Un romanzo profondo e coraggioso sull’abbandono: che è il dolore più profondo con cui tutti, prima o poi, dobbiamo fare i conti. Ma che può rivelarsi una grande occasione per ritrovarci e capire finalmente chi siamo.

«Ho letto il nuovo romanzo di Chiara Gamberale tutto d’un fiato.» Rosella Postorino – tuttoLibri La Stampa.

«Chiara Gamberale racconta un avvenimento avvolgente, doloroso, intrecciandosi a tutte le sue storie precendemente narrate eppure discostandosene di colpo» – Nadia Terranova, Robinson.

La trama del romanzo.

Pare che l’espressione “piantare in asso” si debba a Teseo che, una volta uscito dal labirinto grazie all’aiuto di Arianna, anziché riportarla con sé da Creta ad Atene, la lascia sull’isola di Naxos. In Naxos: in asso, appunto. Proprio sull’isola di Naxos, l’inquieta e misteriosa protagonista di questo romanzo sente all’improvviso l’urgenza di tornare. È lì che, dieci anni prima, in quella che doveva essere una vacanza, è stata brutalmente abbandonata da Stefano, il suo primo, disperato amore e sempre lì ha conosciuto Di, un uomo capace di metterla a contatto con parti di sé che non conosceva e con la sfida più estrema per una persona come lei, quella di rinunciare alla fuga. E restare. Ma come fa una straordinaria possibilità a rivelarsi un pericolo? E come fa un trauma a trasformarsi in un alibi? Che cosa è davvero finito, che cosa è cominciato su quell’isola? Solo adesso lei riesce a chiederselo, perché è appena diventata madre, tutto dentro di sé si è allo stesso tempo saldato e infragilito, e deve fare i conti con il padre di suo figlio e con la loro difficoltà a considerarsi una famiglia. Anche se non lo vorrebbe, così, è finalmente pronta per incontrare di nuovo tutto quello che si era abituata a dimenticare, a cominciare dal suo nome, dalla sua identità più profonda… Dialogando in modo esplicito e implicito con il mito sull’abbandono più famoso della storia dell’umanità e con i fumetti per bambini con cui la protagonista interpreta la realtà, Chiara Gamberale ci mette a tu per tu con il miracolo e con la violenza della vita, quando ci strappa dalle mani l’illusione di poterla controllare, perché qualcosa finisce, qualcuno muore o perché qualcosa comincia, qualcuno nasce. E ci consegna così un romanzo appassionato sulla responsabilità delle nostre scelte e sull’inesorabilità del destino, sui figli che avremmo potuto avere, su quelli che abbiamo avuto, che non avremo mai. Sulle occasioni perse e quelle che, magari senza accorgercene, abbiamo colto.

 

Come inizia.

 Il mondo è un labirinto dal quale era impossibile fuggire.

Jorge Luis Borges, Finzioni

   No. Non aveva mai creduto che potesse venire qualcosa di buono da persone afflitte dallo stesso problema che stabiliscono programmaticamente di aiutarsi. Credeva semmai che la salvezza, come la sventura, ci sorprende, e arriva da dove meno ce lo aspetteremmo.

   Eppure si ritrovava lì, perché Damiano aveva insistito e, nonostante tutto, aveva ancora il potere di condizionarla se si trattava di stare bene, stare male, provare a stare meglio.

   A cominciare era stato l’unico uomo presente in sala, che teneva lo sguardo incollato alla punta delle scarpe da ginnastica e masticava ossessivamente una radice di liquirizia: “Ciao, mi chiamo Franco e, come molti di voi ormai sanno, sono gengle da un anno e tre mesi”.

   “Ciao, Franco,” lo avevano salutato gli altri, in coro. Il responsabile dell’Associazione Genisoli le aveva fatto cenno di non essere timida e lei aveva obbedito. Ciao, Franco.

   “Difficile da credere, ma negli ultimi giorni le cose sono perfino peggiorate. Ho pregato la stronza di farmi sapere quali settimane di agosto potrò passare con la bambina, ma se la chiamavo non mi rispondeva, allora ho insistito su WhatsApp, e lei: dipende dalla tua Samy, o meglio, da quando la tua Samy ci fa la grazia di sparire, mi ha scritto. Capito? Se ne va, si mette con un altro, evidentemente con quell’altro già ci stava da non voglio nemmeno sapere quanto, io muoio, ma non per dire, nessuno lo sa meglio di voi: muoio, e quando finalmente incontro Samy, che meritava molto, ma molto di più del cadavere che ero, che fa, la stronza? Dice o passi le vacanze con Samy o le passi con la bambina. Cioè, o la mia donna o mia figlia… Perché naturalmente quell’altro nel frattempo si è reso conto di quant’è stronza la stronza e l’ha lasciata. Ma io che colpa ne ho? E Samy? E mia figlia, soprattutto. Che colpa ne ha lei? Per un anno è stata con me quattro giorni a settimana, quando la stronza doveva correre dietro al suo pilota…”

   Intercetta lo sguardo di lei, incuriosito, e spiega: “Tu sei nuova, ma gli altri lo sanno bene: la stronza si era messa con un pilota della Air Dolomiti: hai mai preso questa compagnia aerea? No? Ecco: nemmeno io. Nemmeno la stronza, ma da quel momento, non avendo niente da fare, perché come sapete per lavoro gioca a occuparsi degli appartamenti che i suoi affittano, ha cominciato a seguire tutti i voli Air Dolomiti. Su e giù fra Verona e Monaco di Baviera, Verona e Francoforte, Verona e sto cazzo… E con chi rimaneva Benedetta? Con me, sempre con me. Poi però, all’improvviso, il pilota la molla, e allora basta: si ricorda di avere una figlia, e decide che quella figlia può essere anche mia solo se io non mi rifaccio una vita. È giusto? Vi pare giusto?”.

   “Grazie, Franco,” avevano risposto gli altri, sempre in coro. No che non è giusto, aveva pensato lei, invece. E non riusciva a capire perché nessuno dicesse la sua, se avessi una minima confidenza con te, Franco, prenderei la parola io, ti direi coraggio, non soccombere, la stronza ha evidentemente più personalità di te, ma tu hai la consapevolezza dalla tua, oltre a Benedetta che sicuramente ti adora, chissà quanti bastoncini di liquirizia succhiate quando state insieme, e insomma, dai, l’importante adesso è proteggere la piccola da tutto questo e sicuramente Samy saprà starti vicino… Ma era arrivato il momento di una signora con i riccioli a lumache, stretta in un tailleur di panno rosa salmone: “Ciao, sono Michela e sono gengle da sette anni”.

   Ciao, Michela.

   “Davide è un ragazzino fantastico, lo sapete… Ma ormai comincia a pretendere delle risposte. Quellerisposte. Mi chiede perché, anche se suo padre non ha mai voluto incontrarlo, lui non ha il diritto di incontrare suo padre, di farselo indicare almeno da lontano… Un compagno di classe gli ha detto che è normale avere i genitori separati, però non sapere chi è tuo padre no, non è normale, e che ha sentito sua madre dire alla madre di un altro compagno che forse Davide è figlio di un uomo che una famiglia già ce l’aveva e che io insomma dovevo essere l’amante perché quelle con gli occhi da animale braccato come ce li ho io nascondono sempre un segreto inconfessabile… Vi rendete conto? Con tutto il rispetto per Franco, io credo che quando tocca a noi donne ritrovarci gengle, oltre alla paura di sbagliare, alla responsabilità di prendere qualsiasi decisione senza poterci confrontare con nessuno, e a tutte quelle sfumature di solitudine che se siete qui conoscete bene, c’è la società che ogni giorno ci guarda, ci giudica, ci ricorda il nostro fallimento… Ci sono le altri madri… E vaglielo a spiegare alla società e alle altre madri che il tuo ex era divorziatissimo, ti considerava in tutto e per tutto la sua compagna, ma di figli ne aveva già quattro, e te l’aveva detto chiaro e tondo: Michela, io ti amo, ma un altro figlio non lo voglio, non lo vorrò mai. E che ci potevo fare se invece io lo volevo e se ero sicura, sicurissima che anche lui, se fosse arrivato, avrebbe scoperto di desiderarlo eccome un altro figlio? Avrei dovuto continuare a prendere la pillola e delegare a lui la decisione più importante della mia vita? Maddai… Avrei dovuto mettergli in mano il mio desiderio più importante perché lui ne facesse carne da porco?”

   “Forse avresti potuto lasciarlo e cercare un altro compagno che invece un figlio lo desiderava. O rimanere con lui e fare un figlio da sola. Non ti sto giudicando, Michela: figurati. Sto solo provando a immaginare quali possano essere stati i pensieri che ha fatto lui, quando ha saputo che eri incinta. E comunque, sentite qui: le altre madri. Non sembra pure a voi il titolo di un film dell’orrore? A me sì. Le altre madri… Le altre madri 2: sono tornate… Le altre madri 3: impossibile eliminarle…” A intervenire era stata una donna con un’aria vagamente orientale e la pancia enorme e perfetta del nono mese, ma che sembrava una bambina che si era ficcata un cuscino sotto la maglietta, tanto le braccia e le gambe erano rimaste sottili. “Lidia, scusa,” era intervenuto il responsabile.“È il tuo secondo incontro, probabilmente non sai che alla Genisoli ognuno racconta il suo vissuto, consegna le sue emozioni, e noi lo ringraziamo per questo, ma non ci permettiamo di esprimere opinioni che rischierebbero di intralciare un percorso delicato e individuale come è quello della monogenitorialità.”

   Quindi, mentre parlano gli altri, ognuno può continuare a riflettere sui guai suoi e se la cava con un grazie, finché finalmente la scena non spetta a lui, aveva pensato lei.

   “Quindi, mentre parlano gli altri, noi possiamo continuare a contemplare indisturbati il labirinto del nostro ombelico, invece di ascoltarli?” aveva domandato Lidia, come se le avesse letto nel pensiero.

   Il responsabile non aveva raccolto la provocazione: “Mentre parlano gli altri, abbiamo la straordinaria occasione di empatizzare con loro. E magari attraverso la loro storia possiamo ricevere spunti importanti per la nostra. Non ti è successo, finora?”.

   No, Lidia aveva scosso la testa.

   “Vuoi spiegarci perché? Magari se ci aiuti a capire di che cosa hai bisogno sarà più facile provare ad aiutarti. Intanto però ringraziamo Michela: grazie Michela.”

   Grazie, Michela.

   “Lidia?” Il responsabile era tornato a rivolgersi a lei.

   “Ciao, Lidia.” Gli altri.

   “Sono Lidia e non sono ancora genitore, come potete vedere, ma sono single, credo… E però di che cosa ho bisogno mica lo so… Anche Pietro, il mio compagno, anzi il mio ex compagno, me lo chiedeva in continuazione: ma si può sapere di che cosa hai bisogno, tu? E io, ogni volta: se sapessimo di che cosa abbiamo bisogno, non avremmo bisogno dell’amore, no? Perché a che diavolo ci serve, scusate, l’amore, se non a darci proprio quello di cui non avevamo la minima idea di avere bisogno? E pure un gruppo per genitori single, o per genisoli, come dite voi, abbiate pazienza: a che cosa servirebbe se ognuno di noi sapesse di che cosa ha bisogno? Franco, scusami se mi permetto… Ma sei certo che il tuo problema sia che la cosiddetta stronza non vuole che tua figlia abbia a che fare con Pam?”

   “Samy,” mastica Franco.

   “Che?”

   “La mia ragazza si chiama Samy, non Pam,” ripete.

   “Samy, scusa. Comunque: sei convinto che stai male perché non puoi passare le vacanze con lei e con tua figlia?”

   Franco non aveva risposto, ma aveva finalmente alzato lo sguardo dalla punta delle scarpe agli occhi da manga di Lidia.

   “La mia sensazione è che tu, adesso che a tua moglie è passata la smania per il pilota, ed è ovvio che vorrebbe tornare con te, sei combattuto. Perché sei grato a Samy, certamente, e certamente a fare il gengle di Benedetta sei stato pazzesco. Però: vuoi mettere? Quelle vacanze con Benedetta e la stronza, prima del pilota, prima di Samy, prima di tutto? Vuoi mettere? Quei litigi senza senso dove finiva sempre che aveva ragione lei, ma a te andava bene così, a te bastava che finalmente fosse tornata a sorridere e a parlare dei suoi appartamenti in affitto? Forza, Franco. Dillo a noi che siamo tuoi amici e tanto siamo troppo impegnati a pensare ai fatti nostri per giudicarti, quindi comunque ti ringrazieremo.”

   Franco aveva dovuto abbassare di nuovo lo sguardo per rispondere: “Sono molto confuso. Crescere una figlia da solo non è facile, non è affatto facile. E naturalmente la stronza ogni tanto mi manca”.

   “Benissimo… Cioè: no. Male. Ma, se siamo venuti fino a qui, almeno proviamo a darci una mano per mettere a fuoco quali sono davvero i nostri problemi. È per questo che io ho cercato un gruppo, voi no? No?…” Tutti erano rimasti in silenzio. “Perdonatemi, sto esagerando, me ne rendo conto. Gli ormoni, gli ormoni: sono sicuramente gli ormoni. Insomma, non vi sfuggirà: fra meno di due settimane tocca a me, partorisco. Se ci fermiamo a riflettere, è una pazzia bella e buona, dai: è come se, nove mesi prima di incontrare l’amore della tua vita, te lo preannunciassero: guarda che fra novemesi lo incontri, sai? Ve lo immaginate, se succedesse così? Ovvio che, più si avvicina quel giorno, più rischieremmo di sbagliare tutto quando ci ritroviamo davanti l’uomo o la donna della nostra vita… Infatti sono felice come non sapevo di potere essere. Ma terrorizzata. Nello stesso, identico momento. Ecco perché sono qui. Vedete, quando ho scoperto di essere incinta, con Pietro ci stavamo lasciando, io ero tornata a vivere a casa mia, a Roma, mentre lui abita a Milano, e lì era rimasto. Però, davanti a quel test di gravidanza, quel giorno – era un giovedì – ci siamo trovati all’improvviso muti, rimbambiti dal mistero, e ci siamo detti proviamoci, ricominciamo da quello che fra noi è stato bellissimo, cerchiamo di capire se è rimasta qualche traccia… Ma niente. Nemmeno questa pancia si è rivelata più grossa della nostra crisi. La decisione l’ho presa io, una mattina di dicembre – era un lunedì. Avevamo affittato per qualche giorno una casa in montagna, io ero al quinto mese, le nausee erano finite, avevo saputo che la bambina stava bene e che, appunto, sarebbe stata una bambina… Giorno dopo giorno, come sarà successo a ognuna di voi e pure alla tua stronza, Franco, diventavo solo corpo, niente rimaneva fuori da quest’aspettare e per la prima volta in tutta – tutta – la mia vita avevo la sensazione che non mi mancasse niente. Da sola non mi sentivo più sola, mai, ma con Pietro, invece, mi sentivo sola sempre… Urlavo ascoltami, lui rimaneva zitto, urlavo parlami, lui sempre zitto, mi chiedeva parliamo?, e io urlavo… Mentre la pancia cresceva e la sua potenza ci obbligava a fare i conti con la nostra miseria… Finché, appunto, siamo arrivati in montagna, era tardi, siamo andati a dormire subito, non mi ricordo neanche perché quella sera avevamo litigato, fatto sta che la mattina dopo mi sono svegliata per prima, sono andata in cucina… e? C’era fango da tutte le parti… Il frigo era spalancato, la notte prima lo avevamo riempito di cose, ma ora era vuoto, vuotissimo, per terra rimaneva solo un cartone di latte a gocciolare. Ho chiamato Pietro, si è precipitato, la porta era stata scassinata, i ladri avevano rubato anche tutto quello che avevamo lasciato sul tavolino all’ingresso, i cellulari, le sciarpe, i cappelli, il suo iPad, il mio pc… Erano entrati mentre noi dormivamo nella stanza accanto alla cucina… Pazzesco: e se uno di noi, nella notte, si fosse alzato per bere un bicchiere d’acqua? Se mi fossi alzata io, al quinto mese? Se li avessimo incontrati? Che cosa ci avrebbero fatto? Quanti erano? Da dove venivano? Erano persone del posto? Come avevano fatto a fare così piano, mentre ci rubavano tutto? continuavamo a chiederci, eravamo sconvolti, volevamo capire, sapere. Ma anche dopo essere stati in questura non siamo venuti a capo di niente. Pietro si è ripreso subito, io no, continuavo a farmi quelle domande, ossessive. O meglio. Non esattamente quelle. Ma quasi. Mi chiedevo: che cosa ne potrà mai sapere Alba – così si chiamerà la bambina – di quello che è successo, mentre galleggiava indisturbata nel suo sacchetto celomatico? Come per me, come per voi, come per tutti quanti, arriverà anche per lei il momento in cui si chiederà da dove le viene quel certo vizio, perché le manca quella certa sicurezza, chi erano insomma i suoi genitori, oltre a essere sua madre e suo padre, e come sono riusciti – quando lei era nell’altra stanza a essere piccola – a fare così piano, mentre le rubavano tutto… Ma anche lei non verrà a capo di niente. Come me, come voi, come tutti quanti.

   Rimane sempre e solo il fatto che siamo stati scassinati.

   È lì che con Pietro sono esplosa: ‘Senti, io non ci posso fare niente, ma ci siamo allontanati talmente tanto in questi mesi… e una cosa ho il dovere di dirtela e tu hai il dovere di ascoltarla. Questa figlia non la sento nostra, la sento solo mia, e lo so che avevamo deciso di metterla al centro e costruirle attorno la famiglia che in due non siamo riusciti a diventare, però nostra non si decide, nostra è o non è’. È lì che lui poteva accogliere come una possibilità il primo momento di sincerità fra noi, dopo tutte quelle bugie e quei silenzi interminabili… Invece si è ferito e basta. Se ne è andato, e da quel momento si fa sentire una volta alla settimana – di mercoledì – e chiede notizie solo della pancia, come se io, a parte la bambina che aspetto, per lui non esistessi più. Non è stato facile, non èfacile. Per fortuna con me ci sono i miei amici, io li chiamo la mia Arca Senza Noè, siamo tutti persone simili, che hanno sbaraccato da quello che converrebbe essere o pensare… Ma soprattutto c’è il mio ex marito, Lorenzo, che da quando è diventato ex si è trasformato nell’uomo premuroso che non era mai stato, mi accompagna alle visite, a scegliere il fasciatoio, la culla, e mi dice che se Pietro si occuperà solo della bambina, io devo stare tranquilla, perché ci sarà lui che si occuperà di me e non mi lascerà mai, mai sola in quest’avventura… E se arriverà un’altra donna nella tua vita? gli chiedo, a volte. Non arriverà mai nessun’altra donna, mi risponde lui, perché se non sono riuscito a stare con te con chi potrei riuscirci? Andrà tutto bene, mi promette in continuazione. E allora mi sto convincendo che sì, andrà tutto bene, e in qualche modo Alba e io ce la faremo. Insomma, con Pietro non potevo comportarmi diversamente. Perché è sempre lì che ho capito l’unica cosa che in questi nove mesi ho capito. Ho capito che nessuno di noi, purtroppo, può evitare che i nostri figli si sentano derubati da quello che noi saremo o non saremo, gli daremo e non gli daremo… Però se noi, adesso che siamo solo all’inizio, non ci diciamo bugie, se facciamo lo sforzo di rimanere saldi e non permettiamo all’Uragano Figlio di portarsi via le nostre contraddizioni, le nostre impotenze, i nostri più veri, oscuri desideri, se non trasformeremo i nostri figli nella scusa per perdere definitivamente il contatto con quello che davvero siamo, anche se è scomodo, soprattutto se è scomodo, io penso che quando un giorno loro ci chiederanno: che cosa è successo, mamma?, come mai qui, nella mia testa, è tutto per aria? perché la serratura del mio cuore è stata scassinata, papà?, be’: almeno una risposta da noi ce l’avranno, e non dovranno andare a cercarla da un analista, dall’amore, da una guida spirituale, dall’amore, dai fiori di Bach, dall’amore. Da un gruppo come questo. E magari a loro volta, quando cresceranno, sapranno che cosa vogliono, lo sapranno chiedere, sapranno dire qui mi fa male, oppure scusa, saranno liberi di dire ti amo anch’io, non ti amo più, invece di girare per il mondo contagiando chi incontrano con la loro maledetta impossibilità di tirare fuori quello che cazzo sentono.”

   …

   Be’?

   Si è capito qualcosa?

   Siete d’accordo?

   “Grazie Lidia,” avevano recitato tutti.

   Ma lei stavolta no, stavolta lei non si era unita agli altri, era rimasta zitta.

   Finita la riunione, aveva allungato a quella donna il suo biglietto da visita e le aveva soffiato se e quando vuoi chiamami.

   Poi aveva pensato tre cose.

   Non tornerò mai più in questo posto.

   Quanto mi manca la pancia.

   Stasera lo faccio, stasera gli scrivo.

   Anche lei incinta si era sentita invincibile.

   Credeva di avere capito qualcosa, almeno una cosa, e adesso neanche si ricorda qual era. Perché comunque si sbagliava: non aveva capito niente, non si può capire niente.

   Aveva scritto una lunga lettera a suo figlio, più di quaranta fogli, mese dopo mese, per raccontargli le varie fasi della gravidanza, i pensieri, le paure, la trafila delle visite, aveva infilato nella busta le foto dei suoi genitori e degli amici più cari perché “sono la mia famiglia e saranno anche la tua”…

   Gli aveva raccontato perfino come si erano conosciuti lei e Damiano, senza omettere (quasi) nessun particolare, sia perché, come quella Lidia, credeva fosse salutare avere la possibilità di conoscere la storia da cui veniamo, sia perché, se fosse morta, suo figlio un giorno avrebbe sicuramente cercato delle risposte, come oggi fa il figlio della tizia in tailleur rosa salmone, e in quella busta magari qualcuna ne avrebbe trovata.

  Ma adesso Emanuele ha sei mesi e lei già non saprebbe più dire che cosa ha scritto in quella lettera. Vedere la pancia di Lidia, ancora più che ascoltarla, le ha fatto venire una voglia irresistibile di aprire la busta e dare un’occhiata. Si era ripromessa che non l’avrebbe fatto mai, perché quei fogli sono di Emanuele, solo di Emanuele, e lei è già una persona molto diversa da quella che ha scritto la lettera, e comunque non è Emanuele.

   Che finalmente si è addormentato, nel suo lettino.

   È stato un piccolo trauma, uno degli innumerevoli – in così pochi mesi –, eliminare la culla che da quando era tornata dall’ospedale aveva tenuto accanto al suo letto e passare al lettino dove Emanuele ora dorme da solo, nella cameretta. È così da tre settimane e lei ancora non riesce ad abituarsi.Infatti anche stasera si accuccia di fianco al lettino, su un minuscolo sgabello di plastica a forma di tulipano, e lo guarda.

   “Ti amo,” gli sussurra. “Ti amo da impazzire.” E una parte di lei spera che continui a dormire e faccia tutta una tirata fino alle sette del mattino, una parte spera che si svegli, solo per un istante, per spalancare quel sorriso senza denti e senza senso, agitare le braccia come per dirle lo so chi sei, pure se ancora non ci credi io lo so, guarda che l’ho saputo subito, subito, e ti amo anch’io da impazzire, come per dirle guarda che esisti, esisti tantissimo.

   Perché lei, soprattutto da quando Damiano se ne è andato, fa fatica a ricordarselo, che esiste.

   È piena di Emanuele che proprio mentre la riempie rischia però di annientare tutto quello che prima di Emanuele lei era.

   Era un’illustratrice di favole e fumetti per bambini, prima di Emanuele.

   Era quella che aveva disegnato, sceneggiato e diretto il cartone animato Naso torna sempre.

   Era troppo magra.

 

L’AUTRICE

Chiara Gamberale.

 Chiara Gamberale è nata nel 1977 a Roma, dove vive. Partita come giovanissima speaker radiofonica, ha collaborato con «Il Giornale» e nel 1996 ha vinto il Premio di giovane critica Grinzane Cavour, promosso da «La Repubblica».

Ha esordito nel 1999 con Una vita sottile (Marsilio, premio Opera prima Orient-Express, Un libro per l’estate e Librai di Padova), seguito da Color Lucciola (Marsilio 2001), Arrivano i pagliacci (Bompiani 2002), La zona cieca (Bompiani 2008, premio selezione Campiello), Le luci nelle case degli altri (Mondadori 2010), L’amore, quando c’era (Mondadori 2012), Quattro etti d’amore, grazie (Mondadori 2013), Per dieci minuti (Feltrinelli 2013). Altre sue opere sono: Avrò cura di te (Longanesi 2014) scritto con Massimo Gramellini, Adesso (Feltrinelli 2016), Qualcosa (Longanesi 2017) e L’isola dell’abbandono (Feltrinelli 2019).

È inoltre autrice e conduttrice di programmi televisivi e radiofonici come Quarto piano scala a destra su Rai Tre e Io, Chiara e L’Oscuro su Radio Due. Ha condotto anche il contenitore culturale Duende per l’emittente televisiva lombarda Seimilano. Collabora con «La Stampa» e «Vanity Fair» e ha un blog sul sito di «Io Donna» e del «Corriere della Sera».

Ha diretto a Roma il laboratorio di scrittura creativa “Il calamaio”.

I suoi romanzi sono tradotti in quattordici paesi e sono stati a lungo in vetta alle classifiche in Spagna e America latina.

L’ isola dell’abbandono

Chiara Gamberale 

Editore: Feltrinelli

Collana: I narratori

Anno edizione: 2019

Pagine: 224 p., Brossura

 Acquista € 16,50.

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