L’importanza culturale del solstizio di inverno, il giorno più corto dell’anno 

LIMBO D’INVERNO: ALLA SCOPERTA DEI RITI

DI GENNAIO NELL’ANTICA ROMA

saturnalia

Gennaio è il mese in cui ci facciamo forza per continuare ad affrontare l’inverno, consapevoli del fatto che forse il peggio è passato. Non è una frase motivazionale, ma qualcosa di scritto nel nostro DNA da tempi antichissimi,

o almeno dalle fasi della nostra evoluzione in cui abbiamo iniziato a far caso alla ciclicità del moto astrale. Ancora prima che pressoché tutto il mondo si uniformasse all’attuale Capodanno, gennaio riuniva già in sé le caratteristiche di un momento di passaggio per chiunque dedicasse del tempo ad osservare il cielo. L’importanza culturale del solstizio di inverno, il giorno più corto dell’anno (per noi il 21 dicembre) ne è la traccia più evidente nelle culture dell’emisfero settentrionale: era da questo momento in avanti che con intensità differente si percepivano il costante allungamento delle giornate e l’accelerarsi dei ritmi della natura. A modo loro tutti ne tenevano conto: con le feste dei Saturnali (in cui i ruoli di servi e padroni si invertivano per ridicolizzare questi ultimi) i Romani scacciavano il timore che le divinità sotterranee, emerse proprio in occasione del solstizio, non sarebbero mai più tornate al loro posto; o a sua volta la grande famiglia celtica celebrava con la Yule il momento di passaggio da una fase all’altra di un ciclo continuo, quello della natura. E naturalmente il Natale cristiano per come lo conosciamo ha a sua volta assorbito i suoi elementi caratteristici da questo melting pot indoeuropeo, tra simboli e usanze, sovrapponendosi con la caduta dell’Impero d’Occidente alla festa tardoromana del Sol Invictus (non a caso anch’essa una celebrazione della rinascita del sole).

Ave, Caesar! Io, Saturnalia! Sir Lawrence Alma-Tadema – 1880 Akron Art Museum (United States) W/p.d.

Dopo i giorni cruciali del solstizio, le settimane di gennaio si sono riempite di migliaia di tradizioni che in tutta Europa (e non solo) prevedono il falò apotropaico di un fantoccio che rappresenti la stagione invernale morente – non è questa la sede per concentrarsi sul fatto che nella maggioranza dei casi a bruciare sia una figura femminile, elemento da tenere comunque in considerazione. Dalla Giöbia in Lombardia settentrionale e in Piemonte ai biikebrånen in Danimarca, le regioni dell’Europa Centrale e delle Isole Britanniche hanno ognuna il suo rogo dal nome particolarissimo con cui salutare l’inverno con un sospiro di sollievo. Il fuoco purifica e ricorda il calore del sole, quasi a volerlo richiamare tra noi, mentre la cenere che resta rende fertili i terreni. A questo proposito, dal grande calderone della spiritualità indoeuropea, in età romana prese una forma più nitida una figura femminile che in tutto il mondo pagano – con nomi diversi – volava sui campi spargendo cenere, sopravvissuta in Italia con il nome di befana.

La civiltà romana, di carattere profondamente agricolo fin dalle sue origini e dunque molto influenzata dai cicli della natura anche culturalmente, stabilì in Età Repubblicana che i consoli e molte altre cariche annuali, religiose o meno, cominciassero il loro mandato nei giorni successivi al solstizio di inverno e ai Saturnalia, alle calende di gennaio (oggi il primo giorno del mese). Si tracciava così il solco per il nostro Capodanno (anche se moltissimi calendari mantennero date differenti per il passaggio da un anno all’altro fino all’avanzata Età Moderna).

Nonostante per alcune autorità religiose l’inizio del nuovo anno rimanesse a marzo, gennaio aveva un’importanza simbolica davvero rilevante. D’altronde il mese di Ianuarius era dedicato a Giano, il dio bifronte protettore dei luoghi di passaggio fisici ed astratti; rappresentava i momenti cruciali, la “doppia faccia” di ogni scelta della vita, guardando contemporaneamente al passato e al futuro. Ogni 9 gennaio si sacrificava solennemente un ariete a Giano, nell’oscura festa degli Agonalia, la cui origine risaliva ai tempi leggendari della fondazione di Roma; come nelle altre due feste con lo stesso nome che si tenevano a metà primavera e all’inizio dell’inverno, lo scopo esplicito era propiziarsi la protezione dell’Urbe da parte di una divinità specifica.

Un’edicola destinata a larario in una domus di Ercolano (Herculaneum).W/p.d.

Nei giorni successivi alle calende si celebrava anche una famiglia ben precisa di Lares, divinità minori legate ad un luogo in particolare (ogni casa, ogni quartiere, ogni campo era tutelato da un Lare diverso): in questo caso i primi giorni di gennaio erano dedicati ai Lares Compitales, quelli che proteggevano gli incroci delle strade. Un’altra occasione per mettere al sicuro le scelte che sarebbero arrivate nell’anno agricolo che cominciava.

La religione dell’antica Roma aveva due aspetti: culti pubblici o statali e culti privati ​​o domestici (lares domestici e lares publici). Il culto dei cosiddetti dii familiaris o dei della famiglia si colloca nei culti domestici. Tra questi vi sono i lares loci, la cui funzione primaria era quella di occuparsi del territorio in cui si trovava la casa di famiglia. Tanto che prima che la proprietà privata fosse regolata dalla legge, erano le case ad avere il compito di impedire agli estranei di entrare in terre straniere minacciandoli di una malattia mortale. Alla fine, li comandidi una casa erano più legati al luogo di sepoltura e i lari domestici con la terra e la casa. Solo gli spiriti degli uomini buoni erano onorati come lares, e le donne non potevano diventare lares, ma erano bambini di età superiore ai 40 giorni. I lares domestici corrispondono, in un certo senso, ai greci ἥρως ἐπώνυμος o ὁ κατ ‘οἰκίαν ἥρως (spiriti degli eroi). Le case-famiglia erano inseparabili da una famiglia e quando cambiava indirizzo se ne andavano con loro. (f.d.b.)

Un antico romano lar W/p.d.

La festa dell’Amburbium è ancora più misteriosa a causa delle poche fonti a disposizione. Possiamo collocarla nella famiglia di riti cosiddetti di lustratio, cioè di purificazione dell’area all’interno di un certo perimetro, generalmente una città o un accampamento. In questo caso particolare la cerimonia prevedeva la tutela di Roma stessa; la data era intorno al nostro 11 gennaio, ma non siamo certi che si tenesse annualmente. Sicuro è che il rito venisse ripetuto nei momenti considerati cruciali per la difesa delle mura della città, ad esempio mentre un nemico si avvicinava. Questo implica che il valore simbolico del rituale che si teneva a inizio anno era tale da poter essere rinnovato anche in altri momenti: gennaio era il mese dal valore più propiziatorio per il futuro. L’Amburbium prevedeva di portare in solenne processione tre animali (una pecora, un maiale e un toro) intorno al perimetro delle mura di Roma, prima di sacrificarli.

sacrificio di un maiale, una pecora e un toro al dio Marte, rilievo dal pannello di un sarcofago. Marmo, opera d’arte romana, prima metà del I secolo d.C. W/p.d..jpeg
Nell’antica Roma, la Carmenlia è una festa religiosa celebrata l’11 e il 15 gennaio in onore della dea romana Carmenta

Subito dopo venivano i Carmentalia (11-15 del nostro gennaio), altro rito antichissimo dall’evidente evidente legame con le ancestrali Dee Madri: nella sua forma più standardizzata vi si celebrava la dea-ninfa Carmenta, protettrice del parto dalle capacità profetiche. Anche la sua natura era doppia, come quella di Giano, e assumeva le forme di Postvorta e Antevorta a seconda che fosse rivolta al futuro o al passato.

Carmentalia: l’ante diem tertium idus januarias: festa di Carmentis: questo è il nome, tratto da Carmen Inis, il canto magico, l’incantesimo, da cui il verso, di una ninfa profetessa invocata per favorire la nascita dei bambini. A lui sono associate altre due divinità: Porrima: rivolto in avanti, Postverta, rivolto all’indietro, a seconda della posizione del bambino durante il parto: piedi o testa in avanti. La festa si celebra nella cappella del Carmentis, che ha dato il nome alla porta Carmentalis, a SE del Campidoglio. Entriamo a piedi nudi per non introdurre cose morte come il cuoio. L’11 si celebra la dea degli oracoli, perché Carmentis è la dea delle evocazioni. (f.d.b.)

A chiudere questa carrellata non potevano che esserci delle celebrazioni dedicate esclusivamente ai raccolti: durante le Sementivae (24, 25 e 26 gennaio) i Romani chiedevano a Tellus e Cerere (divinità legate alla terra e alla fertilità) di proteggere e far crescere forti i semi che erano stati sparsi sui campi fino a quel momento. Alle dee erano sacrificate scrofe incinte e focacce rituali realizzate appositamente per l’occasione: ciò che era venuto dalla terra, le ritornava.

Paolo Farinati, Cerere, 1590 circa, affresco, Villa Nichesola-Conforti, Ponton di Sant’Ambrogio di Valpolicella (Verona) W/p.d.

Dunque, come il resto dell’anno romano, anche gennaio era scandito da festività situate in una zona grigia tra la celebrazione di aspetti laici della vita e ambiti puramente religiosi. Una dicotomia che per i contemporanei era impossibile da evidenziare a causa della coincidenza dei due elementi: l’amicizia delle divinità, spesso un rapporto addirittura intimo con loro, portava a benefici per la collettività intera, oltre al benessere della Capitale.

Gli antichi, dopo essersi assicurati che il sole fosse “rinato”, si premuravano di proteggersi e prepararsi a proseguire il ciclo, chi con più paura, chi con ottimismo. E ricordare la frequenza di tali celebrazioni, accostata alla loro uguale importanza, potrebbe forse aiutare anche noi a non confinare i buoni propositi solo nei primi giorni dell’anno.

Daniele Rizzi

 

 

Daniele Rizzi Nato nel ’96, bisognoso di sole, montagne, musei e drink dai nomi bizzarri. Specializzato in storia economica, sociale e culturale del Medioevo, interessato a un po’ troppe cose. Credo nel ruolo sociale dell’umanesimo e mi turba chi si prende sempre sul serio. Mi fermo sempre ad accarezzare i gatti per strada.

Fonte: Frammenti Rivista del 12 gennaio 2022

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