Nell’anno del Covid: il caso Donald Trump. Oggi l’agenda delle cupole di potere è condivisa dall’intero arco parlamentare: destra, centro e sinistra sono simulacri tenuti in vita artificialmente per ingannare le opposte tifoserie

Ritratto di Giorgio II di Thomas Hudson (1744)

Ricordate l’espressione “opposizione di Sua Maestà”? È la denominazione istituzionale, in Inghilterra, della minoranza parlamentare, il cui nome completo è “the most loyal Her Majesty’s opposition”, la lealissima opposizione di Sua Maestà. Il principio del vecchio, tramontato liberalismo di ascendenza britannica era che i membri dell’opposizione parlamentare fossero assolutamente leali allo Stato, alla nazione e alla corona, in attesa di vincere le elezioni e sostituire il governo. Tradizionalmente, il capo dell’opposizione fa parte, nel Regno Unito, del Consiglio Privato, l’organismo consultivo del Re sugli affari di Stato. L’idea base si regge su due principi: right or wrong, my country, ossia la lealtà indiscussa alla nazione (“giusta o sbagliata, è la mia Patria”) e la convinzione condivisa dell’immutabilità del sistema. L’alternanza di governo non modifica le architravi dello Stato e l’organizzazione generale della società. Il sistema elettorale maggioritario, in grado di fornire maggioranze parlamentari al di là del voto popolare, e non di rado nonostante esso, funziona allo scopo della massima stabilità.

Questo era ed è il massimo di democrazia consentito ai popoli. Dopo la fine del comunismo reale novecentesco di stampo sovietico, in Occidente la ricreazione è finita. Eterogenesi dei fini: certa di non avere più avversari “di sistema”, l’ideologia vincente – il liberismo libertario banditore della privatizzazione dell’intera vita, sociale, economica, personale – ha provveduto a svuotare la dimensione politica del suo naturale carattere agonistico, nonché di qualunque aspirazione a modificare, superare o abbattere lo status quo. Le ideologie hanno perso la loro validità, trasferendo la lotta sul terreno civile e culturale. I gruppi che si contendono la governance, ossia l’amministrazione del sistema in nome non dei popoli, ma dei domines, le oligarchie economiche, finanziarie e adesso tecnologiche, non rappresentano più orientamenti ideali o modelli alternativi di società, ma cordate di interessi interni al sistema.

Le elezioni periodiche, quindi, hanno perduto importanza: chiunque vinca non metterà in discussione i fondamenti della Megamacchina: mercato misura di tutte le cose, prevalenza dell’economia finanziaria su quella reale, controllo sistematico sulle popolazioni in cambio di diritti individuali – quasi sempre legati alla sfera pulsionale – sostitutivi dei diritti sociali e comunitari. L’ opposizione di Sua Maestà si è estesa dal sistema britannico al resto d’Occidente, nel senso che l’agenda delle cupole di potere è condivisa dall’intero arco parlamentare e nessuna deviazione è ammessa.

Per vari motivi, tra i due assi politici accettati dal sistema, chiamati convenzionalmente centrodestra e centrosinistra, il preferito, il più affidabile è il centrosinistra. Depurato dalle scorie collettiviste dell’economia marxista, i suoi obiettivi coincidono perfettamente con i fini dei Padroni Universali. Entrambi sono globalisti, nemici delle identità nazionali, delle credenze spirituali; condividono l’odio per i limiti e le leggi naturali, disprezzano i principi permanenti in nome di un idolo indiscutibile, il Progresso, in nome del quale oggi è sempre più e meglio di ieri. Il centrodestra, oltretutto, nelle sue diverse declinazioni nazionali, esprime lo spirito di un determinato popolo, lo specifico sguardo sulla realtà che la storia ha consegnato alle diverse culture. Tuttavia, ogni centrodestra è favorevole all’economia di mercato e non contrasta la privatizzazione del mondo. Dal punto di vista dell’oligarchia, è anch’esso abilitato a dirigere pro tempore il governo, per quanto figlio di un Dio minore.

Il problema, per il sistema, sorge allorché spuntano e si rafforzano personalità e idee non del tutto “fedeli alla linea”, come si diceva nel mondo comunista. In quei casi, la sedicente società aperta si chiude a riccio, proclamando la massima severità contro gli “intolleranti”, dichiarati tali insindacabilmente da un potente apparato di comunicazione e manipolazione diretto dall’alto e affidato, per la pratica esecuzione, al clero secolare e regolare della cultura, del giornalismo, della politica. Sono nemici i residui comunisti, i “populisti” – ossia tutti coloro che non condividono le meraviglie della globalizzazione, non credono alle virtù del progresso e difendono le identità collettive, le organizzazioni religiose per il loro afflato spirituale, oltre, ovviamente, ai “fascisti”, categoria onnicomprensiva a cui sono iscritti d’ufficio tutti i dissidenti.

Il caso di Donald Trump è emblematico: per la prima volta un presidente americano è stato fatto oggetto di una sistematica campagna di odio, denigrazione e messo in condizione di perdere le elezioni, con probabili brogli elettorali, giacché un’enorme opera di demonizzazione mediatica e un’alleanza formidabile di giganti economici, finanziari e tecnologici non era riuscita a intaccarne significativamente il consenso. Trump, esponente di un capitalismo messo all’angolo dal globalismo fintech, e contemporaneamente alfiere degli interessi e dei principi di un’America operosa e periferica, legata alla religione e ai “vecchi” valori a stelle e strisce, non poteva rimanere presidente per altri quattro anni.

Non sappiamo se i brogli che denuncia siano veri, ma è chiaro che l’estensione del voto postale nell’anno del Covid-19, l’esistenza ormai conclamata di software in grado di aggiustare gli esiti elettorali, gettano un’ombra sinistra non tanto sulla vittoria di Joe Biden, ma sulla tenuta generale della democrazia rappresentativa nella forma che eravamo abituati a conoscere. Negli Usa – dunque in Occidente – non si può governare se non è d’accordo lo “stato profondo”, se non si è espressione della Megamacchina, a destra, al centro o a sinistra, simulacri tenuti in vita artificialmente per ingannare opposte tifoserie ignare che le maglie dei giocatori hanno diversi colori, ma arbitri e padroni del gioco sono gli stessi. Aveva ragione Honoré de Balzac, tempra di reazionario, ad affermare che i governi sono contratti di assicurazione conclusi dai ricchi contro i poveri. La novità – parziale – è il consenso degli sfruttati nei confronti degli sfruttatori. Già Goethe aveva compreso che scopo del potere è istupidire le masse.

La censura è privatizzata come tutto il resto: le dichiarazioni di Trump, sono da settimane nascoste dalle reti sociali e dalla grande stampa cosiddetta indipendente, che ha dei padroni, i soliti. I pochi media non posseduti direttamente sono ricattati economicamente dai giganti della pubblicità, che deviano gli investimenti degli inserzionisti. Non è cosa nuova che il potere del denaro svuoti la democrazia, ma è ormai chiaro che non è più possibile fare ed essere opposizione. Si può soltanto esercitare, con l’approvazione dei superiori, il ruolo servile di “opposizione di Sua Maestà”, in disaccordo (vero o presunto) su alcuni dettagli, ma pronti alla governance senza modificare di una virgola l’agenda globale dettata dall’alto. In qualche maniera, Trump- non il suo partito- era un ostacolo. Colpito e affondato, e poco importano i mezzi. Semplici danni collaterali, come i civili morti nei bombardamenti umanitari delle missioni di polizia internazionale e le distruzioni che alimentano il lucroso affare della ricostruzione.

In Europa le cose non vanno diversamente. Ogni tentativo di cambiamento, anche timido e parziale, è bollato come populista e fascista, esattamente come ogni disparere sulla gestione illiberale e concentrazionaria del Coronavirus è detto negazionismo, diretta demonizzazione delle dissidenze, la reductio ad hitlerum denunciata da Leo Strauss. Eppure ci avevano insegnato che la libertà è innanzitutto libertà di pensare diversamente. Contrordine: il pensiero unico a tonalità diverse è il massimo di libertà concessa ai suonatori e agli ascoltatori dai padroni dell’orchestra. L’opposizione di Sua Maestà è fintamente rispettata. Nei confronti della destra – ma accadrebbe lo stesso se si consolidasse una sinistra alternativa, “sociale” – si moltiplicano gli avvertimenti e i consigli interessati su come si dovrebbe essere per essere graditi al potere, la caricatura di Lupo De Lupis, il lupo “tanto buonino” dei cartoni animati. Scelgono loro chi può governare, cioè amministrare, e anche l’opposizione, la lealissima opposizione delle loro maestà.

Le élite identificano da tempo le resistenze ai cambiamenti e l’attaccamento a costumi e tradizioni come comportamenti patologici. Di qui l’ossessione per una società controllata dall’alto, da esperti, da tecnici e sapienti “illuminati”, gli unici a poter indirizzare le masse, considerate pericolose. È un meccanismo iniziato negli anni ’90, scoperto da Christopher Lasch che svelò l’avversione crescente delle élite per il popolo. Mentre negli anni precedenti i progressisti auspicavano la maggiore partecipazione politica, ora accolgono con soddisfazione il disinteresse popolare e il ripiegamento nel privato. Si dedicano a imporre un’ideologia culturale orientata alla delegittimazione delle preferenze e delle abitudini della gente comune; una sorta di ritorno a Platone, al suo disdegno per il demos e l’ossessione per il governante-filosofo, il solo a conoscere il bene delle masse.

In questo senso, le bestie nere sono il populismo, inteso come falsa saggezza popolare, la libertà critica e, infine, la stessa democrazia, tanto nella forma rappresentativa che in quella partecipativa. In Italia spicca la scuola torinese erede del pensiero “azionista”. È uscito di recente un saggio di Francesco Pallante, sodale del giurista Gustavo Zagrebelsky, il cui titolo è Contro la democrazia diretta. Per Pallante, “lungi dall’essere la cura per la crisi istituzionale in atto, la democrazia diretta rischia di incarnarne la fase più acuta e conclusiva. È tirannia della maggioranza, dominio della folla.”

Pare di rileggere le intemerate dei reazionari post rivoluzione francese, invece è la voce degli intellettuali di servizio del potere globalista. È certo pessima cosa la tirannia della maggioranza, peraltro già denunciata da Tocqueville, ma sorprende che non ci si preoccupi neanche un po’ del dominio di minoranze onnipotenti. Riportiamo il risguardo del libro. “La democrazia diretta ci affascina perché promette di realizzare l’ideale dell’autogoverno: chi meglio del singolo sa cos’è per lui preferibile? Se per lungo tempo la dimensione delle società di massa ne ha impedito la realizzazione, la rivoluzione informatica sembra oggi aver cambiato tutto. Sembra. Perché il punto di caduta della democrazia diretta non è di ordine pratico, bensì concettuale. Le istituzioni pubbliche non possono funzionare sottoponendo di continuo al popolo decisioni che provocano divisioni e fratture sociali. Scrive Norberto Bobbio: nulla uccide più la democrazia che l’eccesso di democrazia. Democrazia è discussione, non decisione. Democratico è chi si confronta apertamente con gli altri: a partire dalle proprie convinzioni, ma alla ricerca di un compromesso. La mera conta dei voti non produce decisioni democratiche, ma imposizioni di parte. Riducendo la politica a matematica, la democrazia diretta ci espone al rischio del dominio di una maggioranza avversa. L’esatto opposto dell’autogoverno.”

Insomma, il popolo ha sempre torto, tranne quando segue gli illuminati consigli del sinedrio. Al popolino la discussione, a loro le decisioni, altrimenti vincono le “fratture sociali”. È perfino divertente segnalare la furia anti illuminista degli Illuminati e l’abbandono di un venerato (cattivo) maestro, Jean Jacques Rousseau. Nessuna “volontà generale”, ma l’arbitrio dei sapienti e bene informati, inevitabilmente opposta a quella del popolo. Un santone del giornalismo italiano, Paolo Mieli, ha approvato senza riserve le censure di stampa a Trump. Il cordone sanitario di lorsignori nei riguardi di qualunque persona, idea e movimento non in linea diventa ferreo, giustificato dal grottesco ricorso all’argomento delle fake news. False notizie, false idee, false parole. Peccato che il giudizio di verità sia riservato a una parte in causa, unica legittimata ad apporre il timbro di legittimità, il post moderno imprimatur ai testi della fede delle autorità religiose di ieri.

Padroni della narrazione, detentori delle parole attraverso la correttezza politica e la neolingua, danno le carte, decidono il gioco, le regole e distribuiscono la posta in palio. Non si sono più mezze misure: o l’opposizione di Sua Maestà accetta definitivamente di essere cooptata nel cerchio magico come maschera carnevalesca della libertà, in attesa di entrare nel salotto buono dopo un’ opportuna sosta in anticamera, per verificare sino a che punto può partecipare al banchetto, o cessa di essere l’altra faccia della moneta liberista , libertaria e globalista, controcanto “lento” del progresso – la vecchia destra- o foglia di fico “sociale” –  la sinistra delle classi subalterne.

Il metodo democratico, le sue procedure legali, dureranno ancora: i popoli non sono preparati a perdere ufficialmente i diritti che credono di possedere, ma il principio democratico, ovvero la libera competizione di idee, valori, interessi, opposti progetti di società, è stato superato. L’anno del Covid-19 lo ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio. Non resta che essere cooptati tra gli ausiliari del potere, ancora bisognoso di guardie bianche e rosse, dedite a rosicchiare a debita distanza gli avanzi del banchetto del Signore, come nei pranzi medievali. All’opposizione di Sua Maestà verrà ostentato formale rispetto, purché non disturbi il manovratore e tenga buono il settore di opinione che è incaricata di presidiare.

L’alternativa, scomoda, pericolosa, temeraria, è essere opposizione. Senza aggettivi e senza altra lealtà che alla propria gente e alla coscienza morale. A questo fine, risulta necessario, in questa durissima fase di una lotta di lungo periodo, abbandonare le vecchie, obsolete appartenenze. È frustrante e ridicolo domandarsi se una convinzione, una proposta, un modello di comportamento siano di destra o di sinistra. Se lo chieda, se vuole, chi è dalla parte del potere, che ha braccia larghe e accoglie chiunque non obietti sull’essenziale, il dominio globale degli iperpadroni.

Le idee sono giuste o sbagliate, sempre legittime, non possono avere altra etichetta. Domani, più realisticamente dopodomani, quando un’opposizione ci sarà e avrà la forza di diventare governo, ossia potere, potremo permetterci il lusso della divisione. Adesso, è ora di formare i ranghi. È il momento di scegliere se rimanere innocui bastian contrari di regime, l’opposizione di Sua Maestà, o se smettere di partecipare allo spettacolo altrui da attori non protagonisti, spalle, figuranti, comparse o burattini. Attenzione, però: il gioco è molto duro e non sarà facile dire, come i Blue Brothers, “quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare “.

 Roberto Pecchioli

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