Quando la diplomazia diventa un segnale per i mercati

«Lo speculatore della falsa pace»
Tra annunci di pace e futures sul petrolio, il confine tra politica e speculazione si assottiglia.
Il Simplicissimus
Un improvviso annuncio di “colloqui produttivi” con l’Iran, preceduto da movimenti anomali sui mercati petroliferi per centinaia di milioni di dollari, solleva interrogativi inquietanti sul rapporto tra comunicazione politica e speculazione finanziaria. In un sistema dominato dall’economia dei futures e dall’informazione istantanea, la promessa di pace può trasformarsi in leva per operazioni di enorme portata. Il caso diventa così emblematico di una geopolitica in cui la parola pubblica non orienta soltanto le strategie internazionali, ma anche le rendite private. (N.R.)
Che Trump si sia messo in trappola da solo non c’è dubbio, che le sue mosse, tra distruzione totale e tavolo di pace con l’Iran, siano state un gigantesco insider trading per se stesso e per i suoi amici è ancor meno in discussione: circa 15 minuti prima che il post di The Donald, in cui elogiava i colloqui “produttivi” con l’Iran, di cui nessuno sapeva nulla, provocasse un crollo del prezzo del greggio e innescasse volatilità in altri asset, i trader hanno piazzato scommesse per un valore di mezzo miliardo di dollari sul mercato petrolifero. Il valore nominale di tali transazioni è arrivato a 580 milioni di dollari, secondo i calcoli del Financial Times basati sui dati di Bloomberg e il grosso di questi scambi si è avuto 27 secondi prima del post trumpiano. Tutto calcolato al secondo. Che poi i prezzi reali dell’oro nero siano una cosa diversa dai giochi sui futures non interessa poi tanto agli speculatori che già da decenni vivono di economia di carta. Lunedì scorso, tra le 6:49 e le 6:50 ora di New York, sono stati scambiati circa 6.200 contratti futures sul Brent e sul West Texas Intermediate, appena un quarto d’ora prima del post del presidente statunitense su Truth Social, in cui affermava che nei giorni precedenti si erano tenute “conversazioni produttive” con Teheran per porre fine alla guerra in Iran.
Si può essere certi che nessun colloquio fosse stato aperto, non soltanto perché le autorità iraniane hanno immediatamente smentito questa circostanza, ma anche perché le finte trattative di pace che hanno preceduto, anzi coperto, l’attacco del 28 febbraio e che si sono svolte a Ginevra, non sono mai state dirette: un funzionario del governo dell’Oman fungeva da intermediario… Parlava con Witkoff e Kushner in una sala e poi si spostava in un’altra dove parlava con la delegazione iraniana. Qualsiasi comunicazione tra Iran e Stati Uniti è avvenuta tramite intermediari ed è veramente arduo pensare che si sia potuti passare a trattative dirette dopo gli assassini mirati di Usrael nei confronti dei massimi dirigenti del Paese. Dunque a febbraio Trump ha ingannato gli iraniani e poi ha messo in atto la farsa della pace giusto per convincere gli operatori di mercato statunitensi che la guerra con l’Iran si stava avvicinando alla conclusione. È probabile che continuerà a rilasciare dichiarazioni ottimistiche fino a venerdì, poi, dopo la chiusura dei mercati, annuncerà il fallimento dei negoziati, ovviamente a causa dell’intransigenza iraniana. Su questo faccio scommesse. ma di certo che guerre e stragi siano anche l’occasione per fare i giochini di borsa è una caratteristica che riassume molto del cinismo e dell’inconsistenza dell’Occidente contemporaneo.
Il problema però è più profondo e riguarda in sostanza le differenze che esistono tra l’economia di carta e quella reale: i prezzi degli strumenti borsistici e di mercato si riferiscono a un prodotto astratto chiamato petrolio, sia pure suddiviso in varie tipologie, il quale tuttavia ha qualità molto diverse che non possono essere sovrapposte e che vanno dall’oro nero catramoso del Venezuela a quello leggero dell’Arabia Saudita o del Brent del mare del Nord, da quelli che contengono molto zolfo e altri invece che ne hanno una percentuale minima. Tali tipi di petrolio non possono essere processati dalle stesse raffinerie e non per gli stessi scopi e in ogni caso non hanno gli stessi costi di lavorazione. Quindi non è solo questione di quantità, ma di qualità e questa è una delle ragioni per cui i prezzi effettivi sono molto diversi da quelli dei fixing borsistici. Non solo, ma è anche una delle ragioni per cui non si può nemmeno cambiare così facilmente fornitori a meno di investimenti in nuove infrastrutture. Insomma, sono le condizioni materiali che fanno il prezzo. E tali condizioni diventano drammatiche in caso di carenza.
