Questo popolo per mille anni lottò coraggiosamente per la vita, poi per altri trecento anni non fece che invitare la morte. 

John Ruskin, Le pietre di Venezia

   In una Venezia magica, si consuma l’ultimo atto di un’antica storia d’amore, rivissuta attraverso l’adagio di un concerto per oboe di un Anonimo del ‘700, da un uomo e una donna che non hanno mai cessato di amarsi.

Nato quasi per caso da un suggerimento di Enrico Maria Salerno, che da un proprio soggetto voleva trarre il film, Anonimo veneziano conquistò l’entusiasmo di Giuseppe Berto che si impegnò a scriverne i dialoghi durante un lungo soggiorno a Cortina d’Ampezzo dopo il travolgente successo del Male oscuro, spinto all’inizio, come in generale quando lavorava per il cinema, più da ragioni “gastronomiche” come avrebbe detto Brecht, che da una maturata ispirazione, poi convinto a lavorarci su per sei mesi e anni, fino a trasformarli in un fortunato testo teatrale prima e poi in uno straordinario romanzo breve che conquistò i suoi lettori, un autentico gioiello, “un piccolo capolavoro” come ha scritto Elio Chinol, che arricchisce e completa la serie dei suoi libri collocandosi senza dubbio tra i «migliori».

     È il 1966, quando lo scrittore di successo da un anno ormai ha cercato pace e concentrazione nella cittadina delle dolomiti, che lo affascina anche per i risvolti mondani, le frequentazioni eccellenti, la libertà di sciare, le belle donne da corteggiare, e Salerno lo tenta con una storia di amore e morte ambientata in una Venezia autunnale, novembrina anzi, nella quale la scena e la vicenda si specchiano l’una nell’altra con imprevedibili effetti di rifrangenza, alimentati da ogni vissuto prossimo e diretto.  

   Sono mesi intensi quelli della stesura durante l’inverno ’66-’67, che, nonostante l’incertezza che circonda la realizzazione del film, cementano una solida amicizia tra lo scrittore e l’attore-regista; quando, due o tre anni dopo, la produzione si mette davvero in moto, l’idea originaria subirà significative modifiche soprattutto nella definizione dei protagonisti – «un marito e una moglie da anni separati» -, che ringiovaniranno, accendendo il loro dialogo di toni più appassionati, tanto che Berto rimetterà mano ai dialoghi per adattarli ai nuovi personaggi, interpretati da Florinda Bolkan e Tony Musante.

    Il film sarà distribuito nelle sale nel 1970 – contemporaneamente a Love Story, cui il tema lo avvicina e del quale, non senza perfidia, verrà presentato come una furba imitazione -, e raccoglierà un enorme e crescente successo da parte del pubblico, affascinato anche dalla colonna sonora che letteralmente scoprirà un dimenticato e suggestivo concerto per oboe e archi di Alessandro Marcello, fratello maggiore di Benedetto; così all’inizio del 1971 il «testo drammatico in due atti» – una settantina di pagine – verrà anche pubblicato da Rizzoli, presentato come «una storia di sentimenti», una favola che diventa «parabola e allegria» della condizione umana, capace di toccare «da vicino l’animo della gente».

   Berto a questo testo, al contrario di quello che generalmente gli succedeva scrivendo per il cinema, si è subito affezionato, sentendolo profondamente suo – «a congeniale» -, tanto da accordarsi con la produzione «affinché rimanesse di sua proprietà, per la stesura di un dramma», e di continuare a rivederlo e arricchirlo per anni, come se non gli sembrasse ma definitivamente compiuto: già nel risvolto della prima edizione a stampa – quella del 1971 – l’autore orgogliosamente gli attribuisce «una sua autonomia artistica» rispetto all’omonimo film, che dovrebbe stimolare un confronto tra «un genere antichissimo e semplicissimo qual è il dialogo e un genere nuovo qual è il cinema», rivendicando «un contenuto, una sostanza poetica, insomma una verità», che appartiene alle parole prima di qualsiasi recitazione o regia. 

   Intanto Anonimo veneziano arriva sui palcoscenici d’Europa, all’Odeon a Parigi nel 1976, a Londra, dove la traduttrice, «manovrando ingegnosamente le didascalie» dell’originale italiano aveva trasformato il dramma in qualcosa di assai simile a un racconto, e finalmente, dopo che lo stesso autore aveva ripreso e sviluppato l’intuizione della traduttrice inglese aggiungendo numerosi brani narrativi per trasformare il dialogo in un vero e proprio romanzo breve, che arricchiva e approfondiva la psicologia dei personaggi (1976); nel 1978, poi a Roma e in altre città italiane – Arezzo, Venezia -, interpretato da Ugo Pagliai e Lorenza Guerrieri venne messo in scena dallo stesso Berto.

   Tanto la critica teatrale giudicò abbastanza severamente lo spettacolo, inutilmente infastidita dalle assonanze con Love Story, che peraltro era stato pubblicato dopo l’invenzione di Berto e Salerno, tanto quella letteraria accolse generalmente con soddisfazione ed entusiasmo il racconto (1976), a cominciare da Geno Pampaloni, che lo descrisse come un «delizioso minuetto», o Giuliano Gramigna, che lo riconobbe come il libro “più vivo e libero dello scrittore: piacquero molto i protagonisti coinvolti in una relazione dolente e irrisolta, nella quale resisteva l’amore che l’aveva accesa al di là delle lacerazioni che poi l’avevano messa in crisi e che, di fronte all’annuncio della prossima morte di lui, perdono rapidamente di importanza; piacque l’atmosfera veneziana, dominata da una pioggerellina insistente e così carica di infausti presagi; piacque il recupero del concerto settecentesco per oboe, che mescolava la grazia armoniosa del Settecento alla sua intrinseca e struggente malinconia. 

   La scena è una Venezia «sfumata in un residuo di nebbia…, un po’ disfatta…, assopita in un passato…, piena di attutiti rumori, di odori stagnanti», che «incessantemente moriva nei marmi e nei mattoni», «bella…, bella da morire», che la musica esalta in una specie di «rassegnata disperazione», provata e riprovata con un gruppo di giovani allievi come una missione da compiere, un dovere da portare a termine per testimoniare la propria condivisione in quel male universale che inquina la vita, ogni volta, e che bisogna tenere a bada senza lasciarsene sopraffare, così come si deve imparare a morire «con dignità».

   I romanzi di Berto conducono tutti allo stesso traguardo, esprimono unanimi la volontà «di essere un vero uomo», la tentazione di raggiungere la grandezza e la gloria come contropartite della morte, come testimonianze di una vita responsabilmente vissuta, come prove di ubbidienza al destino senza arrenderglisi vinto da «angosce, risentimenti, ambivalenze».

   Lui e lei non hanno nome, si amano, si lasciano e si ritrovano, come due figure emblematiche, due protagoniste dell’avventura di esistere, consumata straziandosi, facendosi reciprocamente del male, in continua lotta tra loro, pur di salvarsi dall’insignificanza e dal nulla, pur di ribellarsi alla constatazione che «a me è sempre mancato qualcosa per essere un vero uomo».

   In un testo che nulla concede all’ottimismo della ragione, al moralismo di un eterno riscatto, Berto, collocando il suo personaggio di fronte alla morte, si manifesta davvero come «neo romantico» – tale si era già descritto nell’Inconsapevole approccio (1965) -, che ha bisogno soltanto o soprattutto di una donna la quale per amore sia disponibile a dargli una mano a vincere «la paura della paura» e a morire, di qualcuno «che si prenda una parte del dolore» e accetti di soffrire insieme e magari di morire insieme, anche se poi questo è impossibile in ogni caso «la morte è un fatto solitario».

   Così Anonimo veneziano conquista il lettore con «la dignità di un piccolo classico» e resiste nella memoria incancellabile. 

L’AUTORE

   Giuseppe Berto nasce a Mogliano Veneto il 27 dicembre 1914. Nel 1947 pubblica presso Longanesi Il cielo è rosso, su segnalazione di Giovanni Comisso. Tra il 1955 e il 1978, anno in cui si spegne a Roma, dà alle stampe Il male oscuro (Neri Pozza, 2016), Guerra in camicia nera, Oh Serafina!, La gloria (Neri Pozza, 2017) e numerosi altri libri. Giuseppe Berto, scherzando, diceva talvolta di essere uno «scrittore per signore». Nel 1964 aveva esorcizzato, con una forte dose di ironia, Il male oscuro, cioè l’abisso della sua nevrosi e della sua depressione. l romanzo fu un trionfo di vendite. La critica militante invece fu prudente. Berto era inviso ai salotti della sinistra, in particolare a quello molto influente di Alberto Moravia. Il motivo è presto detto: Berto aveva la pretesa di affermare che anche a destra c’è cultura e di contestare il mito della Resistenza, della Costituzione più bella del mondo, delle pretese scientifiche del marxismo. Non nascondeva di aver creduto nel Fascismo e di non credere nell’antifascismo militante di stampo comunista. Aveva scritto i primi racconti e un romanzo (Il cielo è rosso) a Hereford, nel Texas, rinchiuso nel settore del campo di concentramento dove erano detenuti i soldati italiani che non collaboravano con gli Alleati. Una posizione per niente popolare tra gli intellettuali. Comunque nel 1966, Berto azzeccava un altro bestseller, La cosa buffa, che poi è la vita, bella e grottesca. Una storia d’amore semplicissima, resa grandiosa dalla profondità e dall’ironia con la quale Berto scandaglia il tema dell’amore.

   A lungo la fama di Berto sembrava legata quasi esclusivamente a Il male oscuro, il romanzo psicoanalitico. È assurdo. Berto è stato un grande scrittore prima e dopo quella data. Prima, sarà sufficiente ricordare proprio i racconti di guerra e prigionia e Il cielo è rosso. Dopo, ci sono almeno La cosa buffa, La gloria e il sottovalutato Anonimo veneziano. E proprio quest’ultimo, dopo Il male oscuro e La gloria, viene pubblicato da Neri Pozza, che libro dopo libro, sta restituendo a Berto il ruolo importante che gli spetta (e che gli fu riconosciuto, ad esempio, da Carlo Emilio Gadda).

   Anche Anonimo veneziano, come La cosa buffa, ha una trama semplicissima: amore e morte in una Venezia decadente. Un classico al limite dello stereotipo del romanzo «per signore». Ma Berto sa come trattare la materia e renderla universale. Un musicista di quarant’anni chiede alla ex moglie di andarlo a trovare. Lui è rimasto quello che era anni prima, fa quasi la stessa vita da studente d’un tempo. Lei invece convive con un ricco milanese. La ragazza di allora è diventata una signora ben integrata. Lui è malconcio e cela un segreto, subito rivelato: è ammalato. Lei è ancora bellissima. I due dialogano, battibeccano, si commuovono, si amano, si prendono e si lasciano per sempre. Infine, lei torna a Milano. Lui torna a incidere un disco. Quella musica sarà il suo testamento e forse gli concederà la gloria, unica condizione che consente di «sconfiggere» la morte. Tutta la storia si svolge nell’anima dei personaggi, Berto è un maestro nel cogliere le sfumature dei sentimenti e non rinuncia mai all’ironia, che qui sconfina spesso in un amaro sarcasmo.

   Il romanzo Anonimo veneziano uscì nel 1976. Ma nasce molto prima, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. Periodo che secondo i critici frettolosi sarebbe di crisi e di stallo creativo. Invece Berto scrive per il teatro, il cinema e le librerie. La Passione secondo noi stessi è per le tavole del palcoscenico e anticipa La gloria, l’ultimo grande romanzo di Berto. In libreria arriva Modesta proposta per prevenire, un pamphlet coraggioso nello smontare i miti del Sessantotto. Anonimo veneziano è stato: la sceneggiatura dell’omonimo film di Enrico Maria Salerno con Tony Musante e Florinda Bolkan (un successo: quarto incasso della stagione, riuscì a superare anche Love Story); la sceneggiatura di un dramma teatrale; e infine un romanzo. Gli apparati della nuova edizione, e in particolare l’introduzione di Cesare de Michelis, permettono di ricostruire tutte le tappe della vicenda. Berto si dedicò a questo libro con estrema cura, cosa che rispecchia l’importanza che gli attribuiva: «Posso dire – spiegò – che in vita mia non avevo mai lavorato tanto per scrivere così poco, né mi ero mai così abbandonato al tormentoso piacere di permettere ai pensieri di cercarsi a lungo le parole più appropriate».

   In quel periodo Berto era molto richiesto dal mondo del cinema come sceneggiatore. E pensare che ne Il male oscuro aveva sbertucciato quel mondo di finti mecenati e veri furfanti. Gli fu offerta anche una regia, ma rifiutò. Era sfiduciato, non credeva più che raccontare una storia, sulla pagina o sullo schermo, fosse utile a influenzare la società. Anonimo veneziano forse non cambierà la società ma di certo cambierà, in molti lettori, il modo di intendere il legame tra amore e morte.

Alcuni passaggi

   Lei torna a guardare in basso, l’acqua del rionovo che il motoscafo sommuove e si lascia indietro.

   Lui non sa sopportare il silenzio lontano, riprende a provocarla, aggrappandosi al suo punto più debole. «Allora dicevi, di Giorgio?»

   «Non dicevo nulla».

   «Penso che dovresti dirmene qualcosa. In fin dei conti…»

   A testa bassa, lei risponde con sforzo: «Va a scuola, come tutti i bambini».

   «Una scuola di preti, immagino. Preti di lusso, quelli che allevano i futuri padroni».

   «Scuola pubblica».

   «Ah, benissimo. Approvo in pieno. Io sono sempre stato favorevole alla scuola pubblica. La scuola privata è un anacronistico privilegio. E che classe fa? La seconda, no?»

   «La prima».

   (Pagina 27)

   «Hai tanta paura del passato?»

   «Non si tratta di passato. È che non posso più tollerare l’odore di questa città. Muore, torna a essere fango».

   Lui stranamente sorride, colpito dalla frase che sembra stimolare in lui un compiacimento perverso. Prende una posa si direbbe solenne, e con tono di voce decisamente enfatico, recita:  «Ma è proprio per questo che la fa bella: muore».

   Lei non frena l’irritazione. «Come l’hai detto bene» dice con tutta l’ironia di cui si sente capace. «Avresi dovuto fare l’attore, tu, non il musicista».

   (Pagina 95)

   Ecco, adesso la morte è di nuovo lì, obbligatoria presenza. Tanto vale affrontare la necessità, per quel che si può.

Si avvicina al pianoforte, dove stanno i libri. «Prima» dice, «mentre stavi di là, ho sfogliato i tuoi libri, quelli che tieni più a portata di mano. Ci sono delle frasi segnate qua e là, con più o meno forza. Una mi ha colpito più di tutte». Prende in mano un volume, s’intitola Irrealtà quotidiana. Trova rapidamente la frase segnata, e legge : «Il suicidio come intervento dell’uomo in uno dei due fatti che gli sfuggono, la vita e la morte».

   «Ottieri» lui dice «È un bel pensiero, no? e poi, corregge un poco la mia infatuazione per l’Ecclesiaste, che dice che nessuno può niente sul giorno della morte. Qualcosa si può»

   (Pagina 124)

Ecco come inizia…

   Sfumata in un residuo di nebbia che non ce la faceva né a dissiparsi né a diventare pioggia, un po’ disfatta da un torpido scirocco più atmosfera che vento, assopita in un passato di grandezza e splendore e sicuramente anche d’immodestia confinante col peccato, la città era piena di attutiti rumori, di odori stagnanti nel culmine d’una marea pigra. Sole e luna le segnavano un ritmo diverso, e come sospinta da un doppio scorrere di tempo essa incessantemente  moriva nei marmi e nei mattoni, nei pavimenti avvallati, in travi e architravi ed archi sconnessi, in voli di troppi colombi, nell’inquietudine di miriade di ratti che si andavano moltiplicando in attesa. Della gente, ognuno portava dentro di sé una particella di quella finalità irrimediabile. Facevano le cose d’ogni altra gente, comprare il pane o il giornale, andare al tribunale o ad aprire bottega o a scuola e perfino in chiesa, e le facevano con più spensieratezza che altrove, con un ridere arguto e gentile, in una parvenza di commedia che peraltro era, appunto, un invito affinché la morte facesse più in fretta. 

   Poi, un campanile via l’altro, il cielo opaco fu raggiunto dal mezzogiorno, ma non bastò a fare allegria nell’umido mezzogiorno di novembre. Al di là della commedia, chi aveva sentimenti e presentimenti poco lieti doveva per forza tenerseli. I mori dell’orologio batterono a turno, anch’essi due volte, le dodici ore sui tetti e sopra la vasta piazza del santo evangelista.

   Nella stazione, il rapido delle ore dodici da Milano arrivò a fermarsi con innaturale dolcezza sul finire del binario numero quattro, senza rumore proprio, finché non si sentì il soffiare dell’aria compressa che apriva le porte automatiche. Scesero i viaggiatori frettolosi, con poco o nessun bagaglio: non era stagione di turisti. Presto, sul marciapiede, non sarebbero rimaste che le squadre d’inservienti subito accorsi con scale secchi e spazzole per pulire i vetri dei finestrini, un lavoro che compivano con straordinaria alacrità, giacché dopo sarebbero andati a mangiare.

   Lei scese per ultima, dalla vettura di coda, e s’incamminò senza esitazione palese, ma a testa bassa, come volutamente incurante di vedere se fossero venuta a prenderla. Vestita con sobrietà ricercata, tailleur di lana tra il verde e il marrone, una grande borsa di cuoio, un ombrello che, chiuso, aveva minuscole dimensioni. Al collo, sulla camicetta color tabacco, portava un semplice filo di perle, che forse non erano neanche vere. Poteva darsi che avesse fatto qualche studio per non apparire troppo bella e troppo ricca, ma era bella, e la ricchezza le si addiceva. Veniva avanti con leggeri capelli e passi armoniosi, abbastanza ostinata nel tenere il volto basso. Lo alzò soltanto dopo che si fu fermata davanti a lui. Era bella anche nel viso non più tanto giovane, ma l’espressione appariva chiusa, per difesa forse, per nascondere una paura che comunque s’indovinava. Nessuna tenerezza, naturalmente.

   Lui, appena più anziano di lei, sui quarant’anni, la stava aspettando lì, cioè in testa al marciapiede numero quattro, da dove lei sarebbe necessariamente dovuta passare, si capisce se fosse venuta. Era venuta. Ora la guarda quasi a sfida, lei troppo bella e elegante, mentre lui nei capelli, nelle pieghe del viso, nell’impermeabile sgualcito, nelle scarpe non nuove né pulite, esibisce a sufficienza i segni d’un genio che non ha avuto molta fortuna. Gli occhi, peraltro, mantengono con fermezza un’espressione di tenace ironia, si direbbe, sentimento al quale i geni poco fortunati hanno irrinunciabile diritto. E non è senza una sfumatura d’ironia che riesce a dire: «Grazie che sei venuta».

   Lei, che rinunciando a capire, aveva distolto i suoi occhi, non glieli rimette addosso. Sicuramente il loro passato non alimenta solo paura e ironia, ma anche una sfiduciata stanchezza, almeno per ciò che la riguarda. «Potevo farne a meno?» dice, e non è una domanda.

   «Al binario sei» lui dice «c’è l’Orient Express: parte tra trentadue minuti».

   «Se ti bastano trentadue minuti» lei dice, accentuando sfiducia e stanchezza.

   Lui esita, tentato di dirle di sì, mandandola a farsi fottere. «No» dice.

   «Allora eccomi».

   «Dove vuoi che andiamo?»

   «Se non lo sai tu».

     Non era facile saperlo, anche lui mancando di chiarezza e determinazione. Camminarono comunque verso l’atrio, passarono davanti ad alcuni uomini che portavano scritto sul berretto, a lettere d’oro o argento, il nome di alberghi quasi ignoti. Offrirono, con aria di professionale ruffianeria, camere coi conforti, benché non fosse proprio il caso. Davanti c’era il chiarore nebbioso del vasto spazio sopra la fondamenta e il canale. Le campane avevano smesso di suonare, e la città era di nuovo assopita negli attutiti rumori. Lui, alquanto miseramente, si sforzava di mantenere l’apparenza del genio sia pure sfortunato: a quel primo scambio di battute non era uscito vittorioso. Ma lei non poteva avvantaggiarsene, per stanchezza, o perché troppo impegnata nel mascherare la soverchiante paura.

   «Mi dispiace, non hai trovato una bella giornata» egli dice mentre escono sull’alto della scalinata, con davanti il Canal Grande, andirivieni di barche, motoscafi, vaporetti. La gente doveva pur nutrirsi, e prosperare, e seppellirsi. «D’altra parte» egli soggiunge «siamo quasi in inverno, ormai il tempo è così. a Milano com’era?»

   Lei alza le spalle, a sottolineare la vacuità di quel parlare.

   Lui però non si arrende. «A Milano magari ci sarà il sole, bella città Milano» dice ancora con penoso sarcasmo, prima di tacersene. 

   Scesero la scalinata, percorsero di sbieco la fondamenta verso l’imbarcadero, tutti e due guardando i colombi che solo all’ultimo momento, protervamente si scostarono dai loro passi. Ormai, di colombi, ce n’era dappertutto, non solo in piazza. Immaginò una Venezia, con l’acqua a livello dei primi piani, tetti e cornicioni gremiti di colombi scheletrici, e gabbiani, e anche corvi stremati, niente più uomini. A pensarci bene, non era bellissima. 

 

Anonimo veneziano Giuseppe Berto. Copertina flessibile: 109 pagine. Editore: Neri Pozza.     

   

 

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