Erano passati dieci anni da quando Matsuo Munefusa, massimo maestro giapponese della poesia haiku che, «come una lumaca che si separi dal guscio», ordinato monaco in un monastero zen, aveva abbandonato la sua casa e la sua città, aveva scalato montagne e varcato dune, si era ferito i talloni «sugli irti scogli del Mare del Nord»…

 

… aveva lasciato che il torrido sole estivo gli bruciasse il viso e che il corpo rabbrividisse alla pioggia invernale che s’insinuava sotto il tetto delle misere casupole in cui spesso trovava alloggio, e che il candore della neve e della nebbia aggiungesse nuove sfumature di bianco alla prensilità dei suoi occhi. Anche il suo nome, come la sua vita, era cambiato: un suo discepolo gli aveva regalato un albero di banano, basho in giapponese, e il suo nome da quel momento. 

“Silenzio

graffia la pietra

un canto di cicale”

La nuova residenza, dopo dieci anni di vagabondaggi, era una capanna sul fianco di una montagna, con la tettoia invasa da artemisie e bambù nani da cui filtrava l’acqua e nella quale avevano fatto il nido le volpi e i tassi. Era stata il rifugio di un vecchio monaco che era scomparso molto tempo prima lasciando di sé soltanto un appellativo: Vecchio del Romitaggio della Dimora Illusoria. Il nome della casa era perfetto per la vita che Basho intendeva condurre e vi si stabilì senza apportare grandi cambiamenti: in un angolo un fornello, in un altro una stuoia e una piccola statua del Buddha. In attesa di riprendere i suoi viaggi attraverso il Giappone, ogni tanto scendeva a valle per prendere l’acqua per cucinare oppure s’inerpicava verso la vetta, dove aveva costruito una panchina di legno di pino ricoperta con una stuoia di paglia per contemplare la bellezza del paesaggio. Di tutto questo, così scriveva, assaporava la sobrietà. Ma se amava la contemplazione, non amava il riposo. Come «chi trascorre la sua vita fluttuante su una barca e chi accoglie la vecchiaia con in mano la briglia di un cavallo», aveva fatto del viaggiare la sua dimora: «Io pure, non so dire da quando, albergo nel cuore l’inestinguibile desiderio di vagare attratto dal vento che sospinge le nuvole sparse». Ma non era soltanto un programma di vita, come racconta nei suoi diari, era anche un programma letterario. Non aveva ancora quarant’anni, attorno al 1680, quando aveva trasformato la tradizione aristocratica dei componimenti poetici collettivi in un genere letterario assai diverso da un passatempo signorile, diventando il primo sommo autore di haiku, quel particolare, brevissimo componimento poetico destinato a creare una lunghissima scuola in Giappone e a soggiogare l’Occidente con il misterioso fascino di un’estetica che, per quanto distante nella sua assenza e nella sua radice culturale, suscita un irresistibile incantesimo conoscitivo.

 “Melone

nella rugiada del mattino

fresco di fango”

E il viaggio per Basho era l’esercizio attraverso il quale trasformare l’insegnamento poetico degli antichi maestri in un lampo verbale di estrema precisione, in cui lo sguardo, l’emozione e la parola si saldano senza residui, cristallinamente. Sono alcuni centinaia gli haiku che in ordine cronologico, dal 1600 all’indomani della seconda guerra mondiale, una giovane studiosa, Irene Starace, ha raccolto in Il grande libro degli haiku (Castelvecchi). Ci sono i seguaci di Basho, i rigorosi custodi delle regole che con lui si fissano saldamente nel genere: non solo l’antica scansione sillabica dei tre versi (cinque, sette, cinque sillabe), ma anche il termine che deve inequivocabilmente indicare una stagione – una pianta o un animale, una festa rituale, una qualche metamorfosi della natura che la collochi nel corso dell’anno – e anche le parole-pausa, brevi parole senza significato proprio che servono a ritagliare uno spazio, a scandire un ritmo, a incastonare la poesia in una cornice di silenzio. C’è soprattutto, nella lunga sequenza della raccolta con un fascinoso testo a fronte ideogrammatico, quella costellazione di qualità o caratteristiche che Basho fissa in modo definitivo e che potrebbero essere riassunte con i titoli che Italo Calvino stabilì per le sue Lezioni americane a definire i valori che sarebbero stati necessari alla letteratura del futuro: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità. C’è infine quello sguardo che ha incantato gli occidentali – grandi poeti come Pound e Eliot e Zanzotto, o il «signore dei segni» Roland Barthes – nello specchio del quale ciò che passa e ciò che resta – stagioni, luoghi, sentimenti – compone un’unica figura , l’impermanenza è stretta alla permanenza , la stabilità alla contingenza, e tutto è simultaneo come l’apparizione e la sparizione dell’io poetico, che senza esibirsi sa raccontarsi attraverso rapide e improvvise associazioni che costruiscono una scena e un tempo e una trama in uno spazio piccolissimo.

 “Della frescura  

faccio la mia casa 

e qui riposo”     

Di ciò che è molto piccolo e concentrato gli haiku hanno la forza paradossale: la capacità di espandersi in uno spazio culturale alieno come l’Occidente ma anche quella di rimanere se stessi trasformando in continuazione la proprio tradizione. I poeti di haiku nel Settecento, Ottocento e Novecento invadono lo spazio contemplativo di Basho con nuove figure e emozioni: il piacere dei sensi, la vita di città, la letteratura occidentale, i giornali, la modernità motorizzata, la guerra, fino alla devastazione atomica. Se il primo haiku di Basho nell’antologia di Starace è quello celebre: «Antico stagno./Una rana si tuffa./ Suono d’acqua», ecco uno degli ultimi, di Kaneko Tota: «Hiroshima, alla guida/di finestrini di nebbia/solleva voci di donne».

BIBLIOGRAFIA.

Il grande libro degli haiku Irene Starace. Pp. 1516 € 40. (Castelvecchi editore).

Maestro della poesia haiku fu Matso Basho (Ueno, 1644 – Osaka, 1694)

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