Che lezione trarre dalla prevista sconfitta di Marine Le Pen domenica scorsa?

L’OPPOSIZIONE PERDE MA CRESCE

E LA

 SOCIETÀ DIVORZIA DALLO STATO


Che lezione trarre dalla prevista sconfitta di Marine Le Pen domenica scorsa? Il Monolite dei Media che è pure monocolo e vede solo dall’occhio sinistro ha sentenziato: il populismo sovranista è destinato a perdere. Vero, ma a vedere la realtà con entrambi gli occhi la verità è contraddittoria: il populismo sovranista è destinato a perdere ma è pure destinato a crescere. Lo desumo dai dati elettorali francesi, dove Le Pen ha perso com’era prevedibile il ballottaggio, ma con quasi dieci punti in più di consensi rispetto al ballottaggio di cinque anni fa. E con un primo turno in cui il voto antisistema ha vinto sul voto pro-sistema ed era maggioranza assoluta rispetto ai modesti consensi di Macron. Ma facciamo un passo avanti e chiediamoci la ragione di entrambe le cose, perché il populismo sovranista è destinato a perdere, perché è destinato a crescere.

Dunque, è destinato a perdere innanzitutto perché il populismo è trino e le sue parti non si compongono: il populismo ha tre volti, quello nazional-sovranista, quello radical-populista e quello protestatario assoluto. Il primo lo rappresenta Le Pen, il secondo Melenchòn, il terzo finisce nel buco nero del non voto (In Italia al posto di Melenchon c’era Grillo). Ma c’è una seconda ragione, che il Monolite legge sempre con un occhio solo: i populismi non ce la fanno ad andare da soli al governo, hanno bisogno di una sponda moderata, di uno sponsor centrista, un insider. E questo porta il Monolite a suggerire che se non volete votare a sinistra votate i moderati, centristi e un po’ destrorsi purché siano “dentro” il sistema. A noi invece rammenta un precedente, italiano: le due forze outsider che c’erano in Italia vale a dire la Lega e l’Msi, poi divenuto An, andarono al governo solo alleandosi con Berlusconi e i centristi, o se preferite con i reduci del centro-sinistra non finiti nell’orbita dei Dem. Fu un outsider, populista ma non radicale, antipolitico ma non anti-sistema, monarca ma liberale come Berlusconi a portarli dall’opposizione al governo.

Ma ora i tempi sembrano mutati, i moderati e i centristi, indeboliti dalla radicalizzazione dello scontro, cercano un ombrello protettivo nel Partitone Unico, quello che governa l’Europa e anche l’Italia grazie al draghettatore. E ai populisti tocca fare da soli, o cercare qualche nuovo alleato, magari ex-insider, che possa offrire una sponda moderata, un volto rassicurante. La Lega e Fratelli d’Italia allo stato attuale non dispongono di questa terza gamba, perché Berlusconi è vecchio e vacillante, non raccoglie più grandi consensi e gioca una partita doppia, tra l’establishment e l’alleanza di centrodestra. Ci vorrebbe una terza sponda, cattolica e conservatrice.

Il problema italo-francese si estende ai restanti paesi europei, a eccezione di quelli che hanno vissuto sotto l’oppressione comunista, che riescono in Ungheria, in Polonia, fino a ieri in Slovacchia, da oggi in Serbia, ad avere e perfino a confermare a pieni voti governi destrorsi invisi all’establishment europeo. Non è dietrologia pensare che nei Paesi europei dell’Ovest sia invece impossibile andare al governo senza il placet euro-atlantico (come dimostra anche la posizione della Meloni sull’Ucraina).

Però, dicevo, la realtà è ambigua e ci pone anche un’altra faccia. Il populismo non sta via via sparendo in Europa, come dice il Monolite dei Media, che a ogni elezione, puntualmente, all’inizio soffia sulla paura che vincano i Cattivi, e dopo il Voto annuncia la loro disfatta e il trionfo inevitabile dei Buoni. Ma al contrario cresce, assume forme cangianti, cambia soggetti che incanalano il consenso, ma è tutt’altro che in calo. Populismo fluido, molecolare.

Da dove deriva questo popolo di nemici del sistema? Sì, dal disagio sociale, dalla difficile convivenza con i migranti, dal ribellismo moltiplicato dai social. Ma ci sono pure due fatti precisi e un cambio di scenario. Il primo risale al 2005, quando l’Europa pensò di mettersi in regola con la democrazia e avviò in alcuni paesi dei referendum sulla costituzione europea. Cominciarono in Francia e nei Paesi Bassi ma fu un disastro. Al popolo non piaceva questa Europa. E fu subito fermato il processo di investitura popolare, alcuni paesi bloccarono il referendum. Questa impossibilità di contare come popolo sovrano ha spinto verso la radicalizzazione del dissenso e la nascita di conati populisti di tipo sovranista.

Il secondo risale al 2008 negli Usa ma è un prodotto della Bolla Speculativa della Finanza Apolide e Transnazionale: la grande crisi economica globale dette alla gente la precisa sensazione che l’economia fittizia tenesse al guinzaglio l’economia reale, che gli interessi di pochi speculatori prevalessero sugli interessi popolari.

Infine, il cambio di scenario: fino a pochi anni fa, la globalizzazione non dispiaceva alla gente, perché se ne vedevano i vantaggi. Poi, a un certo punto ha mostrato i suoi effetti collaterali, le sue controindicazioni. E non solo: fino a un certo punto la globalizzazione è stata l’espansione americana e occidentale nel mondo, poi è diventata l’espansione cinese o asiatica e la recessione occidentale; espansione commerciale, vitale e perfino infettiva. Trump se ne era accorto, perciò fu protezionista e preferì restare in casa piuttosto che spingersi nel globale. La globalizzazione sta generando una marea di contraccolpi che mettono in ginocchio imprese, famiglie, cittadini, mentre i Palazzi del Potere continuano a incensare la globalizzazione e i suoi derivati. Per questo dico: potete deviare, reprimere e criminalizzare la rivolta anti-sistema, ma non è destinata a scemare, a finire. Il Potere si conferma ma l’antipotere cresce. E nasce un dualismo incolmabile tra stato e società, tra paesi ingovernabili e democrazie senza ricambio.

 

 

Fonte: MV, La Verità (29 aprile 2022)

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