Moby Dick, l’epico romanzo di Melville, è una metafora delle nostre ossessioni quotidiane.

Della narrativa dell’Ottocento “Moby Dick” la balena più famosa della storia della letteratura, uno dei capolavori assoluti, epopea dell’uomo contro la natura – Achab contro la Balena Bianca – carica però anche di non pochi valori traslati. Uno di quei libri che sono dentro di noi. Melville racconta l’epico inseguimento a Moby Dick come se fosse l’Antico Testamento o un’opera shakespeariana (o un trattato di zoologia metafisica), ma senza esimersi da digressioni e descrizioni memorabili.

Ishmael, narratore e testimone, si imbarca sulla baleniera “Pequod“, il cui capitano è Achab. Il capitano ha giurato vendetta a Moby Dick, una immensa balena bianca che, in un viaggio precedente, gli aveva troncato una gamba. Inizia un inseguimento per i mari di tre quarti del mondo. Lunghe attese, discussioni, riflessioni filosofiche, accompagnano l’inseguimento. L’unico amico di Ishmael morirà prima della fine della vicenda. E’ Queequeg, un indiano che si era costruito una bara intarsiata con strani geroglifici. Moby Dick viene infine avvistata e arpionata. Trascinerà nell’abisso lo stesso Achab, crocefisso sul suo dorso dalle corde degli arpioni. Ishmael è l’unico che sopravvive, usando, come zattera, la bara di Queequeg.

Herman Melville nasce a New York l’1 agosto 1819 in una famiglia facoltosa, di origini scozzesi e olandesi. Il fallimento negli affari del padre lo costringe a lasciare la scuola all’età di 12 anni. Dopo aver lavorato per due anni come fattorino in una banca e altri due in un negozio di berretti di pelliccia a Albany, nel 1837 Melville prende in mano per alcuni mesi la fattoria di uno zio, a Pittsfield nel Massachusetts. Poi insegna in una scuola di campagna, frequenta dei corsi per diventare agrimensore e, in seguito alla crisi economica del 1837, rimane senza un lavoro. Ritornato a New York, nel 1839 parte su una nave diretta a Liverpool. E da questa esperienza trarrà spunto per scrivere Redburn, il suo quarto romanzo. Nel 1841 Melville si imbarca come marinaio sulla baleniera Acushnet, con la quale raggiunge i Mari del Sud. L’anno seguente abbandona la nave nelle Isole Marchesi e vive per alcune settimane con una tribù di cannibali che non hanno mai avuto contatti con i cosiddetti popoli civili. Raccolto da una nave australiana, finisce a Tahiti, dove esplora l’isola e ne studia la famosa flora e la fauna. Raggiunge Honolulu e si imbarca sulla fregata United States con la quale arriva a Boston il primo giorno d’agosto del 1844. Ha ormai 25 anni, ma è questa la data in cui Melville considera che abbia inizio la sua vera vita.

Moby Dick è un libro difficile, lungo, pieno di digressioni scientifiche, biologiche, teologiche e filosofiche, spiegazioni sulla caccia alla balena e sulla navigazione. Prima del celeberrimo incipit Chiamatemi Ismaele (Call me Ishmael nella versione originale) c’è un intero capitolo del romanzo in cui sono raccolte decine di citazioni sulle balene, dalla Bibbia a Shakespeare, dal Paradiso perduto a, ovviamente, il Leviatan di Hobbes, da Edmund Burke a Thomas Jefferson, fino ai canti marinareschi. Nell’introduzione all’edizione italiana del romanzo (pubblicata dopo diverse difficoltà solo nel 1932) Cesare Pavese, autore anche della traduzione, invita i lettori a non lasciarsi intimidire dalla sua mole, e ad affrontare il romanzo nella sua interezza, senza saltare nessuna parte.

 

 

Ed ecco come inizia:

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie funebri e di andare dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in strada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io cheto cheto mi metto in mare. Non c’è nulla di sorprendente in questo. Se soltanto lo sapessero, quasi tutti gli uomini nutrono, una volta o l’altra, ciascuno nella sua misura, su per giù gli stessi sentimenti che nutro io verso l’oceano.

Carica ulteriori articoli correlati
Carica altro Riccardo Alberto Quattrini
Carica altro Letteratura

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Controllate anche

L’UNIVERSO COME UN PANETTONE, si espande armonico.

”Il moto di espansione continua che via via allontana tra loro i corpi celesti è simile al…