Se il buongiorno si vede dal mattino, un buon libro lo si vede dal suo inizio. Siamo appena entrati in una libreria alla ricerca di una nuova lettura, migliaia di titoli affastellati sugli scaffali. Quale scegliere?

Ed ecco che una copertina dai colori sgargianti ha attirato la nostra attenzione, ci avviciniamo, prendiamo il libro, lo apriamo distrattamente. Il palmo della mano accarezza la carta ed ecco il nostro occhio cade sulle prime righe, sperando che bastino a dirci che, sì, quello è esattamente il libro di cui avevamo bisogno. Il titolo rimane comunque sempre un elemento esterno al testo vero e proprio mentre l’incipit ne è parte fondamentale e non appare solo come un segnale di riconoscimento generico di identificazione dell’opera, ma stabilisce subito un meccanismo di complesse attese. Poche parole a racchiudere un mondo o forse a lasciarne fuori infiniti altri possibili. È l’incipit un esplosione semantica che genera e avvia il cosmo romanzesco e ci consente di individuarne i caratteri, di intuire panorami e sviluppi futuri,  questo avviene non appena leggiamo le prime dieci o venti righe. È questa la sfida e la missione di ogni incipit nella storia della letteratura. L’inizio è sempre una fase cruciale e delicata, è quel preciso momento in cui si decide di mettersi in discussione, di mescolare le carte in tavola per farsi largo nel mondo. 

 

La bella estate,

pubblicata per la prima volta nel 1949 a Torino dalla casa editrice Einaudi nella collana “I supercoralli” che raggruppava tre romanzi brevi scritti in tempi diversi dell’autore: “La bella estate”, appunto, che risale al 1940, “Il diavolo sulle colline” del 1948, e “Tra donne sole” del 1949, un anno prima della morte per suicidio dell’autore. Proprio per il trittico “La bella estate” Pavese ricevette nel giugno del 1950 il Premio Strega.

Ed ecco lo straordinario e indimenticabile incipit dell’opera:

 

«A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e traversare la strada, per diventare come matte, e tutto era cosí bello, specialmente di notte, che tornando stanche morte speravano ancora che qualcosa succedesse, che scoppiasse un incendio, che in casa nascesse un bambino, e magari venisse giorno all’improvviso e tutta la gente uscisse in strada e si potesse continuare a camminare camminare fino ai prati e fin dietro le colline. – Siete sane, siete giovani, – dicevano, – siete ragazze, non avete pensieri, si capisce –. Eppure una di loro, quella Tina che era uscita zoppa dall’ospedale e in casa non aveva da mangiare, anche lei rideva per niente, e una sera, trottando dietro gli altri, si era fermata e si era messa a piangere perché dormire era una stupidaggine e rubava tempo all’allegria. Quando la sveglia suonò, lei non dormiva e pensava a tante cose, nel tepore del letto. Alla prima luce rimpianse che fosse ormai in inverno, e non si potesse più vedere i bei colori del sole».

 

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