I Florio continuano a vivere, a far battere il cuore di un’isola e di una città. Unici e indimenticabili

Con “L’inverno dei leoni” giunge a conclusione la saga dei Florio iniziata con “I leoni di Sicilia” 2019. Torniamo dunque tra i membri della famiglia Florio, tra anime che si sono allontanate dalla terra natia per farvi ritorno, perché a quel mare è impossibile sottrarsi così come alle origini che segnano ciascuna esistenza, e altrettante che in questa terra siciliana sono riusciti a fare fortuna.

È Ignazio a dover portare avanti la storia di Casa Florio. Vincenzo Florio, senatore del Regno d’Italia e patriarca della dinastia muore nel 1868 mentre il figlio, trentenne e unico maschio, si è sposato nel 1866 con la baronessa Giovanna d’Ondes Trigona. Questo si traduce nel traguardo di aver portato sangue nobile nella famiglia. Ma Ignazio non dimentica le sue origini e quel lavoro che da sempre è stato radicato in lui come culto. Non dobbiamo mai dimenticare, leggendo queste pagine, che alla base dei Florio vi è il desiderio di riscatto sociale e di raggiungere sempre quel traguardo in più. Ecco perché se nel 1799 i fratelli Paolo e Ignazio sbarcando a Palermo sognano di fare fortuna prima come commercianti di spezie, poi con il commercio di zolfo e ancora acquistando terreni e abitazioni, mai si fermano nel loro desiderio di ascesa e conquista. Questa costante ambizione segna il loro divenire e la loro discendenza nel bene e nel male, con scelte giuste e altrettante errate che non risparmiano nemmeno i volti femminili che abitano la saga.

Tanti i presupposti di partenza per questo secondo e conclusivo capitolo delle avventure della famiglia di imprenditori siciliani. Se da un lato il lettore è incuriosito dall’evoluzione che le vicende prenderanno, è affascinato dall’idea di rivivere ambientazioni già note, dall’altro sin dalle prime pagine l’opera trasmette un senso di respingimento. I personaggi sono sì ben caratterizzati e non mancano le descrizioni degli orpelli e oggetti vari dei Florio così come dei luoghi ma è innegabile una sproporzione rispetto al narrato tanto che l’attenzione si affievolisce, l’intensità perde di forza e vigore, il conoscitore è rallentato nel suo interesse tanto che a più riprese si chiede anche dove effettivamente si arriverà con l’evoluzione della narrazione. Seppur questo conosca il dato relativo al fatto che ne “I leoni di Sicilia” a esser narrati erano prevalentemente i fatti relativi all’ascesa dei Florio e che qui al contrario quel che viene delineato è la caduta di questi, il rovinare dal più alto dei piedistalli, la lettura tende a essere farraginosa e non funzionante, macchinosa ed eccessivamente prolissa. Che si sia voluto far troppo e mettere troppa “carne sulla brace”? Che sia una conseguenza data da una responsabilità troppo grande per un pubblico esigente? Può darsi, tuttavia, tanto il lavoro di documentazione storica è inciso e meticoloso, tanto manca quel coinvolgimento emotivo proprio di quel filone narrativo cui appartiene il narrato.

“L’inverno dei leoni” è uno scritto da leggere se si è letto il precedente episodio per dare una conclusione a un qualcosa di già cominciato, è un romanzo strutturato per un pubblico specifico di lettori, è un elaborato che risente di una impostazione rigida e che non è riuscito ad andare oltre a quel meccanismo preimpostato che lo accompagna. È uno scritto che sembra aver imbrigliato tra le sue maglie l’autrice stessa quasi come se la medesima avesse avuto difficoltà nel romanzare tanto da essere la prima “prigioniera” di quel congegno innescato con i Leoni. È dunque un titolo che convince solo in parte e a cui si riconosce l’impegno e il lavoro di ricostruzione e documentazione senza però poter gridare al capolavoro letterario.

La Auci dimostra grandi doti narrative anche in questo caso ed a maggior ragione mi spiace la scarsa attenzione riservata all’aspetto umano nella prima parte del romanzo (così come in quello precedente). Ma tant’è.

Il libro nel complesso è molto bello e non delude.

La trama del romanzo

«Stefania Auci torna a intrecciare la storia alle storie, la forza alle fragilità, la magnificenza al decadimento. Nel fluire magico di queste pagine c’è tutto: chi siamo, chi siamo stati, chi saremo.» – Nadia Terranova

Hanno vinto, i Florio, i Leoni di Sicilia. Lontani sono i tempi della misera putìa al centro di Palermo, dei sacchi di spezie, di Paolo e di Ignazio, arrivati lì per sfuggire alla miseria, ricchi solo di determinazione. Adesso hanno palazzi e fabbriche, navi e tonnare, sete e gioielli. Adesso tutta la città li ammira, li onora e li teme. E il giovane Ignazio non teme nessuno. Il destino di Casa Florio è stato il suo destino fin dalla nascita, gli scorre nelle vene, lo spinge ad andare oltre la Sicilia, verso Roma e gli intrighi della politica, verso l’Europa e le sue corti, verso il dominio navale del Mediterraneo, verso l’acquisto dell’intero arcipelago delle Egadi. È un impero sfolgorante, quello di Ignazio, che però ha un cuore di ghiaccio. Perché per la gloria di Casa Florio lui ha dovuto rinunciare all’amore che avrebbe rovesciato il suo destino. E l’ombra di quell’amore non lo lascia mai, fino all’ultimo… Ha paura, invece, suo figlio Ignazziddu, che a poco più di vent’anni riceve in eredità tutto ciò suo padre ha costruito. Ha paura perché lui non vuole essere schiavo di un nome, sacrificare se stesso sull’altare della famiglia. Eppure ci prova, affrontando un mondo che cambia troppo rapidamente, agitato da forze nuove, violente e incontrollabili. Ci prova, ma capisce che non basta avere il sangue dei Florio per imporsi. Ci vuole qualcos’altro, qualcosa che avevano suo nonno e suo padre e che a lui manca. Ma dove, cosa, ha sbagliato? Vincono tutto e poi perdono tutto, i Florio. Eppure questa non è che una parte della loro incredibile storia. Perché questo padre e questo figlio, così diversi, così lontani, hanno accanto due donne anche loro molto diverse, eppure entrambe straordinarie: Giovanna, la moglie di Ignazio, dura e fragile come cristallo, piena di passione ma affamata d’amore, e Franca, la moglie di Ignazziddu, la donna più bella d’Europa, la cui esistenza dorata va in frantumi sotto i colpi di un destino crudele. Sono loro, sono queste due donne, a compiere la vera parabola – esaltante e terribile, gloriosa e tragica – di una famiglia che, per un lungo istante, ha illuminato il mondo. E a farci capire perché, dopo tanti anni, i Florio continuano a vivere, a far battere il cuore di un’isola e di una città. Unici e indimenticabili.

Come inizi

L’INVERNO DEI LEONI

LA SAGA DEI FLORIO – II

 

 

A Eleonora e Federico,

per tutta la tenerezza e per l’affetto.

Sono molto orgogliosa di voi.

 

I FLORIO

1799 – 1868

Originari di Bagnara Calabra, i fratelli Paolo e Ignazio Florio sbarcano a Palermo nel 1799, decisi a fare fortuna. Sono aromatari – commerciano in spezie – e la concorrenza è spietata, ma la loro ascesa appare subito inarrestabile e ben presto le loro attività si espandono: avviano il commercio di zolfo, acquistano case e terreni dagli spiantati nobili palermitani, creano una compagnia di navigazione… E questo impulso – nutrito da una caparbia determinazione – non si ferma neppure quando Vincenzo, figlio di Paolo, prende le redini di Casa Florio: nelle cantine di famiglia, un vino da poveri – il marsala – viene trasformato in un nettare degno della tavola di un re; a Favignana, un metodo rivoluzionario per conservare il tonno – sott’olio e in lattina – ne rilancia il consumo… In tutto ciò, Palermo osserva il successo dei Florio con un misto di ammirazione, d’invidia e di disprezzo: quegli uomini rimangono comunque «stranieri», «facchini» il cui sangue «puzza di sudore». Ed è proprio un bruciante desiderio di riscatto sociale che sta alla base dell’ambizione dei Florio e segna nel bene e nel male la loro esistenza pubblica e privata. Perché gli uomini della famiglia sono individui eccezionali ma anche fragili e – sebbene non lo possano ammettere – hanno bisogno di avere accanto donne altrettanto eccezionali: come Giuseppina, la moglie di Paolo, che sacrifica tutto – compreso l’amore – per la stabilità della famiglia, oppure Giulia, la giovane milanese che entra come un vortice nella vita di Vincenzo e ne diventa il porto sicuro, la roccia inattaccabile.

   Vincenzo muore nel 1868, a neanche settant’anni, lasciando il destino di Casa Florio nelle mani dell’unico figlio maschio, il trentenne Ignazio, che ha sposato due anni prima la baronessa Giovanna d’Ondes Trigona, portando finalmente «sangue nobile» in famiglia. Ignazio è cresciuto nel culto del lavoro, nella consapevolezza che i Florio devono sempre guardare oltre l’orizzonte. E si appresta a scrivere un nuovo capitolo della storia della sua famiglia…

MARE

settembre 1868 – giugno 1874

 

Aceddu ’nta l’aggia ’un canta p’amuri, ma pi’ raggia.

«L’uccello in gabbia non canta per amore, ma per rabbia.»

                                                   PROVERBIO SICILIANO

Sono passati sette anni da quando – il 17 marzo 1861 – il Parlamento ha proclamato la nascita del Regno d’Italia, con Vittorio Emanuele II come sovrano. Le elezioni del primo Parlamento unitario si sono tenute a gennaio (su oltre 22 milioni di abitanti, poco più di 400.000 ha avuto diritto al voto) e hanno visto trionfare la Destra Storica, composta prevalentemente da proprietari terrieri e industriali e orientata a un pesante fiscalismo, considerato necessario per risanare i debiti contratti dal Paese per il processo di unificazione. Particolare risentimento suscita la cosiddetta «tassa sul macinato» (1º gennaio 1869), cioè sul pane e sui cereali, che colpisce in maniera diretta i poveri e scatena proteste anche molto violente. Benché considerata da alcuni politici un «dazio da Medioevo, tassa da tempi borbonici e feudali» rimarrà in vigore fino al 1884. E, nel 1870, il ministro delle Finanze Quintino Sella presenta un’altra serie di duri provvedimenti, deciso a imporre «economie fino all’osso».

   La fine del Secondo Impero (1852-1870) e l’inizio della Terza Repubblica francese (1870-1940) hanno un’importante conseguenza anche per la storia italiana: privato del sostegno della Francia, lo Stato Pontificio cade il 20 settembre 1870. Dopo un breve cannoneggiamento, al grido di «Savoia!» le truppe italiane entrano a Roma attraverso una breccia a Porta Pia. Il 3 febbraio 1871, Roma diventa ufficialmente la capitale d’Italia, dopo Torino (1861-1865) e Firenze (1865-1871). Il 21 aprile 1871 il governo italiano approva la cosiddetta Legge delle Guarentigie, intesa ad assicurare al papa la sovranità personale e la libertà di compiere il suo ministero spirituale, ma Pio IX – che si considera «prigioniero dello Stato italiano» – la respinge con l’enciclica Ubi Nos (15 maggio 1871). Il 10 settembre 1874, la Santa Sede decreta poi il cosiddetto non expedit, cioè il divieto ai cattolici di prendere parte alla vita politica italiana, divieto che verrà spesso aggirato fino al suo decadimento, nel 1919.

   La progressiva riduzione del deficit, il completamento di grandi opere in Italia (dalla ferrovia del Moncenisio, inaugurata il 15 giugno 1868, al traforo del Fréjus, aperto il 17 settembre 1871), nel mondo (il canale di Suez viene inaugurato il 17 novembre 1869) e l’afflusso di capitali stranieri fanno sì che il periodo 1871-1873 sia il «triennio febbrile», decisivo per la nascita dell’industria italiana. Uno slancio che però s’interrompe nel 1873, in seguito alla crisi finanziaria che investe l’Europa e gli Stati Uniti; la «grande depressione», causata da una serie di speculazioni e di investimenti azzardati, continuerà, tra alti e bassi, fino al 1896 e certo non aiuterà a colmare il profondo divario tra il Nord e il Sud dell’Italia, quest’ultimo penalizzato anche dal fatto che i notevoli investimenti nella rete ferroviaria del Nord non trovano riscontro nel Meridione, dove il governo concentra i propri sforzi nello sviluppo della marineria.

U’ mari unn’avi né chiese né taverne, dicono i pescatori anziani. Non ha luoghi in cui ci si può rifugiare, il mare, perché di tutto il creato è l’elemento più maestoso e sfuggente. L’essere umano non può che inchinarsi al suo volere.

   Da sempre, i siciliani hanno capito una cosa: il mare porta rispetto solo a chi lo rispetta. È generoso: dà il pesce e il sale per il nutrimento, dà il vento per le vele delle barche, dà il corallo per i gioielli di santi e di re. Ma è anche imprevedibile e, in ogni istante, può riappropriarsi con violenza di quei doni. Per questo i siciliani lo rispettano, per questo lasciano che definisca la loro stessa essenza: che forgi il loro carattere, che segni la loro pelle, che li sostenga, che li sfami, che li protegga.

   Il mare è confine aperto, in continuo movimento. Ecco perché chi vive in Sicilia è inquieto, e cerca sempre la terra oltre l’orizzonte e vuole scappare, cercare altrove ciò che spesso, alla fine della propria vita, scopre di avere sempre avuto accanto a sé.

Per i siciliani, il mare è padre. E se ne accorgono quando ne sono lontani, quando non possono sentire quell’odore forte di alghe e sale che li avvolge nel momento in cui il vento si alza, portandolo fin nei vicoli delle città.

   Per i siciliani, il mare è madre. Amato e geloso. Imprescindibile. Talvolta crudele.

   Per i siciliani, il mare è forma e confine della loro anima.

   Catena e libertà.

All’inizio è un sussurro, un mormorio portato da una bava di vento. Nasce nel cuore dell’Olivuzza, al riparo di tende tirate, in stanze immerse nella penombra. Il vento afferra la voce e questa sale d’intensità, si mescola al pianto e ai singhiozzi di una donna anziana che stringe una mano fredda.

   «Murìu…» dice la voce, e trema, incredula. La parola crea la realtà, sigilla ciò che è avvenuto, dichiara l’irreversibile. Il sussurro raggiunge le orecchie dei servitori, da lì passa alle loro labbra, esce, si affida di nuovo al vento, che lo porta attraverso il giardino, verso la città. Rimbalza di bocca in bocca, si veste di sorpresa, pianto, timore, spavento, astio.

   «Murìu!» ripetono i palermitani, con gli occhi rivolti all’Olivuzza. Non possono credere che un uomo come Vincenzo Florio sia morto. Certo, era vecchio, malato da tempo, ormai aveva affidato la gestione della casa commerciale al figlio, eppure… Per la città, Vincenzo Florio era un titano, un uomo così poderoso che niente e nessuno era in grado di fermare. E invece se n’è andato per un colpo apoplettico.

   C’è pure chi gioisce. Da anni, in certe anime, l’invidia, la gelosia, la sete di vendetta nei suoi confronti si erano fatte la casa. Ma è una soddisfazione vana. Vincenzo Florio è morto in pace, nel suo letto, confortato dall’amore della moglie e dei figli. Ed è morto ricco, circondato da tutto ciò che, per volontà o per fortuna, era riuscito a ottenere. Anzi: quella morte sembra aver riservato a Vincenzo una pietà che lui spesso non ha riservato ad altri.

   «Murìu!»

   Ora la voce – carica di stupore, pena, rabbia – penetra nel cuore di Palermo, sorvola la Cala e cade in picchiata in mezzo alle stradine che circondano il porto. Arriva a via dei Materassai portata da un servitore trafelato. Una corsa inutile, perché quel grido, quel «Murìu!» è già entrato dalle porte e dalle finestre ed è rotolato sulle maioliche del pavimento, fin dentro la stanza da letto di Ignazio, dove c’è la moglie del nuovo padrone di Casa Florio.

   Nel sentire le grida e gli scoppi di pianto per strada, Giovanna d’Ondes Trigona alza la testa di scatto, facendo ondeggiare la lunga treccia nera, afferra i braccioli della poltrona e guarda con aria interrogativa donna Ciccia, che è statala sua governante e adesso è la sua dama di compagnia.

   Bussano alla porta con forza. D’istinto, donna Ciccia protegge la testa del neonato che ha in braccio – Ignazziddu, il secondogenito di Giovanna – e va ad aprire. Ferma il servitore sulla soglia, chiede seccamente: «Chi fu?»

   «Murìu! Don Vincenzo, ora ora.» Sempre ansimando, il servitore appunta lo sguardo su Giovanna. «Vostro marito, signora, ve lo manda a dire e dice di prepararvi e di fare sistemare la casa per le visite dei parenti.»

   «Morto è…?» chiede lei, più stupita che addolorata. Non può provare pena per la scomparsa di quell’uomo cui non ha mai voluto bene e che anzi le ha sempre messo addosso un disagio così profondo che difficilmente riusciva a parlare in sua presenza. Sì, già da qualche giorno si era aggravato – anche per quello non avevano festeggiato la nascita di Ignazziddu –, ma lei non si aspettava una fine così rapida. Si alza a fatica. Il parto è stato doloroso; anche soltanto stare in piedi la stanca. «Mio marito è là?»

   Il servitore annuisce. «Sì, donna Giovanna.»

   Donna Ciccia arrossisce, si aggiusta una ciocca di capelli neri sfuggita alla cuffia e si volta a guardarla. Giovanna apre la bocca per parlare, ma non ci riesce. Allora allunga le braccia, prende il neonato e se lo stringe al seno.

   Donna Giovanna Florio. Così la chiameranno d’ora in poi. Non più «signora baronessa», come vorrebbe il titolo che le spetta per nascita, quel titolo che tanta importanza ha avuto nel suo essere ammessa in quella casa di ricchi mercanti. Adesso non conta più essere una Trigona, appartenere a una delle famiglie più antiche di Palermo. Conta solo il fatto che lei è la padrona.

   Donna Ciccia le va davanti, le prende il bambino dalle braccia. «Dovete vestirvi a lutto», le mormora. «Tra poco arriveranno i primi ospiti a porgere le condoglianze.» Nella voce una nuova deferenza, un accento che Giovanna non ha mai sentito. Il segnale di un cambiamento irreversibile.

   Adesso ha un ruolo preciso. E dovrà dimostrare di esserne all’altezza.

   Sente il respiro nascondersi nella cassa toracica, il sangue defluire dal viso. Afferra i lembi della vestaglia, li stringe. «Date ordine che vengano coperti gli specchi e aprite il portone a metà», dice poi, con voce ferma. «Quindi venite ad aiutarmi.»

   Giovanna si avvia verso lo spogliatoio, oltre il baldacchino del letto. Le mani le tremano, ha freddo. Nella testa, un solo pensiero.

   Sono donna Giovanna Florio.

La casa è vuota.

   Non ci sono che ombre.

   Ombre che si allungano tra i mobili di noce e di mogano, oltre le porte socchiuse, tra le pieghe dei pesanti tendaggi.

   C’è silenzio. Non quiete. È un’assenza di rumori, un’immobilità che soffoca, che toglie il respiro, che inibisce i gesti.

   Gli abitanti della casa dormono. Tutti tranne uno: Ignazio, in pantofole e giacca da camera, vaga per le stanze di via dei Materassai, nel buio. L’insonnia che lo ha torturato durante la giovinezza è tornata.

   Sono tre notti che non dorme. Da quand’è morto suo padre.

   Sente gli occhi inumidirsi, li sfrega con forza. Ma non può piangere, non deve; sono cose da femmine, le lacrime. Eppure prova una sensazione di estraneità, di abbandono e di solitudine così potente da annichilirlo. Sente in bocca la sofferenza, la inghiotte, se la tiene dentro. Cammina, passa da una stanza all’altra. Si ferma davanti a una finestra, guarda fuori. Via dei Materassai è immersa in un buio spezzato dai pochi frammenti di luce dei lampioni. Le finestre delle altre case sono occhi vuoti.

   Ogni respiro ha un peso, una forma, un sapore, ed è amaro. Oh, se è amaro.

   Ha trent’anni, Ignazio. Da tempo, suo padre gli ha affidato la gestione della cantina di Marsala, e da non molto gli aveva dato anche una procura generale per gli affari. Da due anni è sposato con Giovanna, che gli ha dato Vincenzo e Ignazio, i figli maschi che assicurano il futuro di Casa Florio. È ricco, stimato, potente.

   Ma nulla può cancellare la solitudine del lutto.

   Il vuoto.

   Pareti, oggetti, suppellettili sono muti testimoni di giorni in cui la sua famiglia era intera, intatta. In cui l’ordine del mondo era solido e il tempo scandito dal lavoro condiviso. Un equilibrio che è esploso in mille pezzi, lasciando un cratere al centro del quale si trova lui, Ignazio. Intorno, solo macerie e desolazione.

   Continua a camminare, percorre i corridoi, oltrepassa lo studio del padre. Per un istante pensa di entrare, ma si rende conto che non ci riuscirebbe, non in quella notte in cui i ricordi sono così consistenti da sembrare di carne. Allora va avanti, sale le scale e raggiunge la stanza dove suo padre riceveva i soci per le riunioni informali oppure s’isolava per riflettere. È un piccolo ambiente, foderato di legno e di quadri. Rimane fermo sulla soglia, a occhi bassi. Dalle finestre aperte arriva un fiotto di luce bianca che illumina la poltrona capitonné in pelle e il tavolino su cui c’è un giornale, quello che lui stava leggendo la sera prima del colpo apoplettico che lo aveva ridotto all’immobilità. Nessuno ha avuto il coraggio di buttarlo, sebbene siano passati già diversi mesi. In un angolo del tavolino, il suo pince-nez e la scatola del tabacco da naso. È tutto lì, come se lui dovesse tornare da un momento all’altro.

   Gli pare di sentire il suo profumo, un’acqua di colonia dal sentore di salvia, limone e aria di mare, e poi il respiro, una sorta di borbottio affaticato, e infine il passo pesante. Lo rivede intento a leggere lettere e documenti con un’ombra di sorriso che gli colorava il viso d’ironia, e poi alzare la testa, e mugugnare un commento, una considerazione.

   La sofferenza lo divora. Come farà ad andare avanti senza di lui? Ha avuto mesi per preoccuparsene, per prepararsi, ma adesso non sa come. Gli sembra di essere sul punto di annegare, proprio come quella volta in cui, da bambino, aveva rischiato di morire all’Arenella. Allora era stato proprio suo padre a tuffarsi e salvarlo. Ricorda la sensazione dell’aria che manca, dell’acqua di mare che gli brucia la trachea… come adesso bruciano le lacrime che si sforza di reprimere. Ma deve resistere. Perché ora è lui il capofamiglia e si deve prendere cura di Casa Florio. Ma anche di sua madre, rimasta sola. E, certo, anche di Giovanna, di Vincenzo, di Ignazziddu…

   Prende fiato a bocca aperta, si asciuga gli occhi. Ha paura di dimenticarsi com’era, di non riuscire più a ricordare le sue mani o il suo odore. Ma nessuno deve saperlo. Nessuno deve leggere la sofferenza nei suoi occhi. Lui non è un figlio che ha perso un padre. È il nuovo padrone di una casa commerciale fortunata, in piena espansione.

   In quel momento di dolorosa solitudine, però, lo ammette. Vorrebbe allungare la mano e trovare quella del padre, chiedergli consiglio, lavorare al suo fianco, in silenzio, come avevano fatto tante volte.

   Lui, che adesso è padre, vorrebbe tornare a essere soltanto figlio.

«Ignazio!»

   È stata sua madre, Giulia, a chiamarlo con un sussurro. Ha visto la sua ombra attraversare la lama di luce nel vano della porta della stanza dove dormono Vincenzino e Ignazziddu. È seduta su una poltrona, e culla tra le braccia l’ultimo nato, venuto al mondo mentre il nonno si apprestava a lasciarlo.

   Giulia indossa una vestaglia di velluto nero, e ha i capelli bianchi legati in una treccia. Alla luce del lume, Ignazio nota le mani rattrappite dall’artrosi e la schiena curva. I dolori alle ossa la perseguitano da anni, ma finora lei era sempre riuscita a stare dritta. Adesso, invece, pare accartocciata su se stessa. Dimostra molto di più dei suoi cinquantanove anni, come se di colpo si fosse fatta carico di tutta la fatica del mondo. Anche perché i suoi occhi – così sereni e insieme pieni di curiosità – sono diventati opachi, spenti.

   «Maman… che ci fate qui? Perché non avete chiamato la balia?»

   Giulia lo guarda in silenzio. Torna a cullare il neonato e, sulle sue ciglia, appare una lacrima. «Lui sarebbe stato felice per questo bambino, e per il fatto che hai avuto dei maschi. Tua moglie è stata brava: a venticinque anni ti ha dato già due eredi.»

   Ignazio avverte nel cuore una nuova crepa. Si siede di fronte alla madre, nella poltrona vicino alla culla. «Lo so.» Le stringe la mano. «Ciò che mi addolora di più è che lui non li vedrà crescere.»

   Giulia deglutisce a vuoto. «Avrebbe potuto vivere a lungo. Ma non si è mai risparmiato, mai. Non si è mai preso neppure un giorno di riposo, persino nelle feste, lui lavorava… qui», dice, sfiorandosi la tempia. «Non riusciva a smettere. Alla fine, è stato questo a portarmelo via.» Sospira, poi afferra la mano del figlio. «Giuramelo. Giurami che non metterai mai il lavoro davanti alla tua famiglia.»

   La stretta di Giulia è energica, un’energia disperata che sgorga dalla consapevolezza che il tempo prende e basta, non restituisce nulla; anzi brucia e rende cenere i ricordi. Ignazio copre la sua mano con la propria, avverte le ossa sotto il velo della pelle. La crepa nel cuore si allarga. «Ma sì.»

   Giulia scuote la testa; non accetta quella risposta meccanica. Ignazziddu gorgoglia tra le sue braccia. «No. Devi pensare a tua moglie e a ’sti picciriddi.» Con un gesto tutto siciliano – lei, milanese, arrivata sull’isola quando aveva poco più di vent’anni – alza il mento verso il lettino in fondo, dove dorme Vincenzino, che ha un anno. «Tu non lo sai, non te lo puoi ricordare, ma tuo padre non ha davvero visto crescere le tue sorelle, Angelina e Peppina. Ha seguito a malapena te, e solo perché tu eri il figlio masculu che voleva.» La voce le si abbassa, vibra di lacrime nascoste. «Non fare lo stesso errore. Tra le cose che si perdono, l’infanzia dei nostri figli è una delle più dolorose.»

   Lui annuisce, si copre il viso con le mani. Anni di sguardi severi riemergono dalla memoria. Solo da adulto aveva imparato a decifrare l’orgoglio e l’affetto negli occhi scuri di suo padre. Vincenzo Florio non era stato un uomo di parole, ma di sguardi, nel bene e nel male. E non era stato neanche un uomo capace di dimostrare affetto. Non ricorda abbracci. Forse qualche carezza. Eppure Ignazio gli aveva voluto bene.

   «E Giovanna, tua moglie… non la trascurare. Ti vuole bene, povera stella, e cerca sempre la tua attenzione.» Giulia lo osserva con un misto di rimprovero e rammarico. Sospira. «Se te la sei sposata, devi pur provare qualcosa per lei.»

   Lui muove la mano, quasi a scacciare un pensiero fastidioso. «Sì», mormora. Ma non aggiunge altro e abbassa gli occhi per sottrarsi allo sguardo della madre, che gli ha sempre letto sino in fondo all’anima.

   Quel dolore appartiene solo a lui.

   Giulia si alza e, a passi lenti, rimette Ignazziddu nella culla. Il neonato gira la testolina con un sospiro soddisfatto e si abbandona al sonno.

   Ignazio, sulla soglia, la aspetta. Le posa una mano sulla spalla e l’accompagna verso la sua camera. «Sono contento che abbiate deciso di venire qui, almeno per i primi giorni. Non ci potevo pensare a voi, sola.»

   Lei annuisce. «La casa dell’Olivuzza è troppo grande senza di lui.» Vuota. Per sempre.

   Ignazio sente il respiro solidificarsi.

   Giulia s’infila nella camera che il figlio e la nuora le hanno riservato, la stessa dove, anni prima, aveva vissuto sua suocera, Giuseppina Saffiotti Florio. Una donna severa, che aveva perso il marito ancora giovane, aveva cresciuto Vincenzo insieme con Ignazio, il cognato, e che per molto tempo aveva osteggiato il suo ingresso in famiglia, considerandola una poco di buono e un’arrampicatrice sociale. Adesso anche lei è una vedova. Rimane al centro della stanza mentre il figlio chiude la porta, poi posa lo sguardo sul letto matrimoniale.

   Non le sente, Ignazio, le sue parole. E non potrebbe nemmeno capire il dolore di Giulia, che è diverso dal suo: più viscerale, più acuto, senza speranza.

   Perché lei e Vincenzo si erano scelti, si erano voluti e amati, a dispetto di tutto e di tutti.

   «Come faccio io a vivere senza di te, amore mio?» 

La porta raschia appena il pavimento, si richiude senza fare rumore. Il materasso accanto a lei si piega, il corpo di Ignazio torna a invadere lo spazio, a emanare un calore tiepido che si mischia con il suo.

   Giovanna rallenta il respiro, simula un sonno che l’ha lasciata nel momento in cui il marito s’è alzato. Sa bene che Ignazio soffre d’insonnia, e lei, che ha il sonno leggero, spesso resta sveglia senza muoversi. In più, secondo lei, la morte del padre ha colpito Ignazio più di quanto lui non voglia ammettere.

   Ha gli occhi spalancati nel buio. Se la ricorda bene, la prima volta che ha visto Vincenzo Florio: un uomo massiccio, dall’aria accigliata e dal respiro pesante. L’aveva guardata come si guarda una bestia al mercato.

   Lei, in soggezione, non aveva potuto far altro che abbassare lo sguardo a terra, fissando il pavimento del salone nella Villa delle Terre Rosse, poco fuori dalle mura di Palermo.

   Poi lui si era rivolto alla moglie con quello che doveva essere un sussurro, ma che era rimbombato nel salone dei d’Ondes. «Ma unn’è troppu sicca

   Giovanna aveva rialzato di scatto la testa. C’era forse da rimproverarla se aveva passato la vita cercando di non diventare come la madre, così grassa da essere quasi informe? Voleva forse dire che lei non poteva essere una buona moglie? Ferita da quell’accusa d’inadeguatezza, aveva guardato Ignazio, sperando che dicesse qualcosa in sua difesa.

   Ma lui era rimasto indifferente, con un vago sorriso distaccato sulle labbra.

   Era stato suo padre, Gioacchino d’Ondes, conte di Gallitano, a rassicurare Vincenzo. «Fimmina sana è», aveva dichiarato con orgoglio. «E darà figli forti alla vostra casa.»

   Già, perché la sua capacità di figliare era l’unica cosa che interessava davvero a don Vincenzo: non il fatto che lei fosse grassa o magra e neppure che Ignazio fosse innamorato di lei.

   Eppure, nonostante tutto, lei era entrata in casa Florio con il cuore pieno d’amore per quel marito così controllato, padrone di sé.

   Era entusiasta, sì, perché si era innamorata subito di lui – sin dal momento in cui l’aveva visto nel Casino delle Dame e dei Cavalieri, quando ancora doveva compiere diciassette anni –, e poi era stata conquistata dalla calma che lui sapeva infonderle, dalla sua forza, che pareva sgorgare direttamente da un’inattaccabile convinzione di superiorità. Dalla pacatezza delle sue parole.

   Il desiderio era comparso dopo, quando avevano condiviso l’intimità. Ma era stato proprio il desiderio a ingannarla, a farle credere che il loro matrimonio fosse diverso da quelli che gli altri le avevano descritto, a farle pensare che potesse esserci dell’affetto, o per lo meno del rispetto. Tutti l’avevano messa in guardia, a cominciare da sua madre, con le sue oscure allusioni al fatto che avrebbe dovuto fare «sacrifici» e «sopportare» il marito, per finire con padre Berto che, il giorno delle nozze, l’aveva ammonita: «La pazienza è la dote principale di una moglie».

   Tanto più se si sposa un Florio, aveva aggiunto il suo sguardo.

   E lei era stata paziente, aveva obbedito, cercando in continuazione un cenno di approvazione, o almeno di riconoscimento. Per due anni aveva vissuto tra la gentilezza composta di donna Giulia e gli sguardi puntuti di don Vincenzo, sentendosi in difetto per la sua dote – non particolarmente generosa – e la sua istruzione, di gran lunga inferiore a quella delle cognate, smarrita in una casa e in una famiglia che le si erano rivelate estranee. Aveva fatto appello al suo orgoglio nobiliare, al sangue dei Trigona. Ma soprattutto, a ciò che provava, perché in quella casa e in quella famiglia c’era Ignazio.

   Con tenacia, con determinazione, aveva aspettato che lui si accorgesse di lei. Che la guardasse veramente.

   Ma aveva ottenuto soltanto un’affettuosa gentilezza, un calore tiepido e fuggevole.

   Sente il lieve russare dell’uomo alle sue spalle. Si volta, ne osserva il profilo nel buio. Gli ha dato due figli. Lo ama, sia pure in maniera cieca e stupida, lo sa.

   Però sa pure che non basta.

   La verità, pensa Giovanna, è che ci si abitua a tutto. E lei per troppo tempo è stata abituata ad accontentarsi delle briciole. Ma ora vuole di più. Ora vuole essere davvero sua moglie.

La mattina del 21 settembre 1868, il notaio Giuseppe Quattrocchi dà lettura delle ultime volontà di Vincenzo Florio, negoziante. In abito scuro di sartoria inglese e con la cravatta in crespo di lana nero, Ignazio ascolta i capitoli del testamento, divisi secondo i settori d’interesse di Casa Florio. Sul tavolo, numerosi fascicoli, disposti in pile ordinate. Il segretario del notaio li prende, controlla l’elenco dei beni. Una litania di luoghi, nomi, cifre.

   Ignazio rimane impassibile. Nessuno può vedere le mani tremanti che tiene intrecciate sotto il tavolo.

   Ha sempre saputo che la rete dei loro affari era molto estesa, ma è come se soltanto in quel momento si rendesse veramente conto di quanto sia complessa e articolata. Fino a pochi giorni prima, lui si occupava solo di alcuni settori, e in particolare della cantina di Marsala. Amava trascorrere i giorni della vendemmia nello stabilimento, e attendere il tramonto per vedere il sole che spariva dietro la sagoma delle Egadi, oltre la laguna dello Stagnone.

   Adesso invece, davanti a lui, s’innalza una montagna di carte, denaro, contratti e impegni. Dovrà scalarla, arrivare in cima, e ancora non sarà sufficiente: dovrà sottometterla al suo volere. I Florio devono sempre guardare oltre. Così hanno fatto suo nonno Paolo e suo zio Ignazio, quando hanno lasciato Bagnara per Palermo. Così ha fatto suo padre, quando ha creato la cantina di Marsala, quando ha preso in mano la gestione della tonnara di Favignana, o quando si è intestardito – contro il parere di tutti – a volere la Fonderia Oretea, che ora dà pane e lavoro a decine di uomini. E non ci sono mai stati dubbi sul fatto che sarebbe toccato a lui proseguire quel cammino. È il maschio di casa, l’erede, quello che dovrà portare avanti il nome della famiglia e consolidare potere e ricchezza.

   Con un unico gesto, Ignazio solleva le mani intrecciate, che hanno finalmente smesso di tremare, e le posa sul tavolo. Poi fissa l’anulare; lì, sotto la fede, c’è l’anello di oro battuto che gli ha dato suo padre nel giorno del matrimonio con Giovanna, due anni prima: apparteneva allo zio di cui lui porta il nome e, ancor prima, alla sua bisnonna, Rosa Bellantoni. Mai gli è sembrato così pesante.

   Il notaio ha proseguito la lettura: ormai è giunto alle disposizioni che riguardano la madre e le sorelle, per cui sono stati predisposti dei legati. Ignazio ascolta, annuisce, poi firma gli atti per l’accettazione dell’eredità.

   Alla fine si alza, si guarda intorno. Sa che tutti si aspettano da lui qualche parola. Non vuole e non deve deluderli. «Vi ringrazio di essere venuti. Mio padre era un uomo straordinario: non aveva un carattere facile, ma è stato sempre leale con tutti e coraggioso nelle sue imprese.» Fa una pausa, sceglie le parole. La schiena è dritta, la voce è ferma. «Confido che lavorerete per Casa Florio con lo stesso impegno che avete dimostrato a lui. E io ho intenzione di continuare la sua opera, rendendo le nostre imprese più solide, più forti. Ma non dimentico che, prima di tutto, Casa Florio è una risorsa per tante persone e a loro offre pane, lavoro e dignità. Vi prometto che avrò particolare cura di loro… di voi. Tutti insieme renderemo questa Casa il cuore di Palermo e della Sicilia intera.» Indica i fascicoli davanti a lui, vi poggia le mani sopra.

   Qualcuno annuisce. Le rughe di preoccupazione si spianano, gli sguardi tesi si ammorbidiscono.

   Almeno per adesso non hanno bisogno di altre rassicurazioni, pensa Ignazio, e sente la tensione che abbandona le spalle. Ma già domani sarà diverso.

   I convenuti si alzano, si accostano: rinnovano le condoglianze, qualcuno chiede anche un appuntamento. Ignazio ringrazia e fa cenno al suo segretario perché si occupi di fissare gli incontri.

   Vincenzo Giachery è l’ultimo ad avvicinarsi, insieme con Giuseppe Orlando. Sono amici di famiglia, prima ancora che collaboratori e consiglieri di Casa Florio. Vincenzo è il fratello di Carlo Giachery, il braccio destro del padre, nonché l’architetto della Villa dei Quattro Pizzi, morto tre anni prima. Un altro di quei lutti che Vincenzo aveva subìto rimanendo impassibile, rinchiudendosi in se stesso. Giuseppe, invece, è un abile ingegnere meccanico, esperto di marina mercantile, con un passato da garibaldino e un presente da tranquillo funzionario e da buon padre di famiglia.

   «Dobbiamo parlare, don Ignazio», esordisce Giachery, senza preamboli. «La questione dei piroscafi.»

   «Lo so.»

   No, non domani: oggi, considera Ignazio a labbra strette. Non c’è tempo, non ne ho avuto, non ne avrò mai più.

   Guarda i due uomini, trattiene il respiro per un istante prima di lasciarlo andare. Li segue fuori dal salone dove i domestici stanno porgendo guanti e cappelli ai parenti giunti lì per il funerale e per la lettura del testamento. Saluta la sorella Angelina e il marito, Luigi De Pace; stringe la mano ad Auguste Merle, il suocero di sua sorella Giuseppina, che vive a Marsiglia da anni.

   I tre uomini si dirigono verso lo studio di Vincenzo. Sulla soglia, Ignazio esita, com’era accaduto la sera prima, quasi che avesse davanti un muro. È entrato innumerevoli volte in quella stanza, ma solo quando suo padre era vivo, quand’era lui a tenere le fila di Casa Florio.

   E ora con quale diritto lui ci entra? Chi è lui, senza suo padre? Tutti dicono che è l’erede, ma non sarà piuttosto un impostore?

   Chiude gli occhi e, per un lunghissimo istante, immagina di aprire la porta e di vederlo seduto lì, nella sua poltrona di pelle. Vede la testa che si alza, i capelli grigi in disordine, la fronte aggrottata, lo sguardo indagatore, la mano che stringe un foglio…

   Ma è la mano di Vincenzo Giachery quella che si posa sulla sua spalla. «Coraggio», gli dice in un soffio.

   No, non oggi: adesso, pensa Ignazio, cercando di scacciare il timore che lo opprime. A lui, la morte ha portato via il padre; a loro, ha sottratto una guida. Ora, e non dopo, perché è arrivato il momento di dimostrare che sarà il degno successore di suo padre. Che la sua vita – consacrata a Casa Florio sin dal momento in cui è venuto al mondo – non è inutile. Che la fragilità del dolore non gli appartiene e, se pure la avverte, deve nasconderla. È lui che deve rassicurare loro. Il tempo delle conferme e del conforto è già finito, per lui. Anzi gli sembra che non sia mai neppure iniziato.

   E allora supera quel muro. Entra nella stanza, ne occupa lo spazio. Lo studio torna a essere ciò che è: un luogo di lavoro, rivestito da una boiserie di legno scuro, con mobili massicci, due poltrone di pelle e una grande scrivania di mogano ingombra di documenti, carte e relazioni contabili.

   Si siede a quella scrivania, su quella poltrona. Per un istante, lo sguardo si appunta sul calamaio e sul vassoio in cui ci sono un tagliacarte, dei timbri, una riga, alcuni fogli di carta assorbente. Su uno di essi c’è l’impronta di un polpastrello.

   «Allora.» Prende un respiro profondo. Sul sottomano vede i biglietti di condoglianze. In cima, c’è quello di Francesco Crispi. Dovrò scrivere subito anche a lui, pensa. Crispi e suo padre si erano conosciuti nel momento dell’arrivo dei garibaldini a Palermo e, tra i due, era nato subito un rapporto schietto e di reciproca fiducia, che si era consolidato negli anni. Era stato l’avvocato dei Florio e adesso pareva avviato a una luminosa carriera politica: era stato eletto da poco nel collegio di Maglie e in quello di Castelvetrano. «Prima dobbiamo rassicurare tutti. Devono continuare a fidarsi di noi come hanno fatto finora.»

   «E la faccenda dei sussidi statali, come la vedete? Gira voce che il governo sia restio a rinnovare le sovvenzioni e per Casa Florio sarebbe pericoloso trovarsi senza questo sostegno. Il Mediterraneo è pieno di compagnie che si affonderebbero a cannonate per ottenere una rotta in più.»

   Subito in prima linea, pensa Ignazio. La questione più spinosa, eccola lì.

   «Lo so perfettamente, e non ho la minima intenzione di farmi mettere un passo davanti. Ho idea di rivolgermi al direttore generale delle Poste, Barbavara: penso sia opportuno confermargli che abbiamo idee precise sulla fusione della nostra Piroscafi Postali con l’Accossato e Peirano di Genova, che, come sapete, insieme con la Rubattino, possiede oltre la metà del tonnellaggio a vapore nazionale. Una mossa che porterebbe a un indubbio miglioramento delle linee dei trasporti in generale e a un potenziamento della nostra flotta in particolare. Ma, soprattutto, protesterò con lui per la soppressione della tratta su Livorno: per noi è un danno enorme, perché toglie un collegamento diretto tra la Sicilia e il Centro Italia. Per consegnargli la lettera, mi affiderò al nostro intermediario al ministero, il cavalier Scibona, che avrà cura di perorare la nostra causa.»

   Orlando si massaggia le cosce, sbuffa. «Scibona è uno spicciafacenne, e l’unico vantaggio che ha è quello di essere già dentro il ministero. Ma passacarte è e passacarte resta, e non so quanto potrà trovare ascolto. Serve qualcuno di più in alto.»

   Ignazio annuisce lentamente. Inarca le sopracciglia. «Per questo voglio come interlocutore il direttore delle Poste in persona», scandisce. «Lui potrà fare pressione quando servirà… Anche se…» Afferra un tagliacarte, lo fa girare nel cavo della mano. «Il problema è a monte: il governo ha deciso di tagliare le spese. Al Nord stanno costruendo strade e ferrovie, e poco gli interessa dei commerci con la Sicilia. Dobbiamo essere noi a dargli un buon motivo per giustificare le sovvenzioni ai trasporti e quindi rendere le tratte convenienti.»

   Giachery posa i gomiti sul piano della scrivania e Ignazio lo fissa: in quella luce fioca, il viso scavato e i capelli scuri sporcati di grigio lo fanno somigliare al fratello in modo quasi inquietante. È come se mi trovassi a una riunione di fantasmi, unico vivo. Fantasmi che non vogliono andarsene, pensa Ignazio. «Voi che ne dite, don Vincenzo?» chiede poi. «Perché tacete?»

   L’altro scrolla le spalle e lo guarda di sbieco. «Perché voi avete già deciso e niente vi farà cambiare idea.»

   Quella frase gli strappa una risata, la prima da molti giorni a questa parte. È un’apertura di credito. «Esatto. Questione di vestiri u’ pupo è. Fare in modo che Barbavara capisca che gli conviene essere conciliante con Casa Florio e con i nostri interessi.»

   Giachery apre le braccia. Accenna un sorriso che non diventa tale. «Chistu è

   Ignazio si appoggia allo schienale della poltrona, guarda lontano. Nella sua mente si sta già formando la lettera che scriverà. No, non è cosa da affidare a un segretario. Se ne occuperà lui personalmente.

   «E comunque dobbiamo guardarci le spalle dalla concorrenza in casa nostra», dice Giuseppe Orlando. «Mi è arrivata all’orecchio la voce che Pietro Tagliavia, l’armatore, intende costruire una flotta di soli vapori per commerciare con il Mediterraneo orientale.» Nasconde uno sbadiglio dietro una mano chiusa a pugno. Sono stati giorni pesanti per tutti e la stanchezza si fa sentire. «Quando sarà aperto il canale dei francesi, a Suez, andare nelle Indie diventerà assai più semplice e rapido…»

   Ignazio lo interrompe: «Anche di questo dobbiamo parlare. Il commercio di spezie ha portato tanta ricchezza a mio padre, ma non ha più l’importanza di un tempo. Adesso bisogna concentrarsi sul fatto che la gente desidera spostarsi in maniera rapida, e senza rinunciare alle comodità. Vuole sentirsi moderna, insomma. È questo che noi dobbiamo garantirle, coprendo le rotte del Mediterraneo con piroscafi più veloci di quelli dei nostri concorrenti».

   I due ospiti si guardano, allarmati. Rinunciare al commercio di spezie, a una delle principali attività della casa commerciale? Sono avanti negli anni, loro, e hanno visto accadere tante cose. Sanno che un cambio di direzione così brusco può avere conseguenze catastrofiche.

   Ignazio si alza, va alla parete dov’è appesa una grande carta geografica del mondo. Allarga la mano lì, dove si trova il Mediterraneo. «È dai piroscafi che verrà la nostra ricchezza. Da quelli e dalla cantina. Il nostro obiettivo principale sarà proteggere e favorire queste due attività. Se dal governo non avremo aiuti, dovremo cercarceli noi, lottando con le unghie e con i denti. Bisognerà contare gli amici, ma soprattutto conoscere i nemici, sapere come combatterli, stando sempre con gli occhi aperti, perché gli errori non ce li perdonerà nessuno.» Li fissa. Parla con calma, con fermezza. «Dobbiamo ampliare la rete di trasporti. Per questo ci serve che uomini di potere come Barbavara stiano dalla nostra parte.»

   I due uomini si scambiano un altro sguardo teso, ma non osano parlare. Ignazio lo nota, fa un passo verso di loro. «Fidatevi di me», mormora. «Mio padre ha sempre guardato in avanti, oltre l’orizzonte. E io voglio fare lo stesso.»

   È Giachery ad annuire, dopo una manciata di secondi. Si alza, gli tende la mano. «Voi siete don Ignazio Florio. Sapete cosa fare», dice, e in quella frase c’è tutto ciò che Ignazio può sperare, almeno per ora. Riconoscimento, fiducia, sostegno.

   Anche Orlando si alza e va alla porta. «Passerete al Banco, domani?» chiede.

   «Conto di farlo subito.» Ignazio indica un faldone sulla scrivania. «Dobbiamo chiudere la gestione di mio padre e aprire la mia.»

   L’altro si limita ad annuire.

   La porta si chiude alle spalle dei due uomini.

   Ignazio appoggia la fronte sullo stipite. Il primo ostacolo lo hai affrontato, si dice. Ora verranno gli altri, uno alla volta.

   Le carte sulla scrivania lo guardano, lo pungolano. Lui torna a sedersi, le ignora. Aspettate ancora un momento, implora, mentre si passa una mano sul viso. Poi afferra i biglietti e i telegrammi di condoglianze. Vengono da tutt’Europa: ne riconosce le firme e s’inorgoglisce al pensiero di quanta gente importante conoscesse e stimasse suo padre. C’è persino un telegramma dalla corte dello zar, segno di una stima costruita negli anni.E poi, tra gli ultimi messaggi, trova una busta con un timbro francese. Viene da Marsiglia.

   Conosce quella calligrafia. Apre la busta con lentezza, quasi ne avesse paura. 

   Ho saputo della tua perdita.

      Sono sinceramente addolorata per te. Immagino quanto tu stia soffrendo.

Ti abbraccio. 

 

Nessuna firma. Non ce n’è bisogno.

   Gira il cartoncino in carta d’Amalfi: sul retro, sono stampati due nomi. Uno è stato cancellato con un deciso tratto di penna.

   Il volto gli si vela di un’amarezza che nulla ha a che fare con il dolore per la morte del padre. Pena si somma a pena. Un ricordo che ha il sapore del rimpianto, della nostalgia per una vita mai vissuta, ma soltanto sognata. Uno di quei desideri che ci si porta dentro per tutta la vita pur sapendo di non poterli mai soddisfare.

   No.

   Ammucchia i biglietti in un angolo. Ci penserà dopo.

   Ma quello senza firma lo mette in una tasca della giacca, posato sul cuore.

Giovanna, in veste da camera e pantofole, si sporge appena dalla finestra. Il tempo palermitano è beffardo, con un’umidità fredda che taglia le ossa al mattino e un caldo ancora estivo nelle ore centrali della giornata.

   Guarda le carrozze che sciamano via, sente i saluti scambiati sulla soglia. A fatica, rientra e si lascia cadere sulla poltrona con una smorfia di dolore. Si guarda intorno. La porta che comunica con la camera da letto di Ignazio è seminascosta da una pesante tenda di broccato verde; il baldacchino scolpito e dorato, con un capezzale in tartaruga e madreperla che raffigura un Cristo in croce. Sul comò in piuma di mogano, intarsiato in ottone, c’è uno dei doni di nozze della suocera: un servizio da toeletta in argento con profili a motivi floreali, di manifattura inglese.

   Tutto è raffinato. Lussuoso.

   Ma, oltre le pareti, c’è il mandamento di Castellammare, l’antica Loggia dei mercanti, pieno di magazzini, negozi e casupole di lavoratori. Un mondo ormai inadeguato al rango dei Florio. Aveva provato diverse volte a farlo capire a Ignazio, ma lui non le aveva dato ascolto.

    «Staremo bene qui», le aveva detto invece. «Lasciamo l’Olivuzza ai miei genitori, che sono anziani e hanno bisogno di aria buona e tranquillità. E poi, cos’è che non ti piace? Mia madre ci ha dato questa casa, che è più comoda per noi, è più vicina a piazza Marina e agli uffici della Casa. Ha pure l’illuminazione a gas, che ho fatto installare poco tempo fa. Cosa ti manca?»

   Arriccia la piccola bocca, Giovanna, e sbuffa, stizzita. Non capisce perché Ignazio si ostini a vivere lì, mentre l’Olivuzza, che pure lui ha voluto, deve restare nelle mani della suocera, specie ora che è rimasta sola. Detesta la promiscuità di quella strada popolare. Non può aprire le tende che subito la sua dirimpettaia si affaccia al balcone e sembra quasi voglia infilarsi nella sua stanza. Qualche volta l’ha persino sentita commentare ad alta voce ciò che vedeva, a beneficio di tutto il vicinato.

   Le manca l’aria aperta delle Terre Rosse, l’ampia zona di campagna vicino alla chiesa di San Francesco di Paola, dove i suoi genitori hanno la loro villetta, un edificio con qualche pretesa di eleganza e con un piccolo giardino. Lì Giovanna è cresciuta. In via dei Materassai, con le case affastellate le une sulle altre e con quegli odori forti di sapone e di cucinato, l’aria le manca, risucchiata nei vicoli stretti. Non ci sono né intimità né riservatezza.

   Non le importa che le scale siano di marmo, che i soffitti siano affrescati e che i mobili arrivino dai quattro angoli della Terra. Non vuole vivere lì, in una casa di negozianti arricchiti. Poteva andar bene per suo suocero ma, sposando lei, Ignazio è entrato a far parte della nobiltà palermitana e ha bisogno di un’abitazione consona al suo nuovo rango.

   In fondo, non è proprio per questo che mi ha sposato? si chiede, richiudendo con rabbia i lembi della vestaglia. Per il sangue nobile che gli ho portato in dote, per cancellare la polvere sulle scarpe e quell’epiteto di «facchino» che mio suocero non è mai riuscito a scrollarsi di dosso! Voleva avere a fianco la baronessina Giovanna d’Ondes Trigona. E c’è riuscito.

   Un pensiero amaro, seguito da una considerazione ancora più amara.

   Ma allora perché tutto questo non gli basta?

   In quel momento, la porta si apre. Ignazio entra e le si avvicina. «Ah, sei sveglia. Buongiorno.»

   «Mi sono alzata ora dal letto, aspetto donna Ciccia per prepararmi.» Gli prende la mano, gliela bacia. «Com’è stato?»

   Ignazio si siede sul bracciolo della poltrona, le passa un braccio intorno alla spalla. «Snervante.» Non può dirle di più: è inutile, non capirebbe. Non può neppure immaginare cosa significa avere addosso tutta la responsabilità di Casa Florio. Le sfiora il viso con una carezza. «Sei pallida…»

   Lei annuisce. «Qui mi manca l’aria. Vorrei andare in campagna.»

   Ma Ignazio non l’ascolta più. È scattato in piedi, si dirige verso lo spogliatoio. «Sono salito per cambiarmi la giacca. È tornato il caldo. Devo andare alla sede del Banco per controllare la lista dei creditori e delle cambiali dopo l’accettazione dell’eredità. In più…»

   «Avresti bisogno di un valletto», lo interrompe lei.

   Lui si ferma, le mani a mezz’aria. «Come?»

   «Di un cammareri chi ti sistema i vistita.» Giovanna fa un gesto ampio, indica la città fuori dalla finestra. «I miei parenti hanno un valletto e na cammarera pa’ mugghiere

   Ignazio stringe appena le labbra. Ma Giovanna capisce subito che è molto contrariato. Abbassa gli occhi e si morde un labbro, in attesa del rimprovero.

   «Preferirei che tu parlassi in italiano, lo sai», ribatte infatti Ignazio in tono secco. «Qualche parola ogni tanto va bene, però mai davanti agli altri. Non è decoroso. Ricordati sempre chi sei…» Indossa una giacca leggera, toglie un biglietto dall’altra giacca, lo ripone in un cassetto dell’armadio e poi lo chiude a chiave.

   Non è la prima volta che hanno questa discussione. Subito dopo il matrimonio, lui le aveva messo in casa una specie di precettore che le insegnasse quel tanto di francese e di tedesco per permetterle di fare un po’ di conversazione con i loro ospiti stranieri e con i soci in affari. Se avessero viaggiato insieme, lei doveva essere in grado di capire e di farsi capire, le aveva spiegato. E lei aveva obbedito, come si conveniva a una buona moglie.

   Ha sempre obbedito, finora.

   La mortificazione di Giovanna trascolora in fastidio. Ignazio non se ne accorge nemmeno: le sfiora la fronte con un bacio distratto ed esce.

   Giovanna scatta in piedi, ignorando il capogiro che la afferra, si dirige verso lo spogliatoio. Si passa la mano sul ventre ancora gonfio e sformato dalla gravidanza. Le perdite si sono ridotte poco dopo il parto e questo, secondo la levatrice, è a causa della sua magrezza. Dovrebbe mangiare di più, l’ha rimproverata: carne rossa, piatti di pasta, brodo di carne… L’hanno persino minacciata di farle bere il sangue degli animali appena macellati se non riesce a mettersi in forze. Certo, non ha la fatica dell’allattamento, visto che l’ha messo subito a balia con una contadina venuta apposta dall’Olivuzza per nutricare u’ picciriddu. Ma nutrirsi bene è un dovere per una puerpera.

   Al solo pensiero, Giovanna avverte una morsa di disgusto stringerle lo stomaco. Il cibo la nausea. L’unica cosa che riesce a mandar giù sono spicchi di arancia o di mandarino.

   «Ancora accussì siti?» È proprio con un piattino di frutta che entra donna Ciccia, e la guarda con aria di rimprovero. «Ora di allestìrisi è», dice, e batte una mano sul bacile pieno d’acqua. «Vostra soggira vi aspetta.»

Continua a leggere

L’autrice

Stefania Auci è una scrittrice italiana, nata a Trapani. Stefania sin dai tempi dell’università si è dilettata nel mondo letterario ed è nel 2015 che pubblica il suo primo romanzo: Florance. Sono seguiti Fiore di Scozia (2011) – Mondadori. La rosa Bianca (2012) – Mondadori. I leoni di Sicilia (2019) Nord. È un insegnante di sostegno.

 

  • L’ inverno dei Leoni. La saga dei Florio
  • Stefania Auci
  • Editore: Nord
  • Collana: Narrativa Nord
  • Anno edizione: 2021
  • In commercio dal: 24 maggio 2021
  • Pagine: 688 p., Brossura
  • EAN: 9788842931546.   Acquista € 19,00

  • «I leoni di Sicilia»

    ”I leoni di Sicilia di Stefania Auci è già un caso letterario «La modernità della storia d…
Carica ulteriori articoli correlati
Carica altro Riccardo Alberto Quattrini
  • «IL POZZO DELLA DISCORDIA»

    ”Cristina Rava torna in libreria con due suoi personaggi di carta più amati: il commissari…
  • «CANALE MUSSOLINI»

    ”Un grande omaggio allo scrittore che ha impresso sulla letteratura italiana una nuance fa…
  • «CRONACHE DI UN GATTO VIAGGIATORE»

    ”Un gatto che non si fida di nessuno. Un’amicizia più forte di tutto. Un viaggio speciale …
Carica altro PARLIAMO DI LIBRI

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Controllate anche

«I GIOCHI AL TEMPO DEI ROMANI»

”Nell’antica Roma veniva data molta importanza ai giochi, chiamati ludi …