Che capiti tra le mani un libro, mentre frequenti la solita libreria e, come un entomologo, sei alla ricerca di qualche autore al di fuori dalle solite classifiche selezionate e prezzolate di giornali e riviste letterarie o pseudo tali, è cosa che ti ripaga di quella esplorazione fuori dall’ordinario. Ebbene, leggendo quel titolo e l’autore, immediatamente mi sono domandato che cosa mai centrasse un protestante che prendeva le difese di un cattolico. All’apparenza un caso singolare. Ancora di più se l’autore è Robert Louis Stevenson quello dell’Isola del tesoro e dello Strano caso del Dottor Jekyll e di mister Hyde. Che cosa centrava, dunque, quel suo libro dal titolo In difesa di Padre Damiano mi sono chiesto incuriosito.

L’ho acquistato.

Padre Damiano al secolo Joseph de Veuster, nacque il il 3 gennaio 1840 nel villaggio di Tremoloo, Belgio. Al battesimo ricevette il nome di Gius­eppe. I suoi genitori erano agricoltori assai benestanti e profondamente cristiani. Il 15 maggio 1859, infatti, entrò nel noviziato dei Padri dei Sacri Cuori a Lovanio, dove però, a causa della mancanza della formazione richiesta, venne ammesso «in qualità di Fratello di Corc». Non era questa la vocazione di Giuseppe, che aspirava al sacerdozio, ma l’accettò di buon grado, ricevendo il nome di Damiano. Data la sua buona volontà, notata dai superiori, così nell’agosto 1859 venne inserito nel gruppo degli studenti candidati al sacerdozio.

Fece il noviziato a Lovanino e a Yssy, vicino Parigi, è lì che conobbe il Vicario Apostolico di Tahiti, giunto in visita. Quell’incontro segnò la sua vita e gli indicò la sua missione: fare apostolato. Il 7 ottobre 1860 pronunciò i voti perpetui. Nel 1861 fece ritorno a Lovanio, dove proseguì i corsi di filosofia e iniziò lo studio di teologia all’Università Cattolica. A Malines, il 19 settembre 1863 ricevette gli ordini minori. Una nuova svolta imprevista, segnò definitivamente il corso della sua vita. Dalle Hawaii erano giunte richieste di altri religiosi, ed il fratello Panfilo faceva parte di questo gruppo. Poco prima della partenza, un’epidemia che aveva colpito la popolazione dei dintorni di Lovanio, costrinse padre Panfilo ad occuparsi dei malati. Contagiato anch’egli, fu costretto, suo malgrado, a rinunciare alla partenza. Damiano chiese di poter partire al suo posto. Il Padre Generale diede la propria autorizzazione.

Il 9 novembre 1863 da Brema, si imbarcò su un piroscafo che lo portò a Honolulu. Dopo un lungo viaggio durato più di quattro mesi, Damiano giunse a Honolulu, era il 19 marzo 1864. Il Diacono lo consacrò sacerdote pochi mesi dopo dello stesso anno.

Nel 1873 si offre volontario per risollevare le sorti dell’isola lebbrosario di Kalaupapa sull’isola di Molokai, dove erano stati mandati molti malati, dove regnava disordine e violenza.

La lebbra a quell’epoca era ancora un male incurabile, sicuramente il più temuto, per le ripugnanti deformità e mutilazioni che provocava.

Ma come avvenne l’incontro tra un dandy come Stevenson e un rozzo e sporco sacerdote fiammingo della Congregazione dei Sacri Cuori di Gesù e Maria.

Stevenson, cagionevole di salute fin dall’infanzia, sia la madre che il nonno avevano problemi ai polmoni, con febbre e tosse frequenti, tanto che dovette vagabondare nelle principali stazioni climatiche europee. Fu per questo motivo che nel 1889, spinto anche dai libri d’avventure esotiche di Melville, accettò l’invito di un editore a scrivere un volume sui mari del Sud e partì, con la famiglia, la moglie Fanny Vandegrift e i due figli, per una crociera verso le isole Marchesi, Tahiti e le isole Sandwich. La sua salute ne ebbe un sorprendente giovamento tanto che decise di stabilirsi nel Pacifico, stabilendosi a Upolu  la principale isola delle Samoa dove morirà a soli 44 anni nel 1894.

Fu in quell’isola che Stevenson venne a conoscenza della storia del reverendo Damiano, dove in quel lazzaretto, voluto dal governatore delle Hawaii per relegare tutti gli abitanti dell’arcipelago colpiti dal morbo di Hansen, considerato allora particolarmente infettivo e incurabile.  Su un promontorio isolato da una scogliera invalicabile alta oltre 450 metri.

Il 10 maggio 1873 arrivò a Molokai, accompagnato dal vescovo che lo presentò ai lebbrosi, circa 800. A 33 anni, era nel pieno delle forze e godeva di un’ottima salute. Il suo bagaglio era composto solo dal breviario e da un crocifisso, e si mise subito al lavoro per migliorare spiritualmente e materialmente le difficili condizioni di vita in cui versavano i lebbrosi.

Parimenti come Gesù di Nazaret, padre Damiano sconfessava la cosiddetta «legge della retribuzione» secondo la quale ad ogni colpa corrispondeva una punizione, perciò la lebbra era ritenuta il castigo di un delitto particolarmente grave. Nel Levitico  capitolo 13, il lebbroso era perciò «scomunicato» da Dio a causa della sua malattia infettiva. Veniva perciò isolato dal resto della comunità, doveva da lontano segnalare la sua presenza di essere «impuro / immondo», impedendo ai sani di accostarlo. Mentre come narrano i Vangeli, Gesù invece va incontro al lebbroso: «ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, sii purificato!”. E subito la lebbra scomparve da lui e fu purificato» (Marco. 1,41-42).

Padre Damiano chiede e ottiene di restare per il resto dei suoi giorni a Molokai. Costruisce un cimitero, che permette di dare degna sepoltura ai cadaveri prima abbandonati, un orfanotrofio, organizza scuole e culto religioso, non facendo mai mancare il suo sostegno spirituale, oltre che materiale, ai malati dell’isola. Lui che si rivolgeva ai suoi protetti nelle omelie con l’espressione «noi lebbrosi», la contrae ufficialmente nel 1885. Senza scoraggiarsi, durante gli ultimi quattro anni della sua vita, questo missionario dal profilo esteriore piuttosto grossolano come appare dalle foto a noi giunte, fino all’ultima impressionante che lo ritrae a letto pochi giorni prima di morire con un volto ormai bruciato e modellato su quello degli stessi indigeni lebbrosi. Muore di lebbra nel 1889, a 49 anni.

Dunque, l’autore della “Freccia nera” approda a Molokai nel 1889, qualche mese dopo la morte di padre Damiano, scoprendo la fama e la gratitudine per la sua abnegazione, e l’amore che il missionario aveva lasciato dietro di sé. Si pensa così di costruire un edificio in sua memoria. Ma gratitudine e abnegazione non sempre coincidono col pensiero comune. Così molti benpensanti sani, sia tra gli stessi superiori del religioso che lo consideravano un fanatico, una «testa di poco cervello», rozzo, ostinato, eccessivo, vanesio e così via, sia tra i protestanti che a questo aggiungevano anche la riserva della differenza confessionale. Un altro missionario che vive alle Hawaii, il reverendo presbiteriano Hyde, ne scrive in una lettera, inviata al reverendo americano Gage, poi diffusa pubblicamente, con molta disapprovazione, al punto da bloccare questo progetto. Definisce Padre Damiano «volgare, sporco», lo accusa di avere contratto la malattia per il suo comportamento promiscuo con le donne lebbrose (accusa che si rivelerà del tutto infondata), insomma tenta di demolirne l’immagine. È a questo punto che entra in scena Stevenson di ritorno da Molokai, fece visita nella sua lussuosa villa di Honolulu al reverendo presbiteriano Charles McEwen Hyde. Dunque il malvagio protagonista del romanzo più celebre dello scrittore scozzese, “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”, e il detrattore di Padre Damiano si accavallano rivelando incroci esistenziali e letterari stupefacenti. Dopo aver sentito e letto poi le accuse dell’ecclesiastico anglicano, con indignazione, scrisse una Lettera aperta al reverendo Hyde in cui, punto per punto, ne contestava i contenuti, anche sulla base della sua esperienza diretta, concludendo in modo lapidario con queste parole: «L’uomo che cercò di fare ciò che fece padre Damiano è mio padre, è il padre di tutti coloro che amano il bene e sarebbe stato anche vostro padre, se Dio vi avesse fatto la grazia di capirlo». La testimonianza della moglie di Stevenson, ci racconta con quanto ardore, quanta veemenza e sdegno, egli replicò a quella infamante lettera di Hyde. Stevenson, però dovette pubblicarla a sue spese perché gli editori non volevano essere coinvolti in una causa a difesa di un prete cattolico. Egli decide di rischiare, la stampa a sue spese nel 1890, aspettando poi, per fortuna invano, una querela che avrebbe potuto trascinarlo alla rovina economica. Nelle lettere inedite che appaiono nel libro, Stevenson ammira colui che agisce nel nome di Dio, citando il Nuovo Testamento egli dice: «Era volgare? Probabile, abbiamo dei dubbi sul fatto che Giovanni Battista fosse un signore», e ancora «Pietro non era certo un gentiluomo, ma anche nelle Bibbie protestanti viene chiamato santo». Stevenson dicendo questo fu addirittura profetico. Padre Damiano venne proclamato santo nel 2009, da Papa Benedetto XVI, proprio per l’assoluta abnegazione nel donarsi alle cure dei lebbrosi, in nome dell’amore cristiano.

La morale di questa storia, al contempo ecumenica e filantropica, è quella che vide coinvolto uno straniero, un uomo di un altro Paese, un grande scrittore protestante prendere le difese di un prete cattolico.

 

 

Bibliografia

Robert Louis Stevenson, In difesa di Padre Damiano,

Introduzione di Roberto Beretta, Medusa, Milano pagg. 86, € 12,00

 

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