Un libro senza tempo: elegante ed osceno allo stesso tempo. La follia regna sovrana in queste pagine eppure non sembra mai un romanzo sopra le righe. È questa la grandezza dell’autore che ci spinge oltre i nostri limiti, fa a pezzi i confini e ci fa vedere le cose sotto un’altra luce spingendoci a farci domande, a cambiare idea e a costruire nuove consapevolezze.

Sarebbe difficile, per chi non ne è stato testimone, immaginare oggi la violenza dello scandalo internazionale, per oltraggiata pruderie, che “Lolita” provocò al suo apparire nel 1955. E tale è l’abitudine alla sciocca regola secondo cui ciò che fa chiasso è inevitabilmente sprovvisto di una durevole qualità letteraria, tanta era allora l’ignoranza dell’opera di Nabokov che solo pochi capirono quel che oggi è un’evidenza dinanzi agli occhi di tutti: “Lolita” è non solo un meraviglioso romanzo, ma uno dei grandi testi della passione che attraversano la nostra storia, dalla leggenda di Tristano e Isotta alla Certosa di Parma, dalle canzoni trobadoriche ad Anna Karenina. Ma chi è Lolita? Questa «ninfetta» (geniale invenzione linguistica di Nabokov, poi degradata nell’uso triviale, quasi per vendetta contro la sua bellezza) è la più abbagliante apparizione moderna della Ninfa, uno di quegli esseri quasi immortali che furono i primi ad attirare il desiderio degli Olimpi verso la terra e a invadere la loro mente con la possessione erotica. Perché chiunque sia «catturato dalle Ninfe», secondo i Greci, è travolto da una sottile forma di delirio, lo stesso che coglie l’indimenticabile professor Humbert Humbert per la piccola, intensamente americana Lolita. America, Lolita: questi due nomi sono di fatto i protagonisti del romanzo, scrutati senza tregua dall’occhio inappagabile di Humbert Humbert e di Nabokov. Realtà geografica e personaggio sono arrivati a sovrapporsi con prodigiosa precisione, al punto che si può dire: l’America è Lolita, Lolita è l’America. E tutto questo, come solo avviene nei più grandi romanzi, non è mai dichiarato: lo scopriamo passo per passo, si potrebbe dire miglio per miglio, lungo un nastro senza fine di strade americane punteggiate di motel. “Lolita” apparve per la prima volta in inglese nel 1955 e solo dodici anni più tardi nella versione russa dello stesso Nabokov.

 

La trama del romanzo.

 

Sin dalle prime righe si rimane conquistati. Humbert è il protagonista e parla in prima persona raccontandoci la sua ossessione per le ninfette prima, e per Lolita poi. Prigioniero di un amore nato e sfiorito parecchi anni prima, la voce narrante non fa altro che ricercare quell’amore infantile sfiorato, annusato e mai davvero vissuto (e consumato). Peccato che Humbert sia un uomo fatto e finito e la sua attrazione per le bambine, per le ragazzine acerbe sia disgustoso, riprovevole e malato. Lui non vuole farci pena, o cercare comprensione. Anzi, all’inizio sembra voler indisporre il lettore, cerca di spogliarlo dalle convinzioni diffuse e gli sbatte in faccia che le spose bambine non sono così rare cercando nei meandri storici (Per esempio nell’antico Egitto).

A nulla servono le visite psichiatriche, il protagonista si prende gioco dei medici ingannandoli, e un matrimonio infelice. I brividi che gli provocano queste ninfette (metà bambine e metà donne cariche di sensualità) non glieli riesce a provocare nessuno.

L’incontro con Lolita sembra una visione. Il professore quarantenne si imbatte in questa dodicenne che rappresenta il suo ideale di ninfetta. Gli occhi vivaci, la pelle abbronzata, il sorriso sfrontato eccola la sua Lolita e per un breve, brevissimo attimo, ci dimentichiamo che stiamo squadrando una bambina.

A mandarlo in visibilio sono i dettagli, un accenno di coscia, un raggio di sole che illumina la spalla. La lascivia è tutta negli sguardi. In questo libro non c’è mai una vera e propria violenza. Ed è forse anche per questo che alla fine l’odiato professore si trasforma in un uomo da compatire.

Seguiamo con il fiato sospeso la permanenza di Humbert in casa con  la mamma di Lolita. È tutto nuovo per lui, l’America, un nuovo matrimonio (con la madre di Lolita), e il rapporto con questa dodicenne a tratti ingenua a tratti ben consapevole del potere che esercita sul quarantenne.

Non voglio svelare troppo della trama ma non è quella a rendere unico il libro. La mente del protagonista è complessa e deviata eppure (ahimè) sono riuscito a calarmi quasi alla perfezione nel personaggio. Lo ammetto, anch’io sono stato attratto da quella ninfette e faccio fatica a stabilire quanto in questa folle vicenda sia stata vittima e quanto carnefice.

Non è un libro senza morale, non è scabroso e non è un esercizio letterario. Leggetelo e provate ad andare oltre.

Ci sono diversi riferimenti alle teorie di Freud (con un pizzico di critica) e tanti riferimenti all’America di allora (Novecento). Presentissimi i legami familiari complessi e quelli troncati, separazioni e dolori che ci accompagnano verso un finale che è  sicuramente all’altezza dell’incipit.

 

Come inizia. 

 

PARTE PRIMA

1

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.

   Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita.

   Una sua simile l’aveva preceduta? Ah sì, certo che sì! E in verità non ci sarebbe stata forse nessuna Lolita se un’estate, in un principato sul mare, io non avessi amato una certa iniziale fanciulla. Oh, quando? Tanti anni prima della nascita di Lolita quanti erano quelli che avevo io quell’estate. Potete sempre contare su un assassino per una prosa ornata.

   Signori della giuria, il reperto numero uno è ciò che invidiarono i serafini, i male informati, ingenui serafini dalle nobili ali. Guardate questo intrico di spine.

 

2

 

   Sono nato nel 1910, a Parigi. Mio padre era un uomo amabile e indulgente, una macedonia di geni razziali: cittadino svizzero, aveva antenati francesi ed austriaci, con un tocco di Danubio nelle vene. Tra un momento farò girare alcune splendide cartoline di un azzurro smaltato. Era proprietario di un lussuoso albergo sulla Costa Azzurra. Suo padre e i suoi due nonni commerciavano rispettivamente in vino, gioielli e seterie. A trent’anni aveva sposato una ragazza inglese, figlia di Jerome Dunn, l’alpinista, e nipote di due parroci del Dorset, entrambi esperti di materie astruse: la paleopedologia l’uno, le arpe eolie l’altro. La mia fotogenicissima madre morì in un bizzarro incidente (picnic, fulmine) quando avevo tre anni, e, se si eccettua un tiepido recesso nel passato più tenebroso, nulla di lei persiste negli anfratti della memoria, sui quali, se riuscite ancora a sopportare il mio stile (sono guardato a vista, mentre scrivo), era tramontato il sole della mia infanzia: certo voi tutti conoscete gli odorosi residui del giorno che restano sospesi con i moscerini su una siepe in fiore, o vengono improvvisamente penetrati da un gitante, ai piedi di un colle, nel crepuscolo estivo; un tepore di pelliccia, moscerini dorati.

   La sorella maggiore di mia madre, Sybil, sposata e poi trascurata da un cugino di papà, era nella mia ristretta cerchia familiare una sorta di governante e istitutrice non retribuita. Qualcuno mi raccontò poi che era innamorata di mio padre, e lui ne aveva spensieratamente approfittato in un giorno di pioggia per dimenticarsene al primo raggio di sole. Io le ero molto affezionato, nonostante il rigore – il fatale rigore – di certe sue norme. Forse voleva fare di me, a tempo debito, un vedovo migliore di mio padre. Zia Sybil aveva un colorito cereo, e occhi azzurrini bordati di rosa. Scriveva poesie e nutriva poetiche superstizioni. Diceva di sapere che sarebbe morta subito dopo il mio sedicesimo compleanno, e così accadde. Suo marito, grande viaggiatore nel ramo dei profumi, trascorreva la maggior parte del tempo in America, dove alla fine aprì un’azienda e comprò qualche immobile.

   Io crescevo, sano e felice, in un mondo luccicante di libri illustrati, sabbia pulita, aranceti, cani amichevoli, panorami marini e visi sorridenti. Intorno a me il magnifico Hôtel Mirana ruotava come una sorta di universo personale, un cosmo patinato dentro quello turchino, più grande, che sfolgorava tutt’intorno. Dagli sguatteri in grembiule ai magnati in completo di flanella tutti mi trovavano simpatico, tutti mi vezzeggiavano. Le anziane signore americane, appoggiandosi al bastone, s’inclinavano verso di me come tante torri di Pisa. Le principesse russe decadute, che non avevano di che pagare mio padre, mi regalavano dispendiosi bonbon. E lui, mon cher petit papa, mi portava in barca e in bicicletta, mi insegnava il nuoto, i tuffi e lo sci d’acqua, mi leggeva Don Chisciottee I miserabili; io l’adoravo, l’ammiravo ed ero felice per lui quando sentivo la servitù che chiacchierava delle sue varie amiche, creature bellissime e gentili che mi tenevano in gran conto, e tubando spargevano lacrime preziose sulla mia allegra orfanità.

   Frequentavo una scuola inglese a pochi chilometri da casa, dove giocavo a pallamuro, prendevo voti eccellenti e andavo perfettamente d’accordo con professori e compagni. Gli unici, distinti eventi sessuali di cui abbia ricordo prima dei tredici anni (prima, cioè, di aver incontrato la mia piccola Annabel) sono: una conversazione solenne, costumatissima e puramente teorica sulle sorprese della pubertà, sostenuta nel roseto della scuola con un ragazzo americano figlio di un’attrice allora assai famosa, che nel mondo tridimensionale egli vedeva molto di rado; e qualche interessante reazione, da parte del mio organismo, a certe fotografie, tutte ombre e madreperla e infinite morbide fessure, del sontuoso La Beauté humaine di Pichon, sgraffignato nella biblioteca dell’albergo da sotto una montagna di «Graphics» dalle rilegature marmoree. Più tardi, con quella sua incantevole bonomia, mio padre mi diede tutte le informazioni che riteneva potessero essermi necessarie a proposito del sesso. Fu subito prima di iscrivermi, nell’autunno del 1923, a un lycée di Lione (dove avremmo trascorso tre inverni); ma ahimè, l’estate di quell’anno egli viaggiava per l’Italia con Mme de R. e sua figlia, e io non avevo nessuno con cui sfogarmi, nessuno a cui chiedere consiglio.

3

  

   Anche Annabel, come chi scrive, aveva ascendenze miste: nel suo caso, metà inglesi e metà olandesi. Oggi i suoi lineamenti mi appaiono molto più confusi di qualche anno fa, prima che conoscessi Lolita. Ci sono due tipi di memoria visiva: l’uno è quando ricrei con perizia, a occhi aperti, un’immagine nel laboratorio della mente (e allora vedo Annabel in termini generici come: «pelle color miele», «braccia esili», «capelli alla maschietta», «lunghe ciglia», «bocca grande e lucente»); l’altro quando evochi d’un tratto, a occhi chiusi, nel buio interno delle palpebre, la replica oggettiva, esclusivamente ottica di un viso amato, un piccolo fantasma dal colorito naturale (e così vedo Lolita).

   Lasciate quindi che, nel descrivere Annabel, mi limiti compostamente a dire che era una ragazzina adorabile, più giovane di me di qualche mese. I suoi genitori, vecchi amici di mia zia e barbosi quanto lei, avevano affittato una villa non lontano dall’Hôtel Mirana. Calvo e abbronzato il signor Leigh, grassa e incipriata la signora Leigh (nata Vanessa van Ness); ah, come li odiavo! In principio, Annabel e io parlammo di cose inessenziali. Lei continuava a far scorrere tra le dita manciate di sabbia fina. I nostri cervelli erano in sintonia con quelli dei ragazzini europei e intelligenti dei nostri giorni e del nostro ambiente, e dubito che l’interesse che dimostravamo per la pluralità dei mondi abitati, il tennis agonistico, l’infinito, il solipsismo e così via potesse considerarsi individualmente geniale. La morbidezza e la fragilità dei cuccioli ci procurava la medesima, intensa sofferenza. Lei volevafare l’infermiera in qualche affamato paese asiatico; io volevo diventare una celebre spia.

   Tutt’a un tratto ci innamorammo, pazzamente, goffamente, spudoratamente, tormentosamente; e senza speranza, dovrei aggiungere, perché l’unico modo di placare quella mutua frenesia di possesso sarebbe stato assorbire, assimilare sino all’ultima particella lo spirito e la carne dell’altro; e invece non potevamo neanche accoppiarci come due monelli di periferia avrebbero senz’altro trovato il modo di fare. Dopo uno spericolato tentativo di incontrarci di notte nel suo giardino (ma di questo parlerò più avanti) godemmo di un’intimità limitata, fuori dal campo uditivo, ma non visivo, dei bagnanti sulla parte affollata della plage. Là, a pochi passi dai grandi, stavamo sdraiati tutta la mattina sulla rena soffice in un pietrificato parossismo di desiderio, e approfittavamo di ogni benedetto lapsus dello spazio e del tempo per toccarci: la sua mano, seminascosta dalla sabbia, avanzava furtiva verso di me; le sottili dita abbronzate, come sonnambule, si facevano sempre più vicine; e poi il suo ginocchio opalescente iniziava un lungo, cauto tragitto; qualche volta un bastione occasionale, costruito dai bambini più piccoli, ci forniva riparo sufficiente per sfiorarci le labbra cosparse di salsedine. Quei contatti incompleti portavano i nostri giovani corpi, sani e inesperti, a un tale stato di sovreccitazione che neppure l’acqua fredda e azzurra, nella quale continuavamo ad abbrancarci, poteva darci sollievo.

   Fra alcuni tesori perduti nei vagabondaggi dell’età adulta c’era un’istantanea scattata da mia zia: Annabel, i suoi genitori e un certo dottor Cooper, un signore posato, anziano e claudicante che quella stessa estate faceva la corte a mia zia, sedevano all’aperto al tavolino di un caffè. Annabel non era riuscita bene, colta nell’atto di chinarsi sul suo chocolat glacé,e gli unici tratti identificabili (a quanto posso ricordare di quell’immagine), nel sole sfocato in cui sfumava la sua bellezza perduta, erano le esili spalle nude e la scriminatura dei capelli; ma io, un po’ discosto dagli altri, spiccavo con una sorta di drammatico risalto: un ragazzo imbronciato con le sopracciglia folte, una scura camicia sportiva e calzoncini bianchi di buon taglio, le gambe incrociate, seduto di profilo, lo sguardo altrove. La foto risaliva all’ultimo giorno di quella nostra estate fatale, e ad appena qualche minuto prima del nostro secondo, estremo tentativo di contrastare il destino. Col più futile dei pretesti (era la nostra ultimissima occasione, e non ci importava di nient’altro) fuggimmo dal caffè alla spiaggia, e lì, in un tratto solitario, all’ombra violetta di certe rocce rosse che formavano una sorta di grotta, ci abbandonammo a un rapido scambio di avide carezze a cui assistette soltanto un paio di occhiali da sole perduto da qualcuno. Io ero in ginocchio, e sul punto di possedere il mio tesoro, quando due bagnanti barbuti, il vecchio del mare e suo fratello, emersero dai flutti lanciando una salva di scurrili incoraggiamenti. Quattro mesi dopo Annabel morì di tifo a Corfù.

 

4

 

   Continuo a sfogliare questi infelici ricordi e a domandarmi se proprio allora, nello scintillio di quell’estate remota, abbia avuto origine la crepa che percorre la mia vita; o se invece il mio smodato desiderio di quella bambina fosse soltanto la prima manifestazione di un’innata peculiarità. Quando cerco di analizzare le mie brame, i moventi, le azioni e così via, mi lascio andare a una sorta di fantasia retrospettiva che nutre la facoltà di analisi con infinite alternative; e così ogni via immaginabile si biforca e triforca senza posa nella complessa, snervante prospettiva del mio passato. Eppure sono convinto che in un certo modo magico e fatale Lolita cominciò con Annabel.

   So anche che lo choc della sua morte consolidò in me la frustrazione di quell’estate da incubo, e per tutti i freddi anni della mia gioventù ne fece un ostacolo permanente a ogni successiva storia d’amore. In noi lo spirito e la carne si erano fusi con una perfezione che deve risultare incomprensibile ai rozzi, prosaici giovanotti di oggi, coi loro cervelli fatti in serie. Molto dopo la morte di Annabel sentivo i suoi pensieri scorrere tra i miei. Molto prima di incontrarci avevamo fatto gli stessi sogni. Raffrontammo le nostre storie. Trovammo strane affinità. Nello stesso giugno dello stesso anno (il 1919) un canarino smarrito era entrato sbattendo le ali nelle nostre rispettive case, che si trovavano in due paesi lontanissimi. Oh, Lolita, mi avessi amato tu così!

   Ho serbato per la conclusione della mia «fase Annabel» il resoconto di quel primo tentativo fallito. Una sera lei era riuscita a eludere l’accanita vigilanza dei suoi. Ci appollaiammo su un muretto diroccato alle spalle della loro villa, in un trepidante boschetto di mimose dalle foglie sottili. Attraverso l’oscurità e i teneri alberelli scorgevamo gli arabeschi delle finestre illuminate, che ora, grazie agli inchiostri variopinti di una memoria sensibile, mi appaiono come tante carte da gioco – presumibilmente perché il nemico era assorto in una partita a bridge. Mentre le baciavo l’angolo delle labbra dischiuse e il lobo ardente dell’orecchio, Annabel era percorsa da un fremito. Sopra di noi, tra le sagome delle lunghe foglie sottili, baluginava pallido un ammasso di stelle; quel cielo vibrante pareva nudo com’era lei sotto il vestitino leggero. Vedevo il suo volto nel cielo, stranamente nitido, quasi emettesse un proprio fievole bagliore. Le sue gambe, quelle gambe adorabili e vivaci, erano leggermente discoste, e quando con la mano trovai quel che cercavo un’espressione sognante e arcana, metà piacere, metà sofferenza, pervase i suoi tratti infantili. Era seduta appena più in alto di me, e non appena quell’estasi solitaria la induceva a baciarmi, la sua testa ricadeva con un moto morbido e languido che era quasi doloroso, e le ginocchia nude mi catturavano il polso per poi scostarsi di nuovo; e la sua bocca tremula, distorta dall’asprezza di chissà quale occulta pozione, mi si accostava al viso prendendo fiato con un sibilo. Dapprima cercava di dar sollievo al tormento d’amore strofinando bruscamente le labbra aride contro le mie; poi il mio tesoro si ritraeva con una scossa nervosa dei capelli, e di nuovo si faceva oscuramente vicina e lasciava che mi cibassi della sua bocca dischiusa, mentre con una generosità pronta a offrirle tutto, il mio cuore, la mia gola, le mie viscere, le facevo tenere nel pugno maldestro lo scettro della mia passione.

   Ricordo un profumo di talco – credo l’avesse rubato alla cameriera spagnola di sua madre –, una fragranza di muschio, dolciastra e plebea. Si mescolava al suo odore di biscotto, e i miei sensi furono d’un tratto colmi finoall’orlo; un improvviso trambusto nel cespuglio vicino impedì loro di traboccare… e mentre ci staccavamo l’uno dall’altra, prestando ascolto con le vene dolenti al rumore causato probabilmente da un gatto in cerca di preda, dalla casa giunse la voce di sua madre che la chiamava con voce sempre più ansiosa, e il dottor Cooper uscì in giardino zoppicando ponderosamente. Ma quel boschetto di mimose – la caligine delle stelle, il fremito, la vampa, l’ambrosia e il dolore – è rimasto con me, e quella bambina dalle membra di mare e la lingua ardente non ha mai cessato di perseguitarmi; sinché finalmente, ventiquattro anni più tardi, non ho spezzato il suo incantesimo incarnandola in un’altra.

5

 

   I giorni della mia giovinezza, mentre mi volto a guardarli, sembrano volar via da me in un turbinio di pallidi, ripetitivi brandelli, come quelle tormente mattutine di quadratini di carta usata che il viaggiatore vede turbinare nella scia del vagone belvedere. Nei miei rapporti igienici con le donne ero pratico, ironico e sbrigativo. Quando frequentavo l’università, a Londra e a Parigi, mi bastavano quelle prezzolate. I miei studi, anche se non particolarmente fruttuosi, erano meticolosi e intensi. In un primo momento progettai di laurearmi in psichiatria, come fanno tanti talentimanqués; ma io ero troppo manquéanche per quello. Un peculiare sfinimento, mi sento così oppresso, dottore, si impadronì di me, e passai così alla letteratura inglese, dove vanno a finire, in qualità di professori tutti pipa e tweed, tanti poeti frustrati. Parigi mi andava a genio. Disquisivo di film sovietici con gli émigrés, sedevo ai Deux Magots con gli uranisti, pubblicavo saggi tortuosi su riviste oscure. Componevo pastiches:

…Fräulein von Kulp

può anche voltarsi, sulla porta la mano;

 io non la seguirò. E nemmeno Fresca,

quel gabbiano.

   Un mio saggio intitolato Il tema proustiano in una lettera di Keats a Benjamin Baileydivertì i sei o sette specialisti che lo lessero. Mi lanciai in una Histoire abrégéede la poésie anglaise per conto di un editore importante, e poi cominciai a compilare quel manuale di letteratura francese per studenti anglofoni (con paragoni tratti da scrittori inglesi) che mi avrebbe occupato per tutti gli anni Quaranta; l’ultimo volume, quando fui arrestato, era quasi pronto per la stampa.

   Trovai lavoro: tenevo un corso d’inglese per adulti ad Auteuil. Poi un collegio maschile mi assunse per un paio di inverni. Di tanto in tanto approfittavo delle conoscenze che mi ero fatto tra gli assistenti sociali e gli psicoterapisti per visitare in loro compagnia vari istituti, come orfanotrofi e riformatori, dove potevo fissare le pallide adolescenti dalle ciglia appiccicate con la totale impunità che ci è data nei sogni.

   Adesso voglio esporre il seguente concetto. Accade a volte che talune fanciulle, comprese tra i confini dei nove e i quattordici anni, rivelino a certi ammaliati viaggiatori – i quali hanno due volte, o molte volte, la loro età – la propria vera natura, che non è umana, ma di ninfa (e cioè demoniaca); e intendo designare queste elette creature con il nome di «ninfette».

   Si noterà che sostituisco i termini spaziali con termini temporali. Vorrei effettivamente che il lettore vedesse «nove» e «quattordici» come i contorni – spiagge di specchio, scogli rosati – di un’isola incantata, racchiusa in un vasto mare brumoso e infestata dalle mie ninfette. Ma, entro questi confini, tutte le fanciulle sono forse ninfette? Certo che no. Se così fosse, noi iniziati, noi viandanti solitari, noi ninfolettici saremmo impazziti da tempo. Neppure la bellezza è un criterio valido; e la volgarità, o almeno ciò che una determinata comunità definisce tale, non nuoce necessariamente a certe misteriose caratteristiche – la grazia arcana, il fascino elusivo, mutevole, insidioso e straziante che distingue la ninfetta da tante sue coetanee, incomparabilmente più vincolate al mondo spaziale dei fenomeni sincroni che non a quell’isola immateriale dal tempo stregato in cui Lolita si trastulla con le sue simili. Entro questi medesimi limiti d’età il novero delle vere ninfette è straordinariamente inferiore a quello delle ragazzine essenzialmente umane, che siano in via provvisoria bruttine, o appena «simpatiche», o «dei tipi», o addirittura «graziose» o «carine», ma pur sempre creature ordinarie, pingui, senza forma, con la pelle fredda, la pancia e i codini – e indipendentemente dal fatto che queste possano o meno, più avanti, trasformarsi in donne adulte di grande bellezza (guardate quei grassi anatroccoli in calze nere e cappello bianco che, dopo la metamorfosi, si mutano in stupende dive del cinema). Se mostrate a un uomo normale la foto di un gruppo di scolare o di giovani esploratrici e gli chiedete di indicare la bambina più bella, non è detto che egli scelga la ninfetta. Bisogna essere artisti e pazzi, creature di infinita melanconia, con una bolla di veleno ardente nei lombi e una fiamma ipervoluttuosa perennemente accesa nella sensitiva spina dorsale (oh, quanto bisogna dissimulare e farsi piccoli!) per discernere a prima vista, grazie a segnali ineffabili – il profilo impercettibilmente felino di uno zigomo, la snellezza di una gamba appena velata di lanugine, e altri indizi che la disperazione e la vergogna e le lacrime di tenerezza mi vietano di enumerare –, il micidiale diavoletto tra le brave bambine; e lei, non ravvisata dalle sue compagne, posa tra loro a sua volta ignara del proprio fantastico potere.

   Inoltre, poiché il concetto di tempo ha in questa faccenda un ruolo così magico, il ricercatore non dovrebbe stupirsi nell’apprendere che tra la vergine e l’uomo, affinché costui possa cader vittima della malia, dev’esserci un divario di diversi anni – mai meno di dieci, direi; generalmente trenta o quaranta, e in alcuni casi conosciuti addirittura novanta. È questione di adattamento focale, di una determinata distanza che l’occhio interiore anela a sormontare, e di un certo contrasto che la mente percepisce con un sussulto di perverso godimento. Quando io ero un fanciullo e lei una fanciulla, la mia piccola Annabel non era per me una ninfetta; io ero un suo pari, un faunetto a pieno titolo su quella stessa, incantata isola di tempo; ma oggi, nel settembre del 1952, ventinove anni dopo, credo di poter discernere in lei l’iniziale, funesto folletto della mia esistenza. Ci amavamo di un amore prematuro, segnato da quella ferocia che così spesso distrugge le vite degli adulti. Io ero un ragazzo forte, e sopravvissi; ma il veleno rimase nella ferita, la ferita non si rimarginò più, e presto mi trovai a maturare in una società che consente a un uomo di venticinque anni di corteggiare una ragazza di sedici, ma non una di dodici.

   Non c’è dunque da meravigliarsi se la mia vita di adulto, durante il periodo europeo, si rivelò di una mostruosa duplicità. Esteriormente, avevo rapporti cosiddetti normali con un certo numero di donne terrene, i cui seni erano zucche o pere; ma dentro ero consumato da un’infernale fornace di specifica lascivia per ogni ninfetta di passaggio, che pure, da bravo pusillanime rispettoso della legge, non osavo mai avvicinare. Le femmine umane di cui ero autorizzato a usufruire erano semplici palliativi. Le sensazioni che mi derivavano dalla naturale fornicazione, sono pronto a crederlo, erano più o meno le stesse che i normali maschi adulti sperimentano nell’accoppiarsi con le loro normali compagne adulte nella ritmica routine che scuote il mondo. Il problema era che quei signori non avevano mai intravisto neppure il barlume (e io sì, invece!) di una beatitudine incomparabilmente più intensa. La più insulsa delle mie polluzioni notturne eclissava di gran lunga tutti gli adulterii di cui potrebbe fantasticare il più virile scrittore di genio o il più inventivo degli impotenti. Il mio mondo era spaccato in due. Avevo coscienza non di uno, ma di due sessi, nessuno dei quali era il mio; l’anatomista li definirebbe entrambi femminili, ma ai miei occhi, attraverso il prisma dei miei sensi, erano «come il giorno e la notte». Adesso so spiegarmi razionalmente tutto questo, ma a venti o trent’anni non capivo il mio tormento con tanta lucidità. Mentre il mio corpo sapeva per che cosa spasimava, la mia mente respingeva ogni suo appello. Ero a tratti spaventato e pieno di vergogna, a tratti pervaso da un temerario ottimismo. I tabù mi strangolavano. Gli psicoanalisti mi corteggiavano, cianciando di pseudoliberazioni di pseudolibido. Il fatto che l’unico oggetto dei miei fremiti amorosi fossero le sorelle di Annabel, le sue ancelle e le sue damigelle d’onore, mi appariva talvolta come un presagio di follia. In altri momenti mi dicevo che era solo questione di punti di vista, che andar matto per le ragazzine non aveva nulla di riprovevole. Lasciate che ricordi al mio lettore che in Inghilterra, con l’approvazione, nel 1933, della legge per la protezione dell’infanzia, col termine «fanciulla» si definisce «una giovanetta che abbia più di otto e meno di quattordici anni» (dopo questa età, tra i quattordici e i diciassette, diventano ufficialmente «ragazze»). D’altro canto, nel Massachusetts, U.S.A., le «bambine traviate» sono tecnicamente comprese tra i sette e i diciassette anni (e in più frequentano abitualmente persone dissolute o immorali). Hugh Broughton, un controverso scrittore vissuto durante il regno di Giacomo I, ha dimostrato che Rahab faceva la prostituta a dieci anni. Tutto questo è molto interessante, e già mi vedrete con la bava alla bocca, in preda a uno dei miei attacchi; ma no, non è vero: sto solo facendo saltare qualche pulce variopinta nel suo piattino. Ora vi fornirò qualche altra immagine: Virgilio, che «le ninfette solea cantar in un sol tono», ma probabilmente preferiva il perineo di un ragazzino. E due impuberi fanciulle delNilo, figlie del re Ekhnaton e della regina Nefertiti (la coppia regale aveva una nidiata di sei rampolli), vestite soltanto di numerose collane di perline colorate, adagiate sui cuscini, intatte dopo tremila anni, coi soffici, bruniti corpicini di cucciole, i capelli corti e i lunghi occhi d’ebano. E certe spose decenni costrette a sedersi sul fascinum, l’avorio virile nei templi della cultura classica. In certe province delle Indie Orientali, il matrimonio e il concubinaggio prima della pubertà sono ancora piuttosto comuni. Tra i Lepcha i vecchi di ottant’anni copulano con le bambine di otto, e nessuno se ne dà pensiero. Dopotutto, Dante s’innamorò pazzamente della sua Beatrice quando lei aveva nove anni, una fanciullina radiosa, imbellettata e adorna di gioielli, adorabile nella sua veste cremisi – e questo accadeva nel 1274, a Firenze, durante un banchetto nel lieto mese di maggio. E quando Petrarca s’innamorò pazzamente della sua Lauretta, ella era una bionda ninfetta dodicenne che correva nel vento, nel polline e nella polvere, un fiore in volo sulla splendida pianura che si scorge dalle colline di Valchiusa.

   Ma basta; comportiamoci con decoro e civiltà. Humbert Humbert si è sforzato in tutti i modi di fare il bravo, dico sul serio. Lui aveva il massimo rispetto per le bambine normali, con la loro purezza e vulnerabilità, e in nessunissimo caso avrebbe attentato all’innocenza di una fanciulla, se ci fosse stato il minimo rischio di uno scandalo. Ma come batteva il suo cuore quando, in mezzo a quella schiera innocente, egli scorgeva una bimba demoniaca, «enfant charmante et fourbe», sguardo velato, labbra lustre, dieci anni di galera se solo le mostri che la stai guardando. Così procedeva la vita. Humbert era perfettamente in grado di fare l’amore con Eva, ma concupiva Lilith. Nella sequenza di mutamenti somatici che accompagnano la pubescenza, la fase di sboccio nello sviluppo del seno comincia presto (anni 10,7). E il successivo indizio riscontrabile di maturazione è la prima comparsa di peli pigmentati sul pube (anni 11,2). Il mio piattino trabocca di fiches.

   Un naufragio. Un atollo. Solo con la figlioletta, scossa dai brividi, di un passeggero annegato. Ma tesoro, è solo un gioco! Ah, le mie meravigliose avventure inventate, mentre sedevo su una dura panchina fingendomi immerso nella lettura di un tremulo libro! Intorno al tranquillo erudito le ninfette giocavano liberamente, come se egli fosse una statua familiare, o parte delle ombre e del luccichio di un albero vetusto. Una volta una perfetta piccola bellezza dal vestito scozzese mi appoggiò accanto con fragore il piede pesantemente bardato, e poi mi affondò dentro le esili braccia nude mentre stringeva la cinghia del pattino a rotelle, e io mi dissolsi nel sole, col libro per foglia di fico, mentre i riccioli ramati le ricadevano sul ginocchio sbucciato, e l’ombra delle foglie che dividevo con lei pulsava e si scioglieva sulla sua gamba luminosa vicino alla mia guancia di camaleonte. Un’altra volta una scolara dai capelli rossi si protese sopra di me sul métro, e la rivelazione di un’ascella fulva mi rimase nel sangue per settimane. Potrei elencare una lunga serie di queste avventure minuscole e unilaterali; alcune di esse sfumavano in un penetrante aroma di inferno. Notavo per esempio dal balcone una finestra illuminata, e quella che sembrava una ninfetta nell’atto di spogliarsi davanti a uno specchio connivente. Così isolata, così remota, la visione acquistava un fascino particolarmente intenso che mi precipitava a tutta velocità verso la mia solitaria soddisfazione. Ma di colpo, con diabolica perversione, la tenera, nuda sagoma che avevo adorato si trasformava nel disgustoso braccio nudo, illuminato da una lampadina, di un uomo in canottiera che, accanto alla finestra, leggeva il giornale nella calda sera estiva, umida e senza speranza.

   Gioco del mondo, salto della corda. Quella vecchia vestita di nero che mi si sedette accanto sulla panchina, sulla mia gioiosa ruota di tortura (una ninfetta cercava a tastoni, sotto di me, una biglia smarrita), e mi chiese se avevo mal di pancia, l’insolente befana. Ah, lasciatemi in pace nel mio parco pubescente, nel mio muschioso giardino! Lasciate che giochino per sempre intorno a me. Che non crescano mai.

6

 

   À propos: mi sono domandato spesso che ne sia stato, poi, di quelle fanciulle. In questo mondo di ferro battuto, con le sue griglie di cause ed effetti incrociati, è mai possibile che il recondito palpito che carpivo alle mie ninfette non abbia influito sul loro futuro? Io l’avevo posseduta – e lei non l’ha mai saputo. D’accordo. Ma non si sarebbe visto, più avanti? Trascinando la sua immagine nella mia voluptas, non avevo in qualche modo manomesso il suo destino? Oh, questi interrogativi erano, e rimangono, la fonte di una grande, terribile curiosità.

   Imparai tuttavia a riconoscerle, da grandi, quelle adorabili, sconvolgenti ninfette dalle esili braccia. Ricordo un grigio pomeriggio di primavera vicino alla Madeleine; camminavo in una via animata, e una ragazza piccola e snella mi passò accanto con passi rapidi, agile sui tacchi alti; ci voltammo nello stesso momento, lei si fermò e la abbordai. Mi arrivava a stento ai peli del petto, e aveva quel musino rotondo con le fossette così tipico delle ragazze francesi; mi piacevano le sue lunghe ciglia, e il corpo giovane che sotto la guaina del tailleur grigio perla serbava ancora – ed ecco la ninfica eco, il brivido di gioia, il sussulto nei miei lombi – un qualcosa di infantile, frammisto al frétillementprofessionale dello svelto sederino. Le chiesi quanto voleva, e lei rispose prontamente, con melodiosa, argentina precisione (un uccellino, un vero uccellino!): «Cent». Tentai di contrattare, ma lei vide lo spaventevole, solitario struggimento nei miei occhi abbassati in verticale, verso la sua fronte rotonda e il rudimentale cappellino (una fascia, un mazzolino di fiori); e con un battito delle ciglia: «Tant pis» disse, e fece per andarsene. Soltanto tre anni prima, forse, avrei potuto vederla mentre tornava a casa da scuola! Quell’evocazione bastò a decidermi. Mi condusse su per le solite rampe ripide, col solito campanello che sgombrava il campo al monsieur, il quale forse non gradiva incontrare un altro monsieur nella mesta ascesa fino a quella stanza miserabile, tutta letto e bidet. Come al solito mi chiese subito il suo petit cadeau, e come al solito io le chiesi il nome (Monique) e l’età (diciotto). Le trite abitudini delle passeggiatrici mi erano piuttosto familiari: rispondono tutte «dix-huit» – un nitido cinguettio, una nota risoluta, la nostalgica bugia che emettono fino a dieci volte al giorno, povere creature. Ma nel caso di Monique non c’era dubbio che si fosse semmai aggiunta un anno o due. Lo dedussi da molti particolari del suo corpo lindo, sodo e curiosamente immaturo. Dopo essersi svestita con ammaliante rapidità, rimase per un istante parzialmente avvolta nella sudicia mussola della tenda, ascoltando con appropriato piacere infantile un organetto nel cortile sottostante, già colmo del crepuscolo. Quando esaminai le sue manine e le feci notare che aveva le unghie sporche disse con ingenuo cipiglio: «Oui, ce n’est pas bien», e si avvicinò al catino, ma io soggiunsi che non importava, non importava affatto. Con i corti capelli castani, gli occhi grigi e luminosi e la pelle diafana era assolutamente incantevole. I suoi fianchi non erano più larghi di quelli di un ragazzino accosciato; e in verità, non esito a dirlo (per questo indugio, riconoscente, in quella stanza grigio-mussola della memoria con la piccola Monique), tra le circa ottanta gruesche avevano esercitato su di me la loro professione, lei era stata l’unica a darmi uno spasimo di autentico piacere. «Il était malin, celui qui a inventé ce truc-là» commentò amabilmente, e si rivestì con la medesima, sopraffina rapidità.

   Le chiesi un ulteriore, più articolato appuntamento per quella sera stessa; lei disse che mi avrebbe incontrato al caffè d’angolo alle nove, e giurò di non aver mai posé un lapinin tutta la sua giovane vita. Tornammo nella stessa stanza, e non potei fare a meno di dirle quanto fosse carina; lei rispose con civettuola modestia: «Tu es bien gentil de dire ça», e poi, notando ciò che anch’io notavo nello specchio dove si rifletteva il nostro piccolo Eden – l’orrendo rictus di tenerezza che mi deformava la bocca –, l’ubbidiente piccola Monique (oh, era stata una ninfetta, eccome!) volle sapere se avant qu’on se couchedoveva togliersi lo strato di rossetto dalle labbra, nel caso avessi intenzione di baciarla. Ne avevo senz’altro intenzione. Con lei mi lasciai andare più di quanto avessi mai fatto con qualsiasi altra signorina, e l’ultima immagine della piccola Monique dalle lunghe ciglia, quella notte, è ravvivata da un’allegria che raramente associo a un evento purchessia della mia umiliante, sordida, taciturna vita amorosa. Uscì a piccoli passi nella pioggerella notturna d’aprile, mentre Humbert Humbert avanzava ponderoso nella sua stretta scia; pareva enormemente compiaciuta dei cinquanta franchi in più che le avevo regalato. Si fermò davanti a una vetrina e disse con entusiasmo: «Je vais m’acheter des bas!»; che io possa non dimenticare mai il modo in cui le sue infantili labbra parigine esplosero in quel «bas», pronunciandolo con un appetito che quasi tramutò la «a» in una breve, esuberante, prorompente «o».

   Avevamo appuntamento il giorno dopo alle due e un quarto, a casa mia, ma non fu un incontro altrettanto riuscito; sembrava che durante la notte fosse diventata meno acerba, più donna. Presi da lei un raffreddore che mi indusse a disdire il quarto convegno, né mi dispiacque interrompere una sequenza emotiva che minacciava di gravarmi di strazianti chimere, per poi sfumare a poco a poco in una sorda delusione. Lasciamola dunque come fu per un paio di minuti, la liscia, snella Monique: una ninfetta discola che traluceva dalla giovane, prosaica puttana.

   Quel breve incontro diede il via a una serie di pensieri che al lettore navigato sembreranno alquanto ovvi. Grazie a un’inserzione pubblicata da una rivista oscena approdai, in un giorno audace, nell’ufficio di una certa Mlle Edith, che lì per lì mi propose di scegliere l’anima gemella tra le fotografie piuttosto compunte raccolte in un album piuttosto sudicio («Regardez-moi cette belle brune!»).Quando lo spinsi da parte e, non so come, riuscii a spiattellare la mia criminale bramosia sembrò che volesse mettermi alla porta; ma poi, dopo avermi chiesto quant’ero disposto a spendere, acconsentì a mettermi in contatto con una persona qui pourrait arranger la chose. Il giorno dopo una donna asmatica, ciarliera e bistrata, col fiato che sapeva d’aglio, un accento provenzale quasi farsesco e un paio di baffetti neri sopra il labbro violaceo, mi condusse in quello che era evidentemente il suo domicilio; lì, dopo essersi baciata con uno schiocco le grasse dita raccolte a grappolo per comunicarmi la prelibatezza in boccio della sua mercanzia, scostò una tenda con gesto teatrale per rivelarmi l’angolo in cui doveva abitualmente dormire una famiglia numerosa e poco schizzinosa. Ora non c’era nessuno, eccetto una ragazza di almeno quindici anni, mostruosamente grassa, olivastra e repellente, con due spesse trecce nere legate da nastrini rossi, che sedeva su una sedia cullando doverosamente unabambola calva. Quando scossi il capo e cercai di tagliare la corda, la donna, parlando in fretta, cominciò a togliere il lercio golfetto dal busto della giovane gigantessa; poi, vedendomi deciso ad andarmene, pretese son argent. Si aprì una porta in fondo alla stanza e due uomini che stavano cenando in cucina si unirono al battibecco. Erano molto scuri di carnagione, malfatti e con il collo nudo; uno portava gli occhiali scuri. Dietro di loro fecero capolino un ragazzetto e un lurido marmocchio dalle gambe arcuate. Con la logica insolente di un incubo la furibonda mezzana, indicando l’uomo con gli occhiali, mi disse che era stato nella polizia, «lui», e quindi era meglio che facessi come mi dicevano. Io mi avvicinai a Marie – ché tale era il suo nome stellare –, la quale, nel frattempo, aveva silenziosamente trasferito i fianchi ponderosi su uno sgabello della cucina per riprendere la minestra interrotta, mentre il bambino raccoglieva la bambola. Con un empito di pietà che diede un tocco melodrammatico a quel mio gesto idiota le ficcai una banconota nella mano indifferente. Lei consegnò il mio dono all’ex poliziotto, dopodiché si degnarono di lasciarmi andare.

 

Continua a leggere… 

 

L’autore.

Vladimir Nabokov, nato a San Pietroburgo nel 1899, lascio l’Unione Sovietica nel 1919. Visse tra dapprima tra Germania, Inghilterra e Francia, poi negli Stati Uniti, dove insegnò letteratura russa fino al 1958 quando il successo riscosso dai suoi libri gli consentì di abbandonare l’Università. Nel 1960 si trasferì a Montreux, dove morì nel 1977.

Lolita fu pubblicato per la prima volta a Parigi nel 1955, e negli Stati Uniti nel 1958 del 1962 e il film omonimo di Stanley Kubrick, con James Mason, e Shelley Winters, Peter Sellers e Sue Lyon,, e del 1996 il remake di Adrian Lyne, con Jeremy Irons, Melanie Griffith, Frank Langella e Dominique Swain.

 

 

 

 

 

 

  • Lolita
  • Vladimir Nabokov  
  • Traduttore: Giulia Arborio Mella
  • Editore: Adelphi
  • Collana: Gli Adelphi
  • Anno edizione: 1996
  • Formato: Tascabile
  • Pagine: 395 p.

 

 

 

Acquista € 4,99

 

 

  • C’era una volta… la Lambretta.

    La Lambretta era uno scooter italiano prodotto dalla industria meccanica Innocenti di Mila…
  • LA VERA MALATTIA DEL SECOLO

    ”Perché l’allergia è divenuta la malattia del secolo? Sono un “Campanello d’allarme&…
  • MELVILLE: LA FORZA DEL DESTINO

    ”Autori da mettere in valigia. I due secoli dalla nascita di “Herman Melville”…
  • «CHIODO FISSO»

    ”Cosa succede quando per la prima volta ci si accorge di aver la possibilità di andare …
Carica ulteriori articoli correlati
  • «CHIODO FISSO»

    ”Cosa succede quando per la prima volta ci si accorge di aver la possibilità di andare …
  • «I racconti delle donne»

    ”I racconti delle donne è un libro che abbatte ogni pregiudizio. Le donne non scrivono sol…
  • L’Arte della seduzione.

    ”La seduzione non è la donna fatale, o l’ossessionata della conquista, ma persone ch…
Carica altro Riccardo Alberto Quattrini
Carica altro PARLIAMO DI LIBRI

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Controllate anche

«CHIODO FISSO»

”Cosa succede quando per la prima volta ci si accorge di aver la possibilità di andare …