Fino a ieri pensavamo che globalizzazione volesse dire occidentalizzazione del mondo

Illustrazione di copertina: Wu He Ping

L’OCCIDENTE SI È RISTRETTO


Qualunque sia il giudizio sulla guerra in Ucraina e qualunque sarà l’esito della rovinosa crisi che sconvolge il mondo, possiamo già dire una cosa: è profondamente sbagliato continuare a credere che l’Occidente sia il mondo e che i suoi modelli, i suoi canoni, le sue linee siano la guida del pianeta.

I governi euro-atlantici e l’industria dell’informazione prefabbricata – che lavorano da noi a pieno regime come le macchine propagandistiche dei regimi autocratici e dispotici – ci hanno dato in questi mesi una falsa rappresentazione della realtà: Putin isolato, la Russia contro tutti. La realtà, invece, è ben diversa: i quattro quinti del mondo, e anche di più se ci riferiamo al piano demografico, non hanno adottato alcuna sanzione, alcuna condanna nei confronti della Russia di Putin. Gigantesche democrazie come l’India, potenti Stati totalitari come la Cina, grandi nazioni islamiche come l’Iran, interi continenti come l’Asia e l’Africa, con poche eccezioni, non hanno condiviso il piano di controguerra, minacce e ritorsioni della Nato e dell’Amministrazione Biden degli Stati Uniti. Solo l’Europa s’è accodata, e in alcuni paesi di malavoglia, frenando o cercando di stabilire una doppia linea.

Fino a ieri pensavamo che globalizzazione volesse dire occidentalizzazione del mondo, se non americanizzazione del pianeta: e sicuramente per molti anni questa identificazione ha largamente funzionato, la globalizzazione era l’estensione planetaria di modelli, prodotti, stili di vita, forme politiche ed economiche occidentali. Ma ora si deve onestamente riconoscere che non è più così. E non aveva avuto torto Donald Trump a cambiare direzione di marcia agli Stati Uniti: se globalizzazione oggi vuol dire espansione commerciale e politica della Cina e del sud est asiatico, e non più egemonia americana, meglio mutare registro, giocare in difesa, concentrarsi sul proprio paese e avviare una politica di protezione delle proprie merci per tutelarle dal selvaggio mercato globale e dalla sua crescente inflessione cinese.

L’Occidente si è ristretto, e il ritrovato filo-atlantismo dell’Europa e in particolare dell’Italia, suona davvero anacronistico, come l’accorrere sotto l’ombrello della Nato, come se fosse la Salvezza del Mondo. Che la Nato ci protegga dalle minacce altrui è vero almeno quanto il suo contrario: che con le sue posizioni e pretese egemoniche, ci espone a conflitti e ritorsioni. Lo provano del resto i numerosi conflitti a cui la Nato ha partecipato in questi decenni di “pace”, i numerosi bombardamenti effettuati su popolazioni e paesi ritenuti criminali, la mobilitazione periodica di apparati militari.

Ma usciamo dal frangente della guerra in corso, e usciamo pure dalle considerazioni pratico-commerciali sulla globalizzazione deviata, che ha cambiato egida e direzione di marcia. Affrontiamo il tema sul piano dei principi, degli orientamenti di fondo e delle visioni del mondo: il punto di vista occidentale, il modello culturale e ideologico d’Occidente, i temi dei diritti umani e dei diritti civili, agitati in Occidente, non sono più la chiave del mondo. Della spinta occidentale verso la globalizzazione sono rimasti due grandi strumenti, la Tecnologia e il Mercato, ma non s’identificano più con l’Occidente; sono due mezzi e sono stati trasferiti in contesti sociali e culturali differenti, cinesi, giapponesi, coreani, indiani, asiatici in generale. Anche i due antefatti della globalizzazione non hanno più una precisa matrice universalistica e imperialistica di tipo occidentale: vale a dire la colonizzazione del mondo, grazie alle imprese militari, e l’evangelizzazione del mondo, grazie alle missioni religiose. Oggi gli apparati bellici più aggressivi non sono patrimonio esclusivo dell’Occidente. E la missione di convertire i popoli e portare il cristianesimo ovunque, si affievolisce, ottiene risultati fortemente minoritari, subisce ritorsioni e persecuzioni in tutto il mondo; per non dire della massiccia offensiva islamica. E altrove patisce l’impermeabilità, la refrattarietà di molte società provenienti da altre culture e tradizioni. Il cristianesimo tramonta in Occidente ma non attecchisce più massicciamente nel resto del mondo.

L’Occidente è la parte e non il tutto, si è come rimpicciolito; l’America non è più culturalmente la guida del pianeta, oltre che il guardiano del mondo e l’Impero del Bene, pur disponendo ancora di apparati culturali, commerciali e militari di tutto riguardo. L’Europa è un vecchio ospizio, dove ci sono le popolazioni più anziane del pianeta (col Giappone e gli Stati Uniti), dove la denatalità è forte, e dove la popolazione complessiva sta riducendosi addirittura alla ventesima parte del pianeta o poco più.

Insomma, abituiamoci a pensare in futuro che l’Occidente non sia il Signore del Mondo, il Faro dell’Umanità, ma solo una delle sue opzioni. E abituiamoci a temere che il mondo rimpiazzi l’egemonia occidentale con l’egemonia cinese, l’importazione di merci, modelli e mentalità dalla Cina e dalla sua inquietante miscela di capitalismo e comunismo, dirigismo e controllo capillare. Auguriamoci invece che il mondo riprenda la sua pluralità di civiltà e di culture, che risalgono almeno a una decina di aree omogenee, di spazi differenziati: la Cina e il sud est asiatico, l’India e il Giappone, l’Africa e il Medio Oriente, l’Australia, la Russia. E l’Occidente sia ormai una categoria forzata e obsoleta, perché è più realistico vederlo distinto tra Stati Uniti (e Canada), Europa e America latina. Accettare un mondo plurale, multipolare, diviso in quegli spazi vitali di cui scrisse Carl Schmitt e la miglior geopolitica, e di recente Samuel Hungtinton, è il modo migliore di accettare la realtà e rigettare ogni mira egemonica ed espansionistica. Ciò non ci ripara da guerre, soprusi e pretese; ma perlomeno parte dal riconoscere con realismo l’equilibrio delle differenze.

 

Illustrazione di copertina: Wu He Ping

Fonte: (Il Borghese, giugno)

 

 

 

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