L’ignoranza è andata al potere; nulla di strano se sale in cattedra…

Illustrazione di Roberto Mangosi

L’IGNORANZA AL POTERE


L’area metropolitana è la zona della città raggiunta dalla ferrovia sotterranea, la “metro”. Così pensa una giovane insegnante di sostegno appena assunta. Cercavamo di spiegarle come muoversi in città e nelle adiacenze, l’area metropolitana, appunto. E meno male che i docenti di scuola elementare, i mai troppo rimpianti “maestri”, devono ora essere muniti di laurea.

L’ignoranza è andata al potere; nulla di strano se sale in cattedra, spesso con l’unico obiettivo di accumulare punteggio per tornare presso casa. Sul livello imbarazzante di qualche ministro del recente passato si è ironizzato molto, ma perché prendersela con Gigino Di Maio o Danilo Toninelli, se è l’Italia intera a scendere con moto accelerato la scala della cultura? Loro – e tanti altri – sono il sintomo, non la malattia. L’Italia – nazione culturale per eccellenza – è agli ultimi posti per numero di laureati e diplomati e perde ogni anno decine di migliaia di giovani, i più preparati e volitivi.

Italia penultima in Europa per percentuale di laureati

Fuggono all’estero i “cervelli”, ma anche chi ha un mestiere, una capacità professionale o semplicemente voglia di impegnarsi. Proprio ciò che manca per diseducazione accanitamente perseguita da mezzo secolo. Contemporaneamente i partenti vengono sostituiti da immigrati di livello basso, buoni per lavori mediocri e per lo sfruttamento sistematico, oltreché per far scendere ulteriormente il mercato del lavoro.

Impressiona la povertà di linguaggio e l’assenza di ragionamento, l’uso di poche espressioni – sempre le stesse – tratte per lo più dal linguaggio televisivo e da quello – ancora più scarnificato – dei social media. Milioni di italiani sono analfabeti funzionali, ossia non in grado di comprendere discorsi, testi o ragionamenti di complessità media (una volta…). È accertata la diminuzione del quoziente di intelligenza che affligge l’Occidente da almeno vent’anni. Un eminente studioso di psicologia, Jonathan Haidt, ritiene che la data cruciale sia stata il 2010, l’anno dell’immissione sul mercato degli smartphone.  “Se sei un giovane che si è agganciato alle reti sociali dal 2010, il tuo cervello funziona diversamente dal mio”, conclude. Forse intendeva dire che funziona meno…

La lettura diminuisce drasticamente e le librerie, per evitare la chiusura, vendono i prodotti più vari: fate un giro e ve ne accorgerete. Inevitabilmente, il linguaggio declina sino al grugnito di massa infarcito di simil inglese (il globish). George Orwell intuì che “perdere” le parole significa smarrire temi, argomenti e non poter più descrivere se stessi. Mancano finanche le parole per opporsi a un sistema devastante. Ecco il punto: l’ignoranza è andata al potere –ai piani bassi e intermedi – per scelte precise di chi comanda davvero.

Non crollano soltanto la cultura “alta” e quella popolare. Pensiamo alla musica che impronta l’universo giovanile: siamo passati da Freddy Mercury, Jim Morrison, Bob Dylan, le grandi band di ieri – indipendentemente dal giudizio sulla vita dei protagonisti – al Rap e al Trap, ripetitivo e cantilenante. Oppure alle musiche tecnologiche – spesso baccano sguaiato – che alimentano eventi come i rave party. Risultato: sballo, droga, istupidimento di massa, scatenamento dell’istinto: il sabba post moderno. E non dite che è colpa dei giovani: il vuoto non lo hanno creato, lo hanno trovato.

Cala anche la memoria, la capacità di apprendimento. Nel regno della velocità e del “tempo reale” tutto deve accadere in fretta. Ma non c’è cultura senza impegno, costanza, dedizione, sforzo della memoria e dell’intelligenza. Inutile: ci sono Internet e lo smartphone. A che pro padroneggiare la matematica, conoscere la storia, o qualunque altra materia, se online, a portata di clic e con favorevoli piani tariffari, c’è tutto ciò che “serve”, nonché tutte le risposte preconfezionate, in forma di soluzione alle FAQ (Frequently asked questions, domande frequenti).

Ciò che “serve”: un altro inganno. La scuola non fornisce più cultura né educazione alla vita. Tutt’al più addestra ad alcune materie o abilità strumentali da spendere nella vita professionale, senza neppure conseguire l’obiettivo. La complessità ridotta a tutorial, istruzioni per l’uso.

Un’altra insegnante, nonostante mesi di notizie televisive, non è riuscita a indicare l’Ucraina su una carta geografica dell’Europa. Normale: la geografia “non serve”, come la storia e altre materie dette spregiativamente umanistiche. A che cosa serve la filosofia? Non c’è risposta poiché manca la capacità di comprenderla. Di più, è assente la volontà di ascolto. È la fondamentale differenza tra l’ignoranza di ieri – quella dei nostri padri e nonni – e la nostra: nel passato si sapeva di non sapere e si aveva l’umiltà di ascoltare e imparare. Oggi, l’istruita ignoranza (non di rado “masterizzata”, nel senso dei master, titoli che dovrebbero certificare alta cultura) è arrogante, superba, soddisfatta di sé.

Più le conoscenze sono settoriali, specialistiche, più chi le detiene ha l’atteggiamento di chi sa tutto, con il diritto di strologare, tranciare giudizi su ogni argomento, come si dice adesso “a trecentosessanta gradi”. È sufficiente leggere i commenti sulle reti sociali per rendersene conto. Predomina un linguaggio sconnesso, sgrammaticato, riduttivo, ma sempre assertivo, la certezza di una indimostrata superiorità.

Non erano così i nostri padri e viene da sorridere ricordando l’esortazione a studiare, imparare, cercare la compagnia di chi ne sa più di noi, a impegnarsi. Ma, ancora, a che “serve”?  Enormi sono le responsabilità politiche, specie a sinistra. Eppure Antonio Gramsci esigeva studio, impegno popolare. Palmiro Togliatti era uomo di fine cultura e Concetto Marchesi, latinista comunista, difendeva lo studio del latino e delle materie umanistiche.

Giulio Cesare in una caricatura

«“A che giova il latino? A più cose giova: se anche non giova direttamente a nessuna cosa la quale abbia una specifica utilità nella pratica dell’esistenza. Ma sulla base dell’utilità e della ricerca interessata si corre il rischio di impedire o di arrestare il processo dell’intima formazione individuale. Ci sono momenti in cui l’intelletto umano riceve il suo più alto nutrimento dalle cose inutili”.

Impedire o arrestare il processo della formazione individuale: missione compiuta, viene da commentare. Da allora, l’impegno dei sedicenti difensori del popolo è stato abbassare la cultura estendendo non l’istruzione, ma i diplomi e le lauree. In nome dell’uguaglianza si è abbassato il livello di tutti. Risultato? I ricchi stanno meglio di prima, poiché – pagando – possono permettersi cultura e conoscenza. Agli altri restano il “pezzo di carta” e la frustrazione. Diffondere ignoranza per proclamare uguaglianza è colpevole, criminale.

Non lo è di meno la visione mercantile, aziendale, di chi pensa che il sapere debba essere indirizzato esclusivamente a competenze strumentali. Un’idea miope o furbissima. Miope poiché condanna milioni di persone a conoscere solo un angolino minuscolo della cultura, furbissima perché il potere preferisce masse ignoranti: manipolabili, fungibili, incapaci di comprendere qual è il loro ruolo di anelli della catena, privati del pensiero e dunque di slancio oppositivo.

È la visione neoliberale alla Berlusconi, lo slogan vuoto delle tre I, Impresa, Inglese, Informatica. L’impresa è una struttura organizzativa, l’inglese rischia di essere un elemento di colonizzazione culturale, Internet è un potentissimo mezzo. Strumenti, solo strumenti, punte avanzate dello specialismo che impedisce l’interpretazione complessiva della realtà. Ne era consapevole Konrad Lorenz che ne Il declino dell’uomo prende atto che l’accrescimento del sapere collettivo supera le capacità cognitive dei singoli. La divisione del sapere e la conseguente specializzazione sono inevitabili. Tuttavia, costretto sin dalla prima giovinezza a scegliere un settore specializzato, l’uomo contemporaneo non ha più tempo ed energia per interessarsi d’altro. Tanto meno per ragionare.

Konrad Lorenz

Riflettere – averne il tempo, la capacità e gli strumenti – dovrebbe essere, per Lorenz, un diritto umano fondamentale. Vi è una rinuncia coatta – indotta – alla comprensione del mondo, frutto dell’azione congiunta dello specialismo e della dilagante ignoranza. Ciò induce ad accettare senza discutere e senza riflettere il giudizio altrui, soprattutto quello degli “esperti”, evitando di esprimere giudizi, approfondire, farsi un’idea personale e autonoma. L’ignorante istruito, avvolto nei suoi stracci alla moda, disprezza quanto ignora.

Non vi è altro esito che una società involgarita, ristretta, priva di visione, ossia di un progetto di vita e di futuro, inevitabilmente diretta da ignoranti, le cui “qualità” sono il cinismo, l’ambizione smodata, la smania di arricchimento e di successo. Attitudini non nuove, che prima erano accompagnate dalla qualità professionale e intellettuale. Insieme con l’egalitarismo più sciocco e ideologico, in Italia siamo anche afflitti dai cascami di varie anticulture. Da un lato, il ridicolo “uno vale uno” che innalza a ruoli di responsabilità autentici incapaci, e una mistica dell’uguaglianza che odia l’eccellenza sino a chiedere – lo fece un ministro di sinistra – ai giovani preparati di emigrare, privando la nazione di competenze e valore aggiunto.

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Dall’altro la retorica dell’uomo che si fa da sé e ottiene il successo (ossia la ricchezza materiale) senza la cultura e se ne vanta. Di qui il sospetto – se non l’aperto disprezzo – per la cultura e l’intellettualità di buona parte della destra politica. La miscela è esplosiva: siamo diventati selvaggi con telefonino in competizione perenne per ottenere il favore del padrone di turno, incapaci – per mancanza di esempi, criteri di giudizio, immaginazione – di pensare, non diciamo animare, organizzare e realizzare, qualsiasi idea alternativa all’esistente. Schiavi soddisfatti amministrati da un ceto dirigente peggiore dell’italiano medio; apertamente servili i più dotati, gli altri incapaci di capire o sospettare i meccanismi del potere di cui sono strumenti.

Spaventa che pochi avvertano la decadenza in atto. Nel caso italiano, il carattere nazionale, assai adattivo, utilizza le residue doti intellettuali, soprattutto l’astuzia egoistica, per coltivare il proprio orticello, il dannato “particulare” di cui parlava il Guicciardini(1) cinque secoli fa, con la penisola resa campo di battaglia delle potenze straniere gli italiani servitori di interessi altrui. Come oggi: occupati da ottant’anni, privati di sovranità, culturalmente ed economicamente colonizzati, usciti dalla storia, felici di esserci liberati dalle responsabilità.

È ciò che accade a chi rinuncia a se stesso. L’Italia è ridotta a cronaca e nessuno sembra interessato a ritessere i fili della civiltà nostra, che ignoriamo. In compenso siamo abilissimi nell’uso delle dita, che scorrono veloci le tastiere e gli schermi degli apparati elettronici. Nessuno di essi è prodotto da noi, eppure fummo gli inventori dei computer (Olivetti) e dei primi processori (Federico Faggin, (P:I.) naturalizzato americano).

Abbiamo accettato la sistematica cessione delle nostre eccellenze, non abbiamo una politica industriale; interi settori economici sono in mano straniera; la manifattura, che meravigliò il mondo quando ancora Italia, cultura, capacità, intelligenza erano sinonimi, è nelle condizioni che conosciamo. Colpa delle classi dirigenti, certo. Ma dov’era il popolo italiano, dove eravamo noi, incapaci di reagire per ignoranza, supponenza, pigrizia, colonizzazione interiore?

Anni fa, un esponente politico ci spiegava con amarezza la sua esperienza di consigliere comunale di Milano, la città motore economico e culturale d’Italia. In passato, tutti i partiti e tutte le culture esprimevano in municipio il meglio di se stesse; progressivamente, gli amministratori della “capitale morale” hanno abbassato il loro livello. Intellettuale e purtroppo etico. Nulla di stupefacente: ci rappresentano, sono lo specchio di quello che siamo diventati.

Si rimane senza fiato pensando a che cosa sarà questa penisola tra vent’anni: più povera, più conformista, più ignorante. Chi ha forza e volontà, se ne sarà andato senza ritorno e senza nostalgia. I nuovi arrivati, i sostituti di un popolo invecchiato e imbarbarito, sono mediamente di livello culturale e civile (si può ancora dire?) inferiore al nostro.

Che importa? Basta ca ce sta ‘o sole, ca nc’è rimasto ‘o mare. Basta che “io” abbia risolto i miei problemi. Uno vale uno, un popolo di istruiti ignoranti disabituato a pensare, che si esprime in un comico inglese di risulta (green pass, lockdown, ticket): gli eredi di Arlecchino servitore di più padroni, cuochi e camerieri, guardiani di musei, guide turistiche del parco tematico di una cultura morta. .. E L’ultimo chiuda la porta!

 

 

Roberto PECCHIOLI

Note (f.d.b.)

Francesco Guicciardini

(1) UNIVERSALE E “PARTICULARE”: LE CONCEZIONI OPPOSTE DI MACHIAVELLI E GUICCIARDINI

“È grande errore parlare delle cose del mondo indistintamente e assolutamente e, per dire così, per regola; perché quasi tutte hanno distinzione e eccezione per la varietà delle circustanze (…) “.[1] Questa, in sintesi, la visione della realtà di Francesco Guicciardini, scrittore, storico e politico italiano del XVI secolo, nato nel 1483 a Firenze. Egli sostiene nelle sue opere l’impossibilità di descrivere la realtà in pochi concetti generali e universali. Ogni aspetto del creato è infatti particolare, irripetibile, differente da tutti gli altri e per conoscerlo bisogna analizzarlo nella sua unicità, senza far riferimento ad epoche passate.

Guicciardini elimina così la possibilità di ricorrere alla storia e agli eventi passati per risolvere situazioni presenti perché essi differiranno certamente dai precedenti. Nei “Ricordi”, la sua più celebre opera, egli dirà che come gli asini non potranno mai imitare i cavalli, così i moderni non potranno mai imitare gli antichi.[2] Da queste osservazioni deriva la critica che lo scrittore fa nelle “Considerazioni intorno ai Discorsi del Machiavelli sulla prima Deca di Tito Livio” a Niccolò Machiavelli, nato anch’egli a Firenze quattordici anni prima, ritenendolo un utopista. Machiavelli fa propria l’antica massima “historia magistra vitae”. Egli crede che la natura umana sia immutabile e che si riscontrino quindi nel presente situazioni analoghe a quelle passate, da cui è possibile cogliere insegnamento. Questa sua concezione della realtà è espressa proprio nell’opera criticata da Guicciardini, “Discorsi sulla prima Deca di Tito Livio”, in cui Machiavelli analizza le vicende della repubblica romana alla luce dei primi dieci libri scritti dallo storico latino Tito Livio.

Dall’osservazione del passato deriva infatti il suo sostegno al regime repubblicano. Egli constatò che le città raggiungevano sempre il loro periodo di massimo splendore quando vivevano nella pura libertà, che viene intesa da Machiavelli come autogoverno.

Possiamo notare un certo contrasto anche in ciò che i due autori identificavano con la virtù. Essa, mentre è per Machiavelli la capacità di piegare in base alle proprie esigenze i rivolgimenti della Fortuna, vista come un fiume in piena da arginare prima che possa causare danni o, più crudelmente, come una donna che va picchiata (“batterla e urtarla”) per renderla arrendevole [3], è in Guicciardini l’esatto opposto: la discrezione. Egli crede nell’incapacità degli individui di modificare il corso degli eventi. Per questo motivo, non gli resta che affidarsi alla discrezione, la consapevolezza della complessità e irrazionalità del reale e la capacità di analizzare i singoli fatti nelle loro infinite sfumature, adattando ad esse il proprio comportamento. Quale rapporto esiste quindi tra antico e moderno? Si tratta di elementi strettamente collegati come affermato da Machiavelli, o essi sono invece privi di alcun nesso, come sosteneva Guicciardini?

Le riflessioni di questi autori restano dopo secoli ancora attuali e le domande che la loro discordanza ci pone restano ancorate alla sfera della soggettività.

Chiara Torrente

  • (1) Francesco Guicciardini, Ricordi, 6.
  • (2) Francesco Guicciardini, Ricordi, 110.
  • (3) Niccolò Machiavelli, Il Principe, cap. XXV.

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