Un filo teso tra passato e presente, come una perfetta Penelope, Alisea disfa’ il suo gomitolo e dischiude i suoi ricordi intrecciati nel tempo.  

 

Ritorno a Itaca 

racconto

di

Gabriele Costa

 

Il traghetto entrò, scivolando piano, nel piccolo porto e alcuni marinai si prepararono alla manovra d’attracco. Erano le cinque del mattino ma il sole già si intravedeva all’orizzonte: un nuovo giorno cominciava. Alisea era sul ponte e osservava con curiosità quell’alba così diversa. Cercò di ricordare le differenze dall’alba del giorno prima. Niente. 

Una ventina di minuti prima, un uomo in abiti da inserviente, seguito da un piccolo cane di razza incerta, aveva fissato sotto il parafango anteriore della macchina di Alisea una scatoletta nera simile a un trasmettitore Gps. Si trattava in realtà di un telefono cellulare satellitare. Lo aveva collegato alla batteria della macchina per dargli un’autonomia illimitata. Sarebbe stato sempre rintracciabile a qualsiasi distanza e cosa importante, il suo datore di lavoro gli aveva assicurato che Alisea non si spostava mai senza la sua Alfa Romeo.

Alisea ora era seduta nella sua macchina e aspettava che la rampa del traghetto si aprisse. L’isola le avrebbe dato come al solito il benvenuto. 

Per Alisea gli odori del porto erano sempre stati più buoni, rassicuranti ed evocativi della realtà concreta. La portavano a sorridere e rendevano, questo era fondamentale, leggero il camminare. Non era la prima volta che metteva piede sulL’isola. Vi aveva passato parte della sua infanzia e sempre le vacanze. 

Suo nonno, Learco, si era stabilito sulL’isola da molti anni. Era il patriarca di una grande famiglia formatasi non tanto sulla base delle parentele, naturali o acquisite, quanto da persone che si erano scelte per istinto o per destino. Il legame era perciò indissolubile.
Era da tempo che mancava dalL’isola. Chi avrebbe rivisto della sua grande famiglia?
Chino, che a volte faceva ancora il tombarolo e da bambina l’aveva spesso portata con sé; Alfonso, l’autista di Learco identificabile anche al buio per il suo respiro da asmatico; Ultimo, e sua figlia Gradita, socio di Chino ai tempi delle loro spedizioni archeologiche ma che da quando si era ritirato sulL’isola faceva il pescatore; Ortensio, fratello di Learco e quel moccioso di suo figlio Bernardino con quella insopportabile timidezza sfrontata; Smeraldo che c’era da sempre ma non aveva mai capito cosa facesse né dove abitasse sulL’isola; Ulisse, senza un orecchio, il migliore amico di Veleno. 
L’unico che non voleva vedere, e il nonno le aveva dato la sua parola che non sarebbe stato sulL’isola, era Veleno, il suo ex. Si erano lasciati da poco. Lo odiava. 
Tutti, tranne Veleno e Ulisse, vivevano sulL’isola. La sua grande famiglia non finiva lì. In mezzo mondo c’erano persone sulle quali poteva contare in caso di bisogno, ne era sicura, anche se era certa di non averle ancora conosciute tutte. Aveva capito fin da bambina che Learco, come d’altronde gli altri, pur senza darlo a vedere, aveva un conto in banca che era un pozzo senza fine. Learco però le aveva insegnato che bisognava chiedersi, prima di spendere un soldo, se fosse proprio necessario. Tuttavia spesso faceva finta di arrabbiarsi con lei perché spendeva troppo poco. 

 

A diversi chilometri di distanza uno splendido esemplare di Capibara, il più grosso roditore esistente, di nome Crasto, nuotava e giocava con un vecchio, il suo unico e vero amico Smeraldo, non disdegnando di fare i suoi giochi acquatici anche con Learco e gli altri e con chi gli era simpatico. Aveva conosciuto tutti gli amici di Smeraldo tranne Alisea. Era solo una casualità non di certo una scelta intenzionale.
Crasto aveva raggiunto gli ottanta chili di peso: né lui né Smeraldo riuscivano a stare a dieta. Smeraldo era convinto, anzi ne era sicuro, che Crasto conoscesse la lingua degli uomini, la capisse e potesse anche parlarla, quando nessuno lo sentiva.
Crasto era un ladro di parole altrui che poi metteva in fila in ordine sparso. Non erano poesie, ma mantenevano un senso solo per chi le interpretava. Telepaticamente le mandava a chi voleva che le ricevesse. Era anche un veggente, un sensitivo che riusciva a leggere i pensieri e le intenzioni degli esseri umani. 

Non sapeva di parlare ogni tanto nel sonno, specialmente dopo un lauto pasto di pesce. Smeraldo, il suo compagno uomo, lo aveva sentito declamare aforismi, parole, divinazioni e sentenze ma aveva sempre dato la colpa alla tequila e non l’aveva mai detto a nessuno. 

Crasto iniziò la sua apnea. Sentiva che qualcuno era arrivato al porto. Una donna con il nome dei venti declinato al femminile che nella forma antica significa sentiero, riferendosi appunto al fatto che questi venti soffiano sempre secondo una direzione precisa, quasi a tracciare un sentiero o un percorso. Non riusciva a mettere del tutto a fuoco la sua sensazione. Sentiva però che quella donna era giovane e bella ed era seduta in una vecchia macchina con i sedili di pelle: in quel momento stava cogliendo gli odori del porto. 

Crasto cercò, concentrandosi nuovamente, di scoprire qualcosa di più. Niente da fare. Decise allora di infilare parole nella sua mai finita collana, dedicandole a quella donna. Di solito le faceva scivolare, da prepotente quale era, nei pensieri delle persone a cui erano dedicate ma non aveva ancora le coordinate giuste di quella donna. Certo, conosceva la latitudine e la longitudine lungo il parallelo del luogo da un arbitrario meridiano di riferimento. 

Non importava, era sicuro che presto l’avrebbe incontrata. Per adesso quelle parole le avrebbe conservate lui, in un posto inaccessibile: il suo Cesto delle parole.

   il profumo del pane

   è meglio del pane

   il profumo del caffè

   è meglio del caffè

   il profumo di

   una cucina che borbotta

   è meglio del cibo cotto

   solo il sapore del pesce

   è meglio del suo profumo

Crasto depose con cura le parole dentro il Cesto, in fondo alla sua memoria. Quindi nuotò velocemente verso la piccola spiaggia e si distese accanto a Smeraldo, che lo aveva preceduto, lasciando che il sole giocasse con loro.

 

La grande bocca del traghetto iniziò, cigolando, ad aprirsi. Mancava poco e Alisea si godeva i profumi del porto. Odori dolci, magmatici e pieni di conforto, di ricordi, per chi partiva e per chi arrivava. Quanti porti aveva conosciuto nella sua vita girovaga? Alisea era contenta che Learco l’avesse invitata a raggiungerlo sulL’isola. Sorrise a diversi bambini che guardavano con ammirazione, molti con la bocca aperta, la sua Alfa Romeo SS rossa 1300. L’aveva comprata, o meglio incontrata, essendo stata abbandonata in un box da un parrucchiere in pensione. Seguì un lungo e meticoloso restauro, durato due anni. Era perfetta, affidabile come se fosse appena uscita dalla catena di montaggio. Dovette fare anche il rodaggio. 

In un film di Bruce Weber sulla vita di Chet Baker del 1988, ma Alisea non riusciva a ricordarsi il titolo, quando viene chiesto a Chet qual è stato il giorno più bello della sua vita, lui risponde:

   «Quando ho comprato un’Alfa Romeo SS. Mi sono divertito molto quel giorno. Era solo una 1300 ma faceva i 200 all’ora. Era molto bassa, sembrava di volare.»

Alcuni maschi adulti e cretini, vestiti alla moda, non guardavano la sua macchina e di certo non conoscevano né Bruce né Chet, non le toglievano gli occhi di dosso in maniera sfrontata. Sapeva di essere bella e non aveva certo bisogno della loro conferma, perciò quegli sguardi la infastidivano. Spesso sognava la prima ruga, il passare del tempo, i primi fili di capelli bianchi, la sua vecchiaia.
Aveva cercato per mari e monti la SS di Chet e infine, grazie a Learco, l’aveva trovata a Hong Kong. Era di un collezionista cinese. La voleva assolutamente ma suo nonno, che di solito esaudiva tutti i suoi desideri, la convinse che non c’era niente da fare. Troppo pericoloso insistere con certa gente. 

Il collezionista era figlio di uno dei capi della Triade che gestiva per conto proprio tutto il commercio della “China White”, eroina purissima proveniente dal Triangolo d’Oro e, alla richiesta di poter fare una generosa offerta per comprare la macchina, aveva risposto a Learco con un no, cortese ma definitivo.

Alisea pensò a suo padre Cornelius, figlio di Learco. Aveva ingarbugliato la sua vita da molti anni sulL’isola di Patmos, in Grecia. Lei aveva fatto molti viaggi per incontrarlo ma lui si era sempre rifiutato di vederla. Il padrone della stamberga dove Cornelius si era arenato, l’aveva convinta a lasciar perdere. Le aveva detto chiaro e tondo che Cornelius era un alcolizzato e si vergognava di farsi vedere da lei. Alisea gli scriveva di tanto in tanto senza mai avere una risposta. 

Il padrone della locanda, per confortarla, aveva però aggiunto che tutte le mattine prima di iniziare a bere, diceva che sarebbe stato l’ultimo giorno perché al più presto voleva rivedere la sua amata figlia Alisea e ciò sarebbe avvenuto solo da sobrio.
Anche Learco soffriva, senza però farlo vedere, per quel suo figlio che aveva fatto un solo errore nella sua vita: si era innamorato della donna sbagliata.

Un ragazzo bussò con gentilezza al suo finestrino. Alisea girò la manopola e abbassò il vetro. Era magro, bello, poteva avere quattordici o quindici anni. Le scarpe slacciate, una felpa macchiata, non si capiva quale cibo avesse lasciato le sue tracce, che con il tempo erano diventate indelebili. Mangiava sicuramente distraendosi di continuo, per qualsiasi cosa, un volo di uccello, un pensiero, una musica, una sonata o una sinfonia e non gli veniva di certo in mente di chiudere la bocca né di usare il tovagliolo. I capelli erano biondi, ricci e spettinati. Gli occhi azzurri. I denti un po’ giallini, poco lavati, le unghie sporche e non voleva pensare ai suoi calzini che di certo non vedevano la lavatrice da più di una settimana. 

Al suo primo innamoramento sarebbe cambiato tutto. Un uomo, se lo sentiva, sarebbe diventato un vero uomo.

   «Mi scusi signora, mi chiamo Bernardino, questa è un’Alfa Romeo SS, giusto?» 
Alisea notò che la sua voce si era già un po’ abbassata. Le tempeste ormonali stavano per scaricarsi. La dolcezza l’avvolse come d’inverno una morbida coperta di lana ruvida. 
   «Sì» rispose sorpresa. Era forse quel Bernardino, nipote d’Ortensio, fratello di Learco? Chissà. L’aveva conosciuto da bambino e non gli era piaciuto per niente.
   «Posso chiederle ancora un’informazione signora? Ho fatto una scommessa con il nonno. Lui si chiama Ortensio.» 

Era proprio lui, ma fece finta di niente. 

   «Certo, dimmi, cosa vuoi sapere?» 

Allora sulL’isola c’erano anche loro. Avrebbe voluto abbracciarlo. Si guardò intorno con disinvoltura ma non vide Ortensio.

   «Secondo Ortensio è una 1600 ma io sostengo che è quella più rara, la 1300.»

   «Cosa avete scommesso?» chiese Alisea.

   «Se vinco posso fare tutti i giorni un giro sul gozzo, da solo, altrimenti compiti. Dice che è importante studiare, ma io non gli credo perché finisce sempre la frase con una risata.» 
Bernardino la guardò negli occhi. Pochi uomini, nella sua vita, erano riusciti a guardarla dritta negli occhi. Avrebbe mentito per quel ragazzo ma non era necessario, aveva ragione lui. 

   «È una 1300. Bravo! Rimani un po’ sulL’isola?» 

   «Sì, tutta l’estate. Ci vediamo? Ti porto a fare un giro in barca, solo se sai nuotare e non hai paura, però. Non mi piacciono le femmine piagnucolose.» 

La sua voce aveva quell’ inflessione di innocente strafottenza che si perde quando si diventa grandi.

   «Certo che so nuotare e con te non avrei di certo paura. Sei bravo con il bolentino?» lo stuzzicò involontariamente Alisea.

   «No. Serve per pescare se non mi sbaglio. Mi insegni?»

   «Imparerai in un attimo.» 

   «Poi si potrebbe mangiare il pescato insieme» propose Bernardino senza abbassare lo sguardo.

Alisea era lusingata: aveva avuto una proposta, anzi era un corteggiamento implicito di un giovane uomo che aveva pronunciato le uniche parole che si meritavano una risposta. Si sentiva come una ragazzina al suo primo appuntamento. Con il primo ragazzo con il quale era uscita si era chiesta tutto il tempo se lo avrebbe baciato o no. Non lo aveva baciato ma lui si era preso la sua verginità, in quel pomeriggio afoso, mentre lei continuava a farsi quella stupida domanda, non trovando affatto eccitante né divertente quel suo primo rapporto. Aveva dodici anni. 

Learco aveva notato un cambiamento in lei ma in quelle circostanze gli uomini non trovano mai le parole giuste.

   «Certo, mi farebbe piacere mangiare con te, magari su una spiaggia, e poi guardare le stelle. Sempre che tuo nonno ti faccia uscire di sera» lo provocò Alisea.

   «Certo che mi dà il permesso, cosa credi. Adesso devo andare. Mio nonno scuoterà la testa e borbotterà qualcosa, ma sarà felice. Sai, con lui mi viene sempre il dubbio che è più contento quando vinco io. Ti dirò un segreto, bara. Ciao, ci vediamo. Ma tu come ti chiami? Hai un nome?»

   «Giuditta, scusa se non mi sono presentata, sono un po’ stanca. A presto, Bernardino.» Alisea evitò di dire il suo nome, non voleva essere riconosciuta da Bernardino. Non sapeva bene perché. Forse voleva rimanere ancora un po’ nascosta prima di raggiungere suo nonno Learco. Alisea lo seguì con lo sguardo pieno di rispetto, era prepotente, dolce, spavaldo e insicuro proprio come un angelo, uguale a Veleno. Cercò una sigaretta nella borsa e l’accese. Provava come una specie d’orgasmo, non sapeva come altro definirlo. 

Aveva sempre abbinato l’orgasmo al bello: un campo di lavanda, o di papaveri, un tramonto o un uragano. Nella sua vita erano stati tanti gli orgasmi, o quello che erano, provocati dalla bellezza. La prima volta fu quando vide, seduta a prua della barca a vela di suo nonno, il Cormorano, un branco di delfini che danzavano solo per lei. Aveva dieci anni. 

Suo nonno Learco aveva visto una luce dolce e confusa nei suoi occhi e prima che lei prendesse sonno quella sera, trovò le parole giuste e le raccontò di Poseidone e della sacralità del delfino, benedetto dai marinai perché il suo apparire era segno di mare calmo e, vedendolo nuotare vicino alle imbarcazioni, erano convinti che indicasse loro la giusta rotta. 

A Poseidone era stata consacrata anche una pianta: il pino, le aveva sussurrato Learco accarezzandole una guancia. Le navi erano a quei tempi quasi interamente costruite con tavole di legno di pino o di cedro del Libano, considerati i migliori. Il Cormorano era stato costruito con questi legni.

Alisea vide finalmente Ortensio qualche macchina dietro di lei. Ma in quel bailamme, stretti, portiera contro portiera, non poteva scendere. Gli sorrise, gli voleva bene. Lui ricambiò. Ortensio stava invecchiando ma restava un vero signore come non ce n’erano più. Nonostante il vestito frusto, il berrettaccio di lana, le basette bianche, lunghe, incolte. Guardando verso di lei alzò solo il pollice e poi di nuovo il pollice, l’indice e il medio. 1300! Bastardo, pensò Alisea. 

Da quanti anni conosceva Ortensio? Tanti. E quante volte aveva barato con lei? Tante. Lei se n’era accorta presto ma lo aveva lasciato fare, proprio come Bernardino.
Mise in moto. Davanti a lei la fila di macchine iniziò a muoversi piano verso l’uscita. Appena discesa la rampa aprì il ricircolo dell’aria. La brezza fresca del mattino, insieme ai profumi non identificabili del porto, penetrarono nell’abitacolo in un abbraccio di affettuoso benvenuto. Notò che nella maggior parte delle macchine i finestrini venivano chiusi frettolosamente. Paura della puzza. Si defilò senza aspettare nessuno, prese la prima strada che le si parava davanti, a caso.

Ricordò una vacanza in Grecia con i suoi genitori. Lei aveva solo nove anni e non immaginava che quelle quattro settimane così tanto sognate e desiderate avrebbero segnato la sua vita. Dopo solo due giorni di paradiso arrivò suo nonno Learco. Senza dire una parola la prese mentre dormiva, l’avvolse in una coperta e l’appoggiò dolcemente sul sedile posteriore della sua grande macchina nera. Ancora mezza addormentata riconobbe il respiro asmatico di Alfonso, l’autista del nonno. Voleva bene al nonno e anche ad Alfonso. Si sentiva come in una tana, al sicuro. Riprese sonno sorridendo. 
Dopo poco nella macchina entrò, prepotente, l’odore del porto dai finestrini aperti. Si svegliò ma continuò a far finta di dormire. Questa volta fu Alfonso a prenderla in braccio. Il grande gommone si staccò in silenzio dalla banchina. Sapeva benissimo dove stavano andando, il Cormorano li aspettava in rada, ma non capiva perché non c’erano anche i suoi genitori. 

Amava suo padre. Forse si trattava di uno scherzo, di una sorpresa. Suo nonno era uno specialista in questo.

Da quel giorno visse col nonno fino alla sua maggiore età. Non parlarono mai di quella sera. Alle sue domande lui rispondeva che l’aveva fatto per lei, che gli faceva troppo male parlarne. Lei aveva una fiducia cieca, d’altronde non era Learco il padre di suo padre? Non gli chiese più niente. Ma quel tarlo le era rimasto dentro. Adesso che era una donna, libera e autonoma, aveva deciso di venire sulL’isola, per confrontarsi con Learco, per capire, per mettere a posto i tasselli del suo passato. Ne aveva bisogno dopo la fine del suo rapporto con Veleno. 

Veleno, sorrise pensando a quel nome, anche se non aveva senso. Perché dopo averlo tanto amato, ora lo odiava. Non voleva fermarsi a ricordare. Non ora. Troppe cose aspettavano ancora una risposta. Aveva vissuto senza farsi domande. Era venuto il momento di fare i conti con sé stessa, prima che con gli altri. 

Parcheggiò la macchina, comprò un paio di quotidiani e trovò posto in un piccolo bar davanti a un minuscolo tavolino tondo. Lì tutto era ridotto al minimo, come dentro di lei. Ordinò caffè, uova strapazzate, toast, miele e spremuta d’arancia chiedendosi come tutto questo avrebbe trovato posto sul tavolino. 

Finalmente aveva di nuovo voglia di scherzare. Iniziò a sfogliare sbadatamente le pagine dei quotidiani danesi. Non conosceva la lingua, ma aveva evitato di comprare un quotidiano tedesco, italiano, spagnolo, francese: voleva passare inosservata anche perché Learco le aveva fatto una richiesta curiosa, doveva stare attenta a non essere seguita.
Alisea alzò lo sguardo. Vicino alla sua macchina c’era un uomo che poco prima si era tolto la tuta da inserviente del traghetto, nel piccolo bagno del bar. 

Questo Alisea non poteva saperlo. 

Alto, magro, con un cane al guinzaglio. Poteva vederlo solo di schiena. Perché stava fermo? Il solito curioso? L’uomo si chinò e sparì dalla vista di Alisea. Forse gli era caduto qualcosa oppure doveva allacciarsi una scarpa. Qualche secondo dopo riapparve. Ora sembrava che guardasse all’interno della sua macchina. 
L’uomo e il cane si allontanarono. Solo un curioso, pensò Alisea. L’Alfa 1300 aveva colpito ancora. Doveva calmarsi. Nessuno poteva sapere che lei era sulL’isola.
Impossibile che fosse un uomo mandato da Veleno per sorvegliarla. Si rendeva conto che Veleno era potente, con conoscenze in tutto il mondo ma non avrebbe mai sorvegliato lei per rispetto di Learco. Scacciò quei pensieri.

Con ammirazione guardò il cameriere che riuscì a fare stare tutto sul tavolino. Lui le sorrise come se avesse intuito la sfida. Ricambiò il sorriso e ordinò anche una bottiglia d’acqua, sicura che quella non avrebbe trovato posto. 

Pagò prima che arrivasse l’acqua. L’uomo accanto alla macchina era sparito. Fece un giro per precauzione, nessun segno di pipì sulle gomme.

Decise di fare un giro prima di presentarsi a Learco. Al primo bivio, d’istinto svoltò a destra, era una parte delL’isola che non conosceva ancora. Guidando e pensando non riusciva a concentrarsi sul meraviglioso paesaggio che si srotolava davanti a lei come in un video del National Geographic: colline nude appena coperte da una tenera lanugine verde, cipressi neri neri isolati sui dossi o raccolti a macchie negli avvallamenti, casolari arcigni e sprangati, qualche gregge sparso senza pastore ma vigilato da cani pastore bianchi che alzavano la testa al suo passaggio e le abbaiavano contro. 
Ogni tanto Alisea, quando vedeva una macchina nello specchietto retrovisore, metteva la freccia, e al primo spiazzo sterrato si fermava. 

Si rilassò dopo aver lasciato passare diverse vetture. Ora era sicura, nessuno la seguiva ma non poteva immaginare che all’interno del parafango anteriore stesse lampeggiando una piccola luce verde proveniente da una scatola nera. 

L’uomo guidava lentamente. Era dietro di lei di alcuni chilometri. Sul cruscotto la ricevente sentiva il segnale forte e chiaro.

Alisea vide un cartello che indicava un bar, “La tana del topo”. Mise la freccia, girò il volante per fermarsi a fare una sosta, aveva voglia di un caffè. La strada bianca era in discesa e portava al mare. Un tornante dopo l’altro. Dietro l’ultima curva comparve davanti a lei una piccola baia di un colore smeraldo sfumato. Scese dalla macchina. 
Il posto era incredibile, un’apparizione improvvisa. Pensava di conoscere L’isola come le sue tasche ma non era così. Ogni volta scopriva dei posti nuovi come se durante la sua assenza si fosse modificata creando nuove insenature, altipiani, vallate, scogliere, prospettive diverse.

Nella baia si stagliava, alle spalle di un barettino anonimo, una piccola casetta di legno. Una costruzione bassa, il tetto d’erba con la canna fumaria a forma di berretto da baseball. Qualcuno doveva essersi ispirato all’architetto Hundertwasser. 

Notò una griglia spenta e sulla sinistra un filo per il bucato. Appesi una decina di piccoli polipi. 
Era una specie di locanda. Si poteva anche mangiare. Chissà se servivano del pesce crudo. Magari più tardi. 

Si accomodò sulla terrazzina del bar: quattro tavolini sgangherati, due lettini per prendere il sole con la base piena di ruggine. Davanti a lei un panorama mozzafiato. Sentì dei passi alle sue spalle. Ordinò un caffè con tono distaccato e spocchioso. Si voltò e in controluce riuscì a distinguere la figura di un uomo, un vecchio, che si dirigeva verso la casetta. Tornò a guardare il mare, poi chiuse gli occhi.

L’uomo posò davanti sul tavolino un bricco di caffè, fatto alla maniera turca, e una tazza. Lo riconobbe subito per l’odore di cannella. Scacciò il ricordo della prima volta che aveva bevuto un caffè turco: era insieme a Veleno.

Il vecchio chiese: «Posso?» indicando la sedia di fronte a lei. L’aveva riconosciuta dal primo istante, anche se non la vedeva da anni, una bella donna sbocciata dalla bella bambina che era stata. Si chiese se anche lei l’avesse riconosciuto. Si ricordò però che Alisea non aveva mai visitato la sua baia. Forse la vecchiaia lo aveva cambiato così tanto? Comunque decise di stare al gioco. 

Versò con lentezza il caffè. Un forte profumo di cannella si sparse nell’aria, percepì anche un odore dolciastro che veniva dalla sigaretta senza filtro dell’uomo e poi l’odore forte e autentico di chi non aveva la stupida abitudine di annegare nei profumi la propria firma olfattiva. Anche lei non ne usava, solo a volte un po’ di lavanda che mischiava con qualche goccia d’essenza di limetta, che si mescolava al suo odore naturale senza annullarlo. 

Le venne in mente, aveva una memoria di ferro, un passo degli Essais di Montaigne sugli odori che aveva letto ai tempi del liceo ed era forse la causa della sua avversione ai profumi: 

   «Mulier tum bene olet, ubi nihil olet (era a sua volta una citazione da Plauto: una donna ha un buon odore se non ha nessun odore). E quanto ai buoni profumi – continuava Montaigne – estranei alla persona, si ha ragione di ritenerli sospetti in coloro che se ne servono, e di pensare che siano usati per coprire qualche difetto naturale a questo riguardo.» Parole sante. 

Alisea prese la tazza sbeccata del caffè. Sorrise in modo svogliato all’uomo seduto di fronte a lei in controluce. Non aveva molta voglia di parlare. Era assorta nei suoi pensieri e sperava che non fossero visibili né che facessero rumore.

 

È arrivata, pensò Crasto aprendo solo l’occhio destro. Interruppe una delle sue innumerevoli sieste quotidiane all’interno della casetta. Presto si sarebbero conosciuti. Si concentrò su lei nella speranza che Smeraldo non se ne accorgesse.
Improvvisamente Alisea si sentì strana. La sua mente iniziò a fare, senza che lo volesse, delle capriole, dei salti mortali seguiti da arditi capitomboli. Le parole che si formavano non avevano alcun senso e la cosa che la inquietava di più era la sensazione che non fossero sue. 

Crasto sentiva cosa stava succedendo nella mente di Alisea, un vero e proprio uragano con una forza paragonabile al dodicesimo grado della scala di Beaufort. Succedeva sempre così agli umani quando riuscivano a liberare le parole rimaste prigioniere dei sensi di colpa, nascoste nella dualità che divide materia e spirito, frutto di sovrastrutture mentali, annidate nella psiche profonda, incatenate in gabbie segrete magari per anni. Crasto sapeva che tutto questo dipendeva da lui, ma riusciva a provocare quel cataclisma solo se entrava in empatia con qualcuno. 

Alisea si riscosse, alla fine la tempesta si era placata. Era durata un attimo o un’eternità. Qualcosa era cambiato in lei, era sicura, però non capiva cosa. L’uragano era passato e non aveva portato distruzione ma ordine.

Crasto, ormai del tutto sveglio, si sedette come una sfinge, era contento. Aveva finalmente avuto la risposta a un dubbio che aveva da sempre: le donne possono mettere in riga le parole? 

   Il cervello è come una stazione 

   dove tutti discutono

   qualcuno più in là 

   senza nessuna umana vergogna litiga

   ai funerali spesso viene voglia di fare l’amore 

   ma nella mente non ci sono 

   barriere efficaci e solide

   la notte di San Lorenzo è lontana

   un lampione illumina i miei amanti in fondo alla strada

   inorridita dai sogni 

   dalle associazioni di idee

   dalla voglia di difendere il mio

Finito di raccogliere le parole in libertà d’Alisea, Crasto le dispose a modo suo e trovò, per loro, un posto d’onore nel suo Cesto. Potevano un giorno tornargli utili. Poi riprese a sonnecchiare. 

Le parole finirono anche nel Cesto d’Alisea che non sapeva ancora di averne uno. Finì di bere il suo caffè e si accese, senza averne poi una gran voglia, l’ennesima sigaretta.

   «Non passano molti turisti. Non è stagione. Lei è una turista?» chiese Smeraldo.

   «Sì, una turista. Sono un’assistente sociale… ho bisogno di non pensare a niente per un po’.» 

Perché quella domanda? Alisea era diffidente. Ma di cosa mai si doveva preoccupare? In fondo si trattava di un vecchio e probabilmente aveva solo voglia di parlare. 

   «Sono venuta in cerca di solitudine.»

   «Allora questo è il posto giusto. Io amo la solitudine, la considero un’amica. La curo e la coltivo ogni giorno. Anche adesso.»

   «E quella?» chiese indicando la casetta con il tetto d’erba.

   «È il regalo di un mio amico. Si chiama Hundertwasser. Dicono che sia un architetto famoso: comoda, calda d’inverno, fresca d’estate, e poi mi piace quel berretto sul comignolo. È uguale a quello che portava lui quando veniva qui a seguire i lavori. Il camino tira che è una meraviglia.»

   «Così lei conosce Hundertwasser. Ora abbiamo qualcosa in comune. Anch’io l’ho conosciuto… è amico di mio nonno.» 

Smeraldo non rispose. Possibile che Alisea non l’avesse ancora riconosciuto? Doveva essere stanca, molto stanca. O forse fingeva, per motivi suoi. 

Rimasero a lungo in silenzio, entrambi rilassati. Sopra di loro splendeva il sole, sempre più padrone del giorno, in un cielo azzurrissimo appena striato da certe nuvolette bianche e lanuginose. Nuvole magrittiane, venne in mente ad Alisea, pescando dai suoi studi in Storia dell’Arte. Attraccata al pontile, che era il proseguimento della terrazza, dondolava una piccola barca da pesca. 

Dalla parte della strada, quella che aveva fatto lei per scendere, al terzo tornante, un uomo, seduto all’ombra di un gran cespuglio di rosmarino, mangiucchiava dei pezzi di pane, ignorando il piccolo cane che cercava di attirare la sua attenzione mordicchiandogli un sandalo. 

Una piccola telecamera fissata su un cavalletto stava riprendendo la terrazza dove ‘erano Alisea e Smeraldo.  Ogni tanto l’uomo controllava la scena col binocolo.

   «Bella giornata, oggi» pronunciò in modo indistinto Smeraldo.

   «Succede spesso?»

   «Qui è raro il contrario.»

   «Come sarebbe a dire?»

   «Vede signora…signora…?»

   «Alisea, mi chiamo Alisea e lei?» 

   «Smeraldo, al suo servizio Alisea. Posso chiamarla Alisea?»

   «Certamente Smeraldo.» Alisea lo guardò. Si formò per un attimo una nuova ruga all’angolo della bocca dell’uomo. Era un sorriso, si chiese. Allora si chiamava Smeraldo. Quello Smeraldo, amico di suo nonno e anche di Veleno? Impossibile. Però… se così fosse avrebbe informato Veleno della sua presenza sulL’isola? Lo osservò, con attenzione, mentre montava una strana, grande vela sopra di lei. Era lui, non era lui: non sapeva decidere. 

Non cambiava nulla sapere la verità e d’altronde anche lui non aveva avuto nessuna reazione sentendo il suo nome. Alisea aprì il suo computer portatile. La connessione con il suo server a Kiev arrivò quasi subito. Mandò un breve messaggio a Veleno. Si scollegò e guardò di nuovo Smeraldo. Era come se per lui lei non esistesse, stava fumando e guardava il mare. 

Era tanto tempo che non si sentiva così bene. Doveva andare ma non c’era fretta, forse era meglio se ammetteva a sé stessa che non voleva più avere fretta. Una sensazione mai provata, come se si fosse trovata a casa, non avendo mai avuto una casa. Socchiuse gli occhi e ricordò. Certi ricordi erano un toccasana e aveva imparato a gestirli con parsimonia, a evocarli quando servivano. 

A Natale, di tanti anni fa, tutta la famiglia si era riunita ad Arosa in Svizzera. Alla sera lei aprì tutti i regali e rimase profondamente offesa. Nessuno, visto la scelta del regalo, si era accorto che era cresciuta. Mascherò bene la delusione. Baciò e ringraziò parenti e amici prima di tornare in camera sua. Voleva solo piangere. 

Passò davanti a suo nonno che le sussurrò in un orecchio, baciandola: «Il mio regalo è sul tuo letto, tesoro.» Corse di là. Trovò un piccolo giradischi a pile e un disco: Revolver dei Beatles. Pianse sì, ma per la felicità. Qualcuno aveva capito che ormai era diventata grande. Con una scusa banale non partecipò al cenone e passò quasi tutta la notte ad ascoltare il disco. Poi le pile si esaurirono. Nascose il giradischi, infilò il disco sotto il cuscino e si addormentò contenta. 

La mattina dopo il nonno era già partito. Avrebbe voluto parlargli, ringraziarlo ma sapeva che non amava fermarsi, dopo la morte di sua moglie, per più di due giorni nello stesso posto. Alisea, aprì un occhio e guardò il mare. Forse più tardi avrebbe fatto un bagno prima di raggiungere Learco. 

Smeraldo si alzò e andò verso il pontile. Lo vide accendersi una sigaretta. No, non era lui. Era solo un vecchio che si trovava per caso a vivere sulla stessa Isola del nonno. Non aveva nessuna voglia di pensarci. 

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