Abbiamo scelto dieci passi, un po’ birichini, di dieci scrittori italiani. Dovrete attribuire a ogni brano, che, per comodità, abbiamo numerato, il suo giusto autore.

Diciamo subito che la sfida proposta non è facile. Ci sono autori che riconoscerete dalle prime righe. Altri che costituiranno, per voi, un’autentica sorpresa. Volutamente abbiamo mescolato scrittori noti per il loro alto tasso d’erotismo, e romanzieri che, con il sesso e le sue conseguenze, hanno bazzicato poco (ma quelle poche volte che lo hanno fatto hanno lasciato il segno). Pensiamo di non scandalizzare nessuno. In fondo siamo del parere che, forse, la frase più erotica della letteratura italiana resta la famosa “chiusa” di Alessandro Manzoni nel capitolo sulla Monaca di Monza: la sventurata rispose. Ed ecco i nomi degli autori da scoprire: Alberto Bevilacqua: Il curioso delle donne; Mino Milani: Le isole della paura; Gina Lagorio: Approssimato per difetto; Enzo Siciliano: Rosa pazza e disperata; Mario Soldati: La busta arancione; Alberto Moravia: L’uomo che guarda; Dario Ortolani:  Giocare con Sandra; Riccardo Bacchelli: Una passione coniugale; Carlo Castellaneta: Villa di delizia e Giorgio Montefoschi: Lo sguardo del cacciatore.

Leggete attentamente e… buona caccia all’autore.

 

1

In diversi momenti ho temuto di dissolvermi dentro quel ventre. Mi vedevo essicato come le testine d’indio che l’arte dello stregone rende non più grandi di una noce, e possono benissimo scomparire in un utero, con la facilità con cui, all’inverso, una testina di feto ne viene espulsa dalla pratica abortiva. Le vaginali pareti del crepaccio mi trascinavano in basso. Ero un rocciatore che, spezzatosi il moschettone, volato via il puntapiedi, oscilla sul baratro. Mi auguravo che almeno la corda reggesse.

2

Avevi avuto anche qualche linea  di febbre e dei dolori. Lo sai che  quando sei un poco ammalata (ammalata sul serio, Dio non voglia mai! Io lo prego d’una cosa sola: fammi morire, tardi se si può, ma prima di te, prima di te!), lo sai che quando sei indisposta, che qualche dolore ti morde o la febbre ti illanguidisce, io ti voglio bene con una tenerezza che diventa struggimento. E allora tu mi dici che sono un buon infermiere  e che ho le mani delicate, delle mani e un passo da emicrania. Bene, te ne ricordi alla fine di quella settimana come temevo nello spogliarti? E tu eri perduta come ancora non fosti stata mai, e ripetevi: Vai adagio, fai adagio. – Era l’idea fissa della tua testa quel giorno. Eri avara di quel desiderio che ci riempiva i nervi, ci torceva, ti faceva dire: Voglio spasimare di più. – Ti ricordi che ti levai la camicetta, ti slacciai la sottana: bottone dopo bottone; ti ricordi quando cominciai a tirare adagio, ma adagio!, i nastri; ti ricordi cosa fu il primo sfiorarti la pelle qua e là; io ti saprei ridire e rifare tutti i punti; ti ricordi com’eri crudele davanti ai nostri specchi; e quando ti scivolarono giù dalle spalle le bretelle della camicia, «mi avesti», come dici tu, soltanto a vederti, prima e senza che ti avessi toccata? Ti ricordi? E mi volevi tenere aperti gli occhi per forza, e mi alzavi la testa tenendoti lontana col corpo mentre io brancolavo ciecamente, e mi dicevi: Guardami, guardami, guardami! – Io credo che non avresti rimorso di farmi morire.

                        3

 Una sosta nel disegnare. Abbandonati i pennelli nella vaschetta. Rosa restò con il mento nella palma destra a fissare la quiete del lago, il grigio delle isole. «Un autunno, un inverno, sono passati da quando, dopo avermi lasciato dormire, mi sollevò una mano. Lo guardai a lungo mentre  era seduto, di nuovo nudo, sull’erba, al chiarore velato della luna. «Lo guardai ancora mentre raccoglieva i panni e si rivestiva con gesti misurati e precisi. Via via che la sua pelle spariva sotto il lino bianco, mi sentii straziare da un sentimento di addio. Allora gli chiesi di poterlo baciare dove i peli gli si infittivano, alle gambe, al sesso, come per una devozione, prima che tutto finisse. Lui si offrì e io affondai col viso dentro le sue cosce. Questa volta lo sentii riempire l’aria d’un grido lungo che si chiuse con un singhiozzo acre; – e acre fu il suo sapore.

4

«Vi faccio tanta paura?». 

«No. È solo che …». Non continuò; come in una ondata di calore, sentì Isabella che gli si faceva vicino; sentì contro la sua, una gamba di lei, forte; e poi, con un sussulto, una mano che gli si posava su di un ginocchio. Balbettò: «Isabella!» e adagiò l’avambraccio, cercando la sua bocca; fu un attimo, sentì la lingua calda di lei guizzargli sulle labbra; le affondò le mani nei capelli baciandola; e fu un bacio lungo e profondo; travolto e senza respiro, Jacopo prese poi a baciare le guance ardenti di lei, il suo collo cercandole il seno; ed ella balbettava, qualcosa, travolta come lui; aveva lasciato andare la testa  all’indietro, teso il corpo giovane in una sorta di arco, sul piccolo sedile della carrozza; Jacopo le fu sopra, Isabella alzò d’un tratto le braccia e le ginocchia, ed egli si trovò, così, quasi imprigionato tra le sue gambe. Mentre la baciava, spinse la mano nell’ampia gonna, fino a trovare la pelle morbida d’una coscia; Isabella cercò di divincolarsi, allora, dicendo: «Non così, Jacopo, non così», ma lui non poteva ascoltarla; l’aveva preso un’ebrezza cui sentiva di doversi abbandonare, un senso di rischio e di liberazione insieme; balbettò qualcosa, riprendendo a baciarla sul collo, e continuando a frugare con la mano, aprendosi un varco tra la seta leggera, fino a trovare il crespo del triangolo di peluria. Isabella gemette: «No, no!», e si rilasciò come arrendendosi; Jacopo trionfante cercò la sua bocca, sentendo le sue dita penetrare nell’intimo di lei; Isabella diede allora in un breve grido soffocato, si tese, gli afferrò la mano: «No, Jacopo!» disse tra i denti serrati.

5

 

” A questo punto si sente un rumore leggero come di piedi nudi sul tappeto. Poi la voce strascicata di Fausta esclama: «Ah,  quella lì! Ma io non sono buona a stare in quella posizione».

«Se sei stata buona per il fotografo lo puoi essere anche per me».

«Va bene ma se poi, caso mai, il signor Dodo viene, che figura ci faccio?».

«Sono le due, a quest’ora Dodo dorme. Su, prendi questo libro e vai a metterti nella poltrona».

«Io, per me, lo faccio, ma si ricordi che lo faccio soltanto per farle piacere».

«Si capisce, sei una buona ragazza. Lo fai per piacere a un povero infermo, si capisce».

Quest’ultima frase mio padre la pronunzia quando, quasi mio malgrado e come per completare con la vista quello che ho già intuito con l’udito, sto già con l’occhio alla fessura e guardo. Poiché la porta si trova in un angolo dello studio, ho una visione parziale della stanza. Non vedo mio padre né la metà del letto dalla parte del capezzale; vedo, invece, benissimo in fondo al letto, la poltrona nella quale Fausta si è or ora seduta. Sta alquanto riversa indietro col busto infagottato nel solito maglione rosso; dalla vita in giù è nuda. Inclina la testa contro la spalliera della poltrona e guarda a un libro  che tiene aperto in mano, poco al di sopra del ventre. Sotto il libro, in contrasto con l’attenzione casta e riflessiva propria della lettura, ostentato incongruamente come per attirare un altro genere di attenzione, il pube nereggia fra le cosce divaricate. Fausta è piccola; ha gambe magre; tanto più enorme appare il tosone nero che le ricopre il sesso e pare posticcio come se lei ci avesse applicato un pezzo di pelliccia di castoro o di orso.

6

  Scendemmo le scale in punta di piedi e come fummo sul prato  ci stringemmo fra le braccia fino a farci male. La notte era tiepida, buia, sembrava una di quelle notti d’estate quando il tempo è dolce e tutto è fermo in attesa della pioggia.

«Ti sa, Popo, stanote me so insogà co ti che fasevimo l’amor sul brìscolo». La Sandra tendeva la mano a indicare l’altalena, quasi avesse voluto cavarsi quel gusto. Era un solletico nuovo, un diversivo da tentare. Ma prima di sedere sul briscolo e di farla salire a cavalcioni sulle mie gambe, la obbligai a togliersi le mutandine. Un attimo dopo oscillavamo in quell’oscurità odorosa di bosco e di pioggia, nell’aria un po’ marcia, e lei si spingeva sopra di me e sotto di me ai due punti di arrivo dell’arco che tracciavamo dondolandoci. Sarebbe stata una cosa da fare nudi e in pieno sole perché riuscisse un gioco di primitivi, ma anche così, con qualche impaccio e in piena tenebra, ci dette un godimento acre e quasi tormentoso. La precarietà della situazione, infatti, c’impediva dal consumare in fretta la nostra porzione di voluttà, il movimento saliscendi mi sottraeva e mi restituiva il suo corpo e, alla fine, dovetti desistere dallo spingere l’altalena se volevo appropriarmelo. Continuavamo ad andare su e giù ma adesso, passando le braccia all’esterno delle corde in modo da restare assicurato, potevo trattenere la mammina con la forza necessaria allo scopo. E fu magnifico possedersi per aria, quasi fossimo attaccati a un pendolo e sotto di noi si aprisse una voragine.

7

” Intanto, nel gesto che aveva fatto per distendersi, l’accappatoio bianco si era aperto, scoprendole le gambe. Senza preoccuparsi di richiuderlo, Sandra si sollevò sul busto e, sempre con gli occhi socchiusi, ma con molta più decisione di prima, accostò le labbra alle sue e lo strinse. E, mentre lo stringeva, con una mano si sciolse la cintura, in modo che lui la potesse carezzare. Anzi, se lo sfilò l’accappatoio, e rimase con la sola camicia trasparente color verde mare. Solo che era praticamente nuda, perché in tutti questi movimenti, una spallina le era scesa da una parte e il lembo della camicia stessa le era salito fino a scoprirle tutte le gambe. Così, Leone, continuando a baciarla, la assecondò, aiutandola a togliersi anche quell’ultimo indumento e le calze. E le chiese: «Non hai freddo, senza niente?». Ma lei fece cenno di no con la testa. E, come se da tempo immemorabile sapesse già in che modo tutto doveva accadere, gli scivolò fra le gambe e, restando carponi gli sciolse i lacci delle scarpe, poi la cintura, poi il nodo della cravatta e i bottoni, fino a che anche lui non fu seminudo. «Io voglio stare sempre con te», gli diceva, coprendolo di piccoli baci, e reclinando la testa.

8

 «Ma, scusami, Adriana, non è mai stato difficile l’amore per te… hai avuto altre esperienze positive…».

«Sì, certo, sono una donna calda, se vuoi dire questo, arrivo a prendermi sempre il mio piacere. È una reazione naturale, sono costruita così, che sto bene con un uomo. Ma con lui non era il solito giochetto, che scatta secondo regole più o meno uguali: con lui era un perdersi… il paradiso… Parlo come nei fumetti, lo so, a era così, e lo era, penso, perché ne ero innamorata, centimetro di pelle per centimetro di pelle; innamorata della sua bocca, della sua voce, delle cose che mi diceva, di quello che pensava, di quello che faceva. Allora, se mi toccava, succedeva il finimondo».

9

 Sola con lei, a quell’ora della notte, con quell’ansito e il viso che smaniava di febbre, mi prese commozione: che per me, per causa mia si fosse ridotta in questo stato, e un sentimento di tenerezza e gratitudine mi spinse a carezzarla: scostai dalla fronte i cernecchi biondi e col fazzoletto le asciugai il sudore, poi sfiorai con un bacio le sue labbra di bambina. Non avevo avvertito i suoi passi: Luigi sulla soglia mi fissava allucinato, uno strano sorriso in volto, estatico, di chi ha visto un miracolo compiersi sotto i suoi occhi. In punta di piedi girò attorno al letto, sedette dall’altra parte, le rimboccò il lenzuolo sulle caviglie, sentivo il cuore martellarmi nel petto, Celestina era nuda dinnanzi a a noi. Con cautela, come si trasporta una bimba addormentata, le dischiuse le cosce per infilarvi il termometro. Allora, improvviso, l’incubo di un’altra notte mi fu in tutto il corpo. Allungai una mano verso il lenzuolo per ricoprirle il ventre, ma lui me la trattenne, adesso non temevo più ciò che avrebbe pronunciato, il suo delirio di parole: temevo solo me stessa, la promessa che mi ero fatta, e questo mi raddoppiava l’orgasmo, le mie dita cedevano nelle sue, liquefatte, fin quando strisciarono dove lui voleva, spegni almeno quella maledetta lampada, nel buio i nostri corpi si muovevano furtivi, la sua mano sostituì la mia, Celestina sobbalzò sgranando gli occhi. Ginocchioni sul letto mi chinai sul suo faccino, tutta la notte l’avrei allattata.

10

 Non mi aveva mai baciato così. ma rimanevo completamente freddo, insensibile. La sua bocca mi faceva l’effetto strano e mostruoso di una ventosa. Pesò contro di me, mi spinse, mi gettò sul letto. Continuava a piangere, e a baciarmi sempre con la stessa furia, e intanto diceva:

«Tu non mi hai capito mai! Tu non hai capito niente! Io ti amo, amore, ti amo e ti voglio… sei mio, sei il mio sposo, il mio marito!». E cercò con la mano il mio sesso, e poi si inginocchiò sempre più disperata, e cominciò a baciare quello. Adesso voleva offrirmi subito ciò che mi aveva sempre rifiutato.  

 

 

 

 

 

Ed ecco i nomi degli autori:

1 –  Alberto Bevilacqua: Il curioso delle donne (A. Mondadori)

2 –  Riccardo Bacchelli: Una passione coniugale (A. Mondadori)

3 –  Enzo Siciliano: Rosa pazza e disperata (Oscar Mondadori)

4 –  Mino Milani: Le isole della paura (A. Mondadori)

5 –  Alberto Moravia: L’uomo che guarda (Bompiani)

6 –  Dario Ortolani: Giocare con Sandra (Ceschina)

7 –  Giorgio Montefoschi: Lo sguardo del cacciatore (Rizzoli)

8 –  Gina Lagorio: Approssimato per difetto (Garzanti)

9 –  Carlo Castellaneta: Villa di delizia (Rizzoli)

10 – Mario Soldati: La busta arancione (A. Mondadori)

 

 

 

 

 

 

 

 

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