Se il buongiorno si vede dal mattino, un buon libro lo si vede dal suo inizio. Siamo appena entrati in una libreria alla ricerca di una nuova lettura, migliaia di titoli affastellati sugli scaffali. Quale scegliere?

Ed ecco che una copertina dai colori sgargianti ha attirato la nostra attenzione, ci avviciniamo, prendiamo il libro, lo apriamo distrattamente. Il palmo della mano accarezza la carta ed ecco il nostro occhio cade sulle prime righe, sperando che bastino a dirci che, sì, quello è esattamente il libro di cui avevamo bisogno. Il titolo rimane comunque sempre un elemento esterno al testo vero e proprio mentre l’incipit ne è parte fondamentale e non appare solo come un segnale di riconoscimento generico di identificazione dell’opera, ma stabilisce subito un meccanismo di complesse attese. Poche parole a racchiudere un mondo o forse a lasciarne fuori infiniti altri possibili. È l’incipit un esplosione semantica che genera e avvia il cosmo romanzesco e ci consente di individuarne i caratteri, di intuire panorami e sviluppi futuri,  questo avviene non appena leggiamo le prime dieci o venti righe. È questa la sfida e la missione di ogni incipit nella storia della letteratura. L’inizio è sempre una fase cruciale e delicata, è quel preciso momento in cui si decide di mettersi in discussione, di mescolare le carte in tavola per farsi largo nel mondo.

«Puoi descrivere le peggiori infamie. Ma non in un modo che gli dia verità».

L.F. Céline

                           

«Viaggio al termine della notte»

 

 

 

 

 

Come il titolo stesso suggerisce, “Viaggio al termine della notte” è un cupo, nichilistico romanzo in cui si mescolano misantropia e cinismo. Un vero capolavoro, che porta uno dei titoli più belli della storia della letteratura. 

Louis-Ferdinand Céline esprime un pessimismo pressoché inconsolabile sulla natura umana, sulle istituzioni umane, sulla società e sulla vita in generale. “Céline ha lanciato una bomba contro l’edificio dell’umanità”, dissero di lui.

Questo che segue è l’incipit del romanzo:

È cominciata così. Io, avevo mai detto niente. Niente. È Arthur Ganate che mi ha fatto parlare. Arthur, uno studente, un fagiolo anche lui, un compagno. Ci troviamo dunque a Place Clichy. Era dopo pranzo. Vuol parlarmi. Lo ascolto. “Non restiamo fuori! mi dice lui. Torniamo dentro!”. Rientro con lui. Ecco. “‘Sta terrazza, attacca lui, va bene per le uova alla coque! Vieni di qua”. Allora, ci accorgiamo anche che non c’era nessuno per le strade, a causa del caldo; niente vetture, nulla. Quando fa molto freddo, lo stesso, non c’è nessuno per le strade; è lui, a quel che ricordo, che mi aveva detto in proposito: “Quelli di Parigi hanno sempre l’aria occupata, ma di fatto, vanno a passeggio da mattino a sera; prova ne è che quando non va bene per passeggiare, troppo freddo o troppo caldo, non li si vede più; son tutti dentro a prendersi il caffè con la crema e boccali di birra. È così! Il secolo della velocità! dicono loro. Dove mai? Grandi cambiamenti! ti raccontano loro. Che roba è? È cambiato niente, in verità. Continuano a stupirsi e basta. E nemmeno questo è nuovo per niente. Parole, e nemmeno tante, anche le parole che son cambiate! Due o tre di qui, di là, di quelle piccole…” Tutti fieri allora d’aver fatto risuonare queste utili verità, siamo rimasti là seduti, incantati, a guardare le dame del caffè”.

 

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2 Commenti

  1. Discord Login

    6 ottobre 2017 a 2:52

    I am regular reader, how are you everybody?
    This article posted at this web site is genuinely good.

    rispondere

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