Se il buongiorno si vede dal mattino, un buon libro lo si vede dal suo inizio. Siamo appena entrati in una libreria alla ricerca di una nuova lettura, migliaia di titoli affastellati sugli scaffali. Quale scegliere?

Ed ecco che una copertina dai colori sgargianti ha attirato la nostra attenzione, ci avviciniamo, prendiamo il libro, lo apriamo distrattamente. Il palmo della mano accarezza la carta ed ecco il nostro occhio cade sulle prime righe, sperando che bastino a dirci che, sì, quello è esattamente il libro di cui avevamo bisogno. Il titolo rimane comunque sempre un elemento esterno al testo vero e proprio mentre l’incipit ne è parte fondamentale e non appare solo come un segnale di riconoscimento generico di identificazione dell’opera, ma stabilisce subito un meccanismo di complesse attese. Poche parole a racchiudere un mondo o forse a lasciarne fuori infiniti altri possibili. È l’incipit un esplosione semantica che genera e avvia il cosmo romanzesco e ci consente di individuarne i caratteri, di intuire panorami e sviluppi futuri, questo avviene non appena leggiamo le prime dieci o venti righe. È questa la sfida e la missione di ogni incipit nella storia della letteratura. L’inizio è sempre una fase cruciale e delicata, è quel preciso momento in cui si decide di mettersi in discussione, di mescolare le carte in tavola per farsi largo nel mondo.

 

Il giovane Holden (The catcher in the rye nel titolo originale) è il romanzo più celebre di Jerome D. Salinger (1919-2010), uno scrittore americano eccezionalmente schivo (visse infatti buona parte della sua vita completamente ritirato, rifiutando gran parte dei contatti con il mondo), oggi considerato uno dei più importanti autori americani del ventesimo secolo. Il giovane Holden, pubblicato nel 1951 e tradotto in Italia per la prima volta nel 1961, è ormai un “long-seller”, cioè un libro che continua ad avere buone vendite malgrado il passare degli anni, ed è considerato un classico novecentesco della letteratura giovanile. Al suo interno vengano trattati temi come la solitudine, il cinismo, l’ipocrisia e la difficoltà di affrontare il mondo, che fanno ricondurre quest’opera al genere del “romanzo di formazione”.

La storia è ambientata negli Stati Uniti degli anni Cinquanta. Holden Caulfield è il narratore e al momento dei fatti raccontati ha sedici anni. La storia comincia un sabato: Holden è stato appena espulso dal college di Pencey perché ha sostenuto un numero insufficiente di esami e deve tornare a casa, a New York, il mercoledì successivo. L’incontro d’addio con Spencer, suo professore di storia che lo rimprovera per il suo atteggiamento immaturo, lo irrita profondamente, così come lo infastidiscono alcuni suoi compagni al dormitorio al punto che Holden arriva alle mani con uno di loro, Stradlater, che esce con Jane, una ragazza di cui Holden è molto geloso (più avanti nel romanzo racconterà come lui e la ragazza si sono incontrati). Il protagonista decide allora di recarsi in anticipo a New York, ma, invece di avvertire i genitori, si ferma all’Edmont Hotel alcuni giorni prima di tornare a casa. Nel treno che lo porta in città e, successivamente, in albergo fa svariati incontri (la madre di un compagno, un tassista scocciato, un travestito, una coppia di amanti dalle abitudini singolari) e ne manca altri, come quello con Faith Cavendish, un’ex spogliarellista.

 Il giovane Holden l’abbiamo letto a scuola ma sicuramente non ci ricordiamo l’inizio. È un peccato, perché questo incipit è davvero formidabile e gli incipit, si sa, mettono sempre in crisi chi deve scriverli e lui con questo semplice ma sagace escamotage mette le mani avanti, come a dire che se non ci racconta la storia come si deve non è perché non sa scrivere, ma semplicemente è che non ne ha voglia. 

J.D. Salinger parte di petto.

Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. Primo, quella roba mi secca, e secondo, ai miei genitori gli verrebbero un paio di infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro conto. Sono tremendamente suscettibili su queste cose, soprattutto mio padre. Carini e tutto quanto -chi lo nega – ma anche maledettamente suscettibili. 

Chapeau. 

 

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