira mai sola.
Si porta dietro chi l’ha fatta girare.

Il movimento come simbolo di equilibrio e identità

Guardando una trottola girare, si ha l’impressione di qualcosa che rimane fermo pur muovendosi. È un paradosso semplice ma decisivo: l’equilibrio non nasce dall’immobilità, ma dal movimento.
Se la trottola si blocca, cade.
Se accelera troppo, si sbilancia.
Se rallenta, muore.
La sua vita è questo delicato accordo tra velocità e controllo, tra energia e forma.

E non è così anche per noi?

Spesso pensiamo l’identità come qualcosa di fisso: un carattere definito, una personalità già compiuta, un sé che “resta”. Ma l’identità non è una statua. È una trama in tensione, fatta di cambiamenti, adattamenti, oscillazioni.
Ciò che siamo si manifesta in ciò che continuiamo a diventare.

La trottola ce lo ricorda senza dire nulla.
Anzi, proprio attraverso il suo silenzio.

Per molte culture antiche, il movimento rotatorio aveva un valore sacro. Il cerchio è il simbolo del tempo e del ritorno, del ciclo vita-morte-rinascita, dell’ordine che abbraccia il caos. Il mondo stesso, in molte cosmologie, è immaginato come una rotazione: il moto degli astri, delle stagioni, del sangue, dei desideri.

La trottola è una miniatura di questo ordine.
Un mondo intero ridotto a palmo di mano.

Eppure ciò che la rende viva è il gesto umano che la mette in moto.
È la relazione tra mano e oggetto, tra intenzione e materia.
Ogni giro è il risultato di una piccola responsabilità: dare slancio senza imporre controllo, avviare il movimento senza dominare la forma. Si tratta di accompagnare, non forzare.

Questo è il punto che mi colpisce maggiormente.

L’equilibrio non si conquista: si mantiene.
È un’azione, non una condizione.

Così viviamo:
tirati tra scelte, timori, entusiasmi, memorie, desideri.
Siamo trottole che cercano il proprio centro mentre il mondo gira attorno.

E come ogni trottola, anche noi abbiamo un punto infinitamente piccolo su cui tutto si regge.
Non è un punto fisico: è un principio.
Un valore che non barattiamo,
un ricordo che non abbandoniamo,
un nome che continuiamo a chiamare,
una promessa che ci tiene in piedi.

Se quel punto cede, cadiamo.
Se lo difendiamo, danziamo.

La trottola non insegna a restare fermi.
Insegna a restare vivi nel movimento.
A non irrigidirsi, a non diventare pietra, a non confondere stabilità e immobilità.

La vita è uno slancio rinnovato, giro dopo giro, scelta dopo scelta.
Non c’è finale, non c’è forma definitiva.
C’è l’arte sottile di non interrompere il gesto.

Ed è forse per questo che, quando quel signore poggiava la trottola sul tavolo dello studio televisivo e la faceva girare, lo spazio si trasformava. Per un momento tutto sembrava più lento, più giusto, più umano.

Non stava mostrando un oggetto.
Stava mostrando come si sta al mondo.

Conclusione

Quando la trottola si ferma, torna oggetto.
È nel suo girare che diventa racconto.
Questo è ciò che, in fondo, ho compreso guardando quell’uomo nello studio televisivo: non stava portando una collezione, ma una costellazione di vite. Ogni trottola che disponeva sul tavolo apriva una porta diversa: un cortile assolato, una bottega di legno, una festa di villaggio, una stanza d’infanzia.
Erano piccoli mondi, ma bastava un gesto per rimetterli in movimento.

Viviamo spesso convinti che la nostra identità sia qualcosa di compiuto, già dato, da difendere o confermare. Ma la trottola ci mostra il contrario: siamo un equilibrio che si rinnova, una forma che si compie soltanto mentre è in azione. Ciò che ci tiene in piedi non è la fissità, ma la capacità di andare avanti nonostante l’oscillazione.

E forse, ciò che colpisce davvero, è che per la trottola quel punto infinitamente piccolo su cui tutto si regge non è nascosto: è visibile. È la punta. È fragile. È ciò che tocca il mondo.
Noi invece lo nascondiamo: lo chiamiamo carattere, vocazione, amore, fede, memoria.
Cambia da persona a persona, ma è sempre ciò che ci impedisce di cadere.

Allora la domanda non è: che cosa collezionava quell’uomo?
La domanda è: che cosa stava custodendo?

Custodiva i gesti.
Custodiva il tempo lento.
Custodiva la manualità come forma di pensiero.
Custodiva la possibilità che ciò che sembra piccolo, oggi, possa essere essenziale domani.

In un mondo che dimentica in fretta, quell’uomo stava facendo il gesto più raro: ricordare.

E noi, guardandolo, potevamo scegliere se considerarlo un nostalgico o un guardiano.
Io non ho dubbi.
Era un guardiano.

Perché ogni trottola, quando gira, dice la stessa cosa:
che nulla resta fermo, e tuttavia qualcosa resta.
Che il tempo passa, eppure può essere trattenuto.
Che siamo fragili, eppure capaci di meraviglia.

E che basta una mano, un soffio, un gesto, per far tornare tutto a muoversi.

A volte, la vita è davvero così semplice.
Si tratta solo di continuare a far girare ciò che amiamo.

La Redazione

 

 

 

 

Note dell’autore

Questo testo nasce da un incontro inatteso, da una scena vista in televisione e rimasta incastrata nel pensiero. L’uomo con le sue trottole non mi ha affascinato per la quantità degli oggetti, ma per la cura del gesto.
Viviamo in un mondo in cui tutto corre, si consuma, si usa e si sostituisce.
Eppure esistono ancora persone che ascoltano le cose, che sanno vedere in un oggetto di legno la traiettoria di vite, storie, mani.

Le trottole sono un pretesto, ma un pretesto potente:
parlano di tempo, di attenzione, di equilibrio, di infanzia e di memoria.
Parlano di noi.

Bibliografia essenziale

  • Walter Benjamin, Angelus Novus. Saggi e frammenti, Einaudi.
    (Riflessione sul rapporto tra memoria, oggetti e sopravvivenza simbolica.)
  • Claude Lévi-Strauss, Il pensiero selvaggio, Il Saggiatore.
    (Per comprendere la logica degli oggetti “semplici” come portatori di significato culturale.)
  • Johan Huizinga, Homo Ludens, Einaudi.
    (La centralità del gioco nella costruzione della cultura.)
  • Gaston Bachelard, La poetica dello spazio, Dedalo.
    (Sulle miniature, il valore affettivo e l’immaginazione degli oggetti piccoli.)
  • Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, Bompiani.
    (Per il tema del gesto come espressione dell’essere nel mondo.)

2 Commenti

  1. Pinuccia

    7 Marzo 2026 a 18:07

    Io ho visto la puntata di Cash Or Trash e le trottole mi sono piaciute molto e l’articolo scritto su questo “gioco” se così lo vogliamo chiamare è stato molto esaustivo grazie

    rispondere

    • Riccardo Alberto Quattrini

      7 Marzo 2026 a 18:41

      Grazie Pinuccia, la saluto con un breve aforisma: «La trottola sembra solo un gioco, ma in realtà ci ricorda una piccola verità: a volte è proprio mentre giriamo su noi stessi che troviamo il nostro equilibrio.»

      rispondere

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