Filosofia, anima e spiritualità, un viaggio tra limite e trascendenza

L’IMMENSITÀ DI DIO E DEL NULLA

quando il desiderio d’infinito toglie il respiro
Redazione Inchiostronero

Che cosa accade all’anima quando si affaccia sull’idea di infinito? Quando prova a pensare Dio — o il Nulla — senza misura, senza forma, senza appiglio?
C’è un respiro che si allarga, ma anche un tremore che serra il petto. Questo saggio poetico attraversa il territorio sottile dove filosofia, spiritualità e percezione esistenziale si incontrano. A partire da immagini semplici e viscerali — come l’acqua che ci sostiene o ci inghiotte — si esplora il paradosso di un’umanità che aspira all’infinito ma che ha bisogno del limite per esistere. La figura di San Paolo, con la sua visione dell’uomo immerso in Dio come un pesce nel mare, guida una riflessione sulla vita come gestazione, sul corpo come soglia, sull’anima come spazio abitabile del divino. In dialogo con miti antichi, pensatori come Simone Weil e Massimo Cacciari, e un lessico spirituale che non esclude il dubbio, il testo diventa un cammino nell’interiorità. Un invito a riconoscere che forse, più che cercare Dio lontano, siamo già immersi in qualcosa che ci contiene. E che il limite, lungi dall’essere una prigione, è la forma che permette l’incontro.


Introduzione 

«Quando entriamo in acqua senza sapere nuotare ci prende una sottile angoscia.»

È un’immagine semplice, eppure universale. Il corpo sa che sta varcando una soglia. L’aria lascia spazio al liquido, la terra al vuoto. Anche chi sa nuotare, a volte, è colto da quella vertigine sottile: il fondo che non si sente, il silenzio che ci isola, l’orizzonte che si spalanca.

C’è qualcosa di simile quando l’anima si avvicina all’idea dell’infinito.

Da una parte, la nostra sete ci spinge verso l’illimitato: vogliamo perderci, sconfinare, dissolverci in qualcosa di più grande. Ma, dall’altra, appena intravediamo quell’assenza di contorni, ci prende il fiato. È il panico del pesce tratto fuori dall’acqua: ha cercato l’oltre, ma l’oltre non lo sostiene. «Ogni corpo ha dei limiti», diceva qualcuno. Ogni forma vitale ha bisogno del suo elemento, del suo margine, della sua misura.

E allora? Perché aspiriamo a ciò che ci sgomenta? Perché l’immensità, sia essa Dio o Nulla, ci attrae e ci spaventa allo stesso tempo?

«Noi viviamo, ci muoviamo e siamo in Lui»

scriveva San Paolo. Non un Dio lontano, ma un ambiente. Un mare spirituale in cui siamo immersi come i pesci nel loro fondale. Non lo vediamo, ma ne siamo avvolti. E forse, come il feto ignaro del ventre che lo custodisce, intuiamo che la nostra vita è soltanto l’inizio di un’altra vita più vasta. La morte — quel grande passaggio che ci fa paura — per alcuni è questo: nascita in un respiro più largo.

Ma se Dio è un mare, possiamo davvero distinguerci da Lui?
E se il Nulla è lo stesso infinito, ma senza volto, come possiamo non perderci?

È la mente a inventarsi limiti pur di restare lucida.

Il corpo e i suoi limiti – La necessità di un ambiente 

«Il pesce tratto fuori dalla sua acqua muore nell’aria.»

Non per mancanza di volontà, ma per inadeguatezza. Fuori dal suo elemento, anche il più agile degli esseri diventa inabile, estraneo a sé stesso. Ogni corpo ha un luogo in cui può respirare, un confine che lo sostiene, una forma che lo rende vivo.

Noi non siamo diversi. Abbiamo bisogno della gravità per non fluttuare, della pelle per non disperderci, dell’aria che ci circonda ma non vediamo. Viviamo in equilibrio tra ciò che ci contiene e ciò che ci limita. Il nostro respiro ha una frequenza, il cuore un ritmo, la mente una soglia. L’ambiente non è solo ciò che ci sta intorno: è parte integrante di ciò che siamo. Senza ambiente, non c’è corpo. Senza corpo, non c’è esperienza. Senza esperienza, nessun pensiero ha peso.

Il limite, dunque, non è nemico. È condizione. È il bordo che ci impedisce di dissolverci, il contenitore che permette alla nostra interiorità di affiorare.

«Ogni corpo ha dei limiti, è finito e presuppone un ambiente vitale.»

Il corpo è ciò che ci ancora al mondo e, al tempo stesso, ciò che ci separa da tutto il resto. Ma in quella separazione nasce il desiderio, la relazione, il riconoscimento.

C’è qualcosa di scandalosamente umile in tutto questo: non siamo autonomi. Non esistiamo senza ciò che ci accoglie. «Siamo fatti per abitare», verrebbe da dire, non per vagare nel vuoto. E ogni abitare implica un dentro e un fuori, un qui e un altrove.

Il grembo è l’ambiente originario, la prima caverna sacra. È lì che impariamo senza sapere. Il respiro dell’altro ci forma. Il battito dell’altro ci dà ritmo.
E dopo, tutta la vita non è forse una continua ricerca di un nuovo grembo, più ampio, più invisibile, in cui poter stare senza il timore di morire?

Anche Dio, forse, è questo: un ambiente. Un’intimità che ci avvolge, ci attraversa, ci sostiene senza farsi vedere. Non un altrove, ma una condizione vitale.

Quando immaginiamo l’assenza di limiti, spesso pensiamo alla libertà. Ma se il limite scompare, scompare anche il volto. Una goccia d’acqua, perduta nel mare, non è più se stessa. Una fiamma, priva di ossigeno, si spegne.
Persino l’amore, senza un io e un tu che si distinguono, evapora.

Essere finiti non significa essere mancanti. Significa essere capaci di relazione. Di sentire, toccare, scegliere. È il limite a rendere la vita concreta. Ed è l’ambiente che rende il limite abitabile.

L’infinito come aspirazione e minaccia

Siamo creature finite con il pensiero rivolto all’infinito.
In questo c’è già qualcosa di scandaloso e misterioso. Nessun animale, nessun oggetto, nessuna pietra sente nostalgia del senza-confini. Ma l’uomo sì. Da sempre.

L’infinito ci attrae come una vertigine: promette pienezza, senso, dissoluzione dell’angoscia. La fine delle domande. L’unità dopo la frammentazione. Lo sentiamo come un richiamo, un ritorno, un luogo perduto.

«Tu ci hai fatti per Te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te»

scrive Agostino. E in quelle parole si annida tutto il dramma: vogliamo l’infinito, ma esso ci inquieta. Vogliamo riposare, ma non sappiamo in quale forma.

Da lontano, l’infinito seduce. È come un orizzonte che si dilata a ogni passo. Ci invita a superare il noto, a spingerci oltre. È la promessa di una vita senza più barriere, dove ogni ferita sarà guarita dalla vastità. Una vita in cui non esistano più margini a contenere l’io, in cui si possa finalmente “essere tutto”.

Ma da vicino, l’infinito cambia volto.
Non è più promessa, ma abisso. Non più spazio di libertà, ma vuoto in cui ogni cosa perde nome. Chi sono, se non ho confini? Cosa amo, se non c’è più distanza tra me e l’altro?
L’infinito, nella sua nudità più spietata, può somigliare al Nulla.

Ecco il paradosso: desideriamo perderci, ma tremiamo al pensiero di non ritrovarci più. Vorremmo essere parte del Tutto, ma senza cessare di essere noi. Desideriamo un Dio infinito, ma lo vorremmo anche familiare, concreto, incarnato. Vogliamo l’eterno, ma nella forma di una carezza.

Nel mito, chi guarda il volto degli dèi muore. Chi si avvicina troppo al Sole brucia. Forse perché il divino, se spogliato di ogni forma, è troppo. Troppo vasto, troppo puro, troppo vero. Il nostro cuore, ancora impastato di terra, non regge l’impatto con ciò che non ha limiti.

Così, oscilliamo. Aspiriamo a ciò che ci disfa, e ci difendiamo da ciò che ci chiama.
Amiamo Dio e temiamo il vuoto, ma a volte i due sembrano confondersi.
Nel silenzio, nella contemplazione, nella notte — non sempre è chiaro se stiamo ascoltando una presenza o sprofondando in un’assenza.

Forse è questo che rende l’esperienza spirituale così potente e ambigua: l’infinito ci tocca, ma non si lascia afferrare. Si mostra solo a tratti, come un respiro nella nebbia, come un battito nel sonno.

E intanto continuiamo a cercare. A tendere verso ciò che non ha misura. Con la nostalgia di chi sa che una parte di sé appartiene a un luogo che non ha coordinate.

Simboli e immagine naturale

Forse proprio per questo i miti ci parlano ancora: mettono in scena la nostra sete d’infinito e il prezzo che comporta.

Ulisse non è mai sazio di porti, di parole, di orizzonti. È l’uomo che preferisce l’ignoto al conosciuto, l’erranza al riposo. Ma il suo viaggio, pur glorioso, è costellato di naufragi, abbandoni, perdite. Ogni approdo ha il sapore del transitorio. Ogni terra promessa ha qualcosa che non basta.

Icaro invece brucia. Sale troppo in alto, spinto non da saggezza ma da euforia. Le sue ali non reggono il sole. L’infinito che cercava gli si fa sentenza.
Eppure, ancora oggi, quando guardiamo il cielo limpido, sentiamo la sua chiamata.

Così siamo noi. Tra la rotta ostinata di Ulisse e l’ardore verticale di Icaro. Camminiamo sul crinale, cercando una vastità che non ci annienti. Desideriamo un Dio che sia immensità, ma anche riparo. Che sia fuoco, ma non incendio.

Come un lago di montagna al mattino, che riflette il cielo senza confondervisi. L’acqua ferma, il silenzio pieno. La vastità è tutta lì, racchiusa in un margine. Eppure non smette di parlare dell’infinito.

San Paolo: Dio come ambiente – Vita dentro la vita

Non c’è solo il pensiero umano che cerca l’infinito. C’è anche una parola antica che ci suggerisce che forse, quell’infinito, ci abita già. San Paolo, nelle sue lettere, osa un’immagine che scardina ogni dualismo tra Dio e creatura:

«In Lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo.»

Non Dio come idea, o come presenza remota. Ma ambiente. Mare spirituale in cui siamo immersi. Aria invisibile che ci sostiene, anche quando non la pensiamo. Un dentro che è anche un tutto. Una vastità non da raggiungere, ma da riconoscere.
Come il feto non sa ancora il nome del grembo, ma da esso riceve tutto ciò che lo forma.

È un rovesciamento radicale: non siamo noi a cercare Dio nel mondo, è il mondo che si muove in Dio.
Non siamo pellegrini in cerca del divino, siamo corpi immersi in una realtà più grande, che ci precede e ci custodisce. Solo che, spesso, non ce ne accorgiamo.

«Vita dentro la vita», diceva Paolo. La nostra esistenza, allora, non è il culmine: è gestazione. Movimento embrionale dentro un’esistenza più ampia, ancora da nascere.

Anche la morte cambia volto, se vista così. Non più fine, ma parto. Non interruzione, ma transizione. È l’ultima soglia, l’ultimo limite da attraversare per entrare finalmente nell’ambiente a cui, forse, abbiamo sempre teso.
Ecco perché, nella teologia cristiana, si può parlare della morte come di una nascita al cielo. Una nascita al contrario, che non apre gli occhi alla luce terrena, ma alla luce che non ha tramonto.

Ma se tutto questo è vero — se davvero Dio è l’ambiente in cui siamo immersi — allora anche l’angoscia del limite può essere trasfigurata.
Il limite non è più una prigione, ma un velo sottile. Un diaframma tra una vita e l’altra. Tra una forma e una vastità. Tra il nome e il mistero che lo genera.

Come se stessimo nuotando dentro un mare che, da sempre, ci sostiene. Ma solo talvolta, nella quiete, ne sentiamo la presenza. E in quel momento non siamo più soli.
Il cuore si espande. L’io tace. E qualcosa, nel profondo, sussurra:

«Tu sei già dentro. Respira.»

Immanenza e scetticismo

Ma proprio questa visione — Dio come ambiente, Dio come immanenza — è oggi la più difficile da accogliere.
Viviamo immersi in una cultura che ci ha insegnato a vedere solo ciò che è separabile, misurabile, verificabile. Il reale è ciò che si distingue. La verità, ciò che si dimostra. Il divino, se esiste, è altrove.

Lo scetticismo non è solo una posizione intellettuale: è un istinto contemporaneo. Ci protegge dalla delusione, ma al tempo stesso ci priva del respiro più profondo.

«Se non lo vedo, non c’è» — diciamo.

Ma anche l’aria è invisibile, eppure senza di essa moriamo. Anche il grembo è nascosto, eppure lì si forma la vita.

L’idea che Dio non sia un oggetto da cercare, ma un’atmosfera da riconoscere, è rivoluzionaria. E delicata. Perché non si impone, non si prova. Si intuisce, si riceve. È un sapere che passa attraverso il silenzio, la meraviglia, la resa.

Lo scettico chiede distanza. L’immanenza propone prossimità. Ma una prossimità così profonda da essere spesso inosservata.
Come l’acqua per il pesce: non la vede, non la pensa, ma ne vive.

Forse è proprio questo il motivo per cui molti oggi non riescono più a “credere”. Non perché manchi la sete, ma perché manca la grammatica per riconoscere l’acqua.
Nel tentativo di cercare Dio “là fuori”, abbiamo dimenticato come stare “qui dentro”.
Eppure — se davvero, come scrive Paolo, «in Lui viviamo» — non c’è bisogno di alzare lo sguardo. Basta stare, ascoltare, accorgersi.

La sfida allora non è credere in qualcosa di lontano, ma percepire ciò che ci contiene. È un atto di fiducia, ma anche di attenzione.
Come quando, dopo ore di vento, sentiamo che l’aria è cambiata. Non c’è nulla da toccare, eppure tutto è diverso.

L’immanenza non urla. Respira.

Paolo, l’anima e gli altri pensatori

In San Paolo, la parola “anima” non è mai usata in senso moderno, come qualcosa di opposto al corpo o come entità separabile.
La sua visione è unitaria e dinamica: l’essere umano è un nodo vivo tra sōma (corpo), psychē (anima) e pneuma (spirito).
Il corpo non è carcere. L’anima non è rifugio. Lo spirito non è evasione. Sono aspetti interdipendenti, intrecciati come le corde di una lira.

La vera distinzione, per Paolo, non è tra corpo e anima, ma tra vita secondo la carne (cioè l’io chiuso, autonomo, autoreferenziale) e vita secondo lo Spirito (l’io aperto, attraversato, offerto).
L’anima è, potremmo dire, il luogo interiore in cui si decide a quale vita vogliamo appartenere.
Non è dominio dell’introspezione, ma campo di battaglia spirituale.

In questo, Paolo anticipa e ispira Agostino, che dopo di lui farà dell’anima la sede della memoria di Dio:

«Troppo tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova… Tu eri dentro di me, e io fuori a cercarti», scrive.

L’anima diventa allora non rifugio dal mondo, ma eco dell’immanenza divina.

Anche Origene, in epoca ancora vicina, riprenderà il tema: l’anima è in cammino, ma il cammino è sempre già dentro. Ogni movimento verso Dio è un ritorno all’interiorità. Una risalita a ritroso.
Simone Weil — molto più tardi — ripeterà lo stesso gesto con parole essenziali:
«L’anima ha bisogno di spazio interiore. E lo spazio interiore è fatto di silenzio e attenzione.»
Una modernissima lettura della mistica paolina.

Più radicale, nel Novecento, sarà Dietrich Bonhoeffer, che nei suoi scritti dal carcere parlerà di una fede «non religiosa», capace di percepire Dio non come tappabuchi, ma come presenza silenziosa al centro dell’esistenza secolare.
Non più un Dio “oltre”, ma nel profondo. Nella realtà. Nell’umano.

In tutti questi, si conserva e si trasforma la stessa intuizione paolina: Dio non è l’oggetto della nostra ricerca, ma la realtà che ci precede, ci abbraccia, ci chiama.
L’anima non è altro che l’orecchio che sa ascoltare quella voce — o almeno ne sente la nostalgia.

Nel mondo di oggi, dove l’interiorità è spesso sommersa dal rumore e dal controllo, parlare di anima in questo modo — come soglia, come spazio d’ascolto, come eco dell’invisibile — è un atto quasi sovversivo.
E Paolo, da persecutore trasformato in profeta, ci insegna proprio questo: che l’anima può cambiare direzione, ma non può mai smettere di desiderare.

L’anima come spazio del respiro divino

(Una riflessione teologica, simbolica e poetica sul concetto di anima nel pensiero cristiano e post-cristiano)

L’anima non è una parte. Non è una sostanza segreta nascosta nel corpo. Non è nemmeno il contrario della carne.
L’anima — nel linguaggio dei Padri, di Paolo, dei mistici e di certi pensatori moderni — è un luogo.
Un luogo che non ha coordinate spaziali, ma orientamento.
Non “dove” è l’anima, ma verso chi si apre. A chi risponde. Quale respiro lascia entrare.

Nel linguaggio biblico, l’anima (nephesh, psychē) è soffio, respiro, vibrazione di vita.
È ciò che accade quando il fango prende fiato.

«Il Signore Dio soffiò nelle sue narici un alito di vita, e l’uomo divenne un’anima vivente» (Genesi 2,7).

Non un’anima con un corpo, ma un’anima vivente: vita intera, corpo-spirito-respiro.

San Paolo eredita e rielabora questa visione. L’anima è ciò che riceve lo Spirito.
Ma attenzione: non è qualcosa che si possiede, è qualcosa che ci succede.
L’anima si spalanca o si chiude. È membrana, soglia, apertura.
Può diventare spazio d’incontro, oppure cassa di risonanza del vuoto.

Per Agostino, l’anima è la sede della memoria. Ma non la memoria psicologica: la memoria come spazio in cui Dio può essere ricordato anche prima di essere conosciuto.

«Tu eri dentro di me, e io fuori, e là ti cercavo…»

L’anima è ciò che sa di Dio, anche quando la mente lo nega.

Simone Weil dirà che «l’anima ha bisogno di silenzio come il corpo di ossigeno».
E in questa frase si compie lo scarto post-cristiano: Dio non è scomparso, ma è dislocato.
È presente nella fame di senso, nella sete di giustizia, nella vulnerabilità, nell’attenzione.
L’anima — anche per chi non crede — è ciò che non si rassegna all’assenza. È ciò che rimane in attesa.

Nel pensiero contemporaneo, l’anima ha cambiato forma, ma non ha smesso di pulsare.
Non è più metafisica: è etica, poetica, mistica laica.
È la parte dell’essere umano che resiste alla riduzione a funzione, a numero, a prestazione.
È lo spazio in cui si sente che la vita ha valore anche quando non serve.
Che esistere è più che vivere.

L’anima, forse, è proprio questo: il punto più umano in cui il divino può ancora respirare.
Non la prova di Dio, ma la sua nostalgia.
Non la risposta, ma il luogo della domanda.

In un tempo che ama l’efficienza, parlare di anima è un atto lento, controcorrente.
È dire che non tutto si può possedere. Che esiste un dentro che non è spiegabile, ma è esperibile.
Che dentro di noi c’è uno spazio che chiede solo di essere abitato — senza rumore, senza fretta, senza paura.

Forse Dio, se esiste, non ci guarda da fuori. Ma ci respira da dentro.

Massimo Cacciari, filosofo inquieto e mai pacificato, ha spesso parlato dell’anima come di una tensione tra finito e infinito, mai risolta. Per lui l’anima è luogo dell’attesa, ma anche della lacerazione.
Non possiede certezze, ma abita il mistero.

«La mistica autentica è il luogo in cui il pensiero tace senza arrendersi», scrive.

In questa prospettiva, l’anima non è consolazione, ma domanda incessante.
Una ferita aperta che impedisce all’uomo di chiudersi nel già detto, nel già pensato, nel già creduto.

Cacciari sfugge ai dogmi, ma resta avvolto da ciò che lui stesso chiama la potenza del negativo: un Dio che si sottrae, un’assenza che pesa più di qualunque presenza.
E proprio lì, in quella mancanza, l’anima diventa viva.
Non perché abbia trovato qualcosa, ma perché non può più fingere di non cercare.

Il limite come condizione della relazione

Siamo abituati a pensare il limite come una perdita. Una sottrazione.
Un muro che ci separa dal possibile. Una ferita imposta alla libertà.
Ma forse, più profondamente, il limite è ciò che permette l’incontro.
Senza contorni, nulla può essere visto. Senza distanza, nulla può essere toccato.
Senza l’alterità, non c’è amore.

Una superficie liscia, infinita, senza rughe né margini: può anche essere pura, ma è sterile.
Solo ciò che è finito può desiderare. Solo ciò che ha un volto può farsi guardare.

Il limite dà forma. E la forma è la condizione per la bellezza.
Un volto amato non è infinito: ha rughe, linee, confini. Ma proprio per questo lo riconosciamo, lo ricordiamo, lo desideriamo.
Il volto è la sintesi perfetta tra finitudine e rivelazione.

Nella tradizione biblica, il limite non è mai solo castigo: è anche linguaggio.
Dio pone limiti per dialogare. Per chiamare. Perché ciò che non è delimitato, non può nemmeno essere nominato.
Persino il Nome di Dio, nella Bibbia, è un confine sacro: non si pronuncia, non si possiede. Ma proprio questo lo rende vivo.

L’amore stesso è un gioco di limiti.
Io non posso essere tutto per l’altro. E l’altro non può dissolversi in me.
L’amore matura solo se ciascuno rimane se stesso eppure si apre all’altro.
Troppa distanza: l’indifferenza. Troppa fusione: l’annullamento.
Nel mezzo, una soglia fragile — il luogo sacro della relazione.

Anche Dio, nella tradizione cristiana, non si impone. Sta al limite. Bussa. Attende.
È l’infinitamente altro che accetta di restare di fronte.
L’incarnazione stessa è una auto-limitazione divina: l’infinito che accetta la carne, il tempo, la morte.
Un Dio che sceglie di avere un volto, un corpo, una voce.
Perché solo ciò che ha forma può essere abbracciato.

Il limite, allora, non è l’opposto della comunione, ma la sua condizione più profonda.
Senza limite, nessun tu.
Senza tu, nessun io.

Il senso della Misura – Eco filosofica del limite

I Greci lo chiamavano sophrosyne — temperanza, equilibrio, misura.
Ma non era moderazione piatta: era un sapere del corpo e dell’anima.
Era sapere fin dove andare. E dove fermarsi.
Era il modo umano di abitare l’infinito senza volerlo possedere.

Per Platone, la misura è l’armonia tra le parti dell’anima.
Per Aristotele, è la virtù del giusto mezzo.
Per i Pitagorici, è la legge segreta dell’universo, che fa danzare i numeri e le stelle.

Anche nel pensiero cristiano, la misura non è mancanza, ma via.
Cristo stesso si fa “misura divina fatta carne”: il Logos che si autolimita per amore.
E nella mistica, la misura non è opposta al mistero, ma lo prepara.
L’anima, per poter accogliere il divino, deve essere “misurata” come una coppa: non traboccante, non vuota, ma aperta nella giusta forma.

Simone Weil scriverà:

«Dio non si dà a chi lo desidera con troppa avidità. Il vuoto è la sua misura.»

E in fondo, anche noi, in questo post, abbiamo danzato intorno a questa idea:
che il limite non sia nemico,
che l’infinito non vada conquistato,
che l’anima cresca nella misura giusta per amare.

Conclusione – Una domanda aperta

Abbiamo parlato di Dio e del Nulla. Di acqua e di aria. Di grembi e orizzonti.
Abbiamo detto che l’infinito ci attira, ma ci toglie il respiro.
Che l’anima non è un possesso, ma un’apertura.
Che il limite non è la fine, ma l’inizio della relazione.

E allora, forse, la vera domanda non è se Dio esiste, né se il Nulla ci attende.
La domanda è più sottile, più intima. E forse anche più urgente:

Siamo disposti ad abitare il limite — non come prigione, ma come soglia?
Siamo capaci di restare lì, dove non si vede ancora il fondo ma qualcosa, in noi, comincia a respirare?

E se davvero fossimo già immersi in un respiro più grande…
ci lasceremmo portare?

“Come l’acqua nel respiro”

Forse non dobbiamo comprendere tutto.
Forse basta rimanere.
Come il feto nel grembo, che ignora il volto della madre
ma riconosce il battito.
Come il pesce che non vede l’acqua,
eppure ci nuota dentro, da sempre.

Così anche noi — immersi in un respiro più vasto.
Un Dio che non si mostra, ma sostiene.
Un Nulla che non è assenza, ma attesa.

Siamo fatti di confini,
eppure qualcosa in noi
non vuole finire.

Allora restiamo qui.
Sulla soglia.
Con il cuore rivolto all’invisibile,
e il corpo che ancora trema,
ma resta.

Come acqua che non sa
di essere già
nel respiro.

Non è necessario credere per sentire.
Basta lasciarsi toccare da ciò che eccede la misura.
A volte, è proprio nell’assenza di risposta
che si apre lo spazio per un altro tipo di verità.
Una che non si spiega.
Ma si abita.

La Redazione

 

 

 

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