Una lingua “morta” che però  continua a godere di ottima salute. Quante volte, nel parlare e nello scrivere, adoperiamo termini latini o di provenienza latina?

 Vae Victis

Guai ai vinti. Per secoli il 18 luglio fu ricordato come infausto, nel calendario romano. Infatti in quel giorno del 390 a.C. i romani avevano preso una batosta sul fiume Allia, affluente di sinistra del Tevere, per opera dei Galli dilaganti da nord, forti di una schiacciante superiorità numerica e del loro inusitato e feroce modo di combattere. Entrati in Roma, fatta in gran parte con case di legno, i nemici la diedero alle fiamme , e per salvarsi molti cittadini ripararono dentro il Campidoglio, che fu assediato per sette mesi. Alla fine si riscattarono mediante l’oro fatto venire dall’amica Marsiglia. Mentre si pesavano le mille libbre pattuite, i romani protestarono che i pesi erano falsificati: allora (come narra Livio Ab urbe condita), Brenno, duce dei Galli, pose sul piatto della bilancia anche la spada, esclamando Vae victis, vale a dire: nessun limite al diritto e alla prevaricazione dei vincitori. Ma proprio in quel momento arrivò in città l’esule Furio Camillo, nominato nel frattempo dittatore, che alla testa d’un manipolo piombò sui Galli intenti nelle operazioni della controversa pesatura, e gridando: «Non con l’oro, ma col ferro si salva la patria», liberò la città. La critica moderna considera questo finale da «arrivano i nostri» una patriottica versione fabbricata in epoca posteriore, per cancellare l’onta del riscatto.

 

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