Quest’oggi, la Filosofia non ha alcun valore

William Waterhouse – Dolce Far Niente (1880)

L’INUTILITÀ DELLA FILOSOFIA

Si è soliti sottrarre valore alla disciplina filosofica in quanto inutile, come se questa sua riconosciuta inutilità, figlia di una morale capitalistica, potesse intaccare la sua ben presente e riconoscibile potenza culturale. Mai come nell’era attuale si pone, forte e chiara, una domanda; una questione esistenziale di fondamentale importanza per tutti i filosofi: perché filosofare?


Quest’oggi, la Filosofia non ha alcun valore.

Sul mercato del lavoro, un titolo di laurea in filosofia è considerato alla stregua di un foglio di carta straccia, tanto che i profili laureati in questa materia sono di fatto equiparati ai profili non laureati (anzi, peggio ancora, vengono reputati addirittura inferiori ai diplomati, in quanto questi ultimi, non essendo qualificati, non hanno nulla da chiedere o da pretendere, mentre un laureato potrebbe osare ambire a posizioni appaganti, se non di rilievo, cosa del tutto inaccettabile per i datori di lavoro), in una triste sorte che, in generale, accomuna tutte le materie e le scienze umanistiche. Per accedere ai principali concorsi ed alle offerte di lavoro migliori, un titolo di studio in filosofia non è mai concepito né tra i requisiti da possedere, né tra le qualifiche possibili nella ricerca dei candidati. In tal senso, la filosofia qui non solo non ha valore in sé, ma è come se non esistesse affatto come disciplina: non appare tanto bistrattata – se vogliamo, anche lo svilire è in certo qual modo un considerare, seppure un considerare di basso rango – quanto piuttosto neppure pensata; al pari, non si penserebbe mai a una dottrina di fantasia o a una superstizione quale può essere, ad esempio, la magia.

Alla televisione pubblica e privata, solitamente i filosofi vengono invitati, nei vari programmi di dibattito, per mostrare al mondo la loro personalità eccentrica e bizzarra, o il loro dialogare incomprensibile ai più e a tratti assurdo, in una sorta di giullaresca rassegna di tipi umani improbabili. Essere filosofi si presenta, dunque, come una mascherata o un gioco di buffoni, che desta a volte sdegno, a volte scandalo, a volte risa. In secondo luogo, è nata e si è diffusa nella contemporaneità una “filosofia popolare”, molto banale nei contenuti e povera di spirito, fatta di slogan, riflessioni superficiali, argomentazioni futili, che però sembra piacere molto a un certo, abbastanza numeroso, pubblico minoritario; il che non fa che adombrare ancor di più l’essenza della cosiddetta “vera filosofia”, la filosofia dei filosofi appassionati e di quei pensatori che indagano a fondo su tutte le cose così come sono, pur solamente in quanto “sono”.

Nell’esistenza quotidiana nessuno, nei propri discorsi di qualunque tipo e su qualsiasi tematica, discorre di filosofia, così come nessuno si azzarderebbe mai a declamare in versi ciò che ha da dire. Il linguaggio filosofico è qualcosa di cervellotico, misterioso ed ambiguo, che non permette un avvicinamento verso le persone comuni, e sembra peraltro non aver nemmeno nulla a che vedere con la vita di tutti i giorni. Ed in effetti la scienza filosofica non è cosa da tutti, né per tutti; professa fieramente una aristocraticità che nell’epoca della democrazia si manifesta come un alcunché di fuori luogo, se non di anacronistico, da evitare con indifferenza oppure da attaccare con stizza se solo tenti, impropriamente, di entrare in contatto con la realtà.

Ebbene: tale è oggi lo stato della Filosofia.

Nicolas André Monsiau, Socrate, Alcibiade e Aspasia 1801, Museo di Belle Arti Pushkin di Mosca.

Ma ciononostante essa prolifera nel sottobosco di coloro che, sin da giovani, per indole o per carattere, tendono a incuriosirsi e a meravigliarsi delle cose che scorgono d’intorno, e hanno sete di comprensione e di conoscenza, una sete che non si placa, come viandanti solitari nel deserto sterminato della società globale. La loro oasi è l’intelligenza umana nelle sue facoltà di ragione e di intelletto, un’oasi certo teorica, astratta, e però applicabile alla pratica concreta dell’uomo, se solo ci si dedichi con studio approfondito e zelante impegno. L’accusa che questi singoli individui sono soliti subire dalla grande maggioranza degli uomini nel loro cammino è la seguente: “la filosofia non serve a niente!”. E, va detto, l’affermazione è assolutamente vera. Perché, allora, filosofare?

La Filosofia non serve a nulla. E tuttavia, parafrasando Aristotele, proprio in quanto priva del legame di servitù essa è il sapere più nobile. Siffatta nobiltà non deve essere intesa come un retaggio medievale: nobile è chi si distingue non per lignaggio, ma per bontà delle sue azioni; nobile è anche ogni cosa che porti l’uomo a elevarsi da ciò che è basso e volgare, verso una condizione – non materiale, bensì spirituale – più alta, maggiormente consapevole e gratificante poiché progredita. La filosofia rientra in questa definizione in quanto permette di accrescersi, sia a livello di padronanza della propria lingua madre, sia a livello di esattezza dei ragionamenti (e quindi, in definitiva, a livello di ‘sapere’), e d’altronde linguaggio e ragionamento, come ben sappiamo, sono strettamente correlati: pensiamo perlopiù mediante le parole e parliamo per dare sostanza ai nostri pensieri. Il significato del termine greco logos è, non a caso, sia “ragione” sia “linguaggio”.

La Filosofia non serve, ovvero è priva del legame di servitù: è pertanto uno strumento libero, schiavo di null’altro che del proprio stesso operare. Se un mezzo serve a uno scopo, quel mezzo è necessariamente “asservito” allo scopo e alla volontà che quello scopo gli impone; esso non ha una sua propria volontà, e se anche l’abbia non può porla in atto, in quanto deve “servire” ad altro. Servire qualcuno o qualcosa significa avere un padrone, significa non conoscere libertà, giacché in simile stato si nullifica la propria volontà per raggiungere una meta che non è nostra e non ci appartiene. L’economia, ad esempio, serve la ricchezza, la politica serve il governo, la religione serve il Dio in cui ha fede, la tecnica serve la scienza, ma la filosofia non serve niente e nessuno. Essa serve esclusivamente se stessa in quanto desidera e ricerca la Verità. Cosa c’è allora di più nobile?

Ecco: la Filosofia scopre la verità nel mondo che ci circonda e in noi stessi in quanto parte di codesto mondo. Praticare la filosofia significa, attraverso il pensiero, osservare tutte le cose – oltre i veli di ciò che appare e che il senso comune percepisce come veritiero unicamente perché gli appare in quel modo e non in un altro pur possibile – per scorgerne la natura più sincera e genuina, che equivale alla loro causa prima e ultima. Così facendo, essa permette al filosofo di comprendere ciò che gli altri non comprendono, di conoscere quel che gli altri non conoscono, di approfondire la superficie delle cose che altri accolgono senza riflettere, e di liberarsi da una condizione di deficienza e di miseria intellettuale, come nel famigerato “mito della caverna” di Platone, laddove gli uomini imprigionati vedevano soltanto le ombre delle cose credendo fossero vere, e non invece le cose come effettivamente erano, nel loro splendore divino e solare.

Infine, praticando la filosofia, cioè praticando il pensiero, il filosofo impara ad agire nel miglior modo possibile: apprendendo dall’esperienza personale, aprendo la propria mente alla diversità, adattandosi a ogni circostanza e ai mutamenti, non lasciandosi soggiogare dagli eventi positivi né abbattere da quelli negativi che la sorte, ineluttabilmente, ci destina lungo la nostra via. E che sia la quiete, la pace dell’animo, o sia la felicità e la beatitudine; che sia la virtù, la santità o chissà cos’altro il fine che ci prefissiamo, applichiamo pure questa malsana morale dell’utile, stortura di una civiltà pragmatica, esclusivamente legata al profitto, talmente accecata dalla venale, mera materia da dimenticare quell’anima che solo la vivifica, e diciamo a gran voce: la Filosofia serve (al)la vita intera!

Perché, in conclusione, filosofare? Per essere spontaneamente e intenzionalmente se stessi, sviluppando appieno le proprie capacità di esseri umani, eliminando i pregiudizi e le sovrastrutture sotto i quali ci ritroviamo seppelliti, impotenti e incapaci di fuoriuscire alla luce del Sole.

Stefano Protano

 

 

16 marzo 2023

 

 

 

 

 

 

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