Domenica saremo insieme, cinque, sei ore, troppo poco per parlare, abbastanza per tacere, per tenerci per mano, per guardarci negli occhi.
Franz Kafka – (Lettere a Milena)

Franz Kafka, autore di romanzi e racconti come “La metamorfosi”, “Il processo” e “Il castello”, è uno dei massimi interpreti del Novecento. Esponente del romanzo esistenzialista e del realismo magico europeo, i suoi libri racchiudono gli incubi e i dolori di una vita drammatica – L’approfondimento sull’opera e la vita del grande scrittore.

Il padre, un ebreo di lingua ceca di origine contadina arricchitosi con la sua attività di commerciante volle inserire il figlio negli ambienti tedeschi poiché gli ebrei tedeschi, cui apparteneva la madre, costituivano il ceto privilegiato per cultura e benessere economico.

L’opera di Franz Kafka, ha avuto un’influenza talmente profonda nella letteratura europea e mondiale da meritarsi un aggettivo in grado di riferirsi all’insieme delle tematiche sviscerate dai suoi libri più famosi. Un neologismo che possa identificarne l’assoluta unicità, la capacità di andare ben oltre la mera inserzione di elementi fantastici in una cornice quotidiana: “kafkiano”. L’elemento magico che ritroviamo quando leggiamo Kafka, infatti, deriva soprattutto da una commistione di elementi grotteschi e surreali, la materializzazione in termini quasi psicanalitici ed esistenzialisti di un incubo.

Franz Kafka nasce a Praga, il 3 luglio del 1883. È un ragazzino mingherlino e timido, il maggiore di sei figli, sottomesso all’autorità di un padre anaffettivo che non riesce a essere mitigata dalla madre, troppo debole per contrastare il marito. Dei risvolti psicologici – da manuale freudiano, potremmo azzardare – dell’infanzia e dell’adolescenza di Kafka, si ritrova eco in tutte le sue opere (e in particolare nella sofferta Lettera al padre scritta nel 1919): per questo motivo la sua storia famigliare è particolarmente importante per comprendere la sua carriera letteraria.

Nella maggior parte delle sue biografie, dimenticano di citare il fatto che i suoi ricoveri in case di cura e sanatori di vario tipo, erano iniziati già nel 1903 e si erano susseguiti con una certa regolarità fino al 1913 (per maggior precisione nel 1905, 1906, 1911, 1912, 1913), per interrompersi poi fino alla diagnosi (ufficiale) della sua malattia, avvenuta nell’estate del 1917.

Tubercolosi.

La letteratura è sempre stata per Franz Kafka un modo per sondare abissi dell’animo che altrimenti gli sarebbero rimasti oscuri. Gran parte della vita di Kafka possiamo ripercorrerla attraverso sue testimonianze dirette di tipo letterario-biografico (note di diario, lettere, aforismi, appunti). Costretto dal padre a seguire una carriera lontana dalla pratica umanistica, Kafka, nonostante sia iscritto a giurisprudenza, frequenta un circolo di giovani autori cechi, tra cui spicca Max Brod che diventerà suo caro amico ed esecutore testamentario. Kafka tuttavia, a differenza degli altri autori, non avverte la pubblicazione come una necessità e in vita darà alle stampe solo due raccolte di racconti, adeguandosi a un lavoro integrato nella società: l’assicuratore. Kafka ripropone nei suoi testi due elementi, che si intrecciano fino a stringere il protagonista in gangli da cui è impossibile fuggire, l’urgenza espressiva di un uomo irrisolto, eternamente soggiogato da un padre che non ha mai smesso di incutergli timore. Dalle sue opere sembra emergere una personalità notturna, oscura e tormentata, in contrasto con quanto affermato da Max Brod, che lo dipinge invece come una persona gentile e delicata, allegra e disposta alla battuta e allo scherzo. Era senz’altro un uomo sensibile, attento a quanto accadeva intorno a lui ma anche portato all’introspezione e alla speculazione filosofico-esistenziale. Da molte sue affermazioni sembrava soffrire di una sorta di privazione di identità culturale, dovuta – forse – al fatto di essere un ebreo “assimilato”, cioè inserito e integrato nella società occidentale e privo di radici nella tradizione ebraica. Da qui il suo interessamento per quella cultura e la frequentazione nel 1911-1912 di una compagnia di attori di teatro yiddish che si esibiva allora a Praga, tra cui l’attore Jizchak Löwy con cui strinse amicizia. Tormentato, o forse semplicemente indeciso, lo fu nella vita privata (sia nei rapporti sentimentali che in quelli con la famiglia, che non aveva mai compreso né approvato le sue aspirazioni letterarie).

Nella Metamorfosi, il più celebre racconto di Kafka pubblicato nel 1915, il protagonista Gregor Samsa, trasformatosi misteriosamente in scarafaggio, non può più sostenere economicamente la propria famiglia e, anzi, la sua condizione diventa un ulteriore peso.

Franz Kafka intrappolato in una morsa di una psiche indecifrabile, ha un rapporto difficile con l’altro sesso. Non riuscendo ad avere una situazione sentimentale definita, nonostante la sua vita venga attraversata da diverse donne. A disagio con il proprio corpo (emblematiche le riflessioni che affida a K., protagonista del romanzo Il castello, pubblicato postumo nel 1926) e con un ideale di vita borghese da cui rifugge con persistenza, Kafka, è assiduo frequentatore di bordelli e prostitute, pur provandone continua vergogna, e non riesce a dare una direzione ai suoi rapporti sentimentali. Il primo, quello con la dattilografa Felice Bauer, una berlinese conosciuta in casa di Max Brod con la quale si fidanzò a distanza e intrattenne per circa cinque anni una fittissima corrispondenza, ma nei cui confronti non sapeva prendere una decisione definitiva, finché ruppe il fidanzamento nel 1917. Ciò che colpisce nelle lettere che le inviò è che sembrano scritte soprattutto per se stesso, a scopo introspettivo o espressivo. Milena Jesenskà, donna sposata e sua traduttrice moglie infelice di Ernst Pollak, conosciuta nel 1920. Con lei, che viveva a Vienna, intrattenne un intenso scambio epistolare in cui Kafka riversa riflessioni intellettuali e esistenziali, ma i loro incontri furono molto sporadici. Dora Dymant (Diamant) fu tra queste la sola con cui ebbe una relazione vera e propria, convivendo con lei a Berlino e facendo progetti matrimoniali. Fu una relazione breve, interrotta dalla sua morte. Dora proveniva da una famiglia polacca di osservanza ebraica ortodossa, e si era allontanata dalla famiglia per sfuggire all’atmosfera opprimente che regnava in essa, trasferendosi da sola a Berlino. Qui aveva incontrato Kafka. Sembra che sia stato un grande amore nonostante la differenza d’età – Dora era ventenne, Kafka aveva il doppio dei suoi anni. Condivisero i difficili tempi della crisi economica tedesca e i mesi più duri della malattia di lui. Sembra che Dora non si sia mai rassegnata alla sua morte e che abbia vissuto il resto della sua vita all’ombra del suo ricordo. Ebbe una figlia da un uomo con cui troncò presto ogni relazione, cui diede nome Franziska Marianna e che crebbe come se fosse stata figlia di Kafka.

Nel 1919 fu fidanzato con Julie Wohryzek, ma il fidanzamento durò solo pochi mesi, ed ebbe un’amicizia piuttosto stretta con Grete Bloch, amica e intermediaria tra lui e Felice. Da questa relazione si dice fosse nato un figlio, fatto di cui Kafka non sarebbe mai venuto a conoscenza.

Kafka come interprete del Novecento Secondo Alessandro Piperno, l’opera di Franz Kafka riesce a essere al contempo la più autobiografica e la meno autobiografica di tutte. Questo perché i dilemmi dei personaggi di Kafka, da America, scritto intorno al 1914 e pubblicato nel 1927, a Un digiunatore, del 1922, sono in primis i drammi personali dello scrittore, la materializzazione della sua lotta con la vita e con l’Altro; ma sono anche i drammi dell’umanità, europea e novecentesca, prigioniera di padri che hanno trucidato i loro figli sulle trincee della Prima Guerra Mondiale.

La morte avvenne il 3 giugno del 1924 a causa di una tubercolosi laringea. All’amico Max Brod che lo assistette chiese di bruciare ogni suo scritto. Il processo, rimasto incompiuto fu pubblicato postumo dall’amico nel 1925. Nel Processo la burocrazia è un labirinto da cui è impossibile uscire, e sul protagonista, che si rapporta solo con inetti burattini il cui unico scopo e farlo affannare senza sosta, grava una colpa indistinta. La sensazione persistente è quella dell’incubo grottesco.

Ed ecco come inizia:

 

 

 

 

Gregor Samsa, destandosi un mattino da sogni agitati, si trovò trasformato nel suo letto in un enorme insetto immondo. Riposava sulla schiena, dura come una corazza, e sollevando un poco il capo scorse il suo ventre arcuato, bruno e diviso in tanti segmenti ricurvi, in cima a cui la coperta del letto, ormai prossima a scivolar giù tutta, si manteneva a fatica. Le gambe, numerose e sottili da far pietà rispetto alla sua normale corporatura, tremolavano senza tregua in un confuso luccichio dinnanzi ai suoi occhi.

Che cosa mi è capitato? pensò. Non era un sogno. La sua camera, una stanzetta di giuste proporzioni, soltanto po’ piccola, se ne stava tranquilla, fra le quattro ben note pareti. Sulla tavola un campionario disfatto di tessuti – Samsa era commesso viaggiatore – e sopra, appeso alla parete, un ritratto, ritagliato da lui – non era molto – da una rivista illustrata e messo dentro una bella cornice dorata: raffigurava una donna seduta, ma ben dritta sul busto, con un cappello e un boa di pelliccia; essa levava incontro a chi guardava un pesante manicotto, in cui scompariva tutto l’avambraccio.

Lo sguardo di Gregor si rivolse allora verso la finestra, e il cielo fosco (si sentivano le gocce di pioggia battere sullo zinco della finestra) lo immalinconì completamente. Che accadrebbe se io dormissi ancora un poco e dimenticassi ogni pazzia? Pensò; ma ciò era assolutamente impossibile, perché Gregor era abituato a dormire sulla destra, ma non poteva, nelle attuali condizioni, mettersi in quella posizione. Per quanto si gettasse con tutta la sua forza da quella parte, tornava sempre oscillando sul dorso: provò per cento volte, chiuse gli occhi per non vedere le sue zampinette dimenanti, e rinunciò solo quando cominciò a sentire al fianco un dolore sottile e sordo, ancora non mai provato.

O dio, pensava, che professione faticosa ho scelto! Ogni giorno su e giù in treno. L’affanno per gli affari è molto più intenso che in un vero e proprio ufficio, e v’è per giunta quella piaga del viaggiare, la preoccupazione per le coincidenze dei treni, la nutrizione irregolare e cattiva; le relazioni con gli uomini poi cambiano ad ogni momento, e non possono mai diventare durature né cordiali. Al diavolo ogni cosa! (…)

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