So che la notte non è come il giorno: che tutte le cose sono diverse, che le cose della notte non si possono spiegare nel giorno perché allora non esistono, e la notte può essere un momento terribile per la gente sola quando la loro solitudine è incominciata
(Addio alle armi)

 

Composto febbrilmente tra il 1928 e il 1929, “Addio alle armi” è il secondo romanzo lungo di Hemingway, dopo Fiesta. Lo stile dello scrittore sembra ormai consolidato. È la storia di amore e guerra che Hemingway aveva sempre meditato di scrivere ispirandosi alle sue esperienze del 1918 sul fronte italiano, e in particolare alla ferita riportata a Fossalta e alla passione per l’infermiera Agnes von Kurowsky. I temi della guerra, dell’amore e della morte, che per diversi aspetti sono alla base di tutta l’opera di Hemingway, trovano in questo romanzo uno spazio e un’articolazione particolari. È la vicenda stessa a stimolare emozioni e sentimenti collegati agli incanti, ma anche alle estreme precarietà dell’esistenza, alla rivolta contro la violenza e il sangue ingiustamente versato. La diserzione del giovane ufficiale americano durante la ritirata di Caporetto si rivela, col ricongiungimento tra il protagonista e la donna della quale è innamorato, una decisa condanna di quanto di inumano appartiene alla guerra. Ma anche l’amore, in questa vicenda segnata da una tragica sconfitta della felicità, rimane un’aspirazione che l’uomo insegue disperatamente, prigioniero di forze misteriose contro le quali sembra inutile lottare.

Lo stile è quello diretto, che si riferisce a fatti e avvenimenti, con scarse descrizioni, solo quelle indispensabili per descrivere l’ambiente nel quale si svolgono le vicende narrate in modo da renderle più vive e visibili. Le aggettivazioni sono scarse, solo quelle essenziali; i dialoghi sono serrati; i sentimenti assumono preminenza solo quando entrano nel racconto come strumenti per spiegare gli eventi, e non tanto come semplici richiami alla commozione del lettore. La commozione, quando è necessaria, è evocata dai fatti in quanto interazione fra le attività e i sentimenti del personaggio, e gli eventi che li condizionano.

Il libro esprime in sostanza l’antimilitarismo di Hemingway, che non va confuso con un pacifismo imbelle. La guerra è provocata dalla stupidità e dall’avidità, ma è combattuta dall’intelligenza e dalla passione. «…forse è chiaro perché uno scrittore debba interessarsi al continuo, prepotente, criminale sporco delitto che è la guerra. Siccome di guerre ne ho fatte troppe, sono certo di avere dei pregiudizi, e spero di avere molti pregiudizi. Ma è persuasione ponderata dello scrittore di questo libro che le guerre sono combattute dalla più bella gente che c’è, o diciamo pure, soltanto dalla gente, per quanto, quanto più ci si avvicina a dove si combatte e tanto più bella è la gente che si incontra; ma sono fatte, provocate e iniziate da precise rivalità economiche e da maiali che sorgono ad approfittarne.»

“Addio alle Armi” è un romanzo di guerra – con una storia d’amore incidentalmente dentro – potrebbero più che degnamente sostituire i testi e i manuali scolastici. Lo si vedrebbe bene tra la quarta e la quinta superiore, per introdurre il tema della Prima Guerra Mondiale sia in storia che in letteratura.

Frederic Henry, americano, si trova sul fronte italiano nel periodo intorno alla battaglia di Caporetto. Figlio di un diplomatico, si è arruolato volontariamente e guida le ambulanze. Si innamora di un’infermiera inglese, Catherine, resta ferito, viene curato, l’amata aspetta un bambino, lui torna al fronte, rischia di essere fucilato (per errore), fugge, si ritrova con Catherine a Stresa. La coppia, braccata dalla polizia, ripara in Svizzera dopo una fortunosa traversata del Lago Maggiore. Qui la gravidanza procede, ma Catherine muore per emorragia, a Losanna, dopo aver dato alla luce un bambino morto.

Nel racconto, ruolo privilegiato rivestono le esperienze militari vissute dall’autore, come, in particolare, il ferimento avvenuto al fronte e il grande amore sorto fra Il ferito e la crocerossina che lo curò nell’ospedale inglese di Milano dove venne ricoverato. Si conosce il nome della fanciulla, Agnes von Kurowsky. Nella realtà, mentre lo scrittore ha sempre affermato di avere avuto con lei una relazione, la fanciulla ammette solo un rapporto di tipo platonico, insorto durante la degenza dello scrittore e ben presto dimenticato.

L’inizio di Addio alle Armi, per quanto ben scritto, è essenzialmente lento. E’ un incipit che non sembra promettere niente al lettore, limitandosi a dare un effettivo avvio alla storia; tuttavia, proseguendo con la lettura, ci si ritrova quasi “incatenati” alle pagine, senza nemmeno rendersene conto. Semplicemente, si arriva ad un certo punto, dopo un numero imprecisato di pagine, a non voler più mettere giù il libro; a volerne leggere ancora, seguendo Frederic e Catherine che fuggono dalle rovine terribili di una guerra che per loro non significa nulla.

Probabilmente tutto questo è dettato, oltre che dalla storia in sé, anche da come questa ci viene narrata: la prosa, infatti, è particolare e variabile, a seconda del momento. Si può dire che appare sia “libera” che “controllata”; ad esempio, quando ci viene descritto il flusso di coscienza del protagonista in un momento di ubriacatura, le parole fluiscono e formano una prosa senza costrizioni, che scorre incontrollata, mentre quando Frederic descrive un paesaggio, tra l’altro sempre in modo essenziale, scarno, le parole sembrano ritrovare il loro ordine e il loro controllo.

Quando descrive la realtà non la edulcora, non la imbelletta e quindi lascia che sia la situazione di per sé a stordire il lettore

«La sera dopo incominciò la ritirata. […] Non c’era più disordine che in un’avanzata».

Per quanto il mondo la possa pensare diversamente, Ernest Hemingway aveva i suoi dubbi. Magari non sulle donne, magari non sulle dimensioni dei marlin che pescava, magari non sul senso dell’eroismo. Sul finale di Addio alle Armi però sì. Lo riscrisse 39 volte prima di essere soddisfatto, confessò egli stesso in un’intervista nel 1958. In realtà quella volta non esagerò: i tentativi di finale poi appallottolati furono 47.

Nell’edizione definitiva del 1929 termina freddamente, subito dopo la morte di Catherine: «Dopo un po’ uscii e lasciai l’ospedale e tornai all’albergo nella pioggia». Non era però questo il finale più triste e pessimista pensato da Hemingway. Alcune delle 47 alternative, in definitiva, si tratta di una sola riga, in qualche altro di interi paragrafi. E spesso si tratta di conclusioni che vorrebbero trarre una morale universale, in modo breve e secco com’era nello stile dello scrittore: il quale poi, forse per fortuna, scelse l’uscita di scena del protagonista, nella pioggia, che va nel profondo più di qualsiasi commento.

Nel finale alternativo numero uno, titolato «Nada», la conclusione è gelida: «Questo è il tutto della storia. Catherine morì e voi morirete e io morirò e ciò è tutto quello che posso promettervi». La conclusione chiamata «Live-Baby», la numero sette, dice, con una gravità eccessiva: «Non c’è fine eccetto la morte e la nascita è solo l’inizio». Più articolato il finale «Fitzgerald», che a Hemingway fu suggerito dall’amico Francis Scott Fitzgerald. Qui lo scrittore dice che «il mondo spezza chiunque» e chi «non spezza uccide»: «Uccide i buoni e i garbati e i coraggiosi imparzialmente. Se non sei tra questi puoi essere certo che ammazzerà anche te ma non avrà troppa fretta».

La conclusione scelta alla fine da Hemingway è forte e dolorosa. E’ il perfetto esempio di quanto la sofferenza sia ineluttabile, di come nonostante tutto, anche lontano dalla guerra e dai valori distorti, il dolore rimanga nella nostra vita. La ricerca di valori alternativi a quelli della guerra si conclude, vana, e all’uomo non sembra rimanere nulla; anche esprimendo tutto questo, o forse proprio perché riescono ad esprimere la disperazione successiva alla dichiarazione del fallimento, le ultime pagine del libro sono meravigliose. Un vero colpo al cuore.

 

Ecco, prima dell’incipit, alcune frasi…

«Allora non c’è niente che ti preoccupa?»

«Solo di essere separata da te. Tu sei la mia religione. Tu sei tutto quello che ho.»

«Siamo davvero la stessa cosa e non dobbiamo fraintenderci di proposito.»

«Non lo faremo.»

«La gente lo fa. Si amano e si fraintendono di proposito e bisticciano e poi d’improvviso non sono la stessa cosa.»

«Sono stati battuti fin dal principio. Sono stati battuti quando li hanno presi dalle loro campagne e li hanno messi nell’esercito. […]».

So che la notte non è come il giorno: che tutte le cose sono diverse, che le cose della notte non si possono spiegare nel giorno perché allora non esistono, e la notte può essere un momento terribile per la gente sola quando la loro solitudine è incominciata.

Se la gente porta tanto coraggio in questo mondo, il mondo deve ucciderla per spezzarla, così naturalmente la uccide. Il mondo spezza tutti quanti e poi molti sono forti nei punti spezzati. Ma quelli che non spezza li uccide. Uccide imparzialmente i molti buoni e i molti gentili e i molti coraggiosi. Se non siete fra questi potete esser certi che ucciderà anche voi, ma non avrà una particolare premura.

«No. E’ il grande inganno: la saggezza dei vecchi. Non diventano saggi. Diventano attenti.»

«Ma poi lei è innamorato. Non dimentichi che è un sentimento religioso.»

 

Ed ecco l’inizio.

Sul finire dell’estate di quell’anno eravamo in una casa in un villaggio che di là del fiume e della pianura guardava le montagne. Nel letto del fiume c’erano sassi ciottoli, asciutti e bianchi sotto il sole, e l’acqua era limpida e guizzante e azzurra nei canali. Davanti alla casa passavano truppe e scendevano lungo la strada e la polvere che sollevavano copriva le foglie degli alberi. Anche i tronchi degli alberi erano polverosi e le foglie caddero presto quell’anno e si vedevano le truppe marciare lungo la strada e la polvere che si sollevava e le foglie che, mosse dal vento, cadevano e i soldati che marciavano e poi la strada nuda e bianca se non per le foglie.

La pianura era ricca di messi: c’erano molti frutteti e di là della pianura le montagne erano brune e spoglie. Sulle montagne si combatteva e di notte vedevamo i lampi delle artiglierie. Nell’oscurità erano come fulmini estivi, ma le notti erano fredde e non si aveva la sensazione di un temporale imminente.

A volte nell’oscurità sentivamo le truppe marciare sotto la finestra e passare i cannoni al trainati dai trattori. C’era un gran traffico di notte e molti muli sulle strade, con cassette di munizioni ai due lati del basto, e camion grigi che portavano uomini, e altri camion carichi coperti da teloni, che si muovevano più adagio nel traffico. C’erano anche cannoni pesanti che passavano di giorno trascinati dalle trattrici, con le lunghe volate mascherate di rami verdi, e frasche e pampini verdi coprivano le trattrici. A nord guardavamo una valle e si vedeva un castagneto, e al di là di questo, un’altra montagna sulla stessa riva del fiume. Anche per quella montagna si combatteva, ma senza successo, e in autunno quando incominciarono le piogge le foglie caddero tutte dai castagni e i rami rimasero nudi e i tronchi neri di pioggia. Anche le vigne erano smilze e spoglie e tutta la campagna era bagnata e bruna e morta d’autunno, c’erano nebbie sul fiume e nubi sulla montagna, e sulla strada i camion schizzavano fango e le truppe erano infangate e fradice sotto le mantelline; avevano i fucili bagnati, e sotto le mantelline le due giberne sul davanti delle cinture, scatole grigie di cuoio piene di caricatori con le sottili e lunghe cartucce da 6,5 mm, sporgevano sotto le mantelline di modo che gli uomini che passavano nella strada avevano l’aria di donne incinte di sei mesi.

C’erano piccole automobili grigie che passavano a grande velocità; di solito con un ufficiale accanto all’autista e parecchi altri sul sedile posteriore. Schizzavano fango perfino più dei camion, e se uno degli ufficiali seduto dietro fra due generali era piccolo, così piccolo che non gli si poteva vedere il viso ma soltanto la cima del berretto e la schiena stretta, e se l’auto andava più veloce del solito, era probabile che fosse il re. Stava a Udine e usciva a quel modo quasi ogni giorno per vedere come andavano le cose, e le cose andavano molto male.

Al principio dell’inverno vennero le piogge continue e con le piogge il colera. Ma riuscirono a fermarlo e in tutto l’esercito ne morirono solo settemila.

 

NOTA:  Per chi volesse approfondire la conoscenza di Ernest Hemingway suggeriamo: “Hemingway: la morte l’unico rivale”.

Hemingway: la morte l’unico rivale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Autore: Ernest Hemingway

Titolo: Addio alle armi

Titolo originale: A farewell to arms

Genere: Letteratura straniera

Data prima pubblicazione: 1929 (in Italia nel 1949)

Casa Editrice: Mondadori

Collana: Oscar Classici Moderni

320 pagine

Prezzo copertina: 9,50 €

EAN 978880456710

  • Incipit famosi… L’amante di Lady Chatterley.

    ”Nella sua prima passione la donna ama il suo amante, in tutte le altre ciò che ama è il s…
  • Incipit famosi… Il buio oltre la siepe.

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2 Commenti

  1. Pinuccia

    13 dicembre 2017 a 21:00

    Ogni volta che leggo un’articolo su inchiostro nero rimango meravigliata per questo bellissimo scrivere e descrivere personaggi , luoghi e avvenimenti di diverse epoche devo sempre dire “bravo,bravo,bravo” anche per la scelta degli argomenti

    rispondere

    • Riccardo Alberto Quattrini

      14 dicembre 2017 a 9:15

      Grazie signora Pinuccia. È un vero piacere sapere che ci sono lettori che apprezzano quanto viene scritto sul blog. Un caro saluto. L’amministratore.

      rispondere

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