Joseph Roth, nel triste, interminabile epilogo della civiltà europea è autore imprescindibile in quanto testimone palpitante della nostra tragedia comune, l’immensa guerra civile della prima metà del Novecento, il cui esito fu la fine dell’Europa come centro del mondo…

Oggi siamo all’estinzione culturale, biologica ed al rifiuto aperto dell’intero passato comune. Altri presero il comando: gli Stati Uniti, con la barbarie ottimista del denaro che tanto disgustava Roth; l’Unione Sovietica con la triste, brutale razionalità collettivista, crollata per maggiore gloria del capitalismo. Morì a pochi giorni dell’inizio della seconda guerra mondiale, lasciando un messaggio che è molto più di semplice nostalgia del passato. Nella tradizione, suggerisce Roth, questa anticaglia che abbiamo gettato dal davanzale, era nascosto un tesoro. Perderlo è stata una delle nostre calamità. 

   Nostalgici di ciò che non abbiamo vissuto, guardiamo con rimpianto al patrimonio morale, civile, culturale che ci ha lasciato l’Impero, ma anche ai suoi detriti, il tramonto di una visione della vita che fu un grande modello di sviluppo. La città di Trieste, porto dell’Austria Ungheria, è in declino dal 1918. La sua crisi è drammatica da settant’anni, dopo la perdita dell’Istria e dei traffici mitteleuropei, il cui centro fu il grande porto con i giganteschi magazzini, l’ardita ferrovia del veneziano Carlo Ghega che collegò alla metà dell’Ottocento Vienna con il suo emporio marittimo. L’altra città italiana simbolo del declino è Venezia, austriaca suo malgrado dal 1797 al 1866, emblema di un passato pietrificato, ridotta a fondale turistico per masse sudate ed incolte, incapaci di cogliere il senso di tanta bellezza. Il destino assegnato all’Italia intera.

Tutto questo è racchiuso nel dramma di un evento, la fine degli imperi centrali, che la Marcia di Radetzky esprime nel disgusto del secondo barone Trotta per il presente caotico ed incomprensibile. Ad un personaggio del romanzo, il conte Chojnicki, Roth mise in bocca parole profetiche: “il mondo in cui valeva ancora la pena di vivere era condannato al tramonto. Quello destinato a succedergli non meritava più un solo abitante rispettabile. Non aveva dunque senso essere costanti in amore, sposarsi e magari generare discendenti.”  

Joseph Roth nel 1916 fece parte del cordone di soldati lungo il percorso del corteo funebre dell’imperatore Francesco Giuseppe, morto a 86 anni dopo ben 68 di regno. La morte del Kaiser diventa la metafora del tramonto dell’impero asburgico e la perdita dolorosa della Patria: un’Itaca smarrita a cui non si può più tornare. Significative sono le sue riflessioni sull’evento. «Lo choc derivante dalla consapevolezza che una giornata storica era appena trascorsa incontrò la tristezza conflittuale per il tramonto di una patria che aveva educato i suoi figli all’opposizione.» Sentimento di dolore quasi fisico, di cui ci sentiamo partecipi da italiani costretti a rimpiangere un’idea di nazione serbata nel cuore, un luogo dell’anima, più che la sua concretezza. Apolidi per scelta morale, persino estetica, abbiamo trasferito nel campo del mito e dell’utopia un ricordo dell’Italia che non c’è più, allo stesso modo di Roth. 

   Il nazismo avanzante gli fece pensare che solo la monarchia e la Chiesa cattolica avrebbero potuto animare la resistenza contro quella che chiamò “la peste bruna”, materialista, portatrice di una concezione zoologica dell’umanità. Tutto il contrario delle “vecchie province” nelle quali era dolce vivere.  Roth iniziò a rappresentare se stesso come ufficiale austriaco naturaliter cattolico, sostenendo con forza la causa perduta dei legittimisti, sino a tentare disperatamente di convincere l’ultimo cancelliere austriaco prima dell’annessione al Reich a dimettersi a favore di Otto d’Asburgo. Strana, ambigua figura, peraltro, quella dell’ultimo pretendente al trono imperiale, approdato nel secondo dopoguerra all’amicizia con il famigerato conte Coudenhove-Kalergi, il promotore dell’Unione Paneuropea e del piano di progressiva distruzione dei popoli europei. 

La Marcia di Radetzky trova compimento nel romanzo estremo di Roth, La Cripta dei Cappuccini, descrizione dell’inabissarsi di quel che resta dell’Austria Felix. Quel mondo è condannato alla rovina e alla dispersione, che Roth descrive con uno stile asciutto, duro, in qualche momento cruento. L’ultimo dei baroni Trotta è travolto dalla sconfitta bellica. Prigioniero in Russia, riesce a tornare nell’amata Vienna. Si accorge che la città non è più la stessa; intimamente ferito dai cambiamenti, straniero a se stesso nella città simbolo di tutto ciò per cui è vissuto, finisce per capitolare. Decide di mandare suo figlio in una scuola privata che gli potrà dare un’educazione più consona al mondo nuovo. Per lui, ultimo rifugio dell’anima resta la cripta dei cappuccini, dove è sepolto l’imperatore, emblema di un passato glorioso che non tornerà più. Balza agli occhi la similitudine con le classi dirigenti europee, estranee alla civiltà di cui sono figlie, i cui rampolli vengono istruiti nelle università americane, educati a principi e disvalori opposti al “mondo di ieri”. 

   L’opera postuma di Roth è La leggenda del santo bevitore. Nei bagliori di lucidità creativa di un uomo vinto dall’alcool, l’esule, una volta di più, ricorre ad una autobiografia coperta. Il protagonista, Andrea, è un ubriacone approdato a Parigi dall’Europa Orientale dopo l’assassinio del marito della sua amante. Una sera riceve 200 franchi da uno sconosciuto intenzionato a convertirsi al cristianesimo, colpito dall’esperienza spirituale di Santa Teresa di Lisieux. L’impegno è di restituire quella somma, perché, nonostante la sua vita raminga di bevitore senza tetto, è “un uomo di parola”, “cattivo, sbronzo, ma in gamba”. È la consapevolezza dignitosa di sé, il lascito di quell’origine, l’Impero disfatto, che ha impresso un marchio di decoro e civiltà nell’indifferenza del nuovo che avanza. Andrea-Roth, finalmente, può consegnare alla memoria della santa quei 200 franchi, ma si sente male e muore in chiesa. Le sue ultime parole sono “voglia Dio concedere a noi, a noi bevitori, una morte tanto lieve e bella”.

I personaggi di Roth, il bevitore e l’ultimo Trotta, finiscono per trovare pace unicamente nel luogo simbolo del mondo antico, la Chiesa. Espropriati della Patria, estranei ad una civilizzazione nemica, resta loro il sogno del Trono, la tenace realtà dell’Altare. A noi profughi, esuli di un tempo incomprensibile, hanno strappato anche l’ultimo rifugio, non la fede, la chiesa divenuta un’associazione caritatevole indifferente alla civiltà che ha forgiato. La musica della marcia di Radetzky è la colonna sonora degli ultimi di ieri, il canto del cigno di una scintillante Europa travolta nelle trincee, abbattuta da un vento impetuoso che proprio Vienna ha generato. La psicanalisi di Freud, la secessione viennese e la nuova architettura nemica della decorazione, l’economia liberista della scuola cui dette nome la città, la musica atonale che ha spazzato la grande lezione dei classici, e poi, a impero appena seppellito, il freddo positivismo logico del Circolo di Vienna. 

   Nella cripta dei cappuccini, insieme al corpo dell’ultimo Re e Imperatore, è sepolta l’Europa, non soltanto la Mitteleuropa. Rivive fugacemente qualche ora all’anno, il primo gennaio, al concerto nella sala barocca degli Amici della Musica di Vienna, tra stucchi, specchi, dorature e la degustazione della torta Sacher.  Non a caso, l’evento termina al suono gioioso e anacronistico della Marcia di Radetzky. Allegria di naufraghi o, con le parole di Joseph Roth, la rievocazione lieve e bella di una morte.

Dopo il bis, cala la tela.

 

  • JOSEPH ROTH E LA MARCIA DI RADETZKY – (parte prima).

    ”Una confessione: la suoneria dello smartphone dello scrivente è la musica della Marcia di…
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