Piccola filosofia sotto l’ombrellone estivo

«L’estate, il sole e l’ossessione dell’abbronzatura»

Tra creme, lettini solari e vecchie abitudini, una riflessione ironica sul nostro modo di vivere il sole.

Redazione Inchiostronero

L’estate sembra la stagione più semplice dell’anno: un ombrellone, il mare, qualche bagno e il desiderio di tornare a casa con un’abbronzatura da esibire. Eppure basta osservare una spiaggia per scoprire un piccolo teatro dell’umanità. C’è la mamma che rincorre il figlio armata di crema solare, il padre impegnato a piantare l’ombrellone come se dovesse resistere a un uragano, la ragazza già color bronzo prima ancora che il sole abbia fatto il suo dovere, i flaconi di doposole allineati come medicinali indispensabili. Dietro queste scene divertenti si nasconde qualcosa di più serio: la nostra crescente difficoltà ad accettare i tempi della natura. Così anche l’abbronzatura, un tempo conquistata con pazienza, diventa l’ennesimo obiettivo da ottenere subito. Un piccolo saggio ironico sull’estate che, tra sorrisi e nostalgia, invita a riflettere su quanto siamo cambiati senza quasi accorgercene.


L‘estate è probabilmente l’unica stagione dell’anno in cui milioni di persone decidono spontaneamente di trasformarsi in arrosti. Durante l’inverno basta un pallido raggio di sole per cambiare marciapiede e cercare l’ombra di un palazzo; appena arriva luglio, invece, il ragionamento si capovolge. Più il sole picchia, più siamo convinti che quello sia il momento ideale per sdraiarci immobili su un lettino. È uno dei grandi misteri dell’umanità. Per undici mesi proteggiamo la pelle come fosse un cristallo di Boemia, poi, appena vediamo il mare, ci comportiamo come se il nostro destino dipendesse esclusivamente dal raggiungimento di una dignitosa tonalità color nocciola.

Del resto, l’abbronzatura è una delle poche cose che non richiede spiegazioni. Se tornate da una vacanza pallidi come siete partiti, qualcuno vi guarderà con sincera compassione.

«Ma come, sei stato al mare?»

Se invece rientrate color bronzo etrusco, nessuno vi chiederà se avete letto un buon libro, visitato un museo, passeggiato sul lungomare o imparato due parole del dialetto locale. La conversazione si fermerà tutta lì.

«Accidenti come sei abbronzato!»

Come se il successo di una vacanza si misurasse in sfumature Pantone.

Arrivati in spiaggia comincia una liturgia che si ripete identica da decenni. Il padre, armato di ombrellone, assume l’aria concentrata di un ingegnere che sta costruendo un ponte sospeso. Osserva il vento, studia la consistenza della sabbia, prende le misure, pianta il palo con tre colpi decisi e, quando finalmente l’ombrellone resta in piedi, guarda il mare con la soddisfazione di chi ha appena conquistato il Polo Nord. Dieci minuti dopo una folata di vento lo ribalta senza la minima pietà, ricordandogli che la natura non ha mai letto il libretto delle istruzioni.

La madre, nel frattempo, apre la borsa da spiaggia. Dire borsa è riduttivo. È una specie di appartamento bilocale con cerniera. Da lì escono asciugamani, bottiglie d’acqua, panini, frutta, cappellini, giochi gonfiabili, palette, secchielli, fazzoletti, salviette, un cambio completo di vestiti e, infine, il vero protagonista dell’estate contemporanea: il flacone della crema solare. A quel punto parte il richiamo.

«Vieni qui!»

Il bambino sente benissimo, ma ritiene opportuno ignorare la convocazione.

«Ho detto vieni qui!»

Niente.

«Se non vieni subito ti scotti!»

Ed ecco il piccolo trasformarsi improvvisamente in centometrista olimpico. Corre verso il mare come se dietro di lui ci fosse un branco di lupi. La madre lo insegue con il flacone in mano, mentre il padre, fingendo di sistemare l’ombrellone, osserva la scena con quella solidarietà silenziosa che soltanto un marito può comprendere.

La fuga, naturalmente, dura poco. Tutti i bambini finiscono per essere catturati. Da quel momento inizia una delle operazioni più accurate dell’estate italiana. La crema viene distribuita con una precisione degna del restauro della Cappella Sistina. Spalle, collo, naso, orecchie, braccia, ginocchia, caviglie. Persino i gomiti vengono trattati con grande rispetto, benché nessuno ricordi un caso di grave ustione al gomito negli annali della dermatologia. Terminato il lavoro, il bambino viene finalmente rimesso in libertà. Corre verso l’acqua, si tuffa, si rotola nella sabbia, costruisce mezzo castello e, quando ha appena cominciato a divertirsi, la voce materna risuona di nuovo.

«Esci! Bisogna rimetterla.»

Viene allora un dubbio.

Forse il mare è soltanto un intervallo tra una spalmata e l’altra.

Poco più in là arriva lei. Cammina lentamente lungo la battigia con quella sicurezza che soltanto i venticinque anni sanno regalare. Indossa un costume capace di provocare un’improvvisa epidemia di torcicollo tra gli ombrelloni vicini e sfoggia un’abbronzatura perfetta, uniforme, color miele. È il primo giorno di vacanza. Il sole, se fosse interrogato come testimone, dichiarerebbe candidamente di non averla mai vista. Si erano conosciuti prima i lettini abbronzanti. Anche il sole, ormai, deve fare i conti con la concorrenza.

Un tempo ci si abbronzava andando al mare. Oggi si arriva al mare già abbronzati per evitare la brutta figura dei primi giorni. È un po’ come presentarsi a una scuola guida sapendo già parcheggiare o iscriversi a un corso di cucina portandosi il pranzo da casa. Ma nessuno sembra trovarlo strano. Viviamo nell’epoca dell’anticipo. Anticipiamo i saldi, anticipiamo il Natale, anticipiamo le vacanze con le fotografie pubblicate sui social e, naturalmente, anticipiamo anche l’abbronzatura. Il sole, poveretto, viene informato della cosa soltanto all’ultimo momento.

…E poi c’è la sabbia. La sabbia è un fenomeno che meriterebbe un convegno internazionale. Apparentemente è fatta di minuscoli granelli inoffensivi; in realtà possiede un’intelligenza tutta sua. Ha un solo obiettivo nella vita: seguirvi ovunque. Voi credete di averla lasciata sulla spiaggia, ma lei non è affatto d’accordo. Si attacca ai piedi con una tenacia che farebbe impallidire una cozza allo scoglio, si infila tra le dita, entra nelle ciabatte, colonizza l’asciugamano e, con una precisione chirurgica, sceglie sempre il panino appena aperto. Se avete portato un libro, riuscirà a infilarsi tra le pagine. Se avete uno smartphone, troverà il modo di depositarsi proprio nella presa di ricarica. Se indossate gli occhiali da sole, comparirà misteriosamente tra la lente e l’occhio. La sabbia non si limita ad accompagnare la giornata al mare: pretende di trasferirsi con voi.

La prova definitiva arriva al ritorno. Tornate a casa, fate una doccia accurata, lavate il costume, svuotate la borsa, scuotete gli asciugamani e siete convinti di aver vinto la battaglia. Due giorni dopo aprite l’automobile e sul tappetino compare un piccolo deserto del Sahara. È sempre lei. Nessuno sa come ci sia arrivata. Forse viaggia clandestinamente nelle cuciture delle borse, forse si teletrasporta, forse semplicemente si diverte. Una cosa è certa: la sabbia è l’unica turista che prolunga le vacanze senza chiedere il permesso.

In spiaggia esistono poi figure che ritornano ogni anno con la puntualità delle rondini. C’è il signore che cammina avanti e indietro con le mani dietro la schiena, osservando il mare come se fosse il comandante della Capitaneria di Porto. Non entra mai in acqua, ma controlla quella degli altri. «Oggi è mossa.» «Oggi tira lo scirocco.» «L’anno scorso era più pulita.» Nessuno glielo ha chiesto, eppure sente il dovere morale di informare tutta la spiaggia.

Accanto a lui c’è l’immancabile esperto di abbronzatura. Ogni stabilimento balneare ne possiede almeno uno. Lo riconoscete perché parla sempre con assoluta sicurezza. «La protezione cinquanta? È inutile.» «No, la trenta basta.» «Io non metto niente.» «Io uso solo l’olio.» Nel giro di cinque minuti si forma un simposio filosofico nel quale ognuno espone la propria teoria con la convinzione di aver risolto definitivamente il problema del sole. È straordinario come la spiaggia riesca a trasformare un pensionato di Voghera in un’autorità mondiale di dermatologia.

Poi passano i venditori ambulanti, che rappresentano la vera colonna sonora dell’estate italiana. Quando finalmente state per addormentarvi, dopo aver trovato la posizione perfetta sull’asciugamano, ecco risuonare una voce possente che attraversa mezzo chilometro di spiaggia.

«Cocco bello! Cocco fresco!»

Cinque minuti di silenzio.

«Gelaaati!»

Altri tre minuti.

«Parei… vestiti… teli mare…»

E quando siete ormai convinti che la processione sia finita, compare il massaggiatore. Vi osserva con lo sguardo di chi sa già che avete un muscolo contratto di cui ignoravate perfino l’esistenza.

«Massaggio?»

«No, grazie.»

«Solo dieci minuti.»

«No, grazie.»

«Schiena molto rigida…»

A quel punto iniziate persino a dubitare di voi stessi. Forse quella contrattura ce l’avete davvero.

Naturalmente arriva anche il momento del bagno. Qui l’umanità si divide in due categorie. Ci sono quelli che corrono e si tuffano senza esitazione, come se l’acqua fosse un vecchio amico, e quelli che affrontano ogni ingresso in mare con la prudenza di un esploratore artico. Immergono un piede. Lo ritirano. Immergono l’altro. Fanno una smorfia. Guardano gli altri già in acqua e dichiarano: «È freddissima!» Peccato che, dopo cinque minuti, siano gli stessi che non vogliono più uscire e fingano di non sentire le richieste della famiglia, esattamente come il bambino che, un’ora prima, scappava dalla crema solare.

Ed è proprio osservando tutta questa piccola umanità balneare che mi torna sempre in mente una bistecca. Sì, una semplice bistecca. Se la mettete in padella senza un filo d’olio si attacca, annerisce e rischia di bruciarsi. Allora aggiungete l’olio. Benissimo. Ma nessuno si illude che, grazie all’olio, quella bistecca possa restare cruda. Alla fine cuocerà comunque. Eppure con il sole sembriamo fare un ragionamento diverso. Ci spalmiamo con una meticolosità degna di un imbianchino che deve verniciare un soffitto e, in fondo al cuore, speriamo che il sole, vedendoci così ben unti, decida spontaneamente di comportarsi con maggiore delicatezza. Come se, arrivato sopra il nostro ombrellone, rallentasse un momento per leggere l’etichetta del flacone.

«Protezione cinquanta? Ah, allora oggi sarò più clemente.»

Il sole, invece, continua imperterrito a fare il sole. Non guarda gli spot pubblicitari, non conosce gli influencer, ignora le offerte “prendi due e paghi uno” e non si lascia impressionare dai flaconi colorati allineati sulla sabbia. Da miliardi di anni sorge, scalda e tramonta con la stessa serena indifferenza. Siamo noi che, ogni estate, proviamo a convincerlo ad adattarsi ai nostri programmi: abbronzarci in fretta, non scottarci mai, mantenere il colore fino a settembre e magari presentarci all’aperitivo con quella sfumatura ambrata che fa tanto vacanza riuscita.

Forse è proprio questa la commedia dell’estate. Non il sole, non il mare, nemmeno la sabbia che continuerà ostinatamente a uscire dalle scarpe fino a ottobre. La vera commedia siamo noi, convinti che la natura sia disposta a trattare, a negoziare, a venire incontro alle nostre esigenze. E invece il sole, con l’eleganza di chi non ha mai avuto bisogno di discutere con nessuno, continua semplicemente a fare il proprio mestiere. Ogni anno uguale al precedente. Ogni estate pronto a ricordarci, con un sorriso che qualche volta assomiglia a una scottatura, che certe cose non si possono accelerare, né convincere, né addomesticare. Si possono soltanto rispettare.

 

La Redazione

 

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